1957-1966: Poker d'assi all'italiana
Nel gennaio 1957 esce quello che è convenzionalmente considerato il numero 1 dell'"Almanacco Topolino". Ha periodicità mensile e formato leggermente più grande del "Topolino Libretto", il che permette ad ogni pagina di ospitare 4 righe di 2 vignette, anziche' le 3 righe del quindicinale. Il formato è quindi identico a quello dei comic books, e si evitano così i "rimontaggi" da sempre necessari su "Topolino". La numerazione della serie - che manterrà per lungo tempo il logo "Albi d'Oro" in copertina - inizialmente non è progressiva, ma riparte ad ogni gennaio fino al 1970, quando si iniziano a numerare i fascicoli in maniera progressiva tenendo conto delle uscite effettuate sino a quel momento (l'Almanacco del gennaio 1970 riporta così il numero 157). In generale, ogni numero è aperto da una storia lunga di produzione italiana, e completato con materiale americano.
Con l'uscita, nel dicembre 1957, di un volumetto dal titolo "I Classici di Walt Disney", si viene a comporre un quartetto di testate ("Topolino", "Albi della Rosa", "Almanacco" e "Classici") che accompagnerà i ragazzi italiani con assoluta regolarità per un intero decennio. Fino al 1967, infatti, nessuna altra serie apparirà in edicola: un periodo di stabilità che non ha uguali nel settantennio di vita dei fumetti Disney in Italia.
In realtà, i "Classici" non erano stati concepiti come una serie regolare. Il numero del dicembre 1957 era così intitolato non perché presentasse storie degne di essere considerate "classici del fumetto", ma perché ristampava alcune parodie di classici della letteratura apparse negli anni precedenti su "Topolino". Le storie erano collegate tra loro da un'esile trama, con tanto di prologo ed epilogo; Gian Giacomo Dalmasso (testi) e Giuseppe Perego (disegni) si occuparono di questo caratteristico lavoro per quasi tutti i "Classici".
Il successo del primo volume fa sì che ne sia preparato un secondo nel dicembre dell'anno successivo ("I Classici Moderni di Walt Disney"), ed un terzo per il Natale 1959 ("Le Grandi Parodie di Walt Disney"); tali numeri verranno ristampati negli anni immediatamente successivi. Del numero uno si contano ben due ristampe, mentre per il numero tre esiste anche una ristampa effettuata per conto dei grandi magazzini Standa.
Nel 1960 le uscite sono due, visto che, in occasione delle Olimpiadi di Roma, esce il primo dei cosiddetti "Classici Sportivi", intitolato "Paperino alle Olimpiadi". Ormai il solco è tracciato: due uscite anche nel 1961, tre negli anni seguenti fino al 1967 (con l'extra "Topolino alle Olimpiadi" nel 1964). Si tratta sempre di ristampe, di solito relative alle storieapparse in più puntate su "Topolino" qualche anno prima; Perego si occupa anche di raccordare le puntate tra di loro, eliminando usualmente la prima pagina della seconda parte e ridisegnando alcune vignette, con risultati granfici francamente non troppo apprezzabili.
Delle altre due testate che compongono il "poker", gli "Albi della Rosa" continuano ad uscire senza cambiamenti degni di nota; va comunque segnalata l'apparizione, in appendice ai numeri tra il 213 ed il 291, delle storie non-disney di Mopsi, Giso e Leo, disegnate da Pier Lorenzo De Vita.
"Topolino", invece, diventa settimanale col numero 236 del giugno 1960. Questa volta, l'aumento del fabbisogno di storie viene coperto con l'incremento della produzione italiana: negli Stati Uniti, infatti, i comic books hanno imboccato la via del declino, dopo aver toccato l'apice nella prima metà degli anni Cinquanta (quando "Walt Disney's Comics and Stories" vendeva 2-3 milioni di copie ogni mese).
E, purtroppo, il calo non è limitato alla quantità: nel 1955 il syndicate di distribuzione delle strisce ai quotidiani ha imposto a Gottfredson di limitarsi alle gag autoconclusive, e lo stesso Barks è entrato nella fase calante della sua splendida carriera. Per fortuna, almeno nella seconda metà degli anni Cinquanta, gli artisti italiani raggiungono livelli di assoluto valore: Romano Scarpa, in particolare, riesce nell'impresa di non far notare uno stacco apprezzabile tra le proprie storie e quelle di Gottfredson. Ma anche Guido Martina e Carlo Chendi producono una serie di sceneggiature indimenticabili, che i vari Carpi, De Vita e Bottaro (quest'ultimo anche capace sceneggiatore) interpretano da par loro. Il "Topolino" di questo periodo presenta quasi in ogni numero una storia "italiana" lunga, solitamente in due o tre puntate: è la sorgente da cui attingeranno a piene mani i "Classici" di qualche anno dopo, e che permetterà ad una nuova generazione di lettori di appassionarsi al fumetto Disney.
E' innegabile però che, con l'avanzare degli anni Sessanta, anche le storie italiane inizino a segnare il passo. Romano Scarpa, deluso dalla scarsa gratificazione (economica e non) che gli procurano i suoi capolavori, decide di limitarsi a disegnare sceneggiature altrui; i nuovi sceneggiatori che affiancano Martina (anch'egli in fase calante) e Chendi non sono all'altezza della situazione, pur con lodevoli eccezioni, tra le quali annoveriamo i fratelli Barosso e Rodolfo Cimino.
Barks è sempre più vicino alla pensione, e si vede; la crisi dei comic books si fa sempre più nera, tanto da costringere la Disney a varare lo "Studio Program" per rifornire di storie il mercato europeo, col risultato di avviare una produzione in serie che incoraggia sceneggiatori e disegnatori a guadagnarsi lo stipendio col minimo sforzo, cadendo sempre più in stilemi ripetitivi.
Una situazione preoccupante, ma destinata a peggiorare ulteriormente nel decennio successivo.