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Il Topolino che vorrei

Il rapporto di Gancio con il suo "figlioccio" Bruto parte da lontano, dicembre 1975 per la precisione.

Era necessaria l'indiscutibile abilità di Francesco Artibani affinché, Casty a parte, avessimo finalmente una gran bella storia con protagonista Topolino.

"Topolino e il settimo corvo", per i testi del sopraccitato sceneggiatore romano e con i disegni del sempre più bravo Lorenzo Pastrovicchio è infatti una di quelle storie in grado di far riconciliare i lettori con il settimanale.

Artibani ci racconta un'avventura piena di suspense e ironia, dove non mancano i colpi di scena. E per i più esperti c'è spazio anche per alcune citazioni, che quando sono naturali e al servizio della trama possono dare anche quel qualcosa in più.
Ma andiamo per gradi.

La storia ha innanzitutto il merito di andare a ripescare Gancio e Bruto, due storiche "spalle" di Topolino, personaggi amatissimi da Romano Scarpa ("padre" di uno dei due) e che il solo Casty aveva ben utilizzato negli ultimi anni.

L'avventura, come ci piace vederla sulle pagine del settimanale.

Gancio "il dritto" (Ellsworth Bheezer) è un merlo indiano creato da Bill Walsh e Manuel Gonzales nelle tavole domenicali dell'ottobre 1949. Introdotto come animale domestico di Pippo, acquisisce via via caratterizzazione e importanza, dando vita a una serie infinita di avventure. L'appellativo "il dritto" gli viene attribuito proprio per la sua grande scaltrezza e per la dimestichezza con cui riesce spesso a cavarsela nelle situazioni più disparate. Sarà Scarpa a portarlo al successo in Italia con una serie di avventure che lo vedono protagonista, in coppia con Topolino, con Pippo e con altri abitanti di Topolinia, tra cui spicca Atomino Bip-Bip.

In una di queste avventure "Topolino e il rampollo di Gancio" l'astuto merlo trova un pulcino della sua stessa specie in mezzo ad alcune rovine nel deserto: deciso ad adottarlo lo ribattezza Bruto. Da quel momento il nuovo giovane pennuto entra a far parte del cast disneyano accompagnando Topolino in alcune mirabili avventure. La decisa e irriverente natura di Gancio ben si contrappone al carattere entusiasta e immaturo di Gancetto ("nomignolo" che gli viene attribuito quasi subito). Ed è a questa differenza che Artibani guarda nella stesura della sua storia.

Bruto è infatti finito a frequentare una compagnia di brutti ceffi che, promettendogli informazioni sulle sue origini, lo hanno convinto ad aiutarli nel loro piano, un furto tra i più ambiziosi che si possano tentare a Londra.
Gancio decide allora di chiedere l'aiuto di Topolino per evitare che il proprio rampollo finisca nei guai.

Subito si nota il rispetto con cui Artibani tratta i personaggi "più di nicchia" che utilizza: lo sceneggiatore rimane fedele a quanto raccontato da Scarpa nell'introdurre Gancetto nel cast disneyano, e ciò non si riduce all'utilizzo coerente della personalità del giovane merlo e del suo padre adottivo, ma tiene debitamente conto di quanto raccontato su di loro, utilizzando peraltro quei dettagli come molla da cui far partire l'avventura.
Un approccio non nuovo per l'autore romano, che anche in altre storie - come "Zio Paperone e l'ultima avventura", "Zio Paperone e il segreto di Cuordipietra", "Topolino e l'avventura su misura" e "Potere e Potenza" - ha dimostrato di saper riprendere certe situazioni e personaggi del passato senza scadere nel fanservice fine a sé stesso ma utilizzando intelligentemente quel background per costruire nuove storie, indipendenti ma al contempo perfettamente inserite nella "storicità" dell'universo Disney.

Lo scontro in hotel.

Oltre alla azzeccata caratterizzazione dei tre protagonisti, la storia si fa notare anche per il ritmo, l'azione e l'ambientazione.
L'avventura è sincopata, con un andamento tendente al thriller e avversari che sembrano essere seriamente pericolosi, sicari della peggior specie contro cui Topolino e Gancio devono sfoderare le loro migliori abilità. Negli ultimi anni, purtroppo, è raro godere di un'avventura di questo tipo sul settimanale disneyano, ma Artibani riesce a confezionare un intreccio maturo e intrigante.
Questo incedere narrativo non è esente da pecche, quali alcuni passaggi narrativamente un po' troppo veloci e compressi, dissimulati però dietro alcuni trucchi di sceneggiatura (si veda a tal proposito la sequenza dell'ingresso della banda nella Torre di Londra).
Altra leggera caduta di stile è il ricatto perpetrato dal gruppo di delinquenti: fin troppo innocuo e puerile, anche nel contesto disneyano, contrasta con la caratterizzazione forte e senza scrupoli mostrata prima e dopo dai cattivi.
Infine, il "la" per iniziare le indagini viene dato dall'effigie sul medaglione del picchiatore che assale Topolino... peccato che nelle vignette della zuffa non si veda mai questo oggetto, lasciando questo particolare un po' appeso.

Il nome del pub, "The Fox & the Hound" è il titolo originale del classico Disney "Red & Toby".

Ciò che certamente non manca nella vicenda sono le scene d'azione: la scazzottata tra Mickey e il sicario dalle fattezze suine nella stanza d'albergo è ben orchestrata, con tanto di rocambolesca fuga del criminale dalla finestra, e anche l'ironica scena del percorso ad ostacoli all'ingresso nella villa del Capitano Daniels, vecchio amico di Gancio, tiene viva l'attenzione sotto questo profilo.

Artibani in questa storia riesce a equilibrare perfettamente l'azione con gli elementi comici, non eccedendo con il sarcasmo dei personaggi, ma miscelando la giusta ironia con una serie di situazioni imbastite ad hoc, come la rissa nel pub o il percorso ad ostacoli sopra accennato (fate attenzione alle espressioni di Topolino), che ci rimanda ad una comicità visiva, più che verbale, ereditata dall'animazione.

Le atmosfere vagamente alla Mickey Mouse Mystery Magazine vengono alimentate, infine, anche dall'ambientazione scelta, la capitale del Regno Unito. Oltre ad essere inusuale come setting delle avventure topolinesche, anche grazie ai disegni di Lorenzo Pastrovicchio la metropoli inglese permette degli scorci stimolanti e vagamente noir. Le tavole ambientate nel pub, oltre a tributare onore a una delle istituzioni londinesi, regalano al lettore quelle atmosfere sulfuree apprezzabili in una trama di questo tipo, e la matita del Pastro contribuisce in maniera decisiva a questo passaggio della storia.

L'ambientazione londinese è molto suggestiva.

Ma anche gli esterni non sono da meno: le vedute "da cartolina" con il Big Ben, il London Eye e il London Bridge sono raffigurate con competenza e credibilità, pur sempre con approccio puramente disneyano, e non si limitano a fare da sfondo, ma immergono tanto i personaggi quanto il lettore all'interno della trama, restituendogli l'impressione di leggere qualcosa di concreto e non "di plastica".

Pastrovicchio si fa apprezzare anche nel character design: il suo Topolino in giubbottino verde, ormai quasi un suo marchio di fabbrica da "Darkenblot" in poi, appare anche stavolta genuino e scanzonato, con la giusta intensità delle sue espressioni.

Molto buoni anche i suoi Gancio e Bruto, che l'artista riesce a distinguere graficamente in maniera riuscita, con alcuni accorgimenti nel becco e negli occhi. Un grandissimo lavoro, infine, è stato fatto dall'artista nel caratterizzare tutti i comprimari, che non si riducono più solamente ad anonimi umanoidi con il naso a tartufo, ma sono spesso veri e propri animali antropomorfi: il Pastro non lesina nella scelta delle specie da rappresentare, mischiando anche (finalmente) mammiferi e volatili, sulla scia di alcune prove di Stefano Turconi. Se tra i cattivi possiamo dunque trovare un uccello rapace, un maiale, una volpe e un lupo, è proprio nella caratterizzazione del Capitano Daniels, un orso, che Pastrovicchio dà il meglio di sé, conferendogli una espressività e un carisma tali da farci sperare che possa venire riutilizzato in futuro.

Il carismatico Capitano Daniels.

Siamo di fronte a una storia che si farà ricordare senza dubbio anche nei prossimi anni, un instant classic che sarà un piacere rileggere e che certamente ben figurerà nel Topo Oscar, il nostro sondaggio annuale.
Ciò che ne conferisce maggior lustro è proprio la rarità, di questi tempi, di trovare e vedere pubblicate questo tipo di avventure sul settimanale, storie adulte e mature sotto tutti i punti di vista, nonostante alcune ormai (ahinoi!) fisiologiche "sbianchettature" qua e là. Storie che riaccendono dentro di noi quella fiamma che sembrava ormai spenta del lettore ammaliato dalle avventure del Mickey scanzonato di Gottfredson, dai gialli avventurosi di Scarpa e Casty, dalle avventure più adulte e misteriose di MMMM.

Ed è proprio il ricordo di quella testata e soprattutto di quel mondo a farci gioire leggendo "Il settimo corvo": sperimentare nuove trame ed ambientazioni diverse dalla monotonia che a volte impera sul libretto, potrebbe rappresentare una vera e propria carta vincente che il settimanale potrà giocare per ritrovare i vecchi lettori e conquistare l'entusiasmo dei più giovani.

- Matteo Gumiero, Andrea Bramini, Fabio del Prete, Davide Del Gusto

 

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