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Che libro c'è sul comodino? (Letto 16971 volte)
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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1470 - 05.09.17 alle 13:55:23
 
Immagine e Coscienza - Jean-Paul Sartre

Altra grande opera di Sartre che tuttavia mi lascia perplesso per alcune derive piuttosto negative e a tratti pessimistiche.

Oggetto di questo testo, stavolta un saggio e non un romanzo, è il concetto di immagine, di cui Sartre offre un'interpretazione assolutamente interessante e a tratti anche illuminante: lo scopo primario è soprattutto quello di aiutare l'uomo a liberarsi della cosiddetta "illusione di immanenza", cioè l'idea secondo cui il soggetto, ponendo l'immagine di un oggetto, la confonda con l'oggetto stesso o pensi che tale oggetto sia rappresentato in questa immagine.

Ci sono diversi punti di interesse, soprattutto laddove Sartre esplora e descrive il segno, la caricatura, il sogno, l'opera d'arte, e si intravedono alla fine di queste analisi i concetti portanti del suo testo più rilevante, L'essere e il nulla: tuttavia, come appunto dicevo, sono perplesso dal suo "pessimismo estetico", soprattutto laddove afferma che nulla sia bello nella realtà.

In ogni caso, l'ostacolo maggiore può essere la scrittura: Sartre è molto più facile da leggere del rigoroso Merleau-Ponty, ma in ogni caso bisogna ingranare un attimo prima di poter assorbire facilmente la terminologia fenomenologica, piena di definizioni e stravolgimenti di concetti.

Il 02.09.17 alle 01:51:57 Solomon Cranach ha scritto:
La lettura di Cuore di tenebra mi prese al punto che lo lessi durante una notte di estate a bassa voce, "recitando" come se stessi impersonando Marlowe.

Spesso leggo a bassa voce quando sono particolarmente coinvolto, ma solo I Miserabili di Hugo mi fece un simile effetto (addirittura mi muovevo per la stanza come un ossesso, leggendo le riflessioni di Valjean come se le avessi scritte di mio pugno).


Anche a me capita ogni tanto di essere talmente interessato alla lettura al punto da cominciare a leggere le righe senza rendermene conto: con Conrad, tuttavia, mi è successo solo su alcuni punti, diciamo che il vero punto di interesse e nodo di tutto quanto è nell'ultima parte, le altre due la preparano soltanto. In ogni caso, di gran lunga migliore de Il signore delle mosche, la cui morale è in fondo molto vicina a quella di Cuore di tenebra, solo che è espressa in modo assolutamente indigesto e per nulla stimolante. Ho brutti ricordi di quel romanzo, probabilmente il peggiore che abbia mai letto al momento, per fortuna che ho trovato un autore capace di esprimere la morale di Golding in termini più eleganti e affascinanti, e soprattutto coinvolgenti. Già non condivido questa visione a la "Homo homini lupus" di Hobbes, figuriamoci se non viene nemmeno espressa in modo interessante...
 
 

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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1471 - 06.09.17 alle 13:24:07
 
Per non fare un post troppo lungo, visto che volevo condividere con voi alcuni esempi di quest'ultima dilettevole e curiosa lettura, preferirei farne uno a parte: se questo non fosse consentito dal regolamento (che ho consultato ma su cui non ho trovato nulla a riguardo), allora provvederò personalmente a riportare questo intervento sul post precedente.

Fatta questa premessa, volevo spendere un paio di parole su un piccolo gioiellino che ho avuto il piacere di leggere ieri sera dopo il consueto ed estenuante allenamento: Esercizi di Stile di Raymond Queneau, un'opera talmente geniale che per comprenderla dovrebbe essere letta direttamente con a fianco anche il testo francese per chi lo capisse (io l'ho sbirciato ogni tanto ma sono a digiuno dai tempi delle medie).

Il punto focale non è tanto la trama, banale, quotidiana, priva di verve narrativa, quanto il modo in cui Queneau sceglie di raccontarla: non uno, bensì novantanove varianti differenti, giocando con le figure retoriche, i tecnicismi, i punti di vista sensoriali, i giochi fonetici... e così via.

Una lettura molto veloce, essendo i testi brevissimi e tradotti con estrema bravura dall'ottimo Umberto Eco (che su diversi punti, vista l'intraducibilità di alcuni Texticules, così spiritosamente denominati da Queneau stesso, è stato alle regole del gioco e li ha riscritti totalmente), ma decisamente stimolante, divertente ed edificante.

Opinione molto diffusa, che io stesso mi sento di condividere, è che la letteratura del XXI secolo sia estremamente banale, povera e priva di spunti originali: tale banalità non è tanto nelle situazioni, dato che si cerca il colpo di scena, l'evento inatteso, quanto nel modo in cui vengono raccontate, spesso c'è quasi un'assenza di ricerca stilistica, un voler raccontare in modo quasi tradizionale e privo di verve per paura di non avere il consenso sperato e di non vendere. Insomma: l'attenzione si è spostata sull'evento e non sulla forma con cui questi viene raccontato. Tuttavia Queneau ci vuole dare un grande insegnamento: la parola è piena di sfumature e potenzialità, deve solo trovare la sua forma per esprimersi pienamente e dare risalto all'oggetto, al personaggio o alla situazione che vuole rappresentare. L'invito è quello di una sperimentazione ardita, raffinata, un provare anche solo con brevissimi testi a cercare una via differente per dire la stessa cosa: cambiando punto di vista, utilizzando ampiamente la stessa figura retorica, componendo le parole, adoperando il campo semantico di un certo settore, facendo uso di uno solo dei sensi... questo testo è un manuale per tutti quegli scrittori che vogliono osare ma non hanno la forza di farlo per paura appunto di non ricevere un consenso. Ma se la letteratura si facesse esclusivamente sul consenso di chi legge, nessun testo che oggi è considerato capolavoro della letteratura o della saggistica sarebbe ritenuto tale: Platone ha consegnato la propria filosofia alla forma del dialogo, lo stesso Galileo l'ha adoperata per rendere più accessibili le proprie teorie, Gadda ha mescolato parecchi stili tra di loro in un originalissimo ed inimitabile Barocco, Joyce si è adattato alla situazione che doveva raccontare e ha fatto parodia dei vari registri linguistici, Petrarca ha composto il Canzoniere su un discreto numero di lemmi contro tutti quelli che avrebbe potuto utilizzare, Montale era sempre alla ricerca della parola adatta ad esprimere un certo concetto, Heidegger ha dovuto rifondare l'ontologia con una nuova terminologia... Queneau, insomma, non ha fatto altro che darci prova di questo: la sperimentazione non è fine a se stessa, bensì tende a dare la forma narrativa adatta ad esprimere un certo contesto.

Condivido giusto con voi tre sui novantanove "esercizi" per darvi un'idea della genialità di quest'uomo: il narratore scorge su di un pullman affolato due uomini, il primo con un lungo collo e un cappello strano che discute con un altro perché lo continua a spingere, dopodiché va a sedersi, e in seguito il narratore lo incontra nuovamente alla Gare Lazarre a discutere con un amico circa un bottone della sua giacca.
Questa la trama, questi tre dei vari modi con cui Queneau la racconta:

Comunicato stampa

Chi ha detto che il romanzo è morto? In questo nuovo e travolgente racconto l’autore, di cui i lettori ricorderanno l’avvincente «Le scarpe slacciate», fa rivivere con asciutto e toccante realismo dei personaggi a tutto tondo che si muovono in una vicenda di tesa drammaticità, sullo sfondo di lancinante pulsioni collettive. La trama ci parla di un eroe, allusivamente indicato come il Passeggero, che una mattina si imbatte in un enigmatico personaggio, a sua volta coinvolto in un duello mortale con uno sconosciuto. Nella allucinante scena finale, ritroviamo il misterioso personaggio dell’inizio che ascolta con assorta attenzione i consigli di un ambiguo esteta.
Un romanzo che è al tempo stesso di azione e di stranite atmosfere, una storia di terso e spietato vigore, un libro
che non vi lascierà dormire.


Olfattivo (Si racconta solo utilizzando gli odori)

In quell’Esse meridiano v’erano, oltre agli odori abituali, puzza d’abati, di defunti presunti, d’uova al burro, di ghiandaie, d’ascie, di pietre tombali, d’ali e di flatulenze e petonzoli, di pretonzoli, di sillabe e water closets, di bignami e colibrí, v’era un sentore di collo, giovane e scapicollo, un afrore di treccia, un untume di rogna, esalazioni di fogna e miasma d’asma, cosí che poco dopo, tra profumi d’issopo, passando alla stazione tra esalazioni d’icone, sentii l’odore estatico di un cosmetico eretico ed erratico, di un giovinastro emetico e di un bottone fetido, maleolente e insipido.

Geometrico (Da geomètra quale sono, non posso che apprezzarlo  Grin)

In un parallelepipedo, rettangolo generabile attraverso la linea retta d’equazione 84x + S = y, un omoide A che esibisca una calotta sferica attorniata da due sinusoidi, sopra una porzione cilindrica di lunghezza l > n, presenta un punto di contatto con un omoide triviale B. Dimostrare che questo punto di contatto è un punto di increspatura.
Se l’omoide A incontra un omoide omologo C, allora il punto di contatto è un disco di raggio r < l.
Determinare l’altezza h di questo punto di contatto in rapporto all’asse verticale dell’omoide A.


A tutti gli scrittori in erba consiglio vivamente di leggerseli e di provare a sperimentare un po' con qualcuno degli stili adoperati da Queneau o addirittura a scegliere le proprie regole (altri punti di vista, altri tecnicismi, lingue diverse, figure retoriche, foniche, giochi linguistici ecc...).
Penso che un futuro "contest" di scrittura ispirata a questi esercizi di Queneau non sia una cattiva idea, in fondo, si dovrebbe provare  Occhiolino

--------
Preciso che non mi aspettavo che l'avrei finito in una sola sera e avrei fatto delle considerazioni il giorno dopo, quindi mi scuso ancora una volta per l'eventuale doppio post: se non  è accetto, provvederò a sistemarlo.
 
« Ultima modifica: 06.09.17 alle 21:28:08 da Andy98 »  

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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1472 - 06.09.17 alle 22:23:19
 
It di Stephen King
sono arrivato a più di 400 pagine lette e, se devo essere sincero, mi sta seccando alla grande  Lingua
 
 
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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1473 - 07.09.17 alle 15:02:24
 
Il 02.09.17 alle 21:32:54 Eli ha scritto:
Purtroppo però gli ultimi due libri mostrano la corda... Tu come li giudicheresti "a caldo"?


A me sono piaciuti proprio tanto..più il sesto del settimo..ma il settimo  mi piace perchè racconta tutta la storia di Silente..il sesto l'ho letto proprio tutto d'un fiato..è bellissimo non riuscivo a staccarmi Smiley
 
 

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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1474 - 07.09.17 alle 15:55:19
 
Il 07.09.17 alle 15:02:24 Chen Dai-Lem ha scritto:
A me sono piaciuti proprio tanto..più il sesto del settimo..ma il settimo  mi piace perchè racconta tutta la storia di Silente..il sesto l'ho letto proprio tutto d'un fiato..è bellissimo non riuscivo a staccarmi Smiley

Curioso. Il sesto è quello che al contrario io l'ho gradito meno. I pochi misteri presenti non erano particolarmente complessi e la colpevolezza di Malfoy veniva largamente lasciata intendere fin dall'inizio.

Ma c'è anche un altro fattore da considerare: tutti i libri li ho aspettati con grande trepidazione e mi sono forse eccessivamente caricato di aspettative (quando ho iniziato a leggere Harry Potter esistevano solo i primi 4). Tu invece li hai trovati tutti già editi e sei passata da uno all'altro con una certa velocità
 
 

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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1475 - 07.09.17 alle 18:00:03
 
Eh ma nel sesto c'è tutto il racconto della vita di Voldemort e degli Horcrux come fai a dire che non è appassionante?
E' stato bello scoprire i personaggi..alcuni che facevano solo una breve apparizione nei film (come Kreacher o Dobby per esempio) hanno un ruolo fondamentale nei libri e difficilmente troviamo personaggi "piatti"..tutti hanno una loro personalità con luci e ombre..e sono proprio le ombre che ci sono anche in personaggi come Silente a renderli più interessanti, più reali e ti porta ad affezionarti di più Smiley 
 
 

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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1476 - 13.09.17 alle 21:07:44
 
Gli ultimi due sono gli unici che non ho letto, e, non essendo più in commercio l'edizione che possiedo, dubito che lo farò
 
 
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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1477 - 14.09.17 alle 00:27:26
 
Il concetto dell'angoscia - Søren Kierkegaard

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(A questo giro, poi penso che per un po' di tempo non accadrà più, salvo scoperte folgoranti durante future letture, lascio una recensione: Kierkegaard è un filosofo che mi ha segnato, oltre ad essere stato il mio primo contatto con la filosofia stessa, mi ha permesso di guardare me stesso sotto una luce diversa. Se non siete interessati alla lettura delle recensione, sappiate che da questo testo sono partito da una sua citazione per una trattazione sull'angoscia e solo in questo periodo ho potuto leggerlo e apprezzarlo: inutile dire che parlare di angoscia sotto una nuova ottica che non sia quella che scade nella compassione del povero flagellato, è davvero illuminante!)
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Il possibile corrisponde perfettamente al futuro. Il possibile è, per la libertà, il futuro, e il futuro, per il tempo, è il possibile. Ad ambedue corrisponde, nella vita individuale, l'angoscia. (Capitolo Terzo - L'angoscia come conseguenza del peccato che è la mancanza della coscienza del peccato, p.90)

Sotto una traduzione diversa, posi questa citazione di Kierkegaard come punto d'inizio per una trattazione sull'angoscia novecentesca, tuttavia portai come esempio la figura di Abramo analizzata in Timore e tremore, e Il concetto dell'angoscia rimase tra quei libri che avevo comprato e che mi sarei ripromesso, prima o poi, di recuperare e di comprendere pienamente. Sapevo che Kierkegaard aveva qualcosa da dirmi e di cui avrei potuto fare tesoro, il solo fatto che aveva scritto quel testo voleva già dire tanto, un'idea che doveva esprimere e comunicare a chiunque avrebbe trovato la forza di leggerlo.

Inutile dirlo: è un gioiello che si assapora di pagina in pagina consapevoli della sua notevole difficoltà. Timore e tremore è un ottimo punto di partenza con Kierkegaard, tuttavia è con Il concetto dell'angoscia, e in seguito con La malattia mortale, che si possono scoprire quelle idee che hanno illuminato i grandi filosofi esistenzialisti (Heidegger, Sartre, Merleau-Ponty, Camus, De Beavuoir ecc...) e li hanno portati ad elaborare il concetto di "Essere-gettato-nel-mondo" e di "Essere-in-situazione": il valore del singolo contro il movimento triadico dello spirito hegeliano, e il suo sentimento più caratteristico, ovvero l'angoscia.

Su questa Kierkegaard ci scrive un intero saggio (poi pubblicato sotto pseudonimo, come parte del suo gioco retorico) e in essa ne riconosce un valore assolutamente positivo ed edificante: un assurdo, si potrebbe pensare di primo acchito, specie se, esplorando nel nostro vissuto interiore, ci raffigurassimo quei momenti in cui eravamo paralizzati davanti ad una data situazione e sentivamo l'angoscia stessa impadronirsi di noi; tuttavia, la paradossalità di ciò ha radici più profonde: Kierkegaard sfida il lettore, sfida gli hegeliani e sfida soprattutto i presuntuosi, li mette davanti a delle verità all'apparenza scomode con una retorica brillante, intrisa di un'ironia tagliente e spietata, e li invita a diventare discepoli di questa angoscia, a riscoprirsi sotto l'insieme delle loro possibilità.

L'analisi che Kierkegaard conduce non è semplicemente psicologica ma ha fondamento su una originalissima rilettura del peccato originale di Adamo e di come questi possa riflettersi sull'individuo del suo e del nostro tempo: Con la peccaminosità fu posta la sessualità afferma all'inizio del secondo capitolo, dopo aver dedicato il precedente ad analizzare la colpa del primo uomo e a riconoscere nella sua discendenza una innocenza che, per la particolarissima terminologia utilizzata dall'autore, fa sinonimo con ignoranza.

Acutissima l'analisi dell'angoscia soggettiva, diretta soprattutto sul rapporto uomo-donna, che oltre a qualificare la storia di un individuo (anche Kierkegaard pone l'accento sull'importanza della dimensione sessuale e sulla condotta ad essa connessa), si esprime soprattutto nell'istante:

Come nel pudore è posta l'angoscia, così essa è presente in ogni godimento erotico, non perché sia peccaminoso, nient'affatto; perciò a nulla serve che il pastore benedica la coppia anche dieci volte. Anche quando il lato erotico si esprime nel modo più bello, più puro e più casto possibile, non turbato nella sua gioia da alcun pensiero voluttuoso, l'angoscia è sempre presente, non però come motivo di turbamento, ma come un momento della situazione. (Capitolo Secondo - L'angoscia come sviluppo del peccato originale, Parte 2. L'angoscia soggettiva , p.70)

Perché, allora, provare angoscia durante una simile connessione dei corpi? Per paura del peccato. Ora, è chiaro che Kierkegaard parla in termini soprattutto religiosi, tuttavia la sua analisi non si ferma e procede, con modi e terminologie sempre più originali, a scavare attorno a sentimenti come la viltà, l'orgoglio, l'ipocrisia, che esprimono il moto dell'angoscia e il suo farsi viva nella vita del singolo. Farsi viva per lanciarsi un segnale: non dobbiamo avere paura delle nostre scelte, anzi, dobbiamo realizzare che attraverso le nostre possibilità possiamo essere liberi.
Ecco, allora, la perla: la nostra angoscia ci fa capire che possiamo reagire e dare una svolta alla nostra vita, e soprattutto che possiamo farlo invece di fossilizzarci in sciocche convinzioni senza prendere posizione. Il gioco, tuttavia, è ben lungi dal durare: si vive nell'attimo irripetibile della storia, la nostra soprattutto, ma anche quella di Dio che ce ne dà la possibilità (secondo i credenti ma anche secondo Kierkegaard), e quindi non si può procrastinare in eterno.

A cosa poi conduca questo pericoloso atto, che per ragioni svariate è sempre più presente nella vita di molte persone, non è compito di questo saggio, ma poco importa: le parole di Kierkegaard sono sufficientemente penetranti a farci capire che, se stiamo dando poco peso alla nostra angoscia, stiamo svalutando solo noi stessi. Non è diventare egocentrici o invidualisti: è riconoscere il nostro valore come singoli che esistono e vivono il fuggente momento della vita.
 
 

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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1478 - 22.09.17 alle 16:08:08
 
Avendo fatto più letture in contemporanea durante questa settimana (non ditemi come ci riesca, ma tra un viaggio di andata e uno al ritorno riesco a digerire un gran quantitativo di pagine), tanto vale che le riassuma in un unico post:

Anzitutto, ho letto un'introduzione critica all'opera di un importante storico e filosofo tedesco, Wilhelm Dilthey. Del manualetto non ho letto tutte le parti perché poi sono riuscito ad adocchiare un'opera che potrei comprare, e a quel punto ho pensato che non valesse più la pena continuare (solitamente arrivo preparato alla lettura dei vari testi, ma i contenuti preferisco leggerli direttamente sui testi stessi). Dilthey è comunque uno di quei filosofi su cui hanno studiato molti esperti ma su cui, di fatto, c'è poco in giro, ed è un peccato perché la sua influenza, inizialmente ignorata, è stata importante per gli sviluppi della filosofia novecentesca: un nome a caso, Max Weber, che è il padre della sociologia moderna, ma non è il solo. Probabilmente dirò qualcosa in più quando avrò fra le mani un suo testo e, giusto per curiosità, tra i filosofi che portai in tesina c'era pure Dilthey: Il male oscuro di Giuseppe Berto può tranquillamente essere letto sotto l'ottica dell'Erlebnis, ossia dell'esperienza vissuta. Lo stesso Carlo Emilio Gadda, nella prefazione al testo di Berto, pone l'accento su questa parola, e il collegamento con Dilthey è inevitabile.

Altro testo, non totalmente terminato (ma non manca molto) è Minima Moralia di Adorno, su cui ho dei pareri piuttosto contrastanti. Diciamo che della sua produzione non sono interessato ai testi di "teoria critica della società" (per quello ho preferito Marcuse, che ho intenzione di cominciare a leggere più avanti, al momento mi interessa ma non è nelle mie priorità), tuttavia i suoi Minima Moralia hanno catturato la mia attenzione. Mentirei se dicessi che me ne sono pentito: alcuni dei 153 aforismi presenti sono interessanti, soprattutto per gli argomenti di estetica e di morale, tuttavia, nel momento in cui Adorno riflette sulla società e sul periodo critico in cui scrive, la sua riflessione diventa talmente pessimista e apocalittica da risultare indigesta. Aggiungiamoci il fatto che alcuni aforismi sono talmente concentrati da risultare incomprensibili se non si posseggono le conoscenze adeguate e le sue tesi perdono di valore. Forse alcuni aforismi sono decisamente figli del tempo in cui sono stati scritti (1944/1947), tuttavia altri meritano la lettura. Se volete leggerli, vi consiglio un aforisma al giorno, poiché una lettura troppo concentrata come la mia potrebbe non giovare. Spero mi vada meglio col suo prossimo testo.

L'ultimo testo, invece, rientra più nel mio campo di studio e di lavoro, ossia la matematica, ed è Dimostrazioni e Confutazioni di Imre Lakatos, un libro che, almeno in edizione italiana, è praticamente introvabile, infatti la biblioteca della mia università ne possedeva una sola copia e ne ho approfittato subito senza farmi scrupoli.
Negli ultimi anni la figura di Lakatos non ha goduto di grande prestigio, soprattutto a causa della scrittrice Januaria Piromallo che ne ha in messo in luce l'oscuro passato, tuttavia egli resta comunque uno dei più grandi filosofi della matematica del secolo scorso, e trovo indigesto pensare che basti così poco ad abbassare l'importanza dei suoi contributi alla filosofia della scienza.
Il testo è un lungo dialogo ambientato in una classe (i cui studenti sono nominati attraverso le lettere greche) in cui si discute animosamente sulla "congettura di Eulero", e le tesi addotte dal professore e dagli studenti, ragionamenti compresi, sono recuperati dagli scritti di importanti matematici dei secoli precedenti: Lakatos prende tutti i progressi e tutte le teorie fatte intorno alla congettura e le tramanda con una comunicazione chiara e vivace che tiene sempre l'attenzione. Esattamente come Galileo, voleva fare divulgazione di concetti importanti in modo che fossero accessibili ai più: forse sono richieste per alcune parti delle conoscenze di Algebra II (conoscenze che io stesso non posseggo), tuttavia quello che Lakatos vuole dimostrare è cosa voglia dire fare matematica. Se penso a quante persone dicano che la matematica non è un opinione o guardino al matematico come una figura arida, rinchiusa nel suo mondo ideale fatto di formule perfette e costruite a tavolino, direi che una lettura di questo testo non farebbe affatto male, poiché qui dentro si trova la matematica vissuta come è realmente: è confronto e ricerca.
Chi pensa che la matematica si faccia su attraverso i conti e le formule si sbaglia di grosso, perché essa è prima di tutto apertura all'altro, è partire da dei presupposti e sbattere la testa contro risultati imprevisti, è fare affidamento su delle "regole metodologiche" attraverso cui interrogarsi su determinati argomenti. Spesso si procede proprio tirando ad indovinare, spesso si va a scartare una serie di casistiche ritenute intrattabili, spesso ancora si fa ricorso alla logica e si cerca il linguaggio perfetto. E in tutto questo l'altro acquista un importanza vitale: in fondo, Lakatos ci sta offrendo uno spaccato di cosa voglia dire veramente vivere la matematica.
Recuperate la versione inglese se volete leggerlo, perché non solo permette di capire come si sia sviluppata la ricerca matematica nei vari secoli, ma soprattutto vi rivelerà degli aspetti inediti di questa materia forse guardata da molti come un picco inarrivabile, riservato ai più: rimarrete sorpresi.
 
« Ultima modifica: 23.09.17 alle 12:52:29 da Andy98 »  

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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1479 - 22.09.17 alle 23:11:42
 
Camminare, H.D. Thoureau
Piccolo delizioso libricino.
Avete deciso di farvi una passeggiata e qualcuno vi ha detto: "Beato te
che hai tempo da perdere".Nulla di strano in una societa in cui ogni cosa deve avere la sua utilita, deve avere un motivo, e la fretta la fa da padrona e il tempo è denaro.
E godersi una passeggiata è una perdita di tempo, da "spendere" al massimo nel cosidetto "tempo libero"
Gia Henry ford, all'epoca del "fordismo", ripeteva ai suoi operai, che ogni lavoratore non doveva spostarsi di un centimetro, perche camminare "non è un attivita produttiva"

I nostri progenitori vivevano in una condizione atemporale, in cui il mondo non era separato dalla vita, e per loro  "camminare",
era naturale, spontaneo.
E' lo stesso Thoreau, in questo breve pamplhet,a definire la camminata una nobile arte,che implica il tempo necessario, la liberta e l'indipendenza.
Quando Thoreau parla di "camminare" si riferisce ovviamente alle passeggiate nel bosco, a contatto con la natura(e non potrebbe essere altrimenti) e non a quelle in un qualsiasi centro cittadino o parco pubblico,pertanto lontano da qualsiasi pensiero mondano e frastuono cittadino.
Perche è spesso il nostro corpo a muoversi meccanicamente, piu che la nostra anima( camminare è anche un viaggio interiore,un'avventura dell'anima, alla scoperta di se stessi),assillati come siamo da preoccupazioni che non ci lasciano(o non permettiamo loro di lasciarci), nemmeno quando camminiamo.
Del resto la nostra vita molto raramente si svolge all'aria aperta, fin dall'inizio veniamo rinchiusi da qualche parte:la scuola,la casa, negozio,chiesa, l'ufficio,l'azienda, in automobile...è una continua prigione , che a volte ci autoinfliggiamo anche.
E lo spazio dedicato al gusto dell'avventura, dell'avventurarsi, è pochissimo.
Dove possiamo camminare ? si chiede Thoreau. "Non è indifferente quale strada percorriamo. Esiste una strada giusta, è tutta
colpa della nostra disattenzione se prendiamo quella sbagliata."

Questa deliziosa raccolta di pensieri di Thoreau, è dunque un' esaltazione della natura selvaggia e della vita all'aria aperta.
Il vero "camminatore" è colui che non semplicemente segue e ripete stancamente i propri passi ogni giorno,ma sa staccarsi dai propri pensieri quotidiani e vivere in armonia con la natura e con la parte piu intima e vera di se stessi.
Camminare diventa quindi un (ri) avvicinamento alla natura, un esperienza lontana dalla corruzione della civilta.

   
Tutti i racconti, franz kafka.

Sempre bello rileggere questi splendidi racconti "kafkiani".
 

   
 
 
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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1480 - 23.09.17 alle 11:05:51
 
Il 22.09.17 alle 16:08:08 Andy98 ha scritto:
forse sono richieste per alcune parti delle conoscenze di Algebra II

Che cosa si studia in ALgebra II ?

Del libro di Lakatos, quel che mi aveva forse colpito di piu' e' come trasmetta la passione che puo' svilupparsi in una discussione di matematica. Quanto alle sue tesi, ci sto ancora riflettendo.
 
 
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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1481 - 23.09.17 alle 12:42:27
 
Il 23.09.17 alle 11:05:51 ML-IHJCM ha scritto:
Che cosa si studia in ALgebra II ?

Del libro di Lakatos, quel che mi aveva forse colpito di piu' e' come trasmetta la passione che puo' svilupparsi in una discussione di matematica. Quanto alle sue tesi, ci sto ancora riflettendo.


Mi pare matrici, spazi vettoriali e concetti affiliati. Essendo una materia del secondo anno non sono stato a guardare proprio nel dettaglio quali fossero i programmi del corso. Servono comunque delle conoscenze di Algebra per capire la parte più tecnica, ma anche senza di quelle il lettore riuscirebbe comunque a seguire l'intero dialogo senza sentirsi "ignorante", che è poi come si sente uno che afferma di non capire la matematica. Le appendici, invece, richiedono conoscenze di Analisi su serie, continuità, differenziabilità e integrali e sono molto più tecniche.

Le tesi espresse sono ancora attuali, anche se hanno come radice di fondo la dialettica hegeliana e risentono comunque del passato comunista di Lakatos (perché chiaramente il metodo della dimostrazioni e delle confutazioni segue un processo dialettico che è piuttosto evidente). Ora, non so quanto Lakatos sia discusso oggi rispetto ai suoi contemporanei Kuhn e Feyerabend, tuttavia mi rendo conto che sia ancora piuttosto diffusa l'idea della matematica come una scienza arida, e con lo stesso occhio si guarda anche il matematico, quindi temo che o abbia pagato la sua morte piuttosto prematura (Contro il Metodo di Feyerabend, in fondo, doveva essere un dialogo a due tra la sua concezione della scienza e quella di Lakatos) o siano state le recenti scoperte sul suo passato ad averne indebolito l'importanza (e la Piromallo nel suo libro, a giudicare da quanto aveva affermato in un'intervista, sembra esserci andata giù pesante per rimarcare le sue colpe).

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Interessante la lettura di Paperock di Thoureau, a giudicare dal suo commento è un testo attualissimo che potrei pensare di leggere: c'è un disprezzo oggi per le cose considerate "inutili" che mi lascia alle volte spiazzato. Peccato che "trovare il tempo per sé stessi" o "coltivare il proprio pensiero" non siano delle cose così "inutili", solo non portano direttamente a qualcosa di concreto.
In ogni caso, prenderò in considerazione anche Thoureau in un futuro, adesso ho già una lista piuttosto lunga di testi (filosofici) da spulciare... e non sono letture veloci. Grin
 
 

https://www.goodreads.com/user/show/69923711-andrea (Se volete visitare la mia libreria su Goodreads e visualizzare le mie letture e recensioni)
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Re: Che libro c'è sul comodino?
Rispondi #1482 - 23.09.17 alle 13:48:47
 
Si merita te lo consiglio, poi puo piacere e non piacere.

Tra le tante letture che ho fatto in estate e sto facendo, (tra saggi, romanzi e fumetti) segnalo un'altro libricino di poche pagine ma affascinante.
La moda, Georg simmel
Simmel , filosofo e sociologo(uno dei fondatori della sociologia), è un autore interessante, e profondo e acuto analizzatore della modernita. Ma quello che mi piace di lui è la sua diversita, il fatto che affronti argomenti che apparentemente non sono filosofici o psicologici, si pensi alla sua monumentale filosofia del denaro..
Il tema che affronta in questo piccolo volume è quello della moda, affrontato gia da altri( piu che altro accennato), come per esempio da kant ma anche da leopardi nelle operette morali, ma che Simmel affronta da un' ottica diversa.
Il testo  di Simmel( come pure gli altri)  non è facilissimo e percio non me la sento di consigliarlo a tutti.Ma merita.

 

 
 
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