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Mega Almanacco (MG)




La copertina del primo numero del Mega Almanacco, quasi un piano editoriale per come vengono sottolineate le nuove caratteristiche della pubblicazione.
Introduzione

La storia delle testate Disney italiane dedicate a tradurre e pubblicare le avventure prodotte all'estero è variegata e ricca di modifiche editoriali.
Fin dal gennaio 1957 esisteva infatti, sotto l'egida di Arnoldo Mondadori Editore, l'Almanacco Topolino, testata di grande formato che ospitava una buona quantità di materiale straniero sulle sue pagine, potendo gestire il formato a quattro strisce delle storie americane senza doverle rimontare (come accadeva sul pocket Topolino) o ridurre le dimensioni delle vignette. Accanto alle importazioni venivano presentate inoltre storie di autori italiani pensate appositamente per l'Almanacco, offrendo un indice variegato e sempre completamente inedito per i lettori italiani.
Dopo 336 numeri, nel gennaio 1985 la testata cambiò nome e formato: esordì il termine "mega", che avrebbe accompagnato la serie per tutti gli anni a venire fino alla sua conclusione, e le dimensioni si restringono, con solo un paio di centimetri in più in altezza rispetto a Topolino, mantenendo però sempre il formato a quattro strisce. Nasceva il Mega Almanacco.


Storia

Il Mega Almanacco (di storie inedite) proseguiva sulla falsariga della sua precedente incarnazione, anche come numerazione (riprendendo dal n. 337), ma si concentrò con maggior convinzione sul materiale straniero, eliminando quasi del tutto la presenza di nuove storie italiane. Così facendo si aprì anche ad altri mercati come quello danese o brasiliano, teatro in quegli anni di fiorenti scuole disneyane.


Copertina del primo numero con il cambio di testata in "Mega 2000".

Dall'aprile del 1992 con il n. 424 il giornale cambiò nuovamente titolo e aspetto: diventò Mega 2000 e con questa nomenclatura avrebbe accompagnato tutti gli anni Novanta. Dapprima esteticamente simile alla precedente versione, anche nel modo di concepire le copertine (disegnate spesso da Giovan Battista Carpi, proprio come accadeva con il Mega Almanacco, dopo aver preso il testimone da Marco Rota), con il tempo trovò una propria peculiare estetica per quanto concerne le cover, caratterizzata da uno sfondo a prisma (usato anche per il sommario) con personaggi in primo piano disegnati con stile iconico da Davide Cesarello. L'indicazione "solo storie nuove" campeggiava ben visibile in uno specchietto presente in copertina e tale vezzo sarebbe rimasto anche con la nuova mutazione, che portò la testata a chiamarsi Mega 3000 con il n. 521 del maggio 2000. L'unica vera variazione, in questo caso, era nella grafica generale, che tentava un approccio più moderno nelle forme e nei colori, cercando così di attirare l'attenzione dei lettori, ma proseguendo nei fatti con lo stesso identico spirito degli anni immediatamente precedenti, tanto da far pensare che il nuovo titolo venne deciso in questa occasione per continuare a legare al progetto l'aria di novità che, raggiunto il XXI secolo, non poteva più essere rappresentata dal 2000. Dal n. 581, pur mantenendo lo stesso titolo, il giornale rinfrescò il proprio aspetto grafico, cambiando il proprio logo e rivoluzionando l'ordine delle scritte.
L'ultimo cambiamento, infine, tolse qualunque desinenza al titolo: dal n. 596 dell'agosto 2006 la testata si sarebbe chiamata semplicemente Mega e per l'occasione avrebbe riacquistato il grande formato, eguagliando Zio Paperone. L'approccio alla cover cercava di strizzare l'occhio ai magazine da teenagers, con strilli che cercavano di richiamare l'attenzione e disegni tratte dalle storie interne, ma dopo soli 18 numeri - e un ulteriore cambio nella grafica del titolo e nel modo di concepire il disegno di copertina, applicato dal n. 602 nel chiaro tentativo di mantenere un appeal verso i lettori che evidentemente latitava - la testata cessò le pubblicazioni.


Contenuti

Fino agli anni Ottanta non era raro che Topolino ospitasse storie straniere, importate principalmente dagli Stati Uniti, dal Brasile, dall'Olanda e dalla Danimarca e tradotte in italiano dalla redazione milanese, ma per ovvi motivi non costituivano una presenza preponderante all'interno dell'economia del giornale, dove la parte del leone la facevano le storie degli artisti italiani e le rubriche che componevano la parte editoriale del settimanale.
Ragion per cui una testata appositamente dedicata ad ospitare materiale di questo tipo, inedito per quanto concerneva il nostro Paese, era senz'altro un'ottima proposta.
Il Mega, in ogni sua declinazione editoriale, aveva lo scopo di "aprire gli orizzonti" e mostrare un modo diverso di concepire il fumetto Disney. Certamente le linee guida di base erano lo stesse, ma il passo con cui venivano condotte le storie estere era diverso da quello sviluppato dalla scuola italiana. Anche solo per la lunghezza, dal momento che le storie danesi e brasiliane (che con gli anni divennero il bacino principale e pressoché esclusivo a cui la testata attingeva) erano quasi sempre sulle 10-15 tavole, per quanto disposte su quattro strisce.


La storia brasiliana con l'esordio di Pennino, disposta su quattro file di vignette come l'originale.

Il respiro avventuroso, quando c'era, era quindi più limitato e compresso rispetto a quello delle storie comunemente realizzate per Topolino, ma di contro il tipo di umorismo era più raffinato e a volte tagliente, soprattutto nelle storie provenienti dal Brasile. La produzione carioca infatti investiva molto su gag e battute che giocavano spesso su idee demenziali o sul mettere in burletta determinate situazioni, con un approccio ironico pregno di appeal. Non a caso gli autori brasiliani usarono molto spesso il personaggio di Paperoga, creando per lui un nipotino (Pennino), una fidanzata (Gloria) e svariate identità alternative, da quella supereroica di Paper-Bat ad altre ben più improbabili (lo sceriffo Paper Kid, il tarzanide Papero della Giungla ecc).
Altro pregio della testata era quello di ospitare personaggi che solitamente i lettori italiani non erano abituati a vedere nei fumetti: Dinamite Bla, il Lupo Cattivo e il suo figlioletto, i Tre Porcellini, Bambi e i suoi amici della foresta, il piccolo indiano d'America Penna Bianca, il figlio di Lilli e il Vagabondo Lillo… figure spesso provenienti dall'animazione disneyana che all'estero trovavano collocazione all'interno della produzione fumettistica e che in Italia trovarono una casa stabile proprio nel Mega, pur facendo occasionalmente qualche comparsata anche sulla testata ammiraglia.
Erano storie brevi e spesso trascurabili, ma che costituivano una lettura capace di intrattenere e di mostrare contesti inusuali.
In tal senso, un discorso a parte lo merita José Carioca: creato dai Disney Studios per il lungometraggio a scrittura mista Saludos Amigos del 1942, il pappagallo amico di Paperino era di fiera appartenenza brasiliana e proprio i fumettisti locali ne fecero uno dei loro personaggi di punta, insieme a Paperoga.
José fu protagonista di centinaia di storie, e per lui venne creato un microcosmo narrativo che divenne parte integrante della testata (in particolare nell'epoca di Mega 2000). Viveva nella città di Villammaccata, aveva una fidanzata di nome Rosina e un suocero che lo odiava, e lo affiancavano l'amico Nestore e il rivale Sandrone. Con il tempo il protagonista prese a vestire abiti casual (jeans, maglietta e berrettino) che, se da un lato lo allontanarono dalla visione classica del personaggio, dall'altro lo svecchiarono e caricarono di appeal anche sotto il profilo estetico.
Gli autori scrissero fumetti che sicuramente non sono entrati nella storia, ma che offrivano un'ambientazione esotica e nuova, con dinamiche inedite rispetto alle classiche storie Disney, più simili per certi versi a quelle proprie di Lupo Alberto. José era un traffichino, un perdigiorno sempre in difficoltà a sbarcare il lunario: una figura teoricamente negativa ma che fu caratterizzata con una leggerezza e una spontaneità tali da renderlo comunque disneyano e funzionale.


Le storie di produzione danese, in particolar modo quelle disegnate da Vicar, hanno sempre avuto fortissimi echi barksiani.

La produzione danese – gestita in patria dal gruppo editoriale Egmont – aveva invece toni più posati, e si ispirava direttamente alla produzione anni Cinquanta di Carl Barks, tanto narrativamente quanto graficamente. Zio Paperone, Paperino e Qui, Quo, Qua vivevano avventure dall'impianto molto classico, fossero esse situazioni urbane e trame di maggior respiro, e genericamente illustrate con un tratto che si rifaceva direttamente allo stile barksiano, con pochissime eccezioni. La scuola danese si pose quindi in diretta continuità con il "periodo aureo" dei fumetti con i paperi protagonisti ma, al contrario di quanto accadeva in Italia, con molte meno evoluzioni.
Per quanto riguardava Topolino, invece, si guardava ovviamente alle strisce di Floyd Gottfredson, soprattutto da quando si decise di tornare a far indossare le braghette rosse al protagonista.
Nel complesso, la testata era molto essenziale nella sua struttura: non aveva nessun tipo di contenuto editoriale al di fuori dell'indice, ma in fondo non era strettamente necessario: gli interessati ad avere qualche guida per muoversi nella produzione estera più meritoria potevano rivolgersi alle pagine di Zio Paperone, che ospitava spesso anche storie contemporanee. Ma il vero difetto era la mancanza di qualunque tipo di credits. Né nel sommario, né in fondo alle prime tavole, erano indicati i nomi di sceneggiatori e disegnatori. E, del resto, non era nemmeno dichiarato da nessuna parte che si trattasse di fumetti importati dall'estero. Solo il codice presente nella prima vignetta e il tono delle storie portavano a questa conclusione, ma chiaramente erano considerazioni che potevano fare solo i lettori più esperti.
Occorse aspettare la seconda metà di Mega 3000 per vedere indicati gli autori, e con l'ultima fase editoriale la testata ospitò anche un paio di paginette di redazionali.
Un altro difetto da evidenziare è l'arbitraria creazione di serie tematiche in cui venivano raggruppate le varie storie, tradizione eliminata con Mega. La redazione ideava un titolo-cappello sotto il quale racchiudere tre o quattro racconti accomunati da un argomento, e lo inseriva come "testata" accanto al titolo effettivo della singola avventura. In questo modo però si "sporcava" quella singola storia con un'indicazione aggiuntiva che la rendeva difficilmente ristampabile in futuro al di fuori dell'insieme in cui era stata infilata alla prima apparizione italiana.


Conclusioni

Il Mega è stato, nelle sue varie incarnazioni, un'utile finestra sulla produzione disneyana a fumetti al di fuori dei confini nazionali, un'opportunità preziosa per portare in Italia un approccio leggermente differente rispetto a quello di casa nostra.
Non privo di difetti e di margini di miglioramento, ha anche saputo sotto alcuni aspetti correggere il tiro e cercare di offrire un buon prodotto ai lettori.
Nel 2010 venne varata la testata Disney Comix (dal sottotitolo "una risata tira l'altra", che andò avanti fino a gennaio 2014 per un totale di 38 albi), dedicata a pubblicare storie straniere: in questo caso però non si trattava di inediti per l'Italia, ma di ristampe di quanto pubblicato a suo tempo proprio sui Mega nelle sue varie incarnazioni.
Sulla stessa falsariga, nel 2017, sotto l'egida Panini Comics, è stato invece lanciato il nuovo Mega Almanacco (durato solo 14 numeri), anche in questo caso dedicato alla semplice ristampa di storie straniere già apparse sulle analoghe testate negli scorsi decenni.
Sembra quindi che un vero e proprio erede del Mega debba attendere ancora un po': nel frattempo le avventure estere di Paperi e Topi vedono la luce di tanto in tanto su Topolino e come inedite di Paperino, Paperinik e Uack.


Copertine (visualizzale tutte):

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