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Le copertine DisneyDallo storico Topolino, ai più oscuri supplementi: nella galleria delle copertine è possibile ammirare letteralmente migliaia di copertine, provenienti da quasi tutte le pubblicazioni Disney! E la collezione continua a crescere grazie alla collaborazione di molti appassionati.

 

 

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Di seguito i fascicoli estratti con i criteri immessi, per tornare alla pagina dell'edicola clicca qui.



Numero semiconvincente, come ormai è tradizione, con quattro storie notevoli e varie altre dal buono al deprimente. Ecco Paperinika e il filo di Arianna, già ristampata parecchie volte (le ultime nel 2013 e nel 2011), uno degli esempi del Guido Martina più maturo e oliato, sia nell'eloquio, capace di realizzare scarti di registro impagabili (celebre il cambio repentino di toni nella scena della "fisionomia nuova"… "Niente trucchi o ti spedisco"), sia nell'incastro dei caratteri dei personaggi, in cui s'inserisce in maniera del tutto inedita Paperina.
Si può dire che, dopo Taliaferro e Chendi, questo sia l'esordio di Paperina come protagonista dotato di un senso e di un intelligenza, che se in Taliaferro e Chendi volgeva verso la comicità quotidiana qui si ispessisce e si fa ingegno, arguzia e pensiero d'azione. Ed è notevole l'ironia con cui Guido Martina, davvero qui all'apice della felicità sceneggiatoria, alterni il punto di vista maschile, misogino, facile all' "adescamento", orgoglioso e vanitoso (dalle "donne esseri inferiori" alle "manine così gentili"), e per contrappasso qui debole ben oltre i limiti del ridicolo, e il punto di vista femminile, sicuro di sé, deciso, efficiente, alla ricerca di una affermazione e nel piano dell'azione e nel piano dell'intelligenza, che si tratti di Paperinika o dell'ineffabile Sirena Seducy. Da aggiungere poi la (molto più garbata) ironia dell'autore anche verso quelli che sono gli estremi e gli stereotipi del femminismo, fino ad una durezza di carattere che si allinea alla perfezione, paradossalmente, con i codici e i toni dei gangster, cosa che non accade invece con Paperino, cui non viene data nemmeno la possibilità di vestire, per così dire, i panni dell'azione (ovvero quelli del Diabolico Vendicatore); ma il confronto tra i due ci sarà nell'episodio successivo.
E poi i disegni, con un Giorgio Cavazzano superlativo, titolare di una scioltezza, di una espressività e di un dinamismo che rendono davvero giustizia alla sceneggiatura.
Altro cardine del numero Paperino allievo scroccone, dalla trama piuttosto barksiana sulla quale c'è ben poco da dire, se non che testi e disegni fanno a gara per garantire un risultato comico decisamente di prim'ordine.
Molto interessante Paperino cowboy, che ripropone l'idea di un doppio western di Paperone (qui Capros Bill), ma qui di segno opposto al "Paperone del Toc" che compariva ne "L'uomo del West". Come spesso in quegli anni, l'efficacia della storia è raggiunta dall'interazione conflittuale tra Paperino e nipotini, e dall'uso di un linguaggio sempre sorprendente e situazioni portate all'estremo, nel tentativo riuscito di scatenare l'effetto comico più antico del mondo, quello dell'eccesso.
E infine Topolino e il flauto di Omar, ovvero il ritorno degli uomini ombra, pubblicata sul BIG da pochi anni, ma che conserva intatto il proprio valore di mistero umoristico: probabilmente una delle migliori fra le Tops Stories.
Quanto al resto, abbiamo una prova piuttosto minore dei fratelli Barosso, Topolino e lo svaligiatore solitario (il solito umorismo catastrofico ma qui un po' meno riuscito del solito), e poi Topolino e il Pippo del West selvaggio (Martina/Gatto): storia più unica che rara, con passaggi interessanti (l'umorismo nero dell'introduzione, l'inedita fascinazione di Topolino per l'umana Guendalina, l'ironico voltafaccia dei militari del forte) e sezioni piuttosto spiazzanti e stereotipate (nonché datate) che non riescono molto nell'intento (se c'era) di una forma di parodia.
Quanto al resto, si veleggia piuttosto sul basso: Ezechiele Lupo ospite di riguardo e Fratel Coniglietto aiutante di Babbo Natale sono qualcosa di veramente soporifero, Paperino e la maledizione Ughawalla potrebbe pure avere un senso (poco entusiasmante comunque) se uno non si facesse distrarre dai Paperi di Strobl che saltellano qua e là, Topolino pacificatore d'indiani è impossibile da leggere fisicamente per via dei disegni (peccato, perché un paio di battute pippiche promettenti c'erano). Giusto Paperino e la prima storia dell'anno nuovo, seguito della storia di Natale del numero precedente, beneficia dei disegni "incantati" di Guido Scala che realizza un Paperino perso ma fiducioso e con la barra sempre dritta sulla bontà d'animo e l'impegno per far del bene.
Da segnalare infine una curiosità nell'introduzione alla sezione Superstar: in mezzo all'elenco delle storie con relative ristampe si parla dell'idea secondo la quale lo spirito del cittadino americano tipico sia stato forgiato dall'esperienza dura e avventurosa dei coloni del XVIII secolo. "Quanto queste conclusioni siano attendibili e degne di rispetto può essere senza dubbio di interesse ma non in questa sede. È interessante, invece, lo scenario affascinante […]". Insomma, se interpreto correttamente questa frase piuttosto ambigua, Boschi si affaccia al dibattito storico e mette in forse l'importanza praticamente totalitaria che il mito della "Frontiera" ha assunto nei secoli? Fra l'altro, aggiungendo (io) che la storia della Frontiera fu anche la storia di un genocidio si potrebbe (dovrebbe?) andar lontano… Legittimo, forse, non spingersi oltre nelle pagine in questione, ma interessante aver accennato velatamente al problema, ammesso di non aver preso io una cantonata nel leggere.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Numero strano, sostanzialmente perché altalenanate, questo di novembre. Si parte decisamente con il botto, con Archimede e lo struzzicano trovarobe, perla comica disegnata (e forse scritta?) da Romano Scarpa con uno scontro a tutto campo fra i Bassotti e il distratto inventore.
Molto buona, sebbene dai tempi narrativi molto comodi, Topolino e la "pietra di saggezza", che brilla soprattutto per i disegni davvero insuperabili.
Si prosegue con il gradito e ricorrente appuntamento barksiano: Paperino e il pranzo del giorno del Ringraziamento ha uno spunto che oggi può decisamente dirsi abusato, ma la maestria di Barks come sceneggiatore gli regala quella marcia in più che permette alla storia, pur senza essere una perla inestimabile, di funzionare come si conviene.
Debolissimo, ancora una volta, il "consueto tuffo nel mondo dell'animazione" (sia detto bonariamente, ma questa espressione, usata nella nota introduttiva, dovrà mica preoccuparci?) con Mowgli e la saggezza da pantera e Baloo lascia vacante il titolo la cui stanchezza inventiva mal rende omaggio al capolavoro di Kipling e al vivace lungometraggio disneyano.
Molto meglio Paperino e il castello del fantasma, anche se il Professore ci ha abituati a storie più composite, cosicché il finale risulta un po' troppo immediato e in un certo senso anche già visto. Meno interessante, nonostante l'apparente potenziale comico delle situazioni, Topolino e il fantasma liquido, supportato da disegni un po' poco dinamici ma comunque non privo di un pizzico di inventiva.
Insieme probabilmente alla storia di apertura, fa la parte del leone Topolino nella casa dei fantasmi: voglio dire personalmente che la scelta di ristamparla, con un rimontaggio (almeno esteticamente) valido, anche se con un lettering davvero indisponente, è decisamente ottima, e spero che si voglia continuare ad esplorare quel periodo della produzione Gottfredsoniana come si conviene. Quanto alla storia, si tratta di un'ottima commedia nera, con frequenti effetti di spiazzamento (tipici dell'autore) e imprevedibili interazioni fra Topolino, Pippo e l'ignoto. C'è anche Paperino, pensato in questa occasione come personaggio di disturbo comico, altalenante fra terrore e scatti d'ira, comicamente spostato verso il primo. E Pippo, invece, rappresenta il lato svaporato (ma lucido a modo suo) dell'umorismo gottfredsoniano, costruendo un valido pendant attorno all'energia inventiva e recitativa, ineguagliata, di Topolino.
Piuttosto noiosa Topolino e il volatile "frantuma-acciaio" e non troppo più originale Nonna Papera e il tesoro inestimabile, anche se la soluzione della vicenda non è comunque quella ovvia; nobilitano assai i disegni di Giorgio Cavazzano. Infine, ecco Qui,Quo,Qua nella foresta senza ritorno, ristampata anni fa sul BIG, anch'essa nobilitata da ottimi disegni (stavolta di Luciano Gatto); non brutta, va detto, come storia, ma si sente la mancanza di un ingegno con la volontà di sbizzarrirsi fino in fondo con gli spunti offerti: tanto per citarne uno, Fabio Michelini.
La palma dei disegni va inequivocabilmente a Massimo De Vita, all'apice della gloria, che realizza paesaggi e dettagli con una chiarezza, una varietà e un senso dell'equilibrio semplicemente impressionanti.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Con questo numero, la neonata Tesori International alza il tiro rispetto alle uscite precedenti e regala una selezione tutt'altro che scontata. Se infatti poco originale (sebbene apprezzatissima) era stata l'idea di ristampare la Saga di Paperon de' Paperoni, e se il numero precedente aveva presentato qualche incertezza tipografica, qui abbiamo una scelta al contempo tematica e di qualità . Partiamo dai dettagli negativi, non sufficienti comunque a scalfire il giudizio: la copertina a "collage", forse un po' sovraccarica anche per la scelta dei colori, la scelta di ristampare Paperino e i pasticci...di zucca, storia esilarante ma comparsa su Topostorie esattamente due anni fa (e in fondo facilmente sostituibile), però qui quantomeno in formato più ampio e godibile; e infine, va detto, le due storie disegnate da Paul Murry, Paperino e la casa nei sobborghi e Paperino in: regole e regolamenti, entrambe prive di attribuzione certa ai testi (forse Chase Craig). Anzi, a ben pensare l'aver pubblicato solo due storie, tutto sommato molto più dentro il loro tempo e meno divertenti delle altre qui proposte, è una misura sufficiente per offrire uno scorcio storico su storie gradevoli ma certamente non memorabili.
Punto di forza del numero sono i redazionali. Molto più che nelle due uscite iniziali soprattutto, le pagine scritte da Luca Boschi e Alberto Becattini sono istruttive, ricche di informazioni fumettisticamente interessanti, a partire da alcune considerazioni tratte dal libro Introduzione a Paperino (Marovelli, Paolini, Saccomano - 1974), e coinvolgono ampi stralci da dichiarazioni di Carl Barks e Don Rosa, inerenti aspetti precisi e interessanti del loro lavoro. E c'è posto per interessanti commenti stilistici e di affinità strutturali che coinvolgono film anni Cinquanta da una parte e il fratelli Barosso dall'altra.
Le storie, eccettuate quelle di Paul Murry e Paperino educatore modello (scritta dal bravo Jan Kruse per i disegni di Rosa), sono ripartite fra Carl Barks e Don Rosa: Paperino - il papero che cadde sulla terra, come altre, propone un tipico spunto scientifico donrosiano, mentre Paperino e il superdinamo (con il valente sequel Paperino e il ritorno di Super Segugio) cincischiano con la chimica per fornire una versione al fulmicotone di Paperino. Ben più lunga e articolata - e altrettanto divertente - Paperino - il papero del passato e del futuro, autentico viaggio nel tempo, con una interazione ingegnosissima fra Paperino, nipotini, Archimede, Edi, Re Artù e contemporanei. Scene esilaranti di azione, equivoco, reazioni di massa fanno di questa storia un vero gioiello.
Si passa poi alla quotidianità  più stretta con Paperino e il "gaudio" del vicinato (con il ritorno di Jones ad opera di Carl Barks), Paperino maestro giardiniere (quanto più comica ed "estrema" di pallide imitazioni comparse su Topolino, con lo stesso identico spunto), Paperino e l'auto a pezzi (a dimostrazione che si può far ridere anche senza spunti), e poi Paperino e l'amuleto del cugino Gastone e Paperino e lo scalognofugo triplo (entrambe incentrate sulla fortuna del cugino in verde, e la seconda con una eziologia decisamente originale - e tanto per cambiare comica). Spunto ancora quasi inesistente per Paperino in: accadde al grattacielo De Paperoni, fra i vertici del numero per comicità  pura, culminante in una maestosa tavola di cadute e rimbalzi dalla tipica e inesorabile geometria donrosiana.
E infine, il terribile "3P", il trio di nipotini, che occupa le due storie di Murry e le due di Barks e Rosa, rispettivamente Paperino e la pedagogia (turbine di disastri e catastrofi, influenzata - ma in maniera particolare - dalle teorie educative degli anni Trenta, poi diffuse in massa dai libri del "Dottor Spock") e Paperino e la punizione con stile che, senza vantare ispirazioni particolari, riesce comunque a far ridere in maniera insuperabile.
I disegni, poi: un po' particolari quelli di Murry, quasi stranianti per chi è abituato a vederlo lavorare con Topolino; ultradinamici come sempre in questi casi quelli di Carl Barks; e semplicemente impagabili (almeno per il sottoscritto) quelli di Don Rosa, capaci di conciliare il supremo dettaglio, in grado di appagare l'occhio fin nel minimo recesso, con la tenuta dell'azione e lo spirito dei personaggi.
In conclusione, un albo ottimo per chi non possiede "opera omnia" e simili e vuole al contempo divertirsi (in maniera, ripetiamo, difficilmente superabile) e apprendere davvero molto grazie alla cura degli articoli di Boschi e Becattini. Per chi possiede tutto Barks e Don Rosa, invece, l'assenza di storie di altri autori (escluse le comunque non eccezionali disegnate da Paul Murry) permette tranquillamente di saltare l'uscita. Ma in ogni caso è parere di chi scrive che con questa uscita si sia messo in campo un modello di testata di cui si sentiva la mancanza da tempo: ben curata a livello informativo-critico, con una selezione omogenea e di assoluto livello, e con un formato adatto ad ospitarla. Per la prima volta da molto tempo, insomma, un prezzo alto cui corrisponde un contenuto decisamente in grado di giustificarlo.


Recensione di Dominatore delle Nuvole


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"Mete improbabili da raggiungere con ancora più improbabili mezzi meccanici, divertenti inni all'avventura, il valore del viaggio e della curiosità  prima ancora del raggiungimento dell'obiettivo e uno Zio Paperone tratteggiato con impagabile ironia in tutte le sue sfaccettature". Più di tanti critici, offre un punto di vista preciso e appassionato sull'arte ciminiana Stefano Intini, chiamato come Stefano Ambrosio, Silvia Ziche, Enrico Faccini e Giorgio Cavazzano a dare un ricordo o un pensiero sul grande sceneggiatore veneto (trapiantato per vario tempo in Campania). L'ironia, predicato così raramente attribuito al Maestro, è invece alla base della sua arte classica, quella cui questo volume rende decisamente giustizia. Si propone ad esempio quella che (non senza confusioni) dovrebbe essere la prima storia ciminiana (con l'apporto di Elisa Penna), Zio Paperone in: Brividi all'equatore (disegni di Luciano Gatto), già originalissima nello sviluppo e molto divertente nello stile e nelle situazioni. Si propone Paperino e il ferro portafortuna, la storia d'esordio del leggendario binomio Cimino/Cavazzano, già  esemplare dell'irrefrenabile energia comica che i due avrebbero scatenato in seguito (Paperzucum, Casco respingente, Pifferosauro uranifago, Ricupero armato!...), e perfettamente completata dall'ultimo lavoro dello stesso duo, quello Zio Paperone e il veliero d'argento che per essere stata annunciata sette mesi prima della sua uscita, ovvero alla notizia della scomparsa dell'autore, è rimasta celebre tanto da mettere ingiustamente in ombra il suo reale valore, che è quello di una storia dallo spunto originale e dallo sviluppo per niente prevedibile, oltre che da disegni in stato di grazia.
E ancora, nella sfilata di disegnatori illustri (in questo caso ancora in fase di sperimentazione), ecco Zio Paperone e lo scudo dello sceicco (disegni di Giovan Battista Carpi) e Paperino e il roditorinco nordico (disegni di Silvia Ziche), fra le più divertenti della selezione.
E poi Zio Paperone e la clava preistorica (disegni di Luciano Capitanio) e Zio Paperone e la tiritera della salvezza (disegni di Massimo De Vita), entrambe dallo spunto non particolarmente corposo ma irrobustite da un'espressività verbale quasi autosufficiente, Zio Paperone e l'oro stratosferico (disegni di Enrico Faccini), Zio Paperone e i calabroni bombardoleros (disegni di Sandro Dossi) e Paperino e la trota quasi d'oro (disegni di Stefano Intini), tutte e tre espressioni - e decisamente fra le migliori - di quel filone paperopolese che l'autore ha voluto mantenere anche nella sua seconda fase creativa.
Strampalatissima e comica Zio Paperone contro Tarzone, che presenta un personaggio inedito e ineffabile che regala alla vicenda quel tocco di assurdo che i disegni di Fabio Celoni recepiscono in maniera perfetta. Quasi altrettanto schizzata Zio Paperone, Amelia e l'avarizia migrante, servita da uno Scala già anziano ma sempre capace di infilare i suoi turbini fulminanti e puntuti, simbolo ormai di ogni fenomeno di "scarica" morale e... fattuale.
In conclusione: scelta delle storie che ha, fra gli altri, il pregio di proporre il Cimino quantitativamente maggioritario e più tipico, inspiegabilmente messo a tacere, nell'immagine pubblica, da quello più sentimentale e linguisticamente dolce associato ai Racconti e al ciclo di Reginella. Scelta dunque all'insegna della risata, e della risata genuina, dal "Ferro portafortuna" al "Roditorinco nordico" (quanto adatta Silvia Ziche per rendere certe intenzioni, certe espressioni paperinesche!). Spiace solo che il "Roditorinco" sia stato ristampato altrove da pochissimo, mentre l'apparato redazionale, benché non espanso, è plurale e abbastanza interessante; un po' di dettagli critici in più su una carriera così lunga ed esemplare non sarebbero comunque guastati, visto anche il prezzo dell'albo.
In ogni caso, promettente battesimo per una (ipotizzabile) nuova quadrilogia editoriale dedicata magari ad altri autori "classici": i fratelli Barosso, Bottaro/Chendi, Guido Martina sono solo alcuni dei nomi che sarebbe interessante trovare in copertina.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Non male il numero ottobrino dei Grandi Classici. Passi falsi, almeno al gusto di chi scrive, se ne contano, come l'idea di ristampare a distanza di pochi anni Zio Paperone e il mistero di "Persecutor", storia comunque decisamente ben fatta e sintomatica del personaggio Paperone come poche altre. E bisogna pur dire che il comparto estero lascia decisamente a desiderare, con la doppietta di Josè Carioca (personaggio che pure altri hanno saputo scrivere bene) e la (giustamente) poco ristampata Topolino e la pioggia di soldini, non confortata dai disegni un po' privi di mordente di Frank McSavage. Nota positiva è invece Paperino pilota di linea (Barks/Strobl): e per non far pensare che si voglia celebrare Barks a prescindere, aggiungo una nota occasionale: leggendo la storia senza conoscere l'autore (e anzi sospettando uno dei "soliti ignoti di pessimo gusto"), ho avuto modo di apprezzarla a prescindere dal nome dello sceneggiatore, a partire dal ritmo e dalle soluzioni originali adottate negli snodi narrativi.
Il resto si colloca su buoni se non ottimi livelli. Vertice del numero è Paperino e la leggenda dello "Scozzese Volante", storia che non vedeva ristampa dal 2002 su una testata regolare, nonostante la fama, e che si conferma una delle migliori storie umoristiche del Disney italiano. Ogni passaggio è infarcito di trovate comiche, e ciò conferisce a tutta la storia una vivacità , una memorabilità  che segnano davvero il confine tra intrattenimento generico e umorismo d'autore.
Molto bella Paperino e l'uomo del diluvio, dallo spunto semplice ma originale, reso autonomo dalla cura espressiva del Professore che proprio per questa occasione deve confezionare un linguaggio particolarmente interessante e contrastivo (a differenza della nota introduttiva, non anticipiamo perché).
Il coté recente del numero presenta due storie buone anche se non particolarmente brillanti, Topolino e la pietra di Sbilenque, prima del ciclo delle Tops Stories che ha dalla sua una sceneggiatura originale e ben dipanata e da contro la scarsità  dei tocchi di stile pezziniani, e Paperino e il pendolo di Ekòl, pubblicata una decina di anni fa sui Classici (forse in effetti la loro naturale destinazione), che oltre ad omaggiare -anche graficamente- Umberto Eco e il suo romanzo "Il pendolo di Foucault" resta sempre ad un buon livello di originalità  nelle scelte narrative. Alcune buone seppur non celestiali battute, sebbene prive del ritmo che forse la storia avrebbe ben sopportato, accompagnano l'attenzione del lettore in fondo a un mistero la cui soluzione non è in verità  al centro della trama, mentre piuttosto lo sono i personaggi, più o meno abili e più o meno misteriosi, che tentano di scioglierlo.
In conclusione: alcune belle storie, fra cui il dramma indentitario ciminiano e il classico scarpiano finalmente disponibile ai non acquirenti di omnia e numeri speciali, che ravvivano da par loro la ridotta offerta in pagine del nuovo corso.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Raramente si parla di Giovan Battista Carpi come di uno dei grandi sceneggiatori Disney. Già  come disegnatore, benché posto sempre tra i pesi massimi in fase compilativa, viene talvolta dimenticato. Eppure, dopo vent'anni di sperimentazioni, ha saputo creare uno stile ricco e preciso, elegante e creativo, naturale ed espressivo come pochissimi altri (mi vengono in mente, per uno stile al contempo sontuoso e vitale, giusto il Carl Barks del periodo "Old California", o il Cavazzano del "Paperzucum", o il Don Rosa del "Cutty Sark"). Ma la sorpresa per chi si accosta alla sua produzione è forse la sua grandezza come sceneggiatore. La storia di apertura di questo numero, Sandopaper e la perla di Labuan, scritta insieme a Michele Gazzarri, la testimonia in pieno, così come "Guerra e Pace" ristampata l'anno scorso. E' il primo di due capitoli dedicati da Gibì all'immortale eroe salgariano e ai suoi Tigrotti, che hanno segnato (e continuano a segnare) il gusto e la fantasia di chi scrive queste righe. L'operazione di Carpi e Gazzarri è perfetta, mescolando una traccia di salgarismo effettivo con un impegno umoristico comme il faut. E non parliamo dei disegni, ad un livello già  sommo che Carpi avrebbe mantenuto per altri vent'anni. La pubblicazione, magari nel prossimo numero, de Le due tigri (il brillantissimo seguito, come l'omonimo romanzo lo fu de I pirati della Malesia), sarebbe un bel modo di riproporre il dittico con gli onori che merita.
Il Grillo Saggio e la vita monotona e Il Grillo Saggio e il corvo fantasma sono sostanzialmente anonime e prive di spunti memorabili, e spingono davvero a interrogarsi sui motivi della scelta.
Tutt'altro discorso per Don Chisciotte, che ha le carte per essere la migliore storia di Guido Martina almeno per gli Anni Cinquanta, affiancata giusto da pochi altri meditati lavori come "La scuola modello". Prendete tutto quello che di bello, vivace e geniale c'è nel primo Martina, depuratelo da quanto di innaturale, spigoloso o forzato potete aver incontrato nello stesso, andate avanti per 83 pagine e otterrete Don Chisciotte. Fra le battute, le situazioni paradossali (una meglio dell'altra), l'avvicendarsi di personaggi ognuno al momento giusto, e la tragicommedia di cui si fa protagonista un allucinato Paperino (e il Professore è quanto mai ispirato, qui, nello spingere sulla forza espressiva e melodrammatica del personaggio), la storia è forse quanto di meglio un fumetto potesse offrire, come affezionato omaggio, all'illuminato e pensoso lavoro di Cervantes.
Si cola a picco con Pluto fa il Don Chisciotte, senza dubbio la peggiore storia del numero (il riferimento a Don Chisciotte qui appare decisamente fuorviante e generico, e le didascalie si confermano manierate e noiose), mentre Topolino e Pippo-Orfeo risulta abbastanza originale, benché non si tratti del miglior Bill Wright ai disegni.
Pure Paperino e i racconti cavallereschi, soprattutto nella caratterizzazione dei nipotini e - una volta tanto - nella resa espressiva, tutto sommato si distingue, anche se i disegni di Phil DeLara, il celebre inchiostratore di Strobl e animatore, non regalano chissà  quale piacere, nonostante la linea molto fluida.
Spiace poi che del mare magnum ciminiano si sia scelto di riproporre Zio Paperone e la scuola dei saggi, una storia divertente sì, ma ristampata due anni fa sulla stessa testata, e quindi in possesso di molti (se non delle maggior parte) degli acquirenti. Misteri dell'editing, o forse più facilmente distrazione (però non si può fare a meno di notare che cose simili accadono ormai di continuo, e non solo sui Grandi Classici...).
Gancio il dritto la sa lunga! è una storia molto bella a firma Boschi/Ferraris, fra le migliori del ciclo di Gancio; l'unico difetto, ed è un peccato, è una certa brevità. Contrariamente a quanto si può dire per molte storie odierne, qualche pagina in più avrebbe certamente giovato.
E infine, se Zio Paperone e il concentra-denaro propone un'idea (se così vogliamo chiamarla) poco originale (anche per l'epoca) e sviluppata in maniera prevedibile, Archimede e il robot annonario offre un'altra bella prova dell'enigmatico Pier Carpi: concisa, divertente e sorprendente, come ogni storia breve che si rispetti.
Per concludere: numero che personalmente giudico in risalita, anche per la presenza di due storie non solo belle, ma veri capolavori. La scelta delle storie estere è meno questionabile del solito, ma... per piacere, un po' di brio da oltreoceano!

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Tesori International affronta con questo numero la sua prova del fuoco, con un risultato che è solo parzialmente soddisfacente. Come al solito, esaminiamone i vari aspetti.
Le storie. La prima è Topolino e il bel gagà  (Mr. Slicker and the Egg Robbers), scritta, sceneggiata e disegnata da Floyd Gottfredson (con un breve passaggio alle matite di Earl Duvall), sicuramente fra le migliori degli esordi di Topolino. I disegni hanno (da poco) trovato una loro identità , dopo le prove abbastanza ineleganti dei primissimi mesi (che hanno visto succedersi Ub Iwerks, Win Smith e, appunto, Floyd Gottfredson), e rappresentano il Topolino che oggi giudichiamo arcaico, perfettamente a suo agio nella parte di burlone sincero che si sta ritagliando. L'apparato comico è di alto livello, e si regge tutto (cosa oggi purtroppo impossibile) sullo stesso Topolino, pur lasciando spazio ad un bellissimo personaggio quale Sgozza (Butch), il ruvido bandito della campagna topolinese. Fra i dettagli curiosi, la presenza attiva dei genitori di Minni, il ricorrente spettro allegorico del Fato Crudele, la celebre sequenza dei tentati suicidi di Topolino e l'introduzione dal nulla di uno scoiattolo, Squit, che durerà  appena l'arco di una storia.
La seconda storia è Topolino poliziotto e Pippo suo aiutante (The Crazy Crime Wave), di qualità  comica forse ancora migliore, e con dei disegni che si slanciano verso un vero stile classico, più curato ed efficace, che caratterizzerà  le migliori storie del periodo. La trama è classica, ma lo è oggi dopo ottant'anni: in realtà , si tratta del primo vero poliziesco di Topolino, ed è affrontato con una carica comica che dovrebbe essere tenuta a mente più spesso. E se il soggetto è ancora di Floyd Gottfredson, la sceneggiatura è del geniale Merril De Maris, probabilmente il preferito di Gottfredson per le battute e le atmosfere non convenzionali e sempre (comicamente) tese che sapeva creare. È inoltre la prima storia di un già ottimo Dippy, ovvero Pippo. Personaggi e dettagli saranno ripresi in maniera molto intelligente da Tito Faraci in uno dei suoi lavori migliori, "Topolino in L'ultimo caso".
La terza storia è Topolino e il mistero di Macchia Nera (Mickey Mouse Outwits the Phantom Blot), semplicemente una pietra miliare del fumetto Disney. Il soggetto propone quello che sarà il più temibile avversario di Topolino in una delle sue prove migliori, che lo vedono impegnato in prima persona in un caso dalla struttura simile a quella che sarà dell'Unghia di Kalì. La sceneggiatura, affidata di nuovo a Merril De Maris, dosa alla perfezione mistero e comicità , sfruttando da un lato Macchia Nera e dall'altro Manetta, con al centro un asse Topolino-Basettoni che difficilmente sarà ripetuto con analoga funzionalità . Quanto ai disegni, se Macchia Nera fa un esordio fenomenale, la figura di Topolino appare decisamente in transizione: lo stile rotondo e dinamico degli anni precedenti si va facendo spigoloso, e tuttavia appaiono ancora lontani i risultati compiuti della maturità . Così, in alcuni punti, si ha ancora la sensazione di star perdendo qualcosa. Si occuperanno i grandi cicli con Bill Walsh di mostrarci dove questa particolare ed originale evoluzione sarebbe andata a parare. Singolare peraltro la maniera con cui Topolino si dispone al furto (effrazione o scippo) per portare avanti le sue indagini.
Completa il quadro una parziale riscrittura del capolavoro del 1939, ad opera di Paul Murry, incaricato nel 1955 dall'editore George Delacorte di smussare o reinventare i passaggi più forti. Ne sono riprodotte, in inglese, solo le 15 pagine riscritte e ridisegnate, con note a piè di pagina che spiegano dove collocarle.
I redazionali. A differenza del primo numero, dotato di un apparato abbastanza scarno, questo albo presenta delle belle informazioni, ben più interessanti di un elenco di ristampe o di riassunti delle trame, che richiamano per qualità  quelli celebri di "Topolino Story" (prima serie, ovviamente). Particolarmente gustoso un riferimento alle traduzioni fiorentine per Nerbini, in cui fioccano dei "Dio beato!" e "Poveretto, l'è dura davvero!". Ci sono anche dei volti di fantasia da un quaderno di disegni di Gottfredson, varie fotografie d'epoca, e dei dipinti (commentati) ad opera del Floyd Gottfredson anziano. Punto di forza, quindi, quello dei redazionali, sul quale ci si augura che anche i prossimi numeri possano insistere.
La resa delle vignette. Qui arriviamo purtroppo al punto dolente. Un confronto, ad esempio, con l'edizione Rizzoli/Fantagraphics, destinata certo ad un pubblico del tutto diverso, mette in luce numerose imprecisioni nella qualità  di stampa: in particolare, linee di china parallele e vicine fra loro (ad esempio nella parte alta del volto di Topolino) risultano molto spesso fuse, dando un frequente senso di sbavatura. Ciò soprattutto nella prima storia, mentre nell'ultima mancano spesso i punti in cui la china è più leggera, ad esempio al sommo degli occhi, dando un senso di incompletezza. In molti punti della prima storia si ha peraltro l'impressione che questo effetto sia causato anche dalla presenza del colore, che ha imposto la "fusione" di vari dettagli. Questi problemi non si riscontrano che in maniera minima, invece, nella seconda storia, che rimane la lettura più gradevole dal punto di vista grafico.
La disposizione delle strisce è rimontata, in tre strisce per pagina e due o tre vignette per striscia, in maniera talvolta un po' sfalsata ma cui comunque ci si abitua (non ci sono ad ogni modo rifacimenti o tagli), tranne nella terza storia, in cui risulta abbastanza accentuata la tendenza a ingrandire le strisce di due vignette per far sì che abbiano la stessa larghezza di quelle con tre. Ma così si ha un'alternanza di dimensioni quantomeno bizzarra che si ripercuote soprattutto sul lettering. Lettering che, almeno a parere di chi scrive, è eccessivamente massiccio e quasi "gridato".
Insomma sono questi i principali difetti di un albo che, per essere "popolare" nell'impostazione, resta comunque costoso.
Le traduzioni sono quelle ormai classiche di Luca Boschi e soci.
In conclusione, un albo che chi non possiede le storie, anche se non segue la testata, può acquistare con fiducia per via del valido apparato redazionale e per la bellezza delle tre storie stesse (consiglio di vedere il Murry '55 come un semplice "redazionale a fumetti"), che difficilmente verranno ripubblicate a breve; anche perché le occasioni di trovare in edicola storie così vecchie sono davvero pochissime. Chi ha in animo di avvicinarsi alle collezioni Fantagraphics (in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, ferma a due volumi in Italia) o Corriere della Sera (2010) può tranquillamente farne a meno; e analogamente chi già  possiede le storie in altre versioni.
Buona lettura, dunque, soprattutto a chi si avvicina a questi grandi lavori (e magari a Gottfredson stesso) per la prima volta!

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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L'iniziativa delle medaglie olimpioniche copre, con astuzia, ben dodici uscite agostane, di cui soli cinque Topolini. Un'ottima idea, almeno per chi come chi scrive non s'intende di marketing, per avvicinare i lettori più o meno occasionali (così diffusi in estate) alle testate "satelliti".
Ma lo spaccato offerto a questi lettori occasionali è degno della spesa? E (oppure) rappresenta la qualità usuale delle pubblicazioni interessate?
Nel caso di Paperino, possiamo rispondere "tutto sommato sì" ad entrambe le domande. Negli ultimi mesi, infatti, la testata ha sfornato degli indici di buon livello, nettamente superiore alla tradizione recente (e anche non troppo recente). Questo non fa eccezione, anche se forse una leggera flessione rispetto agli ultimi numeri c'è.
L'inedita, Paperino e... Paperino 2.0, non è particolarmente originale e, pur lasciandosi leggere (a conferma dell'abilità dello sceneggiatore), dà l'impressione che si sarebbe potuta strutturare in maniera più ricercata. Ma di certo vi sono state inedite nettamente peggiori.
Zio Paperone e la salsina della salute è sicuramente la migliore del numero, e sfoggia dei disegni molto armoniosi, benché ancora "scolastici" (ma ad avercene), ad opera di Valerio Held. Disegni che riscattano certo la prova non particolarmente innovativa né brillante del pur funzionale Nico Picone nella storia di apertura. Storia divertente e originale, mai prevedibile, e dagli espedienti comici validissimi, primo fra tutti il reiterato mistero della (micidiale) ricetta.
E molto buona è anche Paperino e i poteri telepatici, che aggiunge all'albo il merito di aver finalmente scelto il Carlo Panaro migliore, quello più completo e umoristico, in questa storia con ritmi quasi barksiani, resi molto bene da Francesco Guerrini. Merito particolare di questa prova è lo sfasamento dei piani, non solo fra Paperino con i suoi "poteri" e il resto del mondo, ma anche in scene come quella dell'incontro con il miliardario, la cui reazione alla notizia della rapina è una volta tanto data "con stile", e non nella solita maniera realistica, irosa e prevedibile su cui ultimamente sembra ci si appiattisca sempre più spesso. Minuzie, è chiaro, ma che fanno la differenza tra umorismo e scorrimento di vignette, tra memoria e dimenticatoio.
Ha un suo senso, ma più da autoconclusiva, Nonna Papera la mattacchiona, che per parte sua sceglie decisamente il dimenticatoio. Zio Paperone e l'isola colorata, forse non al livello dell'altra ciminiana e non particolarmente brillante nel finale, fa sicuramente rimpiangere i disegni della suddetta.
Un tempo inedita proprio su Paperino, Sgrizzo e il festival ad ogni costo è una storia abbastanza convenzionale nelle soluzioni, ma ciononostante divertente, soprattutto grazie alla forza dinamica del personaggio, Sgrizzo, e al suo travolgente "Rock del carrozziere". Non particolarmente esaltanti i disegni.
Non altrettanto si può dire di Zio Paperone e il debito d'onore, prova ai testi di Giorgio Cavazzano, che con i "Miliardari in vacanza" e l'"Insolito remake" ha dato forse le sue prove migliori (degne del suo collega e compare Pezzin). Storia molto divertente, con un umorismo originale e vincente, fino a circa tre quarti, per lasciare poi il posto a un tono più blando comunque interamente giustificato dall'evolversi della vicenda.
Chiude Paperino e il lavoro indispensabile, disegnata molto bene da un poco noto (e purtroppo poco produttivo) Enrico Soave, e che a dire il vero fa un po' da esempio del Carlo Panaro meno incisivo: lo schema, se vogliamo, è simile all'altra storia (Paperino che fa prove ripetute) ma la riuscita è più convenzionale, meno divertente e ingegnosa.
Numero, insomma, che potrà non far pensare all'acquirente occasionale di aver fatto una spesa inutile, e che anche il lettore fisso o frequente può trovare gradevole, anche se molto di più si potrebbe fare. E si dovrà fare, se si vorrà che qualche lettore transiti dalla prima alla seconda categoria (e non viceversa). Nota speciale sui disegni, che al parere personale di chi scrive (e in materia di disegni la specificazione è decisamente necessaria), oscillano con disinvoltura dal piattissimo all'ottimo.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Numero monografico, o meglio, a volersi produrre in minifunambolismi lessicali, bi-grafico: Scarpa e Barosso.
Metà del numero è occupata da Pippo e i parastinchi di Olympia (v. l'esauriente articolo del re delle recensioni paperseriane), storia di Romano Scarpa pubblicata nel 1972 su un Classico "olimpionico" ed oggi riproposta per l'occasione brasiliana, in versione non tagliata, interamente colorata, ma senza il "sequel" di 19 pagine. La storia, celeberrima, segna un certo mutamento di registro rispetto al periodo eroico scarpiano, aumentando il rapporto tra vignette ed azione e investendo con enfasi su onomatopee e toni espressivi, differenziando un losco e furbissimo Gambadilegno dall'ingenuo ed entusiasta Pippo al perplesso Topolino il cui ruolo, giova osservarlo, è assai più caratteriale che materiale (senza per questo risultare meno forte). Nel celebrare le Olimpiadi Scarpa, al di là della morale centrale sull'amicizia, sembra voler mettere da parte l'agonismo di Topolino, il suo antagonismo attivo nei confronti di Gambadilegno, che cede il passo se mai ad un disprezzo sospettoso (ma non combattivo) verso il grasso Pietro, segnato piuttosto dall'affetto per Pippo e dal rispetto per il desiderio di pace che l'Olimpiade dovrebbe ispirare. Quasi un mettere da parte le proprie ragioni e affidarle al tempo (e alla tranquillità dei celebri "granchi-molli", scorcio lagunare voluto dall'incorreggibile veneziano Scarpa) che può dirsi in certo senso peculiare di questa storia. Quanto al resto, l'intreccio appare più disteso (e decisamente meno denso) rispetto ai capolavori più vecchi, e i disegni virano sempre più verso lo stile incredibilmente tirato a lucido degli anni successivi, funzionali nel sottolineare un dinamismo di entusiasmi, eccessi, sorprese ed isterie (come accade in una celebre scena di questa storia) più che a servire l'azione compatta tipica delle storie più vecchie.
Dopo Scarpa, i fratelli Barosso, anch'essi con due storie tratte da un Classico olimpico (però in questo caso già edite su Topolino). A compensare la mancata integrazione del "sequel" ai Parastinchi c'è l'inserimento, cosa davvero notevole almeno nella storia della testata, delle 14 pagine di raccordo scritte da Giangiacomo Dalmasso e disegnate da Giuseppe Perego che firma anche la storia successiva, Zio Paperone e il guerriero gemello. Storia questa davvero intrigante, una vera sfida totale fra Paperone e Bassotti, gestita da un linguaggio scorrevole, arioso eppure adorno e preciso, che forse non viene sempre messo in giusta luce in ambito critico, sepolto com'è sotto la memoria dell'ineffabile eloquio martinian-ciminiano. L'altra appagante storia, Paperino e l'imboscata di Sierra Ladra, è ancora più movimentata, e mette in scena una sfida western perfettamente credibile con l'inedito trio Paperino, Paperone e Gastone insidiato dai temibili banditi della Sierra (Ladra, appunto).
Chiude la scorpacciata barossiana Paperino e la legge municipale, decisamente più quotidiana e forse persino troppo breve, dato che in fondo sappiamo bene come i fratelli Barosso possedessero la capacità misteriosa di portare avanti l'azione comica per pagine e pagine senza stancare. Momento sommo della storia il breve viaggio di Paperino nella macchina del bandito, reso in maniera ineguagliabile da Luciano Bottaro.
Fin qui, al netto del "sequel" ai Parastinchi, avremmo un numero ottimo. Invece l'inserimento di due storie di Pico (collegate nell'introduzione ad una "conversazione olimpica" del personaggio con Walt Disney...), Pico de Paperis e il minuto che spacca e Pico de Paperis e la prova della verità, e poi di Pluto guardia del corpo e Cip & Ciop protagonisti di novella, tutte senza eccezione prive di qualunque mordente e ragion d'essere (almeno a parere di chi scrive), abbassa bruscamente il livello della lettura (ridicola peraltro la traduzione di un probabile "You're welcome!" come "Benvenuto!"). Né lo rialza Topolino e le voci rubate, giallo poco entusiasmante (anche se non scontato) lontano anni luce dai fasti salvagniniani che ben conosciamo.
In conclusione: una bella occasione per recuperare la celebre storia scarpiana (irristampata su pubblicazioni non "esterne" dal 2004), condita da una bella breve e altri due ottimi pezzi barossiani all'altezza della storia di apertura, ma difficoltà a sfruttare al meglio il già parecchio ridotto spazio della testata.
Nota di curiosità: la copertina integrale, senza i due strilloni olimpici, è riprodotta in formato più piccolo in quarta di copertina, al posto della consueta pubblicità.

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Per coloro che si erano convinti che la nuova serie dovesse proseguire più o meno come gli ultimi numeri della vecchia, ovvero con non troppa infamia e poca lode, il numero di luglio, di certo il migliore finora, può forse dare un segnale di concreta speranza.
Per cominciare, bastino poche parole: cinque volte Guido Martina. Certo, puntualizziamo subito che il secondo, Paperina Butterfly, è un Martina riscritto nei dialoghi (sembra da Luca Boschi stesso) per motivazioni che -pecca evitabile a patto di sopprimere qualche riga di troppo, come l'ormai stucchevole "Noi ci siamo divertiti, adesso è il vostro turno"- non vengono dette (neppure si accenna al fatto che ci siano state modifiche). Non sapremo, quindi, se quella di Boschi sia stata una miglioria, il che potrebbe benissimo essere, ma ad ogni modo la storia conserva una freschezza e una spregiudicatezza del tutto martiniane: solo il Professore, forse, poteva rendere realisticamente (e comicamente) l'avventuriero "Nat Paperton", senza scadere nel prevedibile romanticismo che si potrebbe temere da una parodia di Butterfly. Carpi da parte sua è il signore indiscusso di tutto il numero, provvedendoci tavole che possiamo davvero definire preziose, con la consueta dose di ironia che lo rendeva il collaboratore preferito di Martina.
Due altre parodie martiniane completano l'apertura: L'amorosa istoria di Papero Meo e Gioietta Paperina, divertente berlina del "suicidio per amore", con molte spassose situazioni pienamente in linea con il ritmo dei dialoghi (qui decisamente martiniani), e Paper-Damès e Celest'Aida, farsa integrale che ospita persino Clarabella, oltraggiata senza ritegno dall'epiteto di "racchia" (e come tale resa da De Vita Padre).
La parte meno entusiasmante del numero è rappresentata da Topolino e il ciclo volante, che alterna momenti riuscitamente comici a occasioni sprecate, Topolino e il labirinto rivelatore, non fra i migliori prodotti dell'ingegno missagliano, e la storia di copertina Topolino e il circo aereo, più un lavoro "di ambiente" che una storia con una trama forte (di certo impallidisce nell'inevitabile confronto con Le prodezze di Topolino aviatore), e vanta dei disegni comunque curati e comprendenti un Charles Lindbergh dalle fattezze un po' frankensteiniane.
Zio Paperone e il colpo cinematografico appartiene alla schiera delle kinneyane riuscite, e fa da preludio alla lunga e appagante Paperino al Tour. Divertente, imprevista, attuale nella sua inattualità (l'ercol-archimedina richiama involontariamente tante miserie dello sport d'oggi - e ormai anche di ieri), regala situazioni improbabili e battute celebri (la ruota di formaggio resisterà? Certo! È di formaggio de' Paperoni, 60% cemento!...) oltre che, a dire il vero, disegni decisamente ai limiti della follia deformatoria (e non in senso bottariano, va detto...).
Azzeccato pendant, sempre martiniano, Paperino e il milione volante, spassosa competizione fra Paperone e Pip McPiper, certo non molto meglio servita ai disegni, ma validissima.
Infine, ecco Pippo e le ore di notte, divertente quanto breve prova di Carpi/Carpi (Pier e Gibì: ebbene sì) che riesce a tirar fuori una bella storia da uno spunto a dir poco minimale come... Pippo che insegue un bambino di notte, e Paperino e l'audace colpo dei mini Bassotti, in realtà già pubblicato sul Big nel 2008 e presentato così senza un minimo di contestualizzazione, ottenibile magari pubblicando le storie precedenti (quelle sì assenti da ristampe quasi tutte: paradosso!): due pesi e due misure per Reginella e Zantaf che davvero potevano essere evitati.
Siamo quindi giunti alla fine del primo semestre della nuova testata, una specie di periodo di prova che abbiamo voluto immaginare, al termine del quale rinnoviamo la fiducia mostrata, anche con i giudizi, in questi primi numeri. Dal prossimo numero vorremmo davvero avere a che fare con una pubblicazione degna di questo ultimo numero e più in generale del proprio nome: non stupitevi dunque se magari qualche giudizio sarà più severo che in questi ultimi mesi.
Nel frattempo, un caro augurio di buona lettura!

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Un numero, una storia. O meglio, una superstoria con qualche satellite di buon livello, vale a dire: Pippo, Gancio e le fatiche domestiche di un ottimo Alessandro Perina (forse al suo apice) e un buon Luca Boschi (imparagonabile però al "Germogliorama" o a "Sgrizzo Reporter d'assalto"); Paperino, Reginella e il terribile vampirione, conclusione in risalita per il ciclo di Reginella, che richiama varie volte il "Matrimonio" ma si salva per una buona e genuinamente ciminiana caratterizzazione del "cattivo", e propone disegni purtroppo parecchio convenzionali e non molto incisivi; Pippo e il passato fotografico, storia dallo spunto non eccezionale (e forse quasi sacrificato) ma dalla buona e tutto sommato non scontata realizzazione.
Un po' in sordina la presenza di Carl Barks con Paperino e il messaggero controverso, sempre vivace ma un po' elementare.
Tutte le altre storie, la doppietta kinneyana Bella Quak e il "giglio dorato"/Bella Quack e la flotta unica al mondo, Zibibbo Nostromo pirata solitario, Paperino e Pinocchio in: Il segreto delle bacche di bontà e Pluto e l'incarico di fiducia oscillano dal poco vitale all'insipido, ad eccezione della prima parte della storia di Zibibbo, che parte bene ma scade velocemente nell'occasione sprecata. Bisogna dire che la scelta -da incentivare- di pescare dal grande e sottovalutato repertorio di Osvaldo Pavese, in questo caso, ha avuto davvero mira infelice, soprattutto per la storia di Pluto (in cui possiamo però ammirare uno scatenato Cavazzano).
Tutte, ad eccezione di... Paperino e l'isola del tesoro. Raramente ho letto una storia così divertente, vulcanica, articolata, leggera, imprevedibile. In quest'avventura ci sono davvero moltissimi dei tratti di punta dell'arte di Carlo Chendi e Luciano Bottaro (meno perfetto di altrove in certi passaggi grafici), arte che si nutre di idee geniali e intesa perfetta fra i due autori. Impagabile lo stile dei dialoghi, con i classici "monologhi" e gli occhi fissi che Bottaro affibbia a chi è intento a riflettere o -più spesso- a parlare da solo. Sono disegni, al di là di qualche sbavatura grafica assente da storie come i "missili antimaliardi", che collaborano alla risata in maniera sottile e irripetuta, con espressioni oblique, rispondenti più a una logica dell'umore che alle esigenze di un realismo espressivo. E poi i caratteri, con un Paperone assolutamente privo di scrupoli e dei Bassotti con pochi eguali in altre storie, in termini di crudeltà, stupidità e comicità. La censura, infine, è presente ma risparmia molti momenti crudi ed esilaranti che restano così godibili anche in questa edizione.
Può una storia salvare un numero? Certamente no, ma può portarlo, tutto sommato, alle tre stelle. A dieci anni dal primo Premio Papersera, il "gioviale omaggio" a Luciano Bottaro, gustatevi questa involontaria ma difficilmente superabile commemorazione. (Detto questo, se l'avete già e non avete premura di completare la saga di Reginella, l'acquisto è omissibile senza troppi rimpianti.)

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Recensione in via eccezionale di questo bel numero che sembra confermare una stagione davvero interessante, seppur con qualche singhiozzo, per questo storico e spesso sacrificato mensile.
La struttura dell'indice è una specie di crescendo, partendo da Paperino & Gastone blogger al parco, un'inedita davvero pallida rispetto al resto del numero, sia per i testi (benché partoriti da un autore che ci ha abituati a ben altro!) che per i disegni estremamente fluidi di Antonello Dalena (un po' eccessivamente, a parere di chi scrive), che mette in campo i due cugini in una sfida da "paperi tecnologici" (testuale) che non aggiunge molto a tanti confronti già visti.
Già superiore Zio Paperone e il mostro del filone, targata Manuela Marinato/Giorgio Pezzin e Massimo De Vita; storia piuttosto breve e dallo svolgimento canonico, quasi da manuale, che recupera però perfettamente nella gestione dei tempi anche grazie all'ineguagliabile espressività di un De Vita già perfetto (notate i "mostri").
Non originalissima in alcuni passaggi (ma sì nello spunto) Paperino e l'eroico mestiere, con una conclusione assai veritiera e varie battute azzeccate (compresa la chiusura), che andrebbe forse diramata presso i nascenti organi di valutazione della didattica.
Ancora canonica e pienamente inscrivibile nel Michelini pezziniano Zio Paperone e le avveniristiche automa-automa, non perfettamente servita dai disegni ma comunque solida, anche se certi passaggi richiamano da vicino schemi già visti.
Ma a trascinare la già bendisposta attenzione del lettore provvede Paperino e il piazzista ostinato, un vero modello di storia breve partorito da Carlo Chendi all'apice della gloria, tanto semplice nello spunto quanto esilarante e pindarica nella realizzazione; né permette di riprender fiato Paperino in: Chi di hobby ferisce, di hobby perisce, del miglior Giulio Chierchini autore completo, la cui forza non è minimamente intaccata dall'abuso di un certo espediente nel finale (bene però la coerenza mitologica Ercole-Deianira!); Paperino e Anacleto senza esclusione di colpi nella miglior tradizione ciminiana e, mutatis mutandis, barksiana.
Dulcis in fundo (che, ricordiamolo, significa "una persona soave nella tenuta", ma tant'è), Zio Paperone e l'orribile ossessione è la migliore del numero. La mimesi, quasi simbiosi, fra i testi dei fratelli Barosso e i disegni di Giovan Battista Carpi partorisce quello che non si può esitare a definire un prodigioso tonico per l'umore, con delle trovate comiche che definire inattese e azzeccate è decisamente riduttivo. Dalle molteplici e accattivanti espressioni di Amelia, di volta in volta diabolica, perplessa, seccata e trionfante, a... Iamme, iamme, iamme iamme iaa... (leggere per gustare).
Peccato per la copertina, appuntamento saltato con le perle coppoliane in ossequio alla (gradita) iniziativa floreale, con tanto di (evitabile) guantino bianco.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Un numero buono ma strano quello di questo mese, di quella "stranezza" non dissimile da alcuni albi della vecchia serie. Il reparto d'epoca fa la sua figura fornendo alcune storie di buon livello: Topolino e l'inventore rapito di Ennio Missaglia, classica avventura densa di pericolo e agguati, di quelle che per una irripetuta abilità l'autore veneziano riusciva a rendere sempre ben distinte l'una dall'altra, purtroppo con due pagine (nemmeno consecutive) scambiate. Paperino e l'eco magica, classico di Carl Barks di certo non irristampato, accompagnato dalla "gemella più giovane" Paperino e la collina echeggiante (davvero ottima scelta da parte di Boschi e Cannatella questa di affiancarle). Topolino e il "buon riposo", valido giallo del solito Carl Fallberg con un discreto ma sapiente uso dei personaggi "one-shot" (la vecchia pensionante in particolare) e con i disegni di un Paul Murry particolarmente ispirato. Topolino e l'eco indovina, prova del Martina medio, non epocale ma con delle ottime idee (ad esempio la ventriloquia di Pippo), assistito dal compianto Luciano Capitanio, bisogna dire non al suo meglio.
Abbiamo poi, più recenti, Zio Paperone e quel fatale venerdì e Reginella e la minaccia terrestre, la prima basata su un'idea banalissima e prevedibile, ma come sempre accade in Martina portata avanti con maestria e vitalità, e la seconda basata su un'idea molto lineare, quasi fiabesca (come spesso in questo ciclo) ma narrata in maniera particolarmente ciminiana (più che nell'episodio precedente), con molta attenzione a certi dettagli quali il comportamento di Paperone, e un finale fra i più intriganti della saga, specie per la sorte riservata a Reginella.
Ma il piatto forte del numero è Paperin Babà. Storia non lunga, dall'architettura discreta, dall'ambientazione esotica ma non elaborata, concentrata tutta sull'interazione fra dialogo e disegno. Poche coppie come Chendi/Bottaro hanno potuto concentrare tanta genialità, tanta vis comica in pochi tratti ispirati. Scene che altri avrebbero sviluppato in maniera scontata, funzionalmente ad una trama (peraltro scarna) costituiscono l'ossatura della risata, dalle reazioni dei nipotini ("Lo zio Paperin Babà deve aver ammazzato lo zio Alì Gaston") al loro viaggio sul tappeto, agli impagabili ceffi dei Bassotti, da un maestoso Ciccio tuttofare ad un divino Paperino che oscilla dal pensieroso al disperato al collerico con una grazia solo bottariana. Purtroppo la storia è afflitta da molte censure.
Ad abbassare la qualità medio-alta di questo panorama provvedono alcune storie straniere, a partire dalla doppietta Maga Magò e il segreto del faraone e Maga Magò e il viaggio nel passato, assai sconclusionate e disegnate in maniera piuttosto elementare, e Paperino taxista, dal soggetto al massimo spendibile per una breve gag e non per una storia intera. Va meglio, ma solo per certi guizzi che richiamano i ritmi dei cartoni animati, con Paperino e i guai del puttiput, con gli inestinguibili Cip e Ciop.
Insomma il quadro non arriva ad essere deludente, e anzi le piccole flessioni registrate sono più che fisiologiche, tranne che per la sezione straniera che andrebbe decisamente depurata da storie in cui non succede nulla e che per giunta non fanno neppure ridere. Gli editoriali del sempre benemerito Luca Boschi forniscono come al solito qualche notizia accessoria, d'interesse più editoriale che altro, più introduzione alla lettura che approfondimento della medesima.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Numero valido, nella media dei precedenti, questo di aprile. Si conferma la struttura degli ultimi numeri della vecchia serie, aprendo con una bella storia anni Novanta, che si concede ampi momenti di stasi narrativa nel presentare al lettore il punto di vista di Gambadilegno: in Gambadilegno e il rapimento di Topolino l'arcinemico orecchiuto si vede appena, quasi una nemesi inalienabile, dalla quale Pietro è intimorito e magnetizzato, senza però lasciare che ciò lo porti a quel famigerato addolcimento di cui spesso si parla. È tutto un gioco di dosaggi e porte socchiuse quello che Silvano Mezzavilla porta avanti, con maestria, in questa storia dalla lunghezza solo apparente che le tavole di Giorgio Cavazzano fanno scorrere come un bicchier d'acqua.
Tornano le brevi kinneyane, a questo giro davvero spassose, con Malachia e il trauma ornitologico e Malachia e l'idrofobia, per poi lasciare il posto alle Superstar: Paperino in "Casa mia, casa mia", va detto, è una vera perla di stile e raffinatezza linguistica in funzione comica, con un Guido Martina in gran forma su tutti i fronti: la produzione di articoli piuttosto particolari (in senso negativo) da parte di Paperone si colloca al centro di una vicenda spassosa, non priva di insegnamenti (quegli insegnamenti rapidi, realistici e allegorici, assai poco commoventi e in ciò tanto più efficaci, tipici di Martina), che può ben assurgere a breve e accattivante exemplum del Martina fine-Cinquanta per chi si trovasse ad accostarvisi per la prima volta; tanto più che è assistito dal Carpi tondeggiante ed ironico che è forse il miglior disegnatore delle sue prime storie. Né delude Paperino e la macchia d'inchiostro, con un Carl Barks tirato a lucido sia nei disegni che nella bravura con cui (e lo sottolinea) partorisce una catastrofe da una macchia d'inchiostro, pur servendosi di un equivoco abbastanza facile. Da notare, a sapiente contraltare alla burrasca che si prepara per lui, il contegno particolarmente rilassato di Paperino anche nel rapporto con i nipoti, certo non una costante in Barks ma tutt'altro che innaturale o inopportuno, anzi una variatio davvero ben collocata.
La "zona afflitta" del numero è purtroppo rappresentata dalle tre storie successive: Torna a casa, Pluto!, dallo spunto cartoonesco ben sviluppato per alcune pagine, grazie anche al ben noto uso di didascalie che si rivolgono direttamente al personaggio (o che provano a interpretarne i pensieri), risulta a lungo andare un po' troppo sotto le righe, senza riuscire veramente a trascinare la lettura a rimorchio delle catastrofi innescate da Pluto.
Paperino e il festival dei paperi non riesce a sollevare di molto la media della (infinita?) serie di storie-schidione organizzate attorno ad un album fotografico, anche se spicca come particolarmente riuscita la gag finale di Ciclo Ciclone, davvero inaspettata (poi utilizzata a piene mani nei decenni successivi). Da notare un Tony Strobl più armonioso che altrove, anche se del pari elementare nelle figure e negli sfondi.
Anche Topolino e il diabolico violino, pur partendo da un'idea originale, si sviluppa piuttosto prevedibilmente, anche negli espedienti e nei ruoli, dando l'idea sostanzialmente di una storia-idea senza molte qualità nascoste. Particolarmente curati i disegni del miglior Sergio Asteriti.
Ci si risolleva fortunatamente con Zio Paperone e i segreti del vento, storia dai ritmi leggermente diversi da quelli tipici del Cimino coevo, si direbbe quasi leggermente contaminata da quello successivo, mantenendo però saldamente la struttura e i momenti di incosciente dinamismo. La storia, rifuggendo il sentimentalismo spicciolo (quante con un simile titolo possono dirlo?), si organizza sulla caccia a segreti ben determinati, riservando ad ogni passo la classica "lezione ciminiana", qui sotto spoglie decisamente originali e azzeccate. I disegni, forse un po' meno coordinati del solito, sono del "classico" Giorgio Bordini.
Molto divertente, al netto di qualche gag che siamo abituati ormai a trovare troppo spesso perché possa davvero sorprenderci, Paperino e la settimana... calma (Chendi/ M.De Vita), storia di quelle che fanno immedesimare i lavoratori di tutti i tempi, purtroppo da poco ristampata su Paperino. Una disattenzione ormai frequente, ma tant'è. I disegni di Massimo De Vita, molto barksiani, sono già decisamente incamminati verso la perfezione e ci regalano dei momenti di spasso puramente grafico.
Sulla nuova colorazione che abbraccia le Superstar bisogna notare che nella storia di Pluto un maglione, ripetutamente indicato come giallo, è disinvoltamente colorato di verde. Manca anche questo mese la ripresa del ciclo di Reginella, ma ci assicurano che l'avremo nel numero di maggio. Attendiamo con fiducia l'assestamento della nuova serie che, se rimane di questo tenore, non può farci lamentare né esaltare per il cambio, confermando nel bene e nel male la celebre sentenza gattopardesca.

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Non brillantissimo questo secondo numero dei nuovi Grandi Classici, sebbene resti una lettura pienamente godibile. Si torna sostanzialmente al canovaccio degli ultimi numeri della vecchia serie (345-49, diciamo), con una storia anni Novanta, Topolino e l'artista vagabondo, che parte da un'idea originale e la sviluppa alla maniera del primo Carlo Panaro, ovvero in maniera esaustiva e approfondita e concentrandosi sui dettagli e sui rapporti fra i personaggi; i disegni, altrove scattanti, dell'ultimo Scarpa risultano forse un po' irrequieti in una sceneggiatura dal ritmo così dilatato.
Uno dei punti forti del numero è senza dubbio la coppia barossiana Paperino e il singhiozzo a martello (storia d'esordio di Giorgio Cavazzano!) e Paperino e il... piede sinistro con un già avviato Massimo De Vita (purtroppo ristampata sul BIG sette anni fa). Doppio Paperoga (un po' nel segno della tradizione della doppietta kinneyana pre-Superstar) decisamente al fulmicotone, con una gag più bella dell'altra: veri modelli di storia comica sin dalla cura dei toni e dei dialoghi.
Il vero tasto dolente è Topolino & C. nel west: non che le vicende narrate non siano originali, ma lo sviluppo dà quasi da subito un senso di stanchezza ingigantito dai disegni di uno Strobl decisamente caricaturale e monotono.
Va meglio con Ben Beniamino, che sebbene si trovi nel solco delle mai entusiasmanti trasposizioni a fumetti di cartoni animati, presenta un punto di vista molto simpatico su uno scorcio della storia statunitense (ormai mitizzato oltre misura) che viene portato avanti con originalità e un interessante dosaggio nei ruoli dei personaggi. I disegni, che in questi casi dovrebbero essere il vero valore aggiunto, trattandosi appunto di una trasposizione, risultano un po' approssimativi nel complesso ma tutto sommato godibili nella resa delle espressioni (che è poi il punto di forza di Al Hubbard).
Di tutt'altro sapore Paperodissea, che prende le mosse da una fantomatica guerra fra Paperon de' Paperoni e gli indiani per un bisonte rubato (e non, come viene detto nell'articolo introduttivo con tanto di dettagli storici, dalla Guerra di Secessione - errore curioso!) e si dipana nel descrivere da una parte il disastroso e divertente nostòs di Paperino, e dall'altra l'ostinata "Telemachìa" di Qui Quo e Qua, assistiti da un tecnologico Archimede e da una banda Disney palesemente datata ventesimo secolo, piuttosto che diciannovesimo: tipiche ambiguità di cui il Professore, non certo per ignoranza personale ma per quel suo gusto del bizzarro storico palpabile nella sua prima produzione, non aveva ritegno a fare uso. Ancora una volta i punti di forza di questa godibile lettura, al di là delle scelte non proprio "reader-friendly" come il finale che lascia l'amaro in bocca, sono nella resa comica di tutti i passaggi, plasmati con forza incomparabile dalla parola, dai giochi verbali (ripetizioni, iperboli, frasi e situazioni che ritornano) e dalla micidiale incoscienza dei personaggi, tra frodi fiscali e sfide alla fortuna.
Si chiude, va detto, in bellezza, con Paperino e l'imprevedibile Kangur-Papero, delirio puro sempre martiniano, dallo spunto facciniano ante litteram condito dai disegni aspri del Bottaro in coppia con Enzo Marciante (non accreditato nell'indice), e Zio Paperone e la balena a pois rosa, bella prova del sempre originale Gian Giacomo Dalmasso.
La nuova veste si conferma molto valida, a partire dal tocco vellutato (alla maniera di Topostorie) della copertina e dalla buona qualità delle pagine. La copertina, che ospita un Gambadilegno un po' deformato, è riferita stavolta non alla Superstar principale bensì alla storia d'apertura, come pure le vignette sullo sfondo. Alle tre pagine per le Superstar se ne affianca ora una in apertura del numero, non particolarmente istruttiva, ma tant'è. Insomma il numero non è male, ma oltre alle piccole magagne già citate non mantiene la promessa di proseguire il ciclo di Reginella, fermo a tre su cinque, che si spera possa trovare conclusione sui prossimi numeri; il che fa scendere definitivamente a... tre su cinque il giudizio sull'albo.

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I nuovi Grandi Classici si aprono in maniera decisamente "particolare": questo primo numero, curiosamente, lancia buone promesse per il futuro, soprattutto per la composizione degli indici, ma risulta un po' deludente nell'immediato, collezionando delle sviste occasionali e strutturali tanto da aver motivato in alcuni il giudizio di "Grandi Classici monchi".
Il formato è quello delle "Color Edition" (però con 288 pagine). Sempre abbastanza maneggevole, ottima rilegatura e pagine di qualità, molto spesse. La copertina, sempre affidata a Cavazzano, perde la metallizzazione ed è corredata sullo sfondo da vignette in controluce tratte dall'Inferno di Topolino; lo spessore della copertina resta invariato.
L'editing è sempre affidato a Lidia Cannatella con il contributo di Luca Boschi, che cura le tre pagine d'introduzione alle Superstar, tutte a colori: ciò con un po' di rimpianto degli appassionati, dato che il bianco e nero risulta sostanzialmente sparito dalle pubblicazioni Disney; colorazione comunque ottima e gradevole (giusto una svista: prima vignetta di pag. 200).
Le storie... sono pochine, sia per il ridotto numero di pagine sia per la presenza di tre storie molto lunghe. Ecco perché questo numero non appare emblematico di un possibile "indice-tipo", per il quale bisognerà attendere il proseguimento della testata. Ad ogni modo, l'albo si apre con Paperino e il matrimonio di Reginella, un vero profluvio di vignette spesso doppie o quadruple con un Cavazzano in transizione verso lo stile classico maturo anni Novanta, monca però della tavola di apertura del secondo episodio. Segue Pippo contro Pippo, S-code solida e non più lunga del necessario, i cui dialoghi si devono -secondo l'indice- a Romano Scarpa che ne realizza anche i disegni.
Fra le due brevi kinneyane, ricolorate, Paperino sui campi di neve e Paperoga e il risveglio dal letargo, brilla la seconda, pur con disegni altalenanti, laddove la prima sembra mancare di qualcosa.
In cuore al numero ecco L'inferno di Topolino, colonna del fumetto italiano, e non certo solo da punto di vista storico: la meticolosa architettura di un inferno disneyano (ma anche italiano), la ruvidità "aspra e chioccia" della rappresentazione, ma anche le rare aperture di luce infantile, e soprattutto la perfezione delle terzine in rima incatenata, costituiscono tutt'oggi un monumento, troppo spesso ridotto a "santino degli esordi". Ed ecco, però, il sintomo più forte della manchevolezza di questo albo: la versione riproposta è quella del Corriere 2006 (a sua volta erede di una lunga tradizione censoria), con tavole eliminate, censurate, sovrapposte, correzioni di troppo e rimaneggiamento dei testi. Una disattenzione (da attribuire anche alla società esterna che tiene in outsourcing gli impianti digitali) davvero ingiustificata, laddove una riproposizione della versione corretta avrebbe reso questo numero esemplare e degno di aprire la nuova serie.
Completano la sezione Paperino & nipotini in musica diabolica, storia un po' zoppicante ma non priva di spunti validi e divertenti, e Topolino e i diabolici incendiari, ottimo giallo fallberghiano con Paul Murry al suo meglio: la trama scorrevole ma solida ospita il fratello di Basettoni, peraltro in posizione abbastanza ambigua, e un Pippo particolarmente valido.
Infine, a completare il quadro diabolico, L'inferno di Paperino, istrionica creatura di Giulio Chierchini in cui si riversano i funambolismi grafici dell'autore ligure (spesso sacrificati nei contorni forse da una stampa inadeguata), accompagnati da una verseggiatura simpatica (stavolta con una struttura rimica più semplice) attribuita non senza riserve a Massimo Marconi.
In conclusione: cambio di formato indolore, valido ma non irrinunciabile; scelta delle storie che promette indici di livello per il futuro ma penalizzata da incurie che rendono meno utile (non inutile) la riproposizione ad un vasto pubblico di una storia "costosa" come l'Inferno di Topolino; aumento di prezzo che non appare pienamente compensato da forma e contenuti, benché buoni. Il voto che assegniamo a questo numero d'esordio vuole essere, nonostante le pecche inattese, di incoraggiamento, nel riconoscimento che la via per una testata "all-star" è tracciata. Ora bisogna seguirla, con un occhio alle ristampe (evitare storie recentemente ripubblicate!) e uno alla completezza del materiale proposto.

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Introdotto da una delle copertine più belle e originali di sempre, l'ultimo albo dei Grandi Classici Disney prima serie si configura come la ciliegina sulla torta di una storica testata, a conferma della capacità di curatrice di Lidia Cannatella, che ci auguriamo di ritrovare al timone della nuova serie. È un indice che, pur con non presentando rarità eccezionali, riesce comunque a conquistarsi un bel giudizio per la qualità delle storie proposte. Bisogna però dire, ad unica vera critica, che ben quattro storie erano state ristampate negli ultimi dieci anni, una addirittura (l'ultima del numero) nel 2012. I nuovi Grandi Classici, che dalle anteprime circolanti appaiono puntare su "poche storie ma buone", dovranno guardarsi come non mai da questo pericolo, cosa del resto facilissima grazie ad INDUCKS, secondo il quale peraltro le storie di valore (e d'autore) con poche e lontanissime ristampe non mancano affatto.
Ad ogni modo il piatto è ricchissimo, e si ha finalmente il piacere di aprire a caso e trovare delle belle storie: tutti i grandi autori e disegnatori degli anni d'oro, con pochissime eccezioni fra cui Scarpa, Pavese e Bottaro, sfilano per questo numero di chiusura: Massimo De Vita al suo massimo splendore in apertura e chiusura, con Paperino e il vecchio frac di una inusuale Claudia Salvatori, molto azzeccata benché senza pretese, e Paperino e la ricerca del Kikiby, sequela di gag davvero riuscite. I fratelli Barosso con Giulio Chierchini nella prima storia di Gancio in Italia, fra le vette assolute del numero per grinta, battute e tenuta comica; e poi Rodolfo Cimino in Paperino e il ritorno di Reginella, storia molto originale piena di momenti intensissimi, primo fra tutti quel tremendo invecchiamento messo in atto da un Giorgio Cavazzano semplicemente divino (e con due tavole su quattro in bianco e nero!).
E ancora: Carlo Chendi e Giuseppe Perego mandano Archimede a spasso nei secoli in Archimede Pitagorico e la macchina del tempo, un Guido Martina tardo quasi parodizza i suoi stessi spunti nella brevissima Topolino e la mappa misteriosa, ornata dai disegni di un Giovan Battista Carpi a dir poco sublime, e l'immancabile Onofrio Bramante vira sull'equivoco (ma solo parziale) nella serrata Topolino e la formula segretissima.
E infine, il comparto estero, con due storie abbastanza banali quali Avventure a Eurodisney: Paperino e l'impresa medievale, ornata dai disegni di Vicar, e Paperino e le noci che pungono, e poi con Cip e Ciop e lo scoiattolo bullo, tutto sommato non male. E non manca nemmeno Carl Barks, mal supportato ai disegni da Wright, nell'imprevedibile Le Giovani Marmotte e il piromane.
Cosa vorreste di più? Ma naturalmente Walsh&Gottfredson, con Topolino e la macchina toc toc, restaurata dal Topolino originale (n. 44) di cui non sono conservati gli impianti tipografici: altra scorribanda temporale con gli impagabili tocchi della comicità Walshiana e la magia ineguagliata del tardo Gottfredson, con Zio Sfrizzo e Topolino impelagati nelle pieghe più contraddittorie della storia passata e futura; e del resto è il tempo il tema della sezione Superstar, quasi a voler richiamare la breve storia della testata fatta nelle due paginette introduttive. Quanto a queste ultime, bisogna ben riconoscere loro (sia detto senza cattiveria, giusto un pizzico di ironia) il fatto di lasciare al lettore un interessante senso di magia per la capacità di non dire assolutamente nulla circa la sostanza del nuovo corso, e soprattutto circa novità come la diminuzione di pagine e l'aumento di prezzo. Nulla si sa al momento riguardo i redazionali di Luca Boschi, questo mese particolarmente interessanti. Ma niente di grave, basterà aspettare un mese e rendersi conto di persona; intanto, un grande "grazie" alla prima serie, pur con i suoi momenti di stanca, e un ancor più grande augurio alla nuova!


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Buon numero anche se non eccellente questo di novembre. Il difetto sta, come al solito, nel comparto estero, anche se non ai livelli di altri mesi. Le tre statunitensi prima delle Superstar non muovono molti sorrisi, tranne qualche situazione riuscita e paradossale nella prima, Superpippo contro Spennacchiotto. Se confrontate con il gioiello che le inframmezza, Paperino e il colpo maestro (Cimino/Scarpa), impallidiscono di brutto.
La parte del leone la fa Zio Paperone e il segreto degli Incas, grande lavoro di Byron Erickson e Giorgio Cavazzano, dal ritmo molto disteso ma mai sprecato, una Brigitta perfetta e tavole semplicemente supreme.
L'altro pilastro del numero è rappresentato dal triplo Martina: Paperino e il sogno profetico con i disegni "arrabbiati" di Giuseppe Perego, e poi Paperino di Münchhausen, uno dei capolavori supremi di Martina e non solo, che assorbe alla perfezione la follia dell'originale confezionando un delirio che fa morir dal ridere ad ogni rilettura. E non dimentichiamo la formidabile Paperino e i nipotini protestatari ("Che fai tu luna in ciel, muta ed inutile? Perché non prendi un mitra e spari in mezzo ai missili?" L'ha scritta Giac, del complesso I Leopardi), sublime presa in giro della beat generation.
Folle ma non da scartare Topolino e il volo del dragone, quanto meno perché non banalizza lo spunto (pure non altissimo), un po' sprecata Paperino e l'ipnotizzatore, sia per un Moores un po' sotto tono sia per la prevedibilità dello scioglimento.
E per chiudere, un asciutto giallo-avventura missagliano, Topolino e il campeggio movimentato, non però di quelli celebri e avvincenti, ma piuttosto sperimentale nell'uso di Minni; non fra le vette dell'autore, ma comunque non scontato.

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Un po' sotto tono il numero settembrino, benché si parta ancora con il gradito Ok Quack, in prima linea a favore dell'ecologia (nella sua maniera disarmante e tanto più genuina di molte storie anni Duemila) in E quando Paperino prende una decisione... (sempre Chendi/Cavazzano), per passare a Topolino e i piselli sabotatori, una storia davvero pregevole, con una bella dose di azione, una trovata ingegnosa e solidamente "tecnica", e un Paperone che, nonostante la collocazione fuori contesto, non si lascia per niente intimidire.
Un po' più prevedibile Paperino e le "Pitto-pareti" boom, comunque ingegnosa in alcune trovate, e corredata dal celebre "Adiòs" scarpiano (trovatelo!).
Simpatiche, a modo loro, le brevi con Paperoga, a riprova della superiorità media, in fatto di brevi, della produzione sudamericana su quella nordamericana, esclusi ovviamente Barks e Kinney.
Nota completamente dolente la multipla Pippo guida degli scouts, sequela di gag davvero infelici con disegni non migliori. Né migliore è la breve con Cip e Ciop. La sezione Superstar si riscatta con i fratelli Barosso e la loro ironia in Paperino e la scampagnata sfortunata e con il tonificante umorismo barksiano di Paperino in vacanza, davvero cristalline nella loro realizzazione.
Un po' particolare Topolino e il mistero della Margherita, storia minore della serie della Macchina del Tempo, non coinvolgentissima ma senza grossi appunti, ad eccezione dei disegni piuttosto inespressivi.
Azzeccata la prova di Ser Lock in Ser Lock e lo stradivari rubato, che stavolta affronta direttamente la passione del più grande detective d'Inghilterra per il violino, mentre appare sostanzialmente fuori luogo Paperino e la gita organizzata, di un Carlo Panaro ancora lontano dalle prove più mature e con i disegni assolutamente irriconoscibili di Alberto Lavoradori, che solo pochissimi anni più tardi disegnerà le grandi storie con Cimino acquisendo definitivamente il suo primo grande stile.

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Grande numero, ancora una volta! Stavolta anche la sezione estera migliora il tiro, proponendo un tutto sommato divertente Josè Carioca. Purtroppo si continua a inserire storie abbastanza anonime degli anni Ottanta come Pippo e l'oroscopo scientifico, recentemente ristampata e simile ad altre sue "colleghe".
Per il resto, niente da dire: un bel giallo martiniano in apertura, Topolino e l'enigmatico Calicut, che ha la sua forza nelle modalità e nei dialoghi, più che nella trama, e naturalmente nei disegni. Ancora Martina con la grandiosa ed esilarante Zio Paperone e i pirati dell'Orsa Maggiore (celebre la battuta su "cosa si fa al buio"), e poi in area Superstar con la grande "epopea dei miseri" Paperino e il muro del riso, memorabile avventura in tre parti tratta da un'epoca in cui il Professore difficilmente sbagliava un colpo (perché, ne ha mai sbagliati?), così come Topolino e la sorpresa delle uova, che coinvolge addirittura un uomo afflitto da una forma di follia clinica (più seria della classica follia disneyana).
Ma non c'è solo il quadruplice Martina: ecco Carl Barks in Archimede Pitagorico e i buoni del tesoro, ingegnosa breve con anche Paperone e i Bassotti, e poi l'ennesimo gioiello di Rodolfo Cimino, Zio Paperone e il passaggio a Nord-Est, geniale invenzione di una tribù di indiani subacquei e impreziosita da un Paperone particolarmente nostalgico, e infine la continuazione della graditissima ristampa del ciclo di Ok Quack, Zio Paperone e il satellite bomba. La storia è spassosa, soprattutto nella prima parte (presente anche un'autocaricatura di Cavazzano!), ma pone daccapo un problema editoriale, essendo stata ristampata nel 2010 sempre sui GCD: saltarla o riproporla? Si è scelta la seconda via, forse non la più adatta, considerato che poi altre storie del ciclo non sono state ristampate (a dicembre 2015).
Ha un suo perché anche Paperino e lo struzzo dalle uova d'oro, folle Superstar disegnata da Dick Moores, portando questo numero alle cinque stelle. Peccato solo per le incertezze editoriali, ma tant'è...

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Se anni Ottanta devono essere, che siano i migliori! Paperino e la casa elettronica è una grande storia di Pezzin/De Vita, di quel grandioso filone sulle grandi novità tecnologiche che per vari hanni ha così efficacemente (e benevolmente) smascherato le tante ombre del millantato "progresso", facendoci contemporaneamente ridere a crepapelle.
Una grande storia per introdurre un grande numero, che al netto (purtroppo) del comparto straniero (si salva dalla scontatezza Topolino miliardario, e lascia giusto un minimo ricordo Nonna Papera e la befana dell'orfano) presenta quasi solo grandissimi lavori: la meno coinvolgente è forse Una baita per Ciccio, peraltro la meno solida del ciclo Boschi-Scarpa, ma comunque divertente anche se non ai livelli di altre storie di Boschi.
Assolutamente ingegnose (e spassose) due storie dei mitici fratelli Barosso, Topolino e il pranzo di gala e Topolino e il traspositore a transistor, così come Strega Nocciola e il progetto U.V., che però vanta già tre ristampe sui GCD, nel 1999 e nel 2008, quest'ultima davvero un po' troppo recente. Evitando simili sovrapposizioni (e ancor più col BIG) si riuscirebbe davvero a rendere un grande servizio a nuovi lettori e collezionisti senza scontentare nessuno. Interessante comunque notare il "bottarismo" di uno Scala ancora vicino al suo maestro.
Grande storia, divisa in due parti e ornata dai disegni di Pier Lorenzo De Vita, anche Paperino e la grotta di Aladino, una delle tante scritte dal (chissà perché) dimenticato Osvaldo Pavese, che per fortuna i Grandi Classici ci ripropongono con la dovuta frequenza.
Infine, la sezione Superstar ci regala due grandi storie di Guido Martina, entrambe spassose e ricche di idee narrative, che ci mostrano quanta ricchezza (ancora irristampata) ci riserbi la produzione di questo grande Autore, spesso dimenticata in Albi d'Oro o Almanacchi. Paperino e il vecchio dell'anno nuovo in particolare ha delle trovate micidiali oggi improponibili (un tale beve tanto da dimenticarsi di respirare e muore: "morì, come visse, sbronzo/ e lo eterniamo in bronzo, etc."); la seconda, Paperino e il capodanno tropicale, è una di quelle storie che celebravano le ricorrenze festive nella maniera più agitata e inventiva possibile, lontana dall'innaturale e fuorviante melensaggine che altri autori hanno poi creduto di dover introdurre.
Un numero dunque che si guadagnerebbe le sue brave cinque stelle se non fosse per l'apporto estero e, soprattutto, la cattiva gestione della ristampa chendiana.

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Numero che conferma la media altissima di questo periodo d'oro, indebolita solo da un paio di storie con Ezechiele non del tutto convincenti, da una storia recente (Topolino e la scomparsa della naftalina, con i suoi pregi ma non del tutto entusiasmante neanch'essa, complici, bisogna dirlo, i disegni ancora un po' inespressivi), e da un paio di errori editoriali: la storia appena citata è stata da poco ristampata anche sul BIG, e la grande prova (non solo) grafica di Carpi Topolino, Minni e il tesoro della corona vanta già tre ristampe sui GCD (comunque non troppo ravvicinate).
Al di là di questo, il numero è ottimo: dalla storia d'apertura, classicone scarpiano dai consueti inarrivabili ritmi comici, nonché prima avventura inchiostrata da Giorgio Cavazzano, alla citata storia di Carpi e Pavese, una vera gioia per gli occhi che ci presenta un cattivo molto sui generis e una Minni pienamente all'altezza, fino alla ghiotta sezione Superstar: Paperino e la violetta Pap è una delle migliori storie catastrofiche di Guido Martina, condita con i disegni acidi dell'ormai inconfondibile Cherchini anni '50; segue Paperino floricultore di Carl Barks (e ciò basta a commentarla) e Paperino piantatore, lodevole riproposizione di una spassosa serie di peripezie made in Argentina, purtroppo servita da disegni alquanto approssimativi (per giunta rimontati male).
Tra le Superstar anche Topolino e gli spaventapasseri, non eccelsa nella trama ma con un antagonista decisamente interessante, ben tratteggiato (anzi, spesso accennato) dal contorto Ken Hultgren.
Infine, ecco due veri gioielli: Zio Paperone e l'"opera" buona, ciminiana operistica di assoluto pregio, con tanto di arie e loggioni, e Don Paper il pistolero, una di quelle storie che ci ricordano la grandezza di autori oggi dimenticati come Roberto Catalano, cui collabora ai disegni un già validissimo Luciano Gatto.

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Già da qualche settimana abbiamo appreso che questo 349 sarà il penultimo di quella che ormai possiamo chiamare prima serie dei Grandi Classici: una testata che, nonostante alcuni (sempre contenuti) momenti di calo, resta eccezionale e probabilmente insuperata fra le testate di ristampe non tematiche (come invece fu ZP ed è Uack!) nel suo riproporci le grandi storie degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.
Già da tempo lo spettro si è allargato ai due decenni successivi, proponendoci molte bellissime storie degli Anni Novanta (un po' meno belle dagli Ottanta) svolgendo molto bene quella che è apparsa quasi una "supplenza" rispetto a BIG e Classici. Anche in questo numero fortemente natalizio si comincia con una celebre storia, Paperino e il Natale... spaziale, a dire il vero recentemente (2008) ristampata su Pocket Love ma comunque sempre scorrevole nel suo respiro affettuoso; per l'occasione Marconi rinuncia alle sue consuete sottigliezze, eccezion fatta per l'interessante sequenza "in pellicola" (a proposito, si legge per colonna), privandoci -bisogna dirlo- dei suoi tipici tocchi di stile ed appoggiandosi interamente sul finale "doppio" cui converge tutta la storia, certamente una delle più "natalizie" possibili.
Ecco poi Pippo e Gancio imbianchini sopraffini, storia che dirotta lievemente dal canovaccio catastrofico introducendo in corso d'opera una classica invenzione fallimentare; purtroppo, anche a livello comico, la storia non trasmette molto, certamente non al livello di altre storie del genere scritte dal valente Autore ligure.
Di tutt'altra pasta Topolino e i ribelli a sorpresa, grintosa avventura in pieno stile missagliano accompagnata dagli incorreggibili disegni di Onofrio Bramante (Brahms), che verte su un tema caldissimo di questi tempi (ribelli e dittature in paesi remoti) gestendolo in maniera per niente banale e molto intrigante.
Le due brevi pre-Superstar, Pico de Paperis e l'abete a sensazione e Pico de Paperis esperto pellerossa, superano tutto sommato la media, facendosi leggere piuttosto volentieri (più la prima che la seconda).
In area Superstar, non particolarmente divertente risulta I 3 nipotini commessi natalizi, mentre stupisce positivamente Paperino e le renne rubate, che pur partendo da uno spunto strampalato (i Bassotti rubano le renne di Babbo Natale) si sviluppa in maniera valida, articolata e divertente. Decisamente meno entusiasmanti, purtroppo, le altre straniere, tranne qualche risata in Paperino e gli allegri ospiti (con Cip e Ciop) e alcuni sorrisi in La Banda Disney e le avventure villerecce, disegnata nientemeno che da Carl Barks.
Particolarmente curiosa Biancaneve e lo specchio infranto, ultima storia del ciclo natalizio martiniano con Biancaneve, che seppure inferiore alle altre ci riserva una bella sequenza di angoscia con Grimilde (ben resa da Bottaro) e un finale… davvero inatteso (non diciamo nulla per non guastare la sorpresa).
Prima dei botti finali ricordiamo Era Natale...ricordi, Topolino?, storia non particolarmente intrigante, seppure incardinata su un buono spunto, che ha se mai il pregio di svelare il primo incontro fra Topolino e Basettoni.
E poi, ecco i botti: Paperino e l'avventura sottomarina, che negli ultimi quindici anni è stata ristampata solo su volumi costosi (mai meno di 8 euro), è la prima, peculiarissima storia del celeberrimo ciclo di Reginella, ornata dai disegni stratosferici di Giorgio Cavazzano. E Zio Paperone e il deposito dirigibile è forse addirittura superiore, la vera perla del numero: articolata, esilarante, originale in tutto e per tutto, supportata dai disegni di un Chierchini -bisogna dirlo- ancora molto lontano dai fasti degli anni successivi.
Numero nella media, dunque (e che media!), con qualche scelta non felicissima ma comunque fisiologica, con la chiusura del ciclo di Biancaneve (ospite da anni dei numeri dicembrini) e con la lodevolissima riproposizione di Reginella, cui ci si augura possano seguire a breve gli episodi successivi. Avanti così, mi raccomando!

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Date a Cesare quel che è di Cesare. E se Paperino ci regala un buon indice, perché non renderne conto? In via eccezionale recensiamo questo bel numero che si apre con una storia del grande Marco Rota inedita in Italia, Paperino "Zampata" e la chitarra micidiale, dalla trama originale e vivace, in cui Paperino emula il leggendario Emiliano Zapata. I disegni, seppure talvolta leggermente imprecisi nel ripasso a china, sono ancora evocativi come pochi, confermando la maestria di Rota anche in età avanzata.
Paperino e l'affare delle terre rare è a mio parere la migliore storia del numero, con un Carpi classico e un Pavese più comico che mai, ricco di trovate e rovesciamenti di ruoli; da segnalarsi anche per la compresenza di Archimede e Pico.
Decisamente sotto tono Qui, Quo, Qua, e l'acqua super, molto divertente invece Zio Paperone e Rockerduck all'ultimo stadio, anche se forse non ai livelli sommi del suo Autore.
Paperoga a tu per tu con la tivù riscatta in parte la componente "oltreoceano" dell'albo, introducendo poi un grande gioiello della coppia Cimino-Bordini, Zio Paperone e la difesa a oltranza (il titolo parla da sé): dialoghi e disegni si supportano a vicenda in questa storia, in cui un Paperone "irriducibile" ricorre più volte al cannone (e pure all'acido solforico) per difendere i suoi averi...
Chiude il numero Zio Paperone e i guardiani del tempo, in due parti, bella storia di Carlo Gentina e sinora uno degli ultimi confronti, purtroppo, di Massimo De Vita con il mondo dei Paperi. Disegni stupendi e storia interessante e ben realizzata sul piano dei dettagli e della sceneggiatura che, nonostante il respiro non epico, affronta questioni molto coinvolgenti.
Mi sembrava giusto dare notizia di un bel numero, insomma, introdotto peraltro da una copertina gustosa e anche visivamente bella, confermando Coppola come uno dei migliori copertinisti di sempre.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Leopardi, affrontando il giudizio per cui il suo sarebbe stato un secolo di transizione, osservò che "tutti i secoli, più o meno, sono stati e saranno di transizione". È dunque con cautela che ci accingiamo a definire "di transizione" il presente numero dei Grandi Classici. Un numero piuttosto curioso, pieno di buone intenzioni che speriamo, appunto, possano evolversi in bene nell'immediato futuro, ma anche un pochettino... strano! Non necessariamente in senso negativo, dato che si contano molti recuperi per niente scontati (la storia d'apertura, Martina, Missaglia, La spada nella roccia) e mancano del tutto storie recenti che talvolta snaturavano un po' la testata. Ma d'altra parte, se nei mesi passati si è spesso saputo scegliere bene fra storie molto giovani, qui paradossalmente almeno in parte "si perde in casa", per riallacciarsi al linguaggio calcistico evocato dalla copertina, proponendo storie sì vecchie (cosa che apprezziamo molto) ma non proprio brillanti.
Strana è già la storia di apertura, Paperino calciatore; remake dalmassiano di una storia di Luis Destuet, ne eredita le bizzarrie, facendosi comunque leggere senza problemi anche se un po' troppo lunga rispetto alle proprie possibilità, perdendo un po' mordente ogni tanto, e sempre di più verso la fine. Non sempre entusiasmante, soprattutto, l'impianto comico-verbale, punto di forza delle storie del "vero" Dalmasso. I disegni sono quelli di un Marco Rota quasi maturo, che si affranca dall'ispirazione un po' lostaffiana degli esordi per ricercare un solido dinamismo e quella bellezza del tratto che lo renderà uno dei migliori disegnatori della sua generazione.
È Topolino Il novello Gulliver, in una storia breve che tuttavia sarebbe stata apprezzabile come parte di una storia più articolata, ma così sembra un po' un esercizio pur presentando dei validi "lillipuziani" dall'aspetto pippide. Strappa qualche sorriso anche Alì Paperone e i quaranta Bassotti, ma manca, come tantissime straniere dell'epoca, di originalità, perdendo i migliori spunti che si offrono alla vicenda comica.
La sezione Superstar è quella che salva il numero, aprendosi con una storia di Guido Martina, Paperino e la stagione delle piogge con i disegni ancora parecchio acerbi di Giulio Chierchini, storia imbastita sulla classica truffa paperoniana "à la Martina" e condotta con disinvoltura anche se forse, devo ammetterlo, non fra le migliori in assoluto del Professore (mancano un po' quelle finezze e quelle trovate inesauribili che rendono unica e memorabile praticamente ogni sua prova). Seguono Paperino e il faro dei naufragi, curiosa variazione rispetto alla classica avventura fallberghiana che vede protagonisti i nipotini e una foca un po' onnipotente (il che inficia un po' la solidità della trama, inferiore alla media dell'autore nonostante l'originalità dell'impostazione) e Paperino e il mago della pioggia, che è senza troppi dubbi la storia migliore dell'albo: l'ennesimo gioiello barksiano, fuori ristampa dal 1994 (se si esclude la GDDP), con disegni semplicemente divini nella loro espressiva e curata semplicità. Fra le storie lunghe si segnala invece Topolino e lo sciopero dello stregone, originale e ben condotta prova di Ennio Missaglia con tanto di dinamite e sparatorie.
La sezione si chiude con La spada nella roccia, riduzione a fumetti dell'omonimo capolavoro cinematografico: la riduzione è davvero buona, e ricrea piacevolmente molte belle sequenze, soprattutto il duello con Magò, ma i disegni, vero valore aggiunto di una riduzione a fumetti, non reggono del tutto l'incarico, benché si tratti tutto sommato di un Alvarado migliore del solito.
Si chiude con due storie strane, Topolino e il trionfo della testuggine e Amelia e la moneta inflazionata: entrambe non dicono molto e si concludono in maniera quasi inaspettata, in particolare la seconda tradisce le aspettative legittime verso i testi di Tony Strobl che conosciamo bene come disegnatore.
In conclusione numero che regala vari innegabili momenti piacevoli, ma non il respiro della selezione d'eccellenza: da ricordarsi, se non per la qualità globale, per la rarità di certe riproposte. Da segnalare inoltre due coppie di pagine scambiate (27-28 e 148-149), difetto tipografico non infrequentissimo negli ultimi tempi, che abbassa il giudizio sull'albo.

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Dopo Fantomius e Darkenblot, anche Pippo Reporter conquista il suo secondo volume nella Definitive Collection, e proprio nei giorni in cui esce su Topolino l'ultima storia di questa grande saga nata nel 2009. Quindici episodi, dunque, che verosimilmente saranno ripartiti in maniera ineguale su quattro volumi, laddove forse il prezzo della testata avrebbe potuto giustificare una pubblicazione "a cinque a cinque".
A parte questo piccolo appunto, il volume si presenta senza pecche dal punto di vista dei contenuti e dell'apparato editoriale. Le storie ristampate sono La perla del fiume, omaggio al grande mondo del jazz e del "grande Sud" statunitense in cui compaiono anche, sotto falso nome, molte celebrità (Benny Goodman in primis), Un ombrello, un cappello, un monello, forse la migliore del numero, splendido e divertente omaggio a Charlot e al suo film "Il monello", Scuola di volo, anch'essa riuscitissima follia in cui Minni e Pippo emulano Lindbergh traversando addirittura il Pacifico, e Dieci piccoli caimani, un giallo che ha il suo punto di forza nella sceneggiatura calibratissima e nella delicata citazione-comparsa di Agatha Christie.
Insomma, quattro storie che soprattutto costruiscono l'ambiente attorno ai protagonisti, caratterizzandolo indelebilmente con tutti i tratti distintivi e nostalgici degli Anni Trenta. In quest'ottica va vista anche la funambolica e disordinatissima copertina, sfornata per l'occasione dal prode Stefano Turconi.
Azzeccato espediente, poi, quello di presentare nei volumi dedicati al nostro Reporter una sorta di unica lunga intervista agli autori che tocca, volume per volume, aspetti diversi della serie: in questo volume ci si concentra su Claire, Horace e le comparsate di personaggi celebri (fra cui, peraltro, va ricordato lo stesso Topolino del quale si intravedono solo le orecchie ma che compare in "Scuola di volo" nelle vignette che ripercorrono il cortometraggio Plane Crazy). In questo volume l'intervista occupa solo tre pagine ma la sua lettura è consigliatissima anche a chi volesse carpire qualche segreto della grande arte dei coniugi Radice-Turconi.
Infine, alcune note tecniche sullo stile: i dialoghi sono quelli che abbiamo imparato a conoscere, soavi, elettrizzati, affettuosi, riflessivi, impulsivi, imbarazzati, sussurrati o cospiratori, a seconda delle esigenze; la scansione delle vignette è molto elastica, passando da ritmi lenti, quasi da cinematografia anni Trenta, appunto, nella presentazione degli ambienti e delle situazioni, a scene che hanno la vitalità del cartone animato o del muto, come le corse del "monello" e di Pippo per la città, ma che conservano la stessa morbidezza ed eleganza. E poi i disegni, curatissimi nella documentazione, meticolosa e appassionata, sempre peculiari nel senso del movimento, elastico ma aggraziato, e aperti alle più disparate sperimentazioni, che si tratti di assecondare il brio placido del "grande Sud" o le tonalità delle stampe giapponesi alla Utagawa Hiroshige, oppure ancora i deliri cartooneschi di un vecchio aereo in volo.
Un bel numero, dal bel formato, con pagine solide e una salda rilegatura, che esce ad un anno dal primo volume di una testata che a fronte di un prezzo non ridottissimo offre però una lettura intensa e di qualità garantita.

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In questo numero di ottobre sembra rientrare l'"exploit" di storie italiane recenti (che si riducono a tre di cui due Anni Ottanta) che aveva contraddistinto i due precedenti. Ciononostante la qualità oscilla sempre su un livello medio-buono senza toccare ancora i vertici dei numeri 343 e 344. Si parte dalla bella Topolino e il segreto di Napoleone, con un finale magari non proprio all'altezza della storia, ma comunque dotata di tutto il fascino delle storie della Macchina del tempo (complici i disegni stratosferici di Massimo De Vita). Segue Paperon bisbeticus domato, piacevole e divertente a partire dall'espediente di far pervenire a Shakespeare la storia già "in termini paperi".
Ser Lock e la superstizione e Ser Lock: Diamanti e caramelle sono due storie nella miglior tradizione del personaggio, divertenti, paradossali e ben sceneggiate.
La sezione Superstar, dedicata alla ripresa delle lezioni, si apre con un trittico d'oltreoceano: non eccezionale la prima, molto gradevole la seconda, incentrata sulla nota passione di Fallberg per le locomotive, leggermente barksiana la terza.
Primo vero pezzo forte del numero è comunque Paperone e la "$quola del dollaro", con un Martina in gran forma; il tema della scuola è affrontato molte volte dal Professore, ma sempre da punti di vista diversi e spassosissimi. Da notare la grande maestria e leggerezza nel passare da un segmento narrativo ad un altro: Paperone che si iscrive alle elementari per non pagare le tasse, che poteva da solo essere alla base di una storia, è solo lo spunto per un'altra idea, quella della truffa, che si genera dalla precedente senza che nemmeno ce ne accorgiamo; il tutto suggellato a posteriori dal giudizio dei nipotini che si presenta a chiedere il conto finale.
Eccoci poi a Barks (presenza ormai piuttosto stabile e graditissima, sperando che non si crei troppa intersezione con Uack) con Paperino e il nuovo anno, classica storia "catastrofica" con i nipotini sballottati per terra e per aria, attori sublimi nel quadro dell'insuperabile vena espressiva e umoristica del Maestro dell'Oregon.
Abbassano purtroppo la qualità dell'albo le successive tre storie: Max leprotto e Tobia tartaruga ha un solo pregio, la morale; trita, è vero, ma importante per un pubblico infantile. Ecco perché avrei visto bene una ristampa su un periodico di target basso, mentre per quanto rara e decisamente vintage (è del 1934) non convince poi molto ripubblicata sui Grandi Classici. Paperino cuoco superstar è una storia come tante altre, non particolarmente divertente a dire il vero, per la quale comunque non si giustificano tre ristampe in un decennio. Infine, Paper Bat e la minaccia del clown si lascia dimenticare con molte meno resistenze di altre storie con il disgraziato eroe brasiliano.
Ancora, non proprio felicissima in termini di ristampe anche la scelta di Paperino e il coyote che ride, che abbiamo già visto nel 2007, ma l'altissima qualità umoristica della storia non si discute: uno dei migliori esempi dell'arte di Carlo Chendi, di quella sua pulitissima e pensosa originalità nel suscitare il meccanismo della risata.
Oltre alla storia di Martina, il vero grande capolavoro di questo numero è Zio Paperone e la rivolta delle macchine, che assieme a "Zio Paperone e l'operazione bertuccia" rappresenta il grande lascito di riflessioni sulla tecnologia da parte del Maestro Cimino. E attenzione, non si tratta solo di "portare all'estremo" le situazioni (il che pure accade, e con momenti distruttivi che farebbero invidia ad una storia d'azione), ma di denunciare il pericolo intrinseco, per cui lo stare "giusto nel mezzo" fra dominio della tecnica e rifiuto della medesima, evocato da Paperino nella vignetta finale, appare in tutta la sua precarietà e preziosità, che va difesa ogni giorno e ad ogni costo. I disegni sono del Capitanio migliore, quello che forse s'incamminava alla maturità: molto più curati che in precedenza, seppure ancora un po' fissati nelle espressioni, danno alla storia un'atmosfera molto "ciminiana", a tratti quasi filosofica.
Insomma, un numero non dissimile da altri, che come spesso accade si appoggia su pochi capolavori (le due lunghe citate), alcune perle (barksiana e chendiana) e qualche recente di piacevole lettura e splendidi disegni (le due introduttive) lasciando molte pagine a storie talvolta infelici ma più spesso "gradevoli", che non riescono a dare quel "quid" che innalza la qualità di indici ottimi o quasi ottimi come molti di quest'anno. In ogni caso, personalmente mi sento del tutto fiducioso verso i prossimi numeri, perché i presupposti per il rientro in carreggiata ci sono tutti; si tratta solo di evitare scelte un po' strane soprattutto negli Anni Ottanta (italiane e non), che compromettono la tenuta del numero, e di prestare un po' di attenzione alle sovrapposizioni in ristampa nell'ultimo decennio.
Copertina, infine, tra le migliori dell'anno.

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"Si spera rappresenti un'eccezione più che un paradigma", così si commentava la grande presenza di storie recenti sul precedente numero dei Grandi Classici. Di certo l'albo di settembre non supporta questo auspicio, dato che presenta una composizione sostanzialmente analoga; e anche la qualità delle storie si conferma su una media niente affatto deludente ma inferiore a quella degli ultimi anni, anzi in leggero calo rispetto allo scorso numero.
La storia di apertura è Zio Paperone e i concerti predatori, con i disegni ancora impeccabili dell'ultimo Giovan Battista Carpi e una trama originale anche se piuttosto semplice, di quelle "guest-stories" tipiche degli anni Novanta (in questo caso l'ospite è Renzo Arbore), con in più i bei dialoghi di Sisti.
Bisogna ancora una volta riconoscere, poi, che a saper pescare non tutte le S-code sono da buttare, come mostra Topolino e il mistero dei cani scomparsi, sceneggiata da Guido Martina e disegnata dal solito Scarpa. Ma ad alzare il livello comico del numero sono storie come Paperino e l'equazione Qui Quo Qua, Paperin di Tarascona e Paperino e il fucile a bignè, ciascuna a suo modo vertice di umorismo. La lunga parodia martiniana, in particolare, vanta un dinamismo e un'appropriatezza del linguaggio comico davvero invidiabili per come riescono a traghettare il lettore fra le più disparate situazioni con il solo mezzo della risata. E che dire della suprema levità barksiana, che giocando su un semplice tormentone (il fucile a bignè, per l'appunto) riesce a far morir dal ridere a qualunque battuta?
Molto spassosa, benché meno curata sul piano grafico, la breve Dinamite Bla e la multa salata (direi più riuscita della gemella un po' sconclusionata Dinamite Bla e il guida-scolari).
Il resto del numero è decisamente altalenante: si va dalla solida coppia Fallberg/Murry con Topolino e lo zio tropicale, solito giallo-avventura forse un po' meno avvincente del solito, a Pluto e l'arte venatoria e Topolino e il mistero della chiave segreta, quest'ultima in particolare davvero dimenticabile e sconclusionata.
Rimangono da citare altre due storie recenti, Sgrizzo re di Baia Papero, opera di un Nino Russo ispirato e ancora lontano dalla ripetitività degli anni successivi, e Paperina nel fantastico mondo di Ot, molto valida e originale sul piano della sceneggiatura ma, ahimè, tradita da disegni poco espressivi e coinvolgenti, con quello strano vizio di puntare nel vuoto gli occhi dei personaggi.
Insomma, la conclusione è la stessa del numero scorso: grandi classici di alto valore, poche brevi straniere dalla qualità altalenante, e una massiccia presenza di storie recenti tutte valide ma spesso mancanti di quel quid che rende incontestabile la scelta. Da segnalare anche un altro problema, riscontrato varie volte in passato, ovvero quello delle ravvicinate ristampe, spesso in sovrapposizione con il BIG, che qui tocca ben due storie (I concerti predatori e L'equazione Qui Quo Qua). Non resta che attendere, sperando in una rapida ripresa del livello qualitativo degli ultimi anni, e nel frattempo attribuire a questo numero un più che dignitoso "tre stelle"!

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In questo numero della Definitive Collection è ristampata in un unico volume la seconda parte della saga di Darkenblot, "Regeneration", apparsa nel novembre-dicembre 2013 su Topolino. Dal punto di vista della storia i commenti non possono che essere positivi, per non dire entusiasti: superando in lunghezza e in qualità la pur ottima prova di partenza dell'anno precedente, l'ormai rodato duo Casty/Pastrovicchio si produce in un'avventura non solo articolata e per nulla scontata, ma anche con molti punti di originalità, persino in un contesto già nuovo come questo
Anzitutto la tematica "elettorale", sempre attuale e un poco "limata" rispetto alle intenzioni originarie (a confessarlo è lo stesso Casty) dopo le interpretazioni relative al famoso "nipote imperatore del Giappone"; poi la questione energetica, e i problemi insiti, come spesso anche nella realtà, in parecchie delle "soluzioni miracolose".
E poi i personaggi: anzitutto la new entry tenente Neve, a cui Lorenzo Pastrovicchio attribuisce un look ispirato ad Akira Toriyama, invece che rappresentarla con le classiche fattezze dei personaggi femminili castyiani (ormai in effetti già troppo "canoniche").
E ancora i poliziotti in pensione, cui si aggiunge il robottino Charlie, simpaticissimo e pieno di risorse (senza per questo assurgere al ruolo di "deus ex machina"); e dall'altra parte i "giustiziotti" (dopo i già visti silenziotti e in attesa degli incombenti vigilotti, rispettivamente in "Topolino e la città taciturna" e "Topolino e il dirompente dirimpettaio"), automi robusti, inflessibili e obbedienti (almeno finché funzionano) al servizio della polizia.
E come non ricordare mister Me, il megalomane alla ricerca del potere ad ogni costo, il cui "smascheramento" finale ricorda quello della Maschera di Ferro in Topolino buffone del re? E poi tutti i personaggi ausiliari da Miss Makandra (per la quale ci aspettiamo un ruolo di rilievo nel prossimo episodio) al professor Pattilius (altro parto della splendida fantasia di Casty per i nomi), dalla giornalista Jocelyn Lane al già introdotto sindaco Persis, che qui ha il ruolo dello sprovveduto ma onesto, e ammette sinceramente i suoi numerosi difetti di amministratore non senza attrarre però la simpatia del lettore.
Ma naturalmente i protagonisti sono Topolino e Macchia Nera. L'idea del film iniziale che li mostra "come dovrebbero essere" in un film (o cartoon) d'azione è decisamente geniale. Macchia Nera, in particolare, mantiene per buona parte della trama una misteriosa ambiguità che si scioglie nel modo più grandioso e in character che si potesse desiderare.
Infine, il Darkenblot: ritrovato da mister Me e rigenerato da Macchia Nera, più letale del precedente, più robusto, anche se forse privo di quella somiglianza con il suo creatore che lo rendeva così speciale nel primo episodio.
Quanto ai disegni, possiamo dire che Lorenzo Pastrovicchio, portando avanti questo progetto e contemporaneamente il nuovo PK, sta affrontando una nuova fase di ascesa qualitativa: il tratto è sempre più unitario, curato e morbido, portando a risultati dinamici e suggestivi di assoluto livello.
L'apparato redazionale, invece, viene meno alle sbandierate promesse di proporre lo storyboard completo, limitandosi a tre paginette antologiche per ognuno dei quattro episodi. In ogni caso possiamo notare i vari scostamenti nell'interpretazione di Pastrovicchio rispetto agli abbozzi castyiani, scostamenti peraltro molto efficaci e talvolta preferibili agli originali. Completano il magro corredo redazionale due studi per il Darkenblot a tutta pagina, sette prove di copertina e le due copertine definitive dedicate.
Resta comunque un'ottima occasione di procurarsi questa storia in un bel formato ampio e maneggevole, e ad un prezzo accettabile specie se confrontato con quello dei quattro Topolini originali che in tutto contenevano, oltre a questa, non più di tre storie degne d'interesse.

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Il numero di settembre 2013 tiene la posizione conquistata dai suoi illustri predecessori, anche se talvolta appoggiandosi su storie simpatiche ma non eccezionali. Si parte con un dinamico Paperino fanfarone protagonista di Paperino solo contro tutti, commedia dell'eroe (quasi) involontario, imbastita da Bruno Concina e Giorgio Cavazzano, e si prosegue con Topolino e l'esperimento Neutronius, un teso e ben congegnato giallo "brahmsiano" (se mi si passa il gioco verbale) con Eta Beta, in cui stona un poco (disegni a parte) l'evanescenza del ruolo di Pippo.
Travolgente e mai ripetitivo il genio barossiano (coadiuvato dalle matite del migliore Scarpa inchiostrato Cavazzano) in Paperino e l'affarone d'occasione, storia dinanzi alla quale sbiadiscono un po' le due brevi successive (giusto la prima ha un finale meno prevedibile) e dall'altra breve che segue la sezione Superstar.
Sezione Superstar che si presenta molto variegata, ma con un piccolo inciampo editoriale, la riproposizione di Archimede Pitagorico e l'automa, già ristampata in questa testata. Per il resto, Topolino e l'automa indovino si difende bene grazie ad una certa cura delle situazioni e dei dialoghi, mentre l'altra straniera Topolino e l'armata elettronica tiene su un convincente thriller con atmosfere buie, molti inseguimenti e anche dei riusciti tocchi comici.
Pienamente all'altezza, anche se di tutt'altro genere, Paperino e Robert il robot, fiera dell'aggressività verbale e della pantomima tragica paperoniana, che peraltro presenta come curiosità dei Bassotti quasi irriconoscibili sotto gli ancora acerbi pennelli di Carpi e Chierchini.
Si conclude con Topolino in: Missione Tibet, storia piuttosto semplice ma con belle atmosfere e un paio di simpatiche trovate comiche, e l'esilarante Zio Paperone e il ballo in maschera, una di quelle storie che fanno rammaricare per la scarsa prolificità di un autore come Attilio Mazzanti, e per giunta magnificata dagli iperbolici guizzi di Pier Lorenzo De Vita.

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Ancora un ottimo numero, appena indebolito da due storie straniere dedicate a Zirlino, il leone pecorino e Leonardo leone gagliardo che lasciano abbastanza poco alla lettura (se si esclude una certa tenerezza filiale nella prima). Poco da eccepire, anzi tutto da gustare, sul resto della selezione, che apre con Zio Paperone e l'asteroide minerario della coppia divina Pezzin/Cavazzano, storia divertentissima ricca di tocchi di stile nei dialoghi come nei disegni.
Segue un grande viaggio martiniano (purtroppo tagliato e censurato) nella preistoria e nella storia pippide (ma soprattutto nella reiteratamente denunciata violenza della storia umana) animato da un Massimo De Vita già sublime.
Stupisce -ma positivamente!- l'apertura delle Superstar con due simpatiche brevi barksiane che preludono alla portata principale della sezione, Topolino e il leone mascherato, una delle felicissime occasioni in cui i fratelli Barosso concedono alla loro purissima comicità anche il respiro dell'avventura. Sorvolando sulle già dette leonine troviamo Pluto eroe del circo, una storia non convenzionale e neppure eccezionale, ma comunque gradevole e fra le rare punte di originalità della produzione di Don Christiensen.
E si scivola infine nella maestosa sezione finale: Paperino e il leone americano, Zio Paperone e le fragole di Brigitta, entrambe ciminane, entrambe sublimi benché così diverse fra loro (memorabili le scene fra Paperino e il puma che non ha cuore di uccidere), e Zio Paperone e il ricovero antifungo, storia allucinata dalla minaccia nucleare e molto ben condotta nella sua brevità, soprattutto per i dialoghi che riservano la consueta sapienza dalmassiana.
Un numero davvero gustoso, insomma, che trasforma in certezza l'impressione di trovarci finalmente di fronte ad un nuovo periodo d'oro!

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Con questo numero tocca quota 300 la più autorevole testata di ristampe disneyane, traghettata da un provvisorio trio di curatori, Ambrosio-Camerini-Monteduro, che imbastisce un indice di tutto rispetto. Partiamo dalle poche note dolenti, le due storie con Nonna Amelia, compresa quella d'esordio di questo bizzarro personaggio che certo dà il suo meglio altrove, e una kinneyana tutto sommato non malvagia, e poi Paperino e le avventure in cinemascope, suite di piccole quanto dimenticabili avventure papere.
Tutto il resto è di ottima qualità (peraltro tutta made in Italy), a partire dalla storia di apertura Zio Paperone e il Dollarfluid, di un altrimenti poco noto Renato Siri, anche se purtroppo appena ristampata su Disney Big (esempio questo di un non infrequente inciampo nel coordinamento editoriale), e proseguendo con una esilarante "gag-story" in pieno stile Barosso, Topolino forzuto per forza, seguita dall'ancor più divertente Paperino e l'assicurazione contro gli infortuni, impreziosita dagli azzeccatissimi disegni di G.B. Carpi.
Breve parentesi anni Ottanta con Paperino e il flauto magico, semplice ma ben costruita parodia dell'omonima opera di Schikaneder/Mozart, che scorre veloce grazie ad un incantevole Massimo De Vita, prima di calarci nel "piatto forte" di questo numero 300: Topolino nella valle dell'incanto, la storia più folle e sconclusionata del mondo, e per questo godibilissima come estremo (e peraltro rarissimo) "documento di eccesso". La paradossale sceneggiatura vede coinvolti Paperone, Basettoni (anche se non nominato), Topolino, Paperino, Pluto e Gambadilegno, mentre i (sic!) disegni sono dovuti all'ineffabile Rino Anzi, qui forse al suo apice di inclassificabile schizofrenia e anche di ars collectandi.
Molto più "classica", ma non per questo meno soddisfacente, Zio Paperone e la torre di Pisa, che oltre a riprodurre splendidamente (da autoctono posso dirlo) piazze, monumenti e persino le porte interne del Palazzo della Carovana ci regala una vicenda molto originale condita dai consueti dinamici dialoghi pezziniani.
Si chiude con tre storie comiche, Paperino taxi driver, ancora di un infallibile Carlo Chendi, Zio Paperone e il boletus expansivus, appartenente al collaudato filone comico di Giulio Chierchini autore completo, e Paperino e la vita cittadina, un vero e proprio piccolo gioiello che esemplifica appieno, in appena quindici pagine, la grande arte barossiana: una fulminante presa in giro delle sofisticazioni alimentari della civiltà meccanizzata, in un crescendo di assurdità, impicci, gag fragorose fino allo scoppio finale.
Insomma, quel che ci vuole per chiudere degnamente questo numero così importante e che ben riassume tutto sommato quello che è stato il Topolino degli anni d'oro: tante belle storie italiane di tutti i tipi immaginabili e, purtroppo, frequenti delusioni da oltreoceano.

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Una rinfrescante motoslitta in copertina e una storia ambientata sulla neve sono quel che ci vuole per introdurre il numero di questo caldo mese di agosto. Ma con Topolino e il segreto di Monte Sinistro, storia non al livello delle migliori del suo autore ma comunque di quelle che fanno la "buona media" di Topolino, si rompe anche una sorta di tabù, visto che è la prima storia pubblicata dopo il 2000 ad essere ristampata sui Grandi Classici. Occorre osservare che le due testate naturalmente adatte alla riproposizione dei grandi capolavori moderni, i Classici e Disney Big, da qualche anno hanno in parte abdicato alla loro funzione e si direbbe dunque che i Grandi Classici e Topostorie intendano supplire a questa mancanza. Quindi ben venga questa "supplenza" a patto che la selezione mantenga un livello altissimo, mi verrebbe da dire ascetico.
Da questo punto di vista bisogna dire che la quantità di storie recenti è da record (quasi la metà delle pagine), oscillando fra il piuttosto buono e l'ottimo, soprattutto per la storia di chiusura Topolino e l'uomo dei sogni, che se non sviluppa una trama da capogiro ha però il grande merito di presentare una narrazione limpida e coraggiosa, includendo con tatto e senza scontatezze delle tematiche tutt'altro che banali come la cecità e la poesia della diversità.
Fra le altre storie recenti si distinguono Sgrizzo il cavaliere più balzano del mondo, in cui Luca Boschi sfodera il suo eccezionale senso dell'umorismo, e Relitto e castigo, (molto) liberamente ispirata a Dostoevskij, in cui Guido Scala assedia un Gambadilegno-Raskol'nikov con il suo peggior incubo: Topolino, ovvero la dannazione del rimorso. Completa il quadro Paperino e il programma educativo, a conti fatti decisamente sopra la media S-code.
Fra le brevi, menzione unica per Paperino e l'albergo di Fonte-Ribalda, distillato di pura e geniale comicità barksiana, e in misura minore il simpatico divertissement con Cip e Ciop Paperino e i villeggianti indesiderati, mentre il resto dell'offerta, assolutamente dimenticabile, sente pesantemente la mancanza di Dick Kinney.
In questo numero così particolare non mancano però le vecchie certezze: Topolino e il segreto di Capitan Cataratta (ribattezzato Goletta), strampalata e godibile (disegni a parte) peripezia esotica di Onofrio Bramante, Topolino e la nave terrestre, consueto giallo con piacevoli trovate di Carl Fallberg, e Paperino e il cifrato indecifrabile, forse la più interessante del numero, che rientra in quel genere dell'avventura umoristica di cui il suo autore Ennio Missaglia è maestro.
In conclusione, un numero un po' sfuggente alle catalogazioni, che "tiene la posizione" ma che si spera rappresenti un'eccezione più che un paradigma per una testata che ha ancora tanti Grandi Classici, moderni ma anche antichi, da riproporci.

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C'è poco da dire davanti ad un'apertura simile, introdotta da un'espressiva copertina cavazzaniana: signori, Guerra e pace! Capolavoro carpiano di irresistibile comicità, grande fantasia nel riorchestrare il monumento tolstojiano e, ovviamente, disegno superlativo, con battaglie, dacie e palle di cannone. Se non avete mai letto questa Grande Parodia, ormai da nove anni assente da una pubblicazione regolare, l'acquisto è obbligato.
Il soggetto della seconda storia, Pippo e l'albero delle popodimene è di George E. Davie, un po' bislacco come è abitudine delle S-code ma comunque godibile, anche grazie alla sceneggiatura italiana, probabilmente di Guido Martina (convince meno la recente attribuzione a Scarpa, il quale è invece alle matite). Curiosa la doppia caratterizzazione di Dinamite Bla proposta dalla consueta coppia di brevi statunitensi: pacifico villico nella prima Le Giovani Marmotte ed Erasmo delle paludi, prevedibile e usuale misantropo protagonista di gag a ripetizione con Paperino e Paperoga in Paperino e il baratto coatto di Dick Kinney.
Direttamente dal primo numero del leggendario Almanacco Topolino la prima Superstar, Topolino e la mano fosforescente, disegnata da un acerbo Giulio Chierchini su testi del solito Martina, che una volta di più abbina inedite e passeggere manie di Pippo con un giallo forse un po' sotto tono.
E se nello scorso numero parlavamo di Pavese come sottovalutato, possiamo dire che la collocazione fra le Superstar di Paperino e il carrubo dei caraibi rende pienamente giustizia all'autore genovese, che supportato dal sempre sublime Luciano Bottaro si produce in ciò che meglio gli riesce: uno spunto bislacco, Paperi al completo, Bassotti, azione e situazioni comiche a non finire.
La sezione si chiude con un ben gestito giallo circense di Carl Fallberg e Paul Murry e con due brevi storie non particolarmente memorabili, Il lupo cattivo ama la vita comoda e la comunque rara Il gatto malandrino, nella versione pubblicata su Topolino su iniziativa dell'allora appena insediatosi Gaudenzio Capelli.
Infine, breve ma gustosissima la sezione finale, che presenta due storie radicalmente diverse fra loro: Paperino e la guerra dei picchi, gioiello ciminiano di quelli che non si dimenticano (impagabili certi "scambi d'opinione" fra Paperino e Anacleto, e non solo), e Topolino e la scomparsa di Tip, storia che magari si trova un po' spaesata sui Grandi Classici ma davvero ottima, intrigante e ben curata, forse il capolavoro della sua autrice Claudia Salvatori (nonché una fra le poche belle storie con Tip e Tap) e ottima prova grafica di Alessandro Perina.
Benché purtroppo non sia stata mantenuta la promessa delle brevi straniere, qui piuttosto dimenticabili al netto di Kinney, il numero è di altissimo livello e se ne consiglia decisamente l'acquisto.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Chiusosi il primo ciclo di quelle che ormai chiamiamo affettuosamente Color Edition se ne apre uno nuovo, e nel migliore dei modi. La Fluo Edition, sorvolando sul cacofonico doppio iato nel titolo e sulla copertina riciclata, è un'ottima suite comica capace di suscitare (specie se letta tutta d'un fiato, esperimento che consiglio) liberatorie e ripetute risate. Si parte con una storia curiosa, di quelle che partono con uno spunto banale e diventano un incubo comico, per giunta disegnata da Giorgio Cavazzano: Paperino e il trattamento definitivo.
Arriva poi il grosso delle storie, quelle disegnate dallo stesso Faccini, che si sbizzarrisce a creare espressioni e situazioni estreme, paradossali, sempre azzeccate nella loro assoluta imprevedibilità: come nella storia precedente, ancora Gastone è oggetto di astiosi e machiavellici progetti in Gastone e il cugino dimenticato, mentre Pico De Paperis e l'antico pediluviante si rifà alla già peculiare e divertente storia di Pier Carpi Zio Paperone e l'anfora angolare. Altro riferimento, stavolta scarpiano, con la strepitosa Paperino, Paperoga e gli ultimi Bubalù. In Paperino e l'incredibile caramella Bloppblapp  Paperino è vittima, come al solito, della propria incoscienza, e partendo ancora da uno spunto banale confeziona un altro autentico capolavoro di comicità genuina, fresca, ma allo stesso tempo calibratissima e mai stucchevole. E poi non poteva mancare quello che ormai è diventato il personaggio-emblema di Faccini, con Paperoga e la gara d'equitazione.
La seconda sezione, introdotta come la precedente da poche righe di pugno dell'autore, presenta invece quattro storie mute, scelte fra le più paradossali e spiazzanti: Paperino e l'ultima goccia, Paperoga e la disfida caninaBatti il chiodo finché è caldo! e Tutti al mare! Poco da aggiungere (la perfezione si commenta da sé) se non che rappresentano un'avventura formale di altissimo rilievo, certamente le migliori mute dai tempi di Barks. L'ultima sezione è quella delle inquietanti storie con i Topi: dai primi acerbi esperimenti con Gambadilegno furfante troppo curioso e Topolino e la notte a Val Dormigliona (peraltro interessante remake di una storia scarpiana), fino al riconosciuto capostipite di una rinnovata maniera di intendere Topolino e i suoi, Topolino e la vecchia "Topington", seguita dall'ormai consacrata Topolino e il Dottor Tick-Tock, scritta in collaborazione con un vulcanico Casty, il quale cura anche l'introduzione al volume da cui traspare tutta l'ammirazione per il collega e l'entusiasmo nel lavorare insieme.
Chiudono il già ricco menu quindici "Ciak" uno più assurdo dell'altro, piccoli gioielli che garantiscono una solida risata, e una postfazione in cui l'autore ringrazia chi l'ha aiutato nella sua carriera. Corredano infine il volume, sparse fra le storie, "Les folies de Faccini", disegni one-shot cui si aggiunge la prefazione a fumetti (poi scartata) per la Platinum dedicata a Casty, vero gioiellino metafumettistico che - chissà - forse acquisirà nei decenni un certo valore collezionistico.
Insomma, una selezione azzeccata ed esauriente, che però lascia molto materiale per un auspicabile bis, per un autore fra i più originali e convincenti degli ultimi due decenni!

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Numero davvero singolare questo dei Grandi Classici. Anzitutto perché presenta un Michele Gazzarri in apertura, cosa davvero inedita, e che si spera possa favorire la notorietà di questo autore spesso sottovalutato, benché si debba ammettere che la storia qui presentata (Topolino e la piramide di Marsethe IV), corredata dai disegni del Romano Scarpa più classico, non è certo delle sue più originali.
Ma si tratta di un numero particolare anche per la scelta delle storie brevi, che una volta tanto non rappresentano affatto un punto dolente del numero. Non eccezionali, ma comunque un mezzo tono sopra le solite, Moby Duck esca da carica e Topolino e Pippo ippofilo, strampalata ma piuttosto ben condotta Pippo e i ragli del cavallo di Don Christensen (peccato per i disegni un po' statici), e davvero ben riuscite le due di Dick Kinney, Paperoga e la selvaggia traversata e Paperoga debella la siccità; una testa sopra tutti, ovviamente, Carl Barks con Paperino e i cavalieri delle slitte volanti, storia geniale nell'ispirazione, nelle gag e nelle impagabili espressioni di Paperino e nipotini.
Pienamente soddisfacente anche il comparto italiano, con la poco ristampata Pippo e la trappola per volpi del grande sottovalutato Osvaldo Pavese. Fra le storie più lunghe se ne segnalano due recenti: Il fantasma di Canterville, scritta da Alessandro Sisti e disegnata da un curatissimo Roberto Marini, che pur senza avere grandi pretese si lascia leggere volentieri e ripartisce molto bene i personaggi nei vari ruoli, e Zio Paperone e la spazioplastica, grande storia del duo Marconi-Cavazzano che fra le altre cose riesce nel difficilissimo cimento di spingere ai limiti la generosità di Zio Paperone.
Ma la star assoluta del numero è Paperino il paladino, i cui crediti verso il Brancaleone di Monicelli sono ben evidenziati dall'articolo di Luca Boschi che introduce le Superstar a tema equino (dopo quelle "asinine" del numero precedente); testi e disegni insuperabili, capolavoro di comicità dall'inizio alla fine, nelle situazioni e nel linguaggio: una ristampa davvero doverosa per una storia spesso confinata a volumi monotematici e assai più costosi.
Chiudono il numero, oltre alla già citata storia di Pavese, Paperino e la corsa all'oro di Attilio Mazzanti, altro autore spesso sottovalutato (forse perché purtroppo poco prolifico) che ci regala i suoi consueti paperi dinamici e frizzanti, e Zio Paperone e l'eredità universale, esempio perfetto dell'arte barossiana, zeppo di gag, corse frenetiche, colpi di scena e disastri a non finire per 33 tavole: sorvolando sui disegni un po' approssimativi, non è riduttivo definirla uno dei capolavori degli anni Sessanta.
Ancora un bel numero, dunque, con due o tre storie forse non originalissime, ma che sembra aver intrapreso la giusta strada per la gestione delle storie brevi, pur con qualche comprensibile incertezza. Non resta che sperare che i prossimi indici confermino quest'impressione.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Continua con successo la strategia di riproporre in apertura un classico degli anni Novanta, in questo caso Zio Paperone e la minaccia spaziale, che vede alle prese con Ok Quack, per la prima volta, un Fabio Michelini in forma smagliante, che abbina il consueto "paradossale filosofico" ad ottimi dialoghi in cui non mancano stilemi ciminiani, supportato come sempre dal Cavazzano "neoclassico", quello delle grandi prove con Mezzavilla, Corteggiani e - di lì a poco - Tito Faraci.
Dopo una (per fortuna) brevissima riempitiva pessimamente illustrata, si torna a volare con un impagabile classico ciminiano, Zio Paperone e la "copia" prodiga, che approfondisce il tema del "doppio" affidandosi ad un Romano Scarpa forse al suo massimo splendore espressivo (almeno nelle storie con i Paperi).
Delle due brevi successive menzioniamo giusto la prima, nobilitata da un riuscito Josè Carioca, per passare ad un altro "piatto forte": la tesissima Paperino e il Cangaceiro, vero e proprio libro della giungla scritto in portoghese maccheronico da un Guido Martina (perché di lui certamente si tratta) vulcanico e brillante, in perfetta simbiosi con l'ancora acerbo ma già inconfondibile G. B. Carpi.
Originale, e particolarmente ispirata nei dialoghi, anche la storia seguente, Paperino e la scalogna rientrata, opera del miglior Dalmasso e di un Luciano Capitanio (che lo stesso Boschi definisce "un po' frettoloso") chiaramente debitore di Al Taliaferro.
Taliaferro che ritorna in Paperino e la muchacha messicana, rimontaggio purtroppo un po' approssimativo di strisce dell'agosto '51, stesso anno in cui viene pubblicato in Italia il capolavoro assoluto che chiude la sezione: Paperino nel tempo che fu, fantasioso viaggio nel passato in cui Barks dà il meglio di sé in quella che è anzitutto una prova grafica di eccezionale bellezza.
Dopo un anonimo delirio che presenta un Pippo decisamente piatto, troviamo in terzultima e ultima posizione due storie comiche con Paperino alle prese con un cugino importuno; fra le due sembra un po' stonare la scelta della storia del '98 Sgrizzo e la plusrosa magna, che pur ben avviata con uno spunto "pirandelliano" e con un'ottima prova di Freccero su Sgrizzo mostra una certa prevedibilità di situazioni e battute a fronte dell'irresistibile magistero chendiano nella gestione concisa e fulminante dei tempi comici in Paperino e il cugino burlone, accompagnata dalla consueta ironia bottariana.
Infine, quasi a voler tracciare un parallelo (benché fuori tempo massimo) con i numeri 243 e 253, troviamo Topolino e l'incredibile mondo tic tac, secondo capitolo della saga di Pacuvio, vetta incontestabile della fantasia di Michelini, piena di situazioni paradossali perfettamente inanellate e magistralmente rese da un Luciano Gatto anch'egli al suo apice.
Il numero conferma insomma l'ottima media di questi anni, con storie memorabili intervallate purtroppo da scelte a volte inspiegabili che un po' tradiscono la filosofia della testata.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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Proseguendo senza errori la politica di ripubblicazione dei "classici moderni" dei tardi anni Novanta, il numero si apre con un originale Zironi autore completo in Topolino e lo spirito dello Spirit, che fa rivivere a Topolino un'avventura come direttore di un varietà, con le consuete e ben dosate sfumature oniriche cui l'artista ci ha abituati; da notare la presenza di Orazio al fianco di Topolino. Con Gastone e la vittoria di Pirro, realizzata da un Rodolfo Cimino e un Romano Scarpa entrambi in stato di grazia, si entra decisamente nel vivo, con i classici "tocchi d'autore" fra gag sopraffine, battute ciminiane al 100% e l'insuperabile dinamismo dello Scarpa dei primi '70.
Sorvolando sulle patetiche avances di Maga Magò ad un tozzo e cartoonesco Macchia Nera, arriviamo ad un altro dei punti cardine del numero: Paperino e l'oro del treno, che a Wagner fa riferimento solo nell'incipit, prima di mettere in campo degli spietatissimi Bassotti, una tribù di agguerriti (e un po' creduloni) indiani e la solita grinta delle avventure martiniane "di frontiera", dove Paperino e Paperone trovano i guai che meritano e i nipotini tentano di trarli fuori, il tutto condito dai ben noti "volti imbronciati" del primissimo Carpi. Sempre in tema ferroviario la seconda Superstar (Topolino e i ladri a vapore, un piccolo giallo western di produzione USA che al netto di un buffo ranchero con la barba di Merlino non riserva sorprese) e così pure la terza, Paperino e il conte di Montecristo, uno dei capolavori assoluti dell'arte di Martina, dove la consueta violenza dei rapporti fra i personaggi acquisisce un contesto morale davvero di grande spessore, tutt'altro che buonista, che si scioglie in una delle conclusioni più classiche e al contempo profonde di tutto il fumetto Disney; il tutto immerso in una originale e sorprendente rivisitazione dell'opera di Dumas, resa con i tratti decisi ed espressivi del primo Bottaro.
Gradevole l'ultima Superstar, Paperino e la ferrovia dimenticata, con un Tony Strobl una volta tanto decentemente inchiostrato e una pacifica e originale trama di Fallberg.
La terza ed ultima parte del numero si apre ancora con Martina, stavolta però ben più in là con gli anni e coadiuvato da Guido Scala. Storia che sfugge alle classificazioni, Le fantastiche imprese di Topolino-Blitz, e che lascia perplessi per alcuni passaggi mancanti, ma rientra appieno nell'ultimo, sintetico, surrealismo martiniano, in cui la trama è puro pretesto per l'incredibile.
Si prosegue con un ritorno, lieta sorpresa per chi ha seguito gli ultimi numeri della testata, di Ok Quack in Zio Paperone mecenate per forza: la storia, perfettamente calibrata, presenta la consueta atmosfera ariosa e un Bogarto particolarmente in forma, supportati da un Cavazzano semplicemente divino.
Infine, dopo un dimenticabile Super Pippo e le medaglie satelliti, si chiude con una storia di autore ignoto, Paperino e l'oro radioattivo, molto probabilmente dei fratelli Barosso, che rappresenta una piccola perla: ritmo serrato, situazioni comiche perfette, personaggi decisi e trama originale: tutto quello che vorremmo da una storia di 29 pagine.
In conclusione, uno splendido numero, anche per una testata di garanzia come questa, e che lascia tanto più perplessi di fronte a scelte come certe riempitive che potrebbero essere facilmente evitate attingendo da brevi di qualità superiore come la recente (benché ibrida) riproposizione di Taliaferro.

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Numero altalenante, salvato sostanzialmente dalle storie lunghe e -fa piacere dirlo- da due brevi kinneyane, Paperoga e la caccia alla volpe e Paperino e il parco che "vive", nel migliore stile del "fanatico igienista".
Il primato è diviso fra i due kolossal Paperino e Paperotta, delirante frutto dell'ultima divina fase di Bottaro (qui coadiuvato ai testi da Alberto Autelitano), con funambolismi grafici di primo livello, e Topolino e l'uomo del 2000. Poco da dire su quest'ultima, se non che merita in pieno la sua fama stratosferica, portando nella tranquillità del Topolino gottfredsoniano (e walshiano!) uno dei personaggi più grandi di sempre: l'ineffabile Eta Beta. Storia pluriristampata, è vero, ma dal 1998 assente da pubblicazioni Disney in senso stretto (esclusi quindi allegati a giornali, anastatiche, etc.).
Purtroppo non c'è molto altro, dato che Minni e lo show del West è frutto del Siegel più inconcludente e le due Superstar straniere non brillano, pur senza annoiare (almeno la prima). Fuori luogo la storia di Gentina (che ci ha abituato a ben altre trame), Pippo e Gancio traslocatori dell'impossibile, tipica anni Novanta piuttosto prevedibile.
Si salva sicuramente Paperino e la trota quasi d'oro (Cimino inossidabile e maestoso), e simpatica è anche Topolino e le guardie del corpo (benché lo spunto sia minimale). Bene comunque il ritorno di Carpi sui GCD. Per l'ultima, Paperina e i gemelli veneziani, c'è da fare un discorso serio sulla censura, che ripropone la versione violentata di Minni e Company (con un lettering orribile, per giunta); poi, fossero state chissà quali battute... La storia in ogni caso è valida, decisamente non standard, giusto forse non ai livelli consueti del grande Pavese.

Recensione di Dominatore delle Nuvole


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La scala di votazione utilizzata è la seguente:

  •  Spendete meglio i vostri soldi...
  •  Bof.... giusto se già collezionate la testata...
  •  Nella media: non passerà alla storia, ma...
  •  Buono! Acquistatelo e non vi pentirete!
  •  Da acquistare, senza esitazioni!

Da tener presente che i voti non sono da intendersi in maniera "assoluta", ma vengono dati coerentemente con quello che ci si aspetta di trovare in una testata: ad esempio Paperino e Tesori Disney sono testate molto diverse tra di loro: la prima contiene esclusivamente ristampe di storie già apparse sulla testata, la seconda presenta storie di difficile reperibilità o addirittura qualche inedito (oltre, ovviamente, a tutta una serie di articoli). Il voto dato a due numeri di queste testate deve prendere in considerazione quello che ci si aspetta di trovare all'interno del fascicolo: un Paperino con ristampe di Bottaro, Scarpa, Carpi, Cavazzano e cosi' via, sarà giustamente ben valutato, e se anche dovesse prendere 5 stelle, non significa che in assoluto è migliore di un numero di Tesori che ne prende solamente 4!

 

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