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Le copertine DisneyDallo storico Topolino, ai più oscuri supplementi: nella galleria delle copertine è possibile ammirare letteralmente migliaia di copertine, provenienti da quasi tutte le pubblicazioni Disney! E la collezione continua a crescere grazie alla collaborazione di molti appassionati.

 

 

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Dopo i Dire Straits della scorsa settimana, i Turconi continuano a celebrare, nella loro "Ducks on the road", alcune delle canzoni iconiche del periodo che fa da sfondo a questa avventura. Stavolta però, dopo un inizio che ripercorre le prime strofe di Hotel California (che sono già quasi dei fotogrammi esse stesse), la vicenda si dipana coinvolgendo un altro hotel altrettanto famoso, l’Overlook di Shining come lo aveva immaginato Kubrick nella sua trasposizione cinematografica. E così, su un settimanale come Topolino, si riescono ad omaggiare una delle canzoni più controverse degli anni ’70 (vista di volta in volta come metafora del lato oscuro dell’American Scream, come allegoria degli effetti degli stupefacenti e via interpretando) e una delle pietre miliari dell’horror su pellicola.
In effetti, il testo degli Eagles rimane sotto traccia, quasi come un flebile filo conduttore, mentre la scena se la prende l’Overlook hotel, con le sue inquietanti presenze e manifestazioni che troveranno poi una spiegazione plausibile. Per questo la puntata sembra parzialmente estranea al resto dell’avventura, con atmosfere sensibilmente diverse dalle simpatiche sarabande precedenti e nonostante una Paperetta sempre disarmante nel suo entusiasmo e nel suo essere svampita. D’altra parte è una storia dichiaratamente "on the road" e quindi la varietà di situazioni è parte della sua natura. Non resta che aspettare le puntate successive e vedere il mosaico che si formerà alla fine.
"Nonna Papera in Operazione bluguette" sembrava destinata a far parlare di sé solo per il repentino cambio del titolo: scelta infelice dal punto di vista del risultato ("Baking Bread" era un piccolo capolavoro in un’epoca in cui parodiare qualche nome o titolo sembra significhi aggiungere prefissi e suffissi tipo paper-, -duck, topo- etc…) ma probabilmente obbligato visto con gli occhi dell’editore.
Alla fine è una pratica a cui bene o male ci si è abituatati, basterebbe non cercare di giustificarlo goffamente imputandolo alla celebrità tutto sommato di nicchia della serie tv: le interviste agli autori, in casi di parodie o storie particolari servono anche a far luce sulle fonti di ispirazioni e in questo caso, che combinazione, di "Breaking Bad" non se ne fa parola.
Ma in fin dei conti rimane un aspetto marginale perché Sio, affiancato da Nicola Tosolini scrive un’ottima storia, piuttosto lontana da quelle dei suoi esordi, con un umorismo non immediatamente riconducibile al suo. I personaggi sono tutti ben gestiti: probabilmente viene da pensare che Brigitta sarebbe stata più adatta di nonna Papera per il ruolo da protagonista ma in realtà non è così. E’ proprio la presenza dell’anziana contadina a dare qualcosa in più alla storia che invece con la bionda pretendente di Paperone sarebbe stata una delle tante già viste. Brigitta è sempre stata una donna d’affari e il sospetto che insegua lo zione solo per i suoi soldi non è mai stato dissipato del tutto. Nonna Papera no, lei ci offre un suo lato inedito, accarezza per la prima volta la ricchezza e il potere e si lascia tentare da loro come a suo tempo fece Topolino, salvo poi ovviamente ritornare se stessa.
Un plauso va a Sio anche per aver mostrato come si inserisce la tecnologia nelle storie: non tirando in ballo gratuitamente termini come internet e simili, ma rendendoli parte attiva delle vicende, una presenza costante ma mai ingombrante e soprattutto funzionale. Evidentemente per chi è nato artisticamente sulla rete è un argomento decisamente più facile da trattare, conoscendone bene i meccanismi.
Una piccola follia di Faccini fa da trait d’union con le due ultime storie che però non hanno nulla di rilevante: un giallo simpatico ma prevedibile con protagonisti Gambadilegno e Sgrinfia e una storia danese firmata da Transgaard e Fecchi che ha uno sviluppo anche interessante seppur non originale ma un finale insipido.
Oltre ai fumetti, fra i redazionali segnaliamo un'intervista a Ermal Meta, chiacchierate poco serie con Sio e Tosolini e uno speciale sui vent’anni di Harry Potter.

Recensione di piccolobush


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L'arrivo su Topolino di un regista come Aki Kaurismaki è sicuramente una ottima notizia: è il segno che non ci si limita ad inseguire le mode giovanili, ma si cerca di proporre anche qualcosa d'altro, di fruizione meno immediata forse, assumendosi ovviamente tutti i rischi che questo comporta. Nel caso specifico sarebbe meglio aver visto il film oggetto della parodia o comunque avere un'idea di cosa significhi il cinema nei paesi a ridosso del circolo polare artico.
Basti dire che circa vent'anni fa, alcuni dei nomi più noti della cinematografia scandinava, diedero vita ad un movimento noto come "Dogma 95" che prevedeva criteri molto estremi per la realizzazione di un film, quali luci, scenografia e musiche ridotte al minimo o il divieto assoluto di girare film di genere. Anche se di durata e impatto limitati, tale movimento da' un'idea di come venga vista la settima arte in quei paesi.
Kaurismaki, pur non avendo fatto ufficialmente parte del movimento, comunque proviene dallo stesso contesto sociale e culturale (per fare un esempio, gira ancora con pellicola, essendo un oppositore delle riprese in digitale), quindi anche nei suoi lavori si possono rintracciare quelle che sono caratteristiche tipiche del genere, dall'ambientazione fortemente teatrale all'importanza fondamentale degli attori, il tutto frammisto a momenti di surreale poeticità e bislacco umorismo.
Adattare un film come "L'uomo senza passato" in versione disneyana sicuramente è una prova impegnativa e lo sceneggiatore Kari Korhonen fa un lavoro discreto, non operando una vera riscrittura ma riportando piuttosto fedelmente lo svolgimento della storia originale. Però il risultato per rendere al massimo ha bisogno della complicità del lettore più che per altre storie o parodie. Perché i film di Kaurismaki (tranne poche eccezioni) sono ricchi di sequenze scarne e minimaliste che sono il vero ostacolo alla trasposizione su carta: al cinema il tempo è dettato dal regista, su carta è il lettore a decidere. Ecco perchè nella lettura è necessario soffermarsi il giusto nell'ammirare le tante bellissime vignette mute di Cavazzano, per ricostruire la giusta scansione temporale e perchè anche chi non conosce il film possa goderne nel modo migliore (e decidere poi se la storia è o no di suo gradimento). Viceversa leggendo tutto come una storia classica l'effetto sarà quello di una visione del film con il pulsante "fast forward" premuto, un collage di scene malamente appiccicate e per di più gravate da un prologo e un epilogo inutili che tolgono altro prezioso spazio al racconto.
In definitiva difficile dire se sarà una storia da olimpo dei fumetti come dichiarato dallo stesso regista, anche perchè il lavoro dello sceneggiatore, buono nella descrizione del contesto sociale in cui si muovono i protagonisti e nella decisione azzeccata di allargare il cast a tutti i principali characters Disney, è mancato lì dove forse sembrava più semplice un parallelo tra le due opere e cioè nelle sequenze comiche che hanno poco dell'umorismo spesso lieve, a tratti beffardo del film. Resta però una storia che certamente va letta sperando non si tratti di un episodio isolato, dato che Cavazzano stesso si augura di poter portare a termine una trilogia.
Il resto del numero offre poco: una simpatica avventura di Archimede scritta da Zemelo e disegnata da Ermetti, una nuova puntata dell'agonia senza fine dell'epopea di Indiana Pipps e il ritorno di Fantomius.
Riguardo quest'ultima, è abbastanza sconsolante vedere come si possa realizzare una storia basandosi unicamente sulla voglia di aggiungere un'altra tacca all'elenco delle citazioni gratuite che ormai abbondano nei fumetti, senza la minima volontà di imbastire una trama davvero solida. Non ci si riferisce alla decisione da parte di Gervasio di voler completare a tutti i costi un discorso iniziato da Barks (che era in realtà già completo di suo) ma al fatto che tutta la vicenda è di una noia mortifera. Stendiamo un velo pietoso poi sulla rivelazione dell'identità del fantasma, ennesima dimostrazione di come si possa "ammazzare" un personaggio (quello del fantasma di Notre Duck, non l'inutile fratello di Fantomius) il cui mistero aveva resistito per mezzo secolo.
Francamente impietoso il confronto con l'originale: là dove c'era un reciproco rincorrersi e inseguirsi tra i paperi e il fantasma, con scene che alternavano tensione e umorismo ("sto cominciando ad odiare questo motivetto!") ora abbiamo Fantomius che arriva senza alcuna difficoltà a ricostruire tutto il puzzle e la resa dei conti si risolve in poche tavole (in cui, giusto per abbondare si ficcano altre citazioni, dalle guglie apribili alla sequenza delle canne d'organo, non sia mai che il lettore tipo non arrivi a riconoscerne almeno cinque per ogni storia, come dargli poi la medaglia di "scopritore di citazioni"?) e il classico spiegone da ronf...
Il successo di Fantomius è indubbiamente testimoniato dalla sua longevità e, presumibilmente, dalle vendite delle ristampe, eppure non si può non notare che del Fantomius originale, delle mirabolanti imprese, da tempo non c'è quasi più nulla. Da quello che era a tutti gli effetti il set delle gesta di un Rocambole disneyano siamo finiti a una sorta di soap opera da tv commerciale (ma anche da tv di stato, tanto ormai siamo là...). Comunque se questo è quel che vuole la gente, bene fanno Gervasio e la Panini ad accontentarla.
Oltre alle storie segnaliamo una bella doppia intervista a Cavazzano e Kaurismaki (in verità quella al regista abbastanza striminzita) e un interessante articolo firmato da Francesco Gerbaldo su una modalità di riciclo originale ma che appare alquanto efficace.

Recensione di piccolobush


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Blasco Pisapia in versione autore completo è la nota positiva del nuovo numero del settimanale. "Paperino e la leggenda delle pietre rotolanti" è una storia che rispolvera la comica rivalità tra zio e nipote di stampo barksiano in maniera molto classica. Qualche pecca a livello di sceneggiatura sembra esserci (una profezia che anziché avverarsi viene fatta avverare) ma la vicenda è davvero godibile, con i disegni un po' spigolosi ma espressivi dell'autore che amplificano la comicità delle situazioni. E' una tipologia di storie di cui si sente il bisogno e che sembra invece quasi scomparsa dalla gestione Panini divisa com'è tra pattume riempitivo e storie di grido: sono quelle storie che ti fanno riprendere di tanto in tanto il numero dallo scaffale per rileggerlo, abitudine che ormai va scomparendo, dato che il meglio è raccolto a parte e il rimanente è da dimenticare. A pensarci sono queste le storie che danno ancora un significato pieno al settimanale, altrimenti ridotto a semplice cassa di risonanza per altre iniziative editoriali. Ben vengano quindi ancora lavori come questo del giovane autore.... del non più tanto giovane autore.... dello splendido cinquantenne napoletano.
Il resto del numero accusa molto l'impronta ecologista che gli è stata data in occasione dell'Earth day: storie che per forza di cose devono rivolgersi ai lettori più giovani e che quindi sono estremamente semplici e francamente anche poco curate nell'intreccio, come quella di apertura. E' fin troppo evidente che si punta a veicolare il messaggio senza dar troppo peso alla parte narrativa, confidando nel target decisamente infantile a cui si rivolge (difficile credere che Vitaliano, ma anche Venerus, abbiano scritto le loro sceneggiature pensando a un pubblico adulto).
Sicuramente il palcoscenico offerto alle tematiche ambientaliste è una cosa dovuta e anche giusta, ma certo non dispiacerebbe se ci fosse un po' più di attenzione al fattore intrattenimento: a giovarne sarebbe anche la parte informativa che così risulta invece piuttosto posticcia.
Il resto del libretto, tra una simpatica breve disegnata da Guerrini e una insolita avventura con l'inedita coppia Trudy/Orazio, è costellato soprattutto di interventi redazionali a tema ecologico più una anticipazione del Comicon che si terrà dal 28 aprile al 1 maggio.

Recensione di piccolobush


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Gastone in: Hotel Quadrifoglio è la sorpresa che non ti aspetti. Una storia simpatica, divertente, con Massimiliano Valentini che gestisce ottimamente il trio dei cugini. Certo non è un capolavoro e non resterà negli annali ma è una piccola ventata di allegria in un numero modesto.
La storia di apertura è solo un gigantesco spot per Disneyland Paris, che si regge su una idea esile come il filo di una ragnatela. Lo svolgimento non sembra interessare a nessuno, nemmeno alla redazione che spoilera in copertina la guest star che i poveri autori cercano comicamente di nascondere per gran parte delle pagine, alla ricerca dell’unico colpo di scena che potrebbe dare un sussulto ai lettori.
Zio Paperone è l’oasi meravigliosa è una tipica storia di Panaro con le consuete lunghe sequenze di spiegazioni che abbattono drammaticamente il ritmo della narrazione. Sembra quasi che si senta il bisogno di prendere il lettore per mano e spigargli pedissequamente tutto quello che succede, non sia mai che si provi a trovare una qualche soluzione narrativa meno didascalica e più interessante.
Sorvoliamo sul mini-giallo con Nonna Papera, scritto talmente male che sembra essere una parodia dei mercoledì di Pippo: è solo una riempitiva, ma non può essere una scusante per andare contro tutte le regole del genere.
La chiusura è affidata a Indiana Pipps e alle sue imprese: stavolta l’archeologo esploratore improvvisamente rincitrullisce per il calcio e poi parte alla volta della giungla amazzonica per salvare un allenatore che nel frattempo è riuscito a trasformare una tribù di indios in una squadra di fenomeni. Una storia mortificante per il personaggio, con dei disegni anonimi. Una storia in cui persino Kranz si è vergognato di fare la sua solita comparsata. Poi vai a leggere i credits e trovi il nome di Bruno Sarda come sceneggiatore.
Indiana Pipps e la valle di Jussara, Indiana Pipps e l’isola perduta, Topolino e la città di ghiaccio: storie scritte da un autore al massimo della forma e disegnate dai migliori artisti Disney. Storie lontane. Indiana vogliamo ricordarlo così, quando era ancora vivo. Una prece.
Completano il numero le interviste a Vitaliano e Petrossi e un servizio sul parco della reggia di Versailles

Recensione di piccolobush


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Con la conclusione di "Nemesis" si chiude anche il progetto Darkenblot, stando alle parole dei suoi stessi autori. Si è trattato di un felicissimo esperimento, un riuscito tentativo non solo di modernizzare la figura di Macchia Nera (di fatto l’unico villain Disney con la necessaria credibilità per affrontare un ruolo del genere) ma anche di vedere all’opera un Topolino vivo e dinamico come pochi oltre a Casty sanno ormai tratteggiare.
Inutile stare qui a fare la caccia alle citazioni: Darkenblot è immerso in un immaginario consolidato, scritto da due autori che hanno riversato più o meno inconsciamente molto del loro background in questa fatica, sarebbe una operazione sterile e inutile. Purtroppo quella delle citazioni (e spesso si va ben oltre la semplice citazione) è ormai una piaga a doppio taglio: da una parte troppe volte leggiamo storie inutili, scritte senza una idea solida, che cercano di salvarsi strizzando l’occhio al lettore con un richiamo. Dall’altra il lettore, solleticato dall’idea di scovare questi dettagli finisce col far passare in secondo piano la lettura vera. Entrambi gli attori di fatto perdono di vista quello che dovrebbe essere l’obiettivo primario di una storia cioè narrare e intrattenere. Darkenblot questo lo fa ottimamente, le pagine scorrono via una dietro l’altra, la sceneggiatura non ha intoppi, i disegni sono davvero d’impatto.
Perciò per una volta val la pena lasciar perdere le idiosincrasie e godersi la storia, facendosi trascinare dal piacere della lettura.
Anche perché se sperate di rifarvi col resto del numero resterete delusi. Sì, c'è un simpatico "corto" di Faccini, divertente e nonsense, ma è davvero un lampo nel buio. Senza infierire sulle due brevi che non hanno nessuna pretesa le altre due storie lunghe del numero sono una delusione.
"Zio Paperone e la startapp cup" è un tentativo poco riuscito di parlare di un argomento di attualità e di sicuro interesse, ma per fare ció affastella personaggi su personaggi che fanno più che altro confusione, nessuno è davvero utile allo svolgimento. Oltre a ció, il tutto è anche carente di brio. Forse con un minor numero di protagonisti, la vicenda sarebbe stata meno frammentaria e l’intento didattico ne avrebbe giovato.
"Brigitta e la missione cupido" è perfetta per un bambino di otto anni. Già se uno di dieci dovesse trovarla divertente sarebbe preoccupante. Una commedia degli equivoci come mille altre ma che non riesce ad essere sorprendente come vorrebbe nè divertente come dovrebbe.
Il resto del giornale ospita una intervista al portiere del Milan e della nazionale, Donnarumma (cui vengono dedicate la copertina e qualche one-page a tema) e, un po’ più interessante, un piccolo approfondimento su robot e AI grazie alla partecipazione di due specialisti del settore.

Recensione di piccolobush


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Il Festival di Sanremo resta uno degli eventi televisivi e sociali principali in Italia. Nonostante i detrattori che sembrano annidarsi ovunque e che negli ultimi anni paiono moltiplicati dall’eco dei social, questo pacchiano baraccone supera abbondantemente ogni anno il 40% di share, il che vuol dire che nessuno lo ammette ma tutti (o quasi) lo guardano. La ragione delle storie sanremesi è tutta qua, la pubblicità derivante dalla parodia dell’evento è sufficiente per mandare giù il rospo di una storia bolsa, che si regge su uno spunto striminzito e culmina in un finale prevedibile dopo poche pagine. E’ bella? E’ brutta? Piace? Non piace? Non ha nessuna importanza, è una storia la cui funzione non è intrattenere ma cercare e dare visibilità e quando si ottiene un passaggio di diversi minuti sul tg1 con Mollica a fare da gran cerimoniere vuol dire che il suo lavoro l’ha fatto bene.
Per fortuna non di solo Sanremo si vive e quindi il numero ospita anche la seconda puntata degli Amazing files che almeno offrono spunti di discussione ben più interessanti. Finora bisogna dire che Enna ha fatto un buon lavoro: l’effetto "compagni di scuola" con il relativo carico di disillusioni è sempre presente e, dopo un Louis alquanto dimesso, questa settimana tocca a Betty Lou fare i conti con le sue aspirazioni mancate. Tuttavia l’autore ha avuto l’ottima idea di incastonare il tutto in una trama decisamente intrigante, ricca di quelle atmosfere tipiche della fantascienza anni ’50 che sono da sempre uno dei marchi distintivi della serie e che riesce a distogliere il lettore dal pensiero "questa storia non doveva essere scritta". Il pensiero riaffiora subito dopo, a lettura ultimata, ma in maniera meno prepotente: è e resta una eresia, un tributo da pagare ai malati di gossip e di continuity, ma la curiosità per il prosieguo la rende una eresia sopportabile.
Mentre ci si chiede cosa spinga a recuperare personaggi che dovrebbero restare eternamente effigiati nella loro unica, memorabile apparizione per ficcarli in avventure insulse, si arriva alla storia di chiusura scritta da Sarda e illustrata da Mangiatordi. Avventura fin troppo canonica, 30 anni fa sarebbe stata carina, ma forse il problema è che siamo cresciuti. L’autore invece continua, giustamente, a rivolgersi non più a noi, ma a coloro che nel frattempo hanno preso il nostro posto. Speriamo che i ragazzini di oggi siano altrettanto ingenui e pronti a meravigliarsi.

Recensione di piccolobush


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La prima sensazione dopo la lettura del "nuovo" Mega Almanacco è di stridente contrasto tra l’editoriale e i contenuti effettivi. Nel primo la direttrice promette il meglio della produzione recente nostrana e soprattutto di altri paesi ed è una dichiarazione d’intenti che manderebbe in visibilio qualsiasi appassionato, ma il contenuto non mantiene nulla di tutto ciò. Una veloce lettura del sommario permette di verificare che non c’è traccia di storie nostrane, non c’è nessuna inedita e le più recenti risalgono ai primissimi anni 2000 che non sono poi tanto dietro l'angolo: quando si comincia ad andare avanti con gli anni, si tende ad avere una percezione errata del tempo, ma basta fermarsi un attimo a riflettere per capire che i primi anni 2000 significa quindici e più anni fa! Alcuni degli autori ospitati sul volume sono anche morti nel frattempo…
Il fatto è che questo Mega, al di là del formato più grande, si presenta del tutto identico, anche visivamente, ai suoi predecessori, i vari Mega 2000, Mega 3000, Disney Comix… E’ una rivista di fumetti da un tanto al chilo, dove si può trovare la storiella divertente, la storiella simpatica, la storiella così così, la storiella brutta, l’autore un po’ più noto e quello di cui non si conosce nemmeno la data di nascita, tutto insieme senza nessun criterio che non sia quello di raggiungere la foliazione prevista.
A meno di una forte inversione di rotta con i numeri successivi non si capisce cosa abbia più delle testate defunte per poter avere un maggior successo (Disney Comix, uguale in tutto per tutto, è durato tre anni o poco più): certamente si ritaglierà un suo pubblico, probabilmente potrebbe anche essere remunerativa dato che ristampa storie già edite sulle collane precedenti e quindi non richiede chissà quale sforzo produttivo però dispiace vedere come si tenti di prendere in giro il lettore cercando di propinargli un’accozzaglia di riempitive spacciandola per una raccolta di primizie.
Per di più il rapporto quantità/prezzo, unico fattore che potrebbe far pendere un po' l'ago della bilancia in favore dell’acquisto, non è nemmeno dei più alti. Impossibile trovare qualcosa di positivo in una rivista che nasce già vecchia, nelle idee e nei contenuti.

Recensione di piccolobush


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Quello in edicola attualmente è l'esempio di come dovrebbe essere un numero di Topolino "medio", cioè uno di quei numeri in cui manca la storia di richiamo, il capolavoro o la storia evento.
Nonostante la presenza di WoM che ancora non trova conclusione ("mai la fine" si è rivelata una minaccia terribilmente seria) e che ha la sua ragione d'essere nella relativa collana di ristampe, il resto della rivista ha una identità propria e fatta non di storie dimenticabili o persino inguardabili come troppe volte accade. Č quasi sorprendente trovare invece avventure di buon livello, di quelle che non solo si fanno apprezzare a una prima lettura, ma si rileggono ogni volta con piacere. Storie certamente disimpegnate, leggere ma assolutamente valide.
Č il caso di Gambadilegno e la cordata tranviaria, dove Vitaliano costruisce una storia come sua abitudine, con una esilissima trama che è solo un pretesto per una serie infinita di gag e battute tra il demenziale e il surreale ma sempre divertenti e ben tradotte in immagini da Donald Soffritti. Forse l'autore la tira un po' troppo in lungo col rischio quasi di stancare ma per fortuna la fine arriva in tempo per salvare l'effetto complessivo di gran divertimento.
Buona e a suo modo molto classica anche la storia di chiusura Zio Paperone e Rockerduck amici per le penne, di Bosco e Held, che ha il merito di introdurre una interessante variante nel filone della rivalità tra i due miliardari. Certo il finale è abbastanza prevedibile ma poco male, considerando quanto sia difficile partorire idee originali relative a un argomento ormai così tanto sfruttato.
E allo stesso livello possiamo considerare anche la storia con Indiana Pipps, scritta da Sarda e disegnata da De Pretto, seppure con l'impressione che il personaggio abbia bisogno di qualcosa in più per rilanciarsi definitivamente e per non risultare troppo ripetitivo. E questo nonostante almeno stavolta ci venga risparmiata l'immancabile entrata in scena di Kranz.
Per il resto, oltre a vedere sempre con piacere in azione uno dei decani del fumetto Disney come Chierchini, questa settimana il reparto extra fumetto offre una stringata panoramica della fauna lappone e qualche consiglio per la lettura rivolti al pubblico più giovane.

Recensione di piccolobush


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Parodia non è il termine adatto per la storia principale del numero di Topolino di questa settimana: nella parodia è insita una rivisitazione, anzi una contraffazione, eventualmente in chiave umoristica o satirica. Le parodie Disney non fanno eccezione, da I promessi paperi al Dracula di Bram Topker. Con "Metopolis" tutto questo non vale più, con questa storia si fa un passo avanti, o meglio, si fa un passo in una direzione diversa. Enna con Lo strano caso del Dottor Ratkyll e di Mister Hyde aveva fatto credere al lettore di essere di fronte a una semplice trasposizione dell'opera originale, salvo poi sorprenderlo alla fine virando su contenuti totalmente diversi. Con Metopolis questo non accade, non c'è l'ultima curva che rimette tutto in gioco, è un vero e proprio adattamento fumettistico del film a cui è ispirato, fedele fino alla fine, per quanto un fumetto Disney può esserlo ad un'opera che contiene comunque elementi non adatti ad un periodico come quello della Panini. Al netto di poche e non sostanziali differenze, difetti (ma difetti non è certo la parola esatta) e pregi si trasferiscono quindi dalla pellicola alla carta.
Metropolis si basa su una storia tutto sommato semplice, anche abbastanza banale e retorica pure per l'epoca in cui fu girato. A decretarne il meritato successo è stata, come per altre pellicole (per esempio Blade Runner che deve molto, visivamente e non solo, al film di Lang), la fascinazione che sa ancora oggi trasmettere dovuta alle imponenti scenografie, a quell'ambientazione splendidamente diesel-punk ottant'anni prima che questo termine venisse coniato, a idee sottilmente inquietanti che si venano di filosofia e politica, come quella del robot creato per sostituire in tutto e per tutto le persone.
Tutto questo lo ritroviamo nella trasposizione firmata da Artibani e Mottura: il plot resta sostanzialmente immutato così come anche il messaggio di cui il film si faceva latore, seppure con qualche aggiustamento che in qualche modo lo attualizza, potendovi (o, forse, volendovi) cogliere riferimenti alla nostra contemporaneità. E così, dal cuore che deve unire la mente e le mani, si passa al desiderio di una città (un mondo) capace di accogliere tutti senza giustizie o esclusioni. E lo sceneggiatore sembra anche voler indicare nella scuola uno degli strumenti primari per ottenere questo, facendo di Maria/Minny una maestra là dove nella pellicola la sua professione non veniva esplicitata.
I disegni di Mottura, splendidi, riescono a ricreare perfettamente la grandiosità delle visioni create dagli scenografi di Lang e sono fin troppo sacrificate dalle ristrette dimensioni delle pagine del tascabile: quelle architetture gotiche, a tratti sghembe, che svettano verso i bordi delle tavole sembrano reclamare una edizione di grande formato che consenta di apprezzarle come meritano.
Lasciamo per la fine qualche commento riguardo i personaggi, forse l'unico vero appunto che si può fare a questa storia: la recitazione esasperata tipica del cinema espressionista dà a queste opere una forte impronta teatrale e questo non può non riflettersi su un lavoro che decida di ricalcarne in tutto le atmosfere. Ecco quindi che qua più che in altre parodie, i personaggi sono maggiormente attori, sacrificando in parte le loro caratteristiche per adeguarsi al ruolo che interpretano. A farne le spese più di tutti sono Gambadilegno e Macchianera: il primo è costretto a impersonare un ipotetico reggente per bypassare la relazione di parentela con Topolino, il secondo è poco credibile nei panni di Rotwang, in cui ben si sarebbe trovato invece Plottigat. Pippo si ritaglia un po' di spazio e prova a dar mostra della sua particolare visione delle cose ma il suo ruolo è puramente funzionale allo svolgimento delle vicende, senza un vero approfondimento. Chi invece dà una grande interpretazione è Minni, finalmente protagonista come mai le capita nelle storie ordinarie.
Topolino merita un discorso a parte: per lui l'autore è costretto a distaccarsi dalla caratterizzazione del Freder originale per "salvaguardarne" l'immagine. Freder è inizialmente un giovane di buona famiglia che passa le giornate nella sua proprietà, dilettandosi con ragazze e di fatto senza un pensiero al mondo. Sarà solo dopo l'incontro con Maria e i suoi ragazzi che comincerà a porsi delle domande e a voler sapere qualcosa di più sulla città che lo circonda. L'interpretazione di Topolino è invece sostanzialmente diversa: sin dall'inizio si dimostra insofferente verso la vita agiata che è obbligato a condurre e annoiato al punto da voler fuggire per esplorare liberamente la città. Nell'economia della vicenda il tutto non incide molto, siamo alle primissime tavole e subito dopo le due opere si allineano per cominciare a viaggiare in parallelo fino alla fine.
Eppure è sufficiente per una piccola riflessione: come sarebbe stata questa parodia interpretata dalla famiglia dei paperi? A prima vista la corrispondenza tra i personaggi sembra quasi più naturale: Paperina vale Minni quando c'è da affrontare un ruolo importante, Archimede poteva essere un ottimo Rotwang, mentre il rapporto zio - nipote sarebbe stato un ottimo surrogato di quello padre - figlio, con uno zione più che perfetto nei panni dell'imprenditore senza scrupoli che poi si ravvede. Soprattutto sarebbe stato perfetto Paperino che non ha i limiti di Topolino, "obbligato" ad essere moralmente irreprensibile e sempre dalla parte giusta anche quando non sa di esserlo. Il papero con la giubba invece è sempre stato più gaudente e molto sensibile al fascino femminile, sicuramente avrebbe prodotto una interpretazione più credibile del suo collega. Comunque si tratta solo di semplici divagazioni per il piacere della discussione, non possiamo avere nessuna controprova e quindi è doveroso ritenere giusta la scelta fatta dagli autori che sicuramente hanno valutato tutte le possibilità.
Di fronte a questa opera qualsiasi altra storia nello stesso numero rischia di passare in secondo piano, in questo caso però le rimanenti sono addirittura fagocitate visto che parliamo di una storia della P.I.A. e della seconda puntata dell'ennesima incarnazione dei WOM. Per la prima c'è solo da chiedersi perché mortificare un autore come Lavoradori assegnandogli storie che sono totalmente aliene al suo stile, finendo per rendere ancora più pesanti avventure che già con un autore più classico si farebbero fatica a leggere. Per WOM tocca rivalutare Ambrosio: con lui al timone della serie almeno permaneva il dubbio se fossero storie genuinamente naif oppure subdolamente furbe. Con i suoi successori non c'è nessun dubbio: è uno stanco trascinarsi, un dover scrivere queste storie perché evidentemente sono richieste ma senza alcun interesse, una soap-opera fantasy che va avanti soltanto per inerzia.
Per quanto riguarda l'apparato redazionale nulla da segnalare, ma nulla davvero e questo è abbastanza grave: tre righe di presentazione e un mini intervento dei due autori per "Metopolis" sono ben poca cosa.

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Anche se da tempo il lato consumistico ha preso prepotentemente il sopravvento, il Natale, al di là dei significati religiosi, è sempre stata considerata la festa dei buoni sentimenti: dal Canto di Natale di Dickens alla tradizione di San Nicola, ciò che accomuna queste narrazioni è il loro essere permeate del cosiddetto spirito natalizio, denominazione astratta e vaga di una entità sfuggente e di difficile definizione.
Il settimanale disneyano non fa eccezione e dalle storie corali degli anni '50 fino agli anni più recenti il numero natalizio si è quasi sempre distinto per ospitare storie che trasmettessero appunto queste sensazioni.
Per una volta quindi ci si potrà concedere una eccezione, evitando di scrivere un'opinione sulle storie giudicate in base ai canonici criteri ma valutando quanto esse siano aderenti allo spirito natalizio. E poiché, come si diceva prima, è piuttosto difficile dire cosa esso sia veramente, andiamo per sottrazione, eliminando tutto ciò che non lo è (o non lo è in maniera compiuta).
Sicuramente ha poco di natalizio la storia di apertura scritta da Casty e da lui anche illustrata: il periodo in cui si svolge e in parte l'ambientazione, piccolo stato che richiama analoghi regni descritti da Scarpa e Gottfredson anche se stranamente posizionato a poche decine di miglia da Topolinia anziché in Europa, come pure il nome lascerebbe pensare.
Č una classica avventura con molti elementi ormai tipici dell'autore, dalla protagonista dal carattere deciso e un aspetto apparentemente innocuo (is that you, Eurasia?), alla sequenza iniziale con i due protagonisti mantenuti nell'ombra. Tutto portato avanti con estrema leggerezza, a cominciare dal rapporto piuttosto "scanzonato" tra Topolino e Gambadilegno: non ci sono mai veri momenti di tensione, anzi si sfocia spesso in un umorismo quasi disarmante come nel dialogo tra Topolino e un Eta Beta appena ritrovato. Una storia piacevole, ma da un punto di vista "natalizio" Casty aveva fatto molto meglio ad esempio con Il cappotto da un dollaro.
Non riesce meglio nell'opera Vito Stabile che invece punta direttamente alle atmosfere natalizie classiche ma in maniera abbastanza artificiosa, imbastendo una storia poco convincente al solo scopo di mostrare l'ennesimo gesto generoso mascherato da finto burbero di zio Paperone, cosa che è ormai quasi venuta a noia tanto viene riproposta pedissequamente e senza variazioni sostanziali. Citazioni sparse qua e là tentano di dare dignità a una storia che ha un sapore di vecchio (e non di classico che sarebbe stato molto diverso)
Quando tutto sembra perso ecco infine la sorpresa: una storiella di poche pagine, muta, una riempitiva che rischia di passare inosservata tra una gag allungata e un agente speciale Ciccio insipido come una bistecca di tofu.
Una breve avventura con protagonista Gambadilegno, scritta da Matteo Venerus e disegnata da Renata Castellani che però veicola un messaggio tutt'altro che banale: fare qualcosa di buono per il solo piacere di farlo e non per compiacersi di averlo fatto. Poche pagine in cui i lettori di Topolino possono vedere che sì, esistono anche persone povere, persone vestite di stracci, persone che chiedono l'elemosina (già, di solito nelle storie Disney si vedono persone che raccolgono soldi per altri, qua invece no, qua vediamo davvero dei mendicanti), poche pagine che riportano alla mente la Shacktown di Barks, una breve vicenda in cui un fuorilegge come Pietro compie un intero percorso, dal tentativo di ripulirsi la coscienza pagando, a una redenzione completa (seppur chiaramente temporanea). Sì, forse è questa la migliore storia natalizia del numero. Non sappiamo dire cosa sia di preciso questo spirito natalizio, ma questo piccolo lavoro sembra esserne pieno.
Completano il numero un approfondimento sul film Oceania nelle sale dal weekend di Natale e dieci (10!!) pagine dedicate a Laura Pausini.

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Mentre la storia di Pk si avvia verso la fine (cioè la settimana prossima, quando si potrà dare un giudizio più completo), quasi in sordina fa la sua comparsa una nuova parodia, pensata per commemorare i 400 anni dalla scomparsa di Shakespeare. Giorgio Salati decide di omaggiare l’Amleto, confezionando una storia decisamente ben riuscita.
Nonostante per drammaticità e intensità dei temi trattati, la tragedia di Shakespeare non sia certo inferiore a opere come quelle di Stevenson, Melville e altri, l’autore decide di adottare un registro narrativo molto più leggero rispetto alle ultime parodie apparse sul settimanale. Seppure abbastanza fedele nello svolgimento, infatti, tutta la vicenda è costellata di ottime trovate a cui ben si confà la scelta di un disegnatore come De Lorenzi, dal tratto lineare e immediato ma ugualmente espressivo.
Salati fa un ottimo lavoro perché riesce a mantenere, nascoste sotto un velo di umorismo, molte delle tematiche presenti nel testo shakespeariano. Come esempi si possono citare non solo quello più lampante della morte del Re Amleto, trasformata qui in un incantesimo, ma anche aspetti che rimangono più sotto traccia, ma sempre evidenti, quali il rapporto del principe con le donne: come il vero Amleto, anche il Paperino di questa parodia non perdona alla Regina di essersi scelta un nuovo compagno dopo la "scomparsa" del padre e non nasconde il suo risentimento verso la donna. Il tutto poi, nella parodia, assume una luce ancor più particolare vedendo quali personaggi disneyani interpretano il re e i due concubini.
Insomma un sapiente lavoro di riscrittura per una avventura che può essere gustata da tutti grazie ai livelli di lettura che possiede.
Due brevi riempitive completano la parte relativa al fumetto della rivista, mentre per la parte redazionale sono interessanti soprattutto le interviste ai due autori del Duckleto.

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Davvero non c’è molto da dire sul numero attualmente in edicola… quasi basterebbe, come auspicato da qualcuno, un semplice elenco delle storie e un cordiale saluto, dandosi appuntamento alla settimana successiva.
Certo c’è la nuova storia di Pk, con il ritorno di uno dei personaggi più iconici della serie ma, trattandosi della prima puntata, è sufficiente dire che sembra promettere molto bene e mettersi in attesa delle successive per poter esprimere un giudizio definitivo.
Il resto è tutto dimenticabile, quasi che in redazione non abbiano voluto correre il rischio di "oscurare" quello che forse è il principale traino della rivista negli ultimi anni. L’unica storia che sembrava avere delle potenzialità è Paperino, Gastone e il deviatore probabilistico che, in effetti, lasciava presagire sviluppi interessanti ma che si riduce invece alla solita parata di disastri in serie alla ricerca di una risata facile ma anche banale.
Dispiace anche vedere i disegni di Zironi impiegati per una assai improbabile e fiacca versione disneyana dei Daft Punk impersonati da Eta Beta e Orazio.
Nello spazio extra-fumetto, riflettori su Pk e Xadhoom naturalmente, ma anche su una curiosa catena di negozi per viaggiatori nel tempo e sul rugby, approfittando della recente partita della nazionale italiana contro gli All Blacks neozelandesi.

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Qualcosa non convince fino in fondo nell'ultimo lavoro di Casty: "Il raggio di Atlantide" è un'ottima storia ma con alcuni punti che la rendono meno riuscita di altre dello stesso autore che giustamente vengono celebrate come capolavori. Ovvio che nessuno pretende una pietra miliare del fumetto ogni volta che Casty si mette all'opera, ma indubbiamente le aspettative in questa occasione erano molte per tutta una serie di fattori, non ultimo la ripresa del ciclo di Atlantide che più volte si era pensato destinato a rimanere incompiuto.
Essenzialmente l'impressione è quella di una lunga spiegazione, per gran parte delle pagine infatti non si fa altro che assistere a resoconti di vicende passate, presentazioni e chiarimenti. Nonostante la lunga parte preparatoria e le pagine del pirotecnico finale, i tre protagonisti per lunghi tratti si limitano ad essere spettatori quasi inattivi. In più ci sono alcuni passaggi poco chiari o comunque deboli: che un pulsante in bella vista non abbia mai indotto nessuno a pigiarlo è evidentemente un'esigenza narrativa messa su per l'occasione ma non molto credibile. Allo stesso modo non è chiaro, o meglio non viene spiegato nonostante le tante pagine dedicate a spiegazioni di ogni tipo, perchè uno degli appartenenti alle lepri viola non sapesse nulla della missione in cui la sua stessa organizzazione era coinvolta. Per finire anche il piano del villain (dai look e dai modi deliziosamente scarpiani), appare un po' troppo complicato: trascorrere anni per ricercare un'antica arma sconosciuta (di cui non è nemmeno certa l'esistenza) per mettere fuori uso dei satelliti è probabilmente la via più lunga e complicata per chi ha un impero economico e di potere.
Però è qui che si arriva al vero nocciolo della storia: perchè si tratta di aspetti che potevano essere facilmente migliorati ma Atlantide alla fine risulta solo un pretesto, quello che più interessa è parlare del ruolo dell'informazione, è muovere una critica (non feroce nè graffiante ma comunque diretta) all'informazione asservita al potere, è mostrare il pericolo che si corre quando i mezzi di comunicazione non sono indipendenti ma devono rispondere a qualcuno. I riferimenti alla storia recente del nostro paese (incidentali o voluti che siano) si sprecano, dalle logge "segrete" che cercano di prendere il controllo dei media a quel simpatico padrone di televisioni che passa il tempo tra feste e belle ragazze.
Oltre a questo e a quella che è comunque una ottima avventura, restano due speranze: che questa storia trovi la sua giusta collocazione all'interno della saga di Atlantide, quando se ne potrà  valutare compiutamente la sua importanza e che Antinea sia qualcosa di più di una anziana scienziata-baby sitter perchè sembra avere tutto per essere uno di qui personaggi epici caratteristici dell'autore goriziano.
In apertura del fascicolo, il secondo appuntamento con le storie dedicate alla scienza: questa volta è compito di Fausto Vitaliano, affiancato da Carlo Limido, parlarci delle onde gravitazionali. Dimenticate le guest star dello scorso episodio, questa volta il palcoscenico torna ad essere unicamente dei personaggi Disney, però quel che viene fuori è una storiella abbastanza blanda. C'è da dire che l'argomento non è certo dei più semplici e ancor meno è facilmente trasponibile in un fumetto come quello Disney. Diciamo che ci si è presi una grandissima licenza (scientifica) per imbastire una avventura con Topolino & c. che abbia una qualche morale e non risulti troppo noiosa ma che non restituisce che una minima parte della complessità  del fenomeno. Però non è questa una colpa, in fondo non sono storie pensate per insegnare ma per smuovere la curiosità  dei lettori ad interessarsene autonomamente. Speriamo solo in futuro di leggere episodi con un po' più di mordente.
Per il resto riempitive abbastanza noiose, che si tratti di Paperino o di Super Pippo non lasciano traccia alcuna.

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Per una iniziativa che si conclude, la riuscita gangster story scritta da Bosco e disegnata da Sciarrone, un'altra prende il via: un ciclo di storie dedicato alla scienza e ideato da Francesco Artibani e Fausto Vitaliano. La prima di queste storie è opera dell'autore romano ed è un omaggio allo scienziato più famoso del XX secolo, Albert Einstein. Č una lettura piacevole, ma si nota fin troppo l'intento didattico, anzi per meglio dire informativo: una gustosa panoramica delle menti più geniali del '900 con una giusta riflessione sulle persone e su ciò che le rende uniche, ma dal punto di vista narrativo non succede granché. Il dottor Pi è un cattivo sui generis, parodistico e non certo tratteggiato in maniera memorabile e lo spunto della vicenda è smaccatamente di comodo, d'altronde le priorità erano altre. Aspettiamo le puntate successive per vedere se oltre che per la scienza ci sarà spazio anche per una narrazione un po' più intrigante.
Una coppia d'antan è l'autrice di una storia effettivamente dal sapore molto classico: Bruno Sarda coinvolge Paperino e Paperoga in una caccia al tesoro particolare alla ricerca della locomotiva del Caucaso. Storia non esente da qualche difetto, ma in fondo gradevole, grazie anche ai morbidi, classici disegni di Alessandro Del Conte.
Completa il numero, con una breve di Roberto Moscato e Libero Ermetti, il ritorno dei Turconi, ormai molto attivi anche in campo extra-disney. Ritorno atteso, sicuramente, ma la lettura di Quo e Archimede in: ballo col bulloť può portare la glicemia a livelli fuori scala. Č vero che c'è una storia dietro ogni persona. C'è una ragione per cui loro sono quel che sono. Loro non sono così solo perché lo vogliono. Qualcosa nel passato li ha resi tali e alcune volte è impossibile cambiarli (cit.), però l'intento assolutorio che si respira in ogni pagina diventa anche stucchevole. Comunque ormai è assodato che su Topolinoť di cattivi veri non ce ne sono quasi più e una redenzione non solo è possibile, ma anche obbligatoria. Però almeno si potrebbe farlo senza indulgere in un eccessivo sentimentalismo che finisce col depotenziare la figura stessa del bullo.
Completano il volume un'intervista al fisico Carlo Rovelli e un servizio sull'apicultura.

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Nel numero dedicato ai cinquant'anni dei Pooh l'unica nota lieta è la seconda parte di 'Topolino e le vacanze in fuga'ť: la storia procede decisa e sicura, Bosco inserisce tutti gli elementi tipici del genere, tanto che a ogni pagina, a ogni nuovo elemento (dall'ambientazione pseudo-latinoamericana, al boss che ricorda tanto un narcotrafficante, all'involontario sgarboť al suddetto boss) si ha una sensazione di già  visto ma non fine a sé stessa, sono quasi pacche compiacenti sulla spalla del lettore. Sono tutti frammenti che affondano le loro radici nel gangster-movie, dai classici intramontabili fino ai film di Guy Ritchie che Bosco mette insieme con bravura, costruendo una storia autonoma che non ha, per ora, momenti di stanca, ma anzi tiene sempre vivo l'interesse.
E' il resto del numero che francamente tende verso una noia eccessiva: Enna confeziona per X-Mickey un gialletto molto soft, sicuramente in linea con le atmosfere della serie, ma che non resta molto impresso.
A seguire una classica avventura di Gastone alle prese in qualche modo con la sua fortuna, unico modo in cui a quanto pare è possibile costruire una storia per lui: al di là  della validità  della singola vicenda (che comunque non è nulla di trascendentale), il fossilizzarsi su alcune caratteristiche (a volte persino travisate) dei personaggi, esasperandole fino all'assurdo, ne determina un impoverimento. Finchè si tratta di Ciccio, come si vede anche in 'Ciccio e il premio da 1000 dollari', poco male, è un personaggio nato monocorde e che più di quello non sembra poter dare, ci si può rassegnare. Ma quando si tratta di characters come Gastone, Amelia, Rock Sassi, che potrebbero dare ottime interpretazioni pur senza lasciare il ruolo di coprotagonisti o spalle, un po' ci si resta male nel vedere che nessuno ha voglia di tirar fuori dal cassetto qualcosa che vada oltre il già  (mille e mille volte) scritto.
Chiusura con una classica storia di Panaro, che soffre del difetto di molte sue storie del genere: una prima parte intrigante, seppur con una scrittura non molto agile, che fa presagire un prosieguo interessante, una seconda parte che scade nel banale e che porta la vicenda a sgonfiarsi come un palloncino bucato.
Completano il numero una ricca intervista alle guest star della settimana e un'anteprima sul nuovo film Pixar, 'Alla ricerca di Dory'ť e l'annuale ammonimento sul prossimo ritorno a scuola

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Dopo appena due settimane torniamo ancora a parlare di remake, prequel e simili. Allora l'occasione era stata una sorta di retcon sul primo incontro tra Topolino ed Eta Beta, stavolta l'oggetto del contendere è un vero e proprio remake e in particolare della classica storia "Topolino e la banda dei piombatori". Come detto, il pubblico è abbastanza diviso, tuttavia una delle voci più ascoltate dell'entertainment italiano (ovvero Recchioni) si è schierato apertamente a favore su Facebook, citando due classici di Carpenter. E' un intervento interessante perchè prende due esempi magistrali di remake: "Distretto 13" è una rilettura di "Un dollaro d'onore", dove all'ambientazione western si sostituisce quella metropolitana. "La cosa" non è nemmeno un remake de "La cosa di un altro mondo" ma la trasposizione del racconto a cui si era ispirato anche Hawks. Ma non è tutto qui ovviamente, sono due film in cui il regista rielabora in maniera autonoma le due vicende, le fa proprie, introduce elementi e tematiche nuove. I risultati sono due film totalmente carpenteriani, che dei precedenti mantengono a mala pena l'intreccio globale, ma le atmosfere, i personaggi, tutto è stato filtrato attraverso la visione personale del regista.
Bene, tutto ciò è esattamente quello che non si trova in "Topolino e la banda dei cablatori", storia di apertura del numero attualmente nelle edicole. Faraci si limita a una stanca riscrittura dell'originale, senza guizzi, senza mordente. E' come uno che, quasi digiuno di disegno, prova a ricalcare in trasparenza un Caravaggio: alla fine quello che esce assomiglia all'originale, ma si vede il segno tremante, si vedono le imprecisioni, si vede lontano un miglio che è un ricalco. E' esattamente questa l'impressione che lascia "Topolino e la banda dei cablatori", una vicenda dove anche la difesa con l'ormai abusata "necessità di aggiornare il linguaggio" perde valore. Perchè, a parte la modifica (obbligata) della scansione in strisce, l'unica differenza è che i piombatori (idraulici) diventano dei cablatori, che evidentemente agli occhi di redazione e autori fa molto moderno. Differenza quasi inutile dato che alla fin fine gli aspetti riguardanti il lavoro (e relativi furti) sono praticamente solo accennati. Altrettanto si può dire per i personaggi, nessun approfondimento, nulla, si va via veloci alla conclusione.
Anche volendo provare ad ignorare il fatto che si tratta di un remake, la situzione non migliora: la storia in sè è fiacca, scritta di fretta, non c'è tempo di creare interesse che si è già alla resa dei conti. L'impressione è che avrebbe avuto bisogno di molte tavole in più oppure di un approccio totalmente diverso. Arriviamo poi al finale e lì il lettore neofita non capisce più nulla: perchè improvvisamente nelle 5 tavole conclusive, ecco finalmente il tocco dello sceneggiatore che mette in luce una complicità quasi cameratesca tra Topolino e il suo "capo", in una sorta di resa dei conti molto faraciana per certi versi. Peccato che sia tutto totalmente gratuito, perchè nell'intero svolgimento della vicenda il lettore non ha avuto alcuna percezione di questo rapporto, che non è mai stato evidenziato. Chi può cogliere meglio il riferimento è allora proprio chi ha potuto leggere la versione degli anni '30 dove invece l'ambiguità di Tubi, il sospetto nei suoi confronti, l'ammirazione e poi anche la comprensione per il suo lato umano vengono costruiti con sapienza, striscia dopo striscia. Ecco il paradosso di questo remake: per poter essere compreso appieno ha necessità della conoscenza dell'originale, ma dal confronto con questi viene letteralmente schiacciato.
Che senso ha proporre una storia così? E' solo un esercizio di stile? Per conquistare nuovi lettori? Può darsi che qualcuno si interessi alla figura di Tubi e vada a recuperarsi l'originale, allora potrebbe anche esserne valsa la pena. Però se si vuole un giallo dignitoso, meglio andare sulla storia di chiusura, dove Bosco, senza troppi fronzoli, senza troppe menate autoriali, mette in scena un classicissimo plot, di quelli ultra-collaudati. Niente da rimanere col fiato sospeso, ma i giusti colpi di scena, l'indizio rivelatore, tutto secondo copione, un evergreen che regge anche alla sua milionesima incarnazione, una storia che si fa leggere e dà la giusta soddisfazione, con i disegni sempre molto personali di Camboni.
Oltre a questo, puntata di passaggio per la saga olimpica e un Faccini sempre divertente ma meno iperbolico del solito.
A completare il volume interviste agli autori del remake e una panoramica, invero un po' sconsolante, sull'estate musicale italiana, con giovani che sembrano vecchi (Mengoni), vecchi che vogliono sembrare giovani (J-ax, Pezzali), Dear Jack che vogliono sembrare i Modà (purtroppo riuscendoci), e quasi nessuno che voglia sembrare un musicista.

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Certamente il caldo non facilita la concentrazione, per cui un numero di quasi totale disimpegno, che non metta troppo a dura prova le esauste sinapsi, lo si può accogliere con favore. L’unica storia che prova a scuotere il lettore da una sorta di dormiveglia è quella di Zemelo, "Topolino e il segreto di Eta Beta" dove l’autore, per giocare con i consueti meccanismi dei paradossi temporali, decide persino di riscrivere la storia del primo incontro tra i due protagonisti. Ultimamente anche nel mondo del fumetto si sta sviluppando la stessa discussione che da tempo imperversa nel cinema (e non solo): autori e fruitori divisi tra chi considera sequel, reboot, remake una bestemmia a prescindere, chi invece guarda con favore a queste operazioni e via discorrendo in una serie di posizioni intermedie e distinguo vari. Diciamo subito questa in esame è comunque una storia che, pur facendolo, in realtà non riscriverà un bel nulla, non avendo (e non volendo avere) davvero niente che possa impensierire sul serio la vicenda narrata da Walsh e Gottfredson. Ma provando a considerarla per quello che sembra essere, bisogna dire che fallisce un po’ tutto. Ne esce male la caratterizzazione di Eta Beta, il confronto con la storia classica come detto è improponibile e alla fine tutto il lavoro si porta dietro un grosso punto di domanda: "a cosa voleva servire?". Se nel cinema o in realtà differenti (es. Marvel & c.) la motivazione di tali operazioni è di fatto quasi sempre economica, questa appare più un vezzo, una soddisfazione che l’autore si è voluta togliere senza chiedersi se davvero ve ne fosse bisogno.
Inizia la saga olimpica che vede tornare alla sceneggiatura una firma storica come Massimo Marconi, coadiuvato da Marco Mazzarello ai disegni. Trattandosi della prima puntata, aspettiamo di vedere come proseguirà e soprattutto come si concluderà, ma certo la presenza di alieni farà storcere il naso a molti per la scarsa originalità dell’idea. Al tempo stesso la storia non sembra trarre giovamento da un pretesto alquanto macchinoso (oggetti che non vanno semplicemente trovati, ma vinti in onore dello spirito agonistico, sic!) per dare il via a quella che appare una ennesima variante della classica caccia al tesoro. Inutile lanciarsi in previsioni, confidiamo nell’esperienza dell’autore perché quei piccoli misteri rimasti in sospeso in questa prima parte costituiscano elementi di interesse per il prosieguo dell’avventura.
Il resto del numero è assolutamente indolore. Volendo proprio trovare qualcosa da dire, ci si può soffermare sulla storia di chiusura: sarebbe interessante sapere quali sono i criteri di scelta per le storie straniere. Sicuramente uno sembra essere "è disegnata da Cavazzano, si pubblica" e in fin dei conti è un ragionamento corretto, dato che quello dell’autore veneto è uno dei nomi più spendibili nel mondo del fumetto. Peccato che l’impegno del disegnatore sembra andare di pari passo con la qualità della storia. Basti vedere come la quasi totalità delle espressioni dei paperi in tutta l’avventura siano di due tipi: testa di ľ, becco spalancato, sopracciglia distese = allegria, testa di ľ, becco spalancato, sopracciglia aggrottate = rabbia. E’ l’evoluzione del classico "con sigaro/senza sigaro" o "con cappello/senza cappello" che pure ha fatto la fortuna di diversi attori. Sia chiaro, la storia è veramente mediocre (anche se aleggia sempre il dubbio delle traduzioni) e nessuno svolazzo di Cavazzano o di chiunque altro avrebbe potuto dargli una maggiore dignità, ma un lettore non può non provare un po’ di tristezza nel vedere uno dei maestri Disney più celebri lavorare su sceneggiature simili, quale che sia la motivazione che c’è dietro.

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Numero sufficiente ma a cui, come a molti altri manca un guizzo, qualcosa che riesca a distinguerlo dalla media generale. Star Top entra nel vivo con una puntata assai ricca di avvenimenti. Il fatto di sapere già chi è il grande "tessitore" può sembrare che tolga suspense ma è anche vero che Enna continua la sua narrazione calcando molto sul registro umoristico e il tono della storia è decisamente meno serioso di quanto si possa pensare, per cui non si tratta certo di un peccato gravissimo. Senza considerare che lavventura è tuttaltro che conclusa e possono esserci ancora molti colpi di scena.
Delle altre storie prima della conclusiva, vale la pena soffermarsi su Zio Paperone apprendista autista di Bruno Sarda divertente, con una coppia tutto sommato inedita e che mostra come Paperoga, con la sua filosofia punkeggiante (fatta propria quando il punk era ancora ben lontano dallessere creato), può ancora fornire ottimi spunti. Fondamentali in questo caso i disegni di Lucio Leoni perfetti per esaltare le situazioni comiche e catastrofiche in cui si ficcano i due protagonisti.
La chiusura dellalbo vede il ritorno di Paperino Paperotto con una storia riuscita nel complesso ma che lascia qualche perplessità. Paperino Paperotto e la corsa fai da te, scritta da Zemelo e con i disegni della Migheli è ottima perché racconta con grande naturalezza il mondo dei piccoli, con i loro entusiasmi, le amicizie e le rivalità. Divertente ma profonda e delicata come è caratteristica di quelle scritta da Enna, sicuramente il migliore in questo filone. Lunica cosa che si può imputare al giovane sceneggiatore è laver appiattito il personaggio di Paperino Paperotto nel confronto con Gastone, replicando in piccolo quelli che sono i classici diverbi che vivono anche da adulti. Sicuramente è tutto funzionale allo svolgimento e la figura del piccolo Gastone ne esce molto bene, meno banale di quanto non faccia spesso la sua versione "maggiorenne", ma Paperino, preda di tale ossessione (come confermato anche da Nonna Papera), risulta un po depotenziato e meno "esplosivo" e sognatore del solito. Alla fine della lettura il vero protagonista sembra essere proprio il paperotto coi riccioli biondi, mentre il cugino finisce per rimanere in secondo piano.
Completano il numero suggerimenti letterari a tema naturalistico e lintervista a Francesca Michielin, mentre per la panoramica sugli sport olimpici in attesa di Rio 2016, è la volta della pallavolo.

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Alla 15a puntata la serie de "I milioni di Paperone" non aggiunge nulla a quanto letto in precedenza: nonostante l’ingresso di Vito Stabile come sceneggiatore del soggetto di Vitaliano, la storia è del tutto identica alle precedenti. Ormai si sa già come si svolgerà il tutto e l’impronta prettamente comica del progetto non viene meno: ecco quindi lo zione impegnato stavolta a chiacchierare con le galline come un Banderas qualunque, con la vicenda che procede (letteralmente) su determinati binari per poi deragliare improvvisamente alla fine. Un meccanismo rodato che potenzialmente può continuare all’infinito col minimo sforzo per la gioia dell’editore che può proseguire la riproposta in volume dei vari episodi. Suscitano qualche perplessità i disegni di Mazzarello, i cui personaggi sembrano troppo spesso affetti da paresi ridens anche fuori contesto: costume, ahimè, fin troppo diffuso negli ultimi anni, a cominciare da Cavazzano ma che a volte, come in questo caso, raggiunge delle vette fastidiose.
Particolare invece la seconda storia dell’albo, "Minni e l’insostenibile Super Top" che ricorda in qualche modo "Paperino aspirante super eroe" di Chendi e Cavazzano: quelle che trent’anni fa erano le angustie di Paperino, si trasferiscono, rielaborate, su Minni che vorrebbe per il suo fidanzato un ruolo da difensore della legge più istituzionale. Per il resto, tra tentativi goffi, imbranataggini varie e camei di "The man", la vicenda prosegue fino all'unico epilogo possibile (e per questo ormai lievemente abusato).
Dopo qualche sorriso garantito dalle due riempitive seguenti, la chiusura dell’albo è per la terza parte di Slam Duck scritta da Francesco Artibani, progetto interessante soprattutto in prospettiva (è di fatto un cartoon fatto e finito) ma che genera sentimenti un po’ contrastanti. Il richiamo alle vecchie storie di Sport Goofy è ovviamente scontato oltre che, probabilmente, involontario, ma la storia vive di vita propria e soprattutto appare perfetta. C’è tutto quello che ci deve essere, una sceneggiatura precisa, millimetrica, non un capello fuori posto, tutto si incastra alla perfezione… e forse è proprio questo a ridurre l’impatto: ci si muove in direzioni ben precise, tutto va come deve andare, tutto evolve come ci si aspetta, dalla "mela marcia", al preside intransigente, al rivale sportivo, tutte tessere che si sa già dove andranno a posizionarsi. Ma questa storia ha un pregio: no, non è il messaggio morale prima ancora che sportivo, non è nemmeno l’esaltazione dello sport come maestro di vita e altre menate simili, no è che tutte queste considerazioni vengono fuori dopo, a mente fredda, quando uno deve proprio trovare qualcosa che non va, perché questa storia si legge tutta d’un fiato tanto è scritta bene. Adattissimi i disegni di Sciarrone, giovanilistici come richiesto dalla vicenda e dal pubblico a cui è principalmente rivolta.
Abbastanza nutrita la parte redazionale: ampio spazio al film degli "Angry birds", al corso di palleggi acrobatici, una presentazione del Trofeo Topolino Rugby e una intervista al cestista Andrea Bargnani.

Recensione di piccolobush


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E’ difficile dare una opinione su una storia come "Don Pipotte". Sicuramente avrebbe bisogno di più di una lettura e anche di essere lasciata decantare un po’ per poi essere nuovamente ripresa ma purtroppo i tempi editoriali non sempre consentono di avere tutta questa libertà. Proviamo allora a capire cosa lascia in un lettore qualsiasi la fruizione in unica volta di questa avventura scritta da Vitaliano e disegnata da Sciarrone.
Innanzitutto la prima cosa che colpisce è la decisa fedeltà ai personaggi del romanzo: con le dovute e doverose differenze (la progressiva follia del protagonista trasformata in una più pubblicabile "alterazione" della personalità, lo scudiero-balia convertito in un amico-balia) i rapporti tra Pippo e Topolino sono esattamente gli stessi che tra Don Chisciotte e Sancho, con il primo che perde gradualmente il contatto con la realtà e il secondo forte della sua razionalità che cerca di frenarne gli slanci e di prendersene cura (come la praticità tipicamente contadina e l’avidità di Sancho nel romanzo fanno da contraltare alle fantasie del "cavaliere").
Anche la struttura generale grosso modo è impostata come il lavoro di Cervantes, con una prima parte in cui la presenza dei due personaggi, testimoni di due diverse realtà, permette a entrambi gli autori di mantenere una ambiguità di fondo su ciò che sta davvero accadendo, anche se si è portati a credere a Sancho.
Nella seconda parte, nel romanzo originale l’autore spagnolo comincia una sorta di gioco degli specchi, moltiplicando i punti di vista e le narrazioni, causando una deliberata perdita dell’orientamento narrativo non solo nel lettore ma anche nel piccolo scudiero, che sente vacillare le sue sicurezze e comincia ad avvicinarsi alle prospettive dell’anziano nobile e qualcosa del genere accade nella parodia dove né Topolino né il lettore possono più dire di sapere quale sia la realtà.
Anche l’evoluzione del personaggio e delle tematiche presentano numerosi parallelismi: il Don Chisciotte nasce dalla voglia dell’autore di mettere alla berlina la letteratura cavalleresca del suo tempo là dove Pipotte si fa gioco della passione del suo aiutante per i fumetti per i quali egli non ha nessun interesse. E se nel libro, col proseguire delle vicende, l’anziano Don da personaggio comico assurge a maschera tragica, una trasformazione altrettanto rilevante si ha in Pippo la cui figura, dapprima semplicemente umoristica, col passare delle tavole assume dei contorni epici.
Indubbiamente Vitaliano ha portato avanti un lavoro ambizioso e coraggioso, riuscendo a preservare lo spirito del romanzo con in più un senso quasi di claustrofobia dovuta all’ambientazione: una piccola strana cittadina, dove non sembrano esserci altri abitanti oltre ai protagonisti, persa in una landa sconfinata tra montagne, deserti e vallate, in cui vige una specie di dittatura e dove un ufficiale opera con i metodi classici delle polizie di regime. Quello che finisce per zavorrare una storia altrimenti davvero interessante è la sottotrama fantascientifica, che appare del tutto posticcia, ingarbugliata e soprattutto esaurita nel giro di poche vignette. Nelle intenzioni voleva forse rievocare l’ultima impresa di Don Chisciotte, lo scontro con il cavaliere dalla Bianca Luna (e le parole di Pippo sembrano confermarlo quando dice che lo ha già incontrato in passato) però il risultato non è dei migliori. L’impressione è quasi che si sia voluto "riequilibrare" con un finale canonico una narrazione altrimenti quasi onirica e destabilizzante, utilizzare l’espediente della minaccia aliena per tenere ancorata a terra una storia che altrimenti avrebbe potuto essere di più difficile (ma affascinante) lettura.
Il resto del numero è di buon livello: una divertente storia firmata Zemelo/Leoni in cui Pippo prende con facilità (e portando in dote un tocco surreale) il posto di Rock Sassi a fianco di Manetta, dimostrando l’inutilità del texano in versione poliziotto scemo e una nuova sfida tra zio Paperone e Rockerduck scritta da Alessandro Sisti con i disegni di Francesco Guerrini, che fa anche satira sociale quanto basta.
La parte redazionale è occupata da una lunga intervista a Laura Pausini, corredata di alcune semplici tavole autoconclusive, e dalla presentazione di Alice attraverso lo specchio, seguito di Alice in Wonderland uscito sei anni fa

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Il crossover è un espediente narrativo abbastanza inconsueto nel fumetto italiano, dove infatti tale termine viene spesso usato con un'accezione non proprio esatta (proprio come nel caso di cui stiamo per parlare). E in effetti, quando per presentare Timecrime nell'editoriale dello scorso numero si sono portati come esempio i due MM&DD (non Mickey Mouse & Donald Duck ma Martin Mystère & Dylan Dog!), la cosa non sembrava cominciare sotto i migliori auspici dato che i due summenzionati "incontri" sono stati decisamente poco riusciti dal punto di vista dell’equilibrio narrativo. Per fortuna (in realtà non è fortuna, è bravura dell’autore), in questo caso il risultato è indiscutibilmente ottimo: i due universi di PK e DD si fondono con grande naturalezza fino ad arrivare, nell'epilogo, ad abbracciarne persino un terzo (che poi sarebbe cronologicamente il primo). Sicuramente è una storia complessa, che merita una lettura attenta e, anzi, ben più di una, tanti e tali sono gli elementi richiamati e fatti incrociare tra loro, ma il bello è che è tutto perfettamente sensato e coerente. Artibani realizza una storia pregevole fornendo contemporaneamente spunti per ulteriori eventuali avventure, dalla definizione di un villain che sembra avere le carte in regola per essere un avversario realmente pericoloso su entrambi i piani temporali, alla storia sempre più intricata della famiglia di Kay K, al tenero sentimento che unisce PK e Lyla. Compimenti agli autori (notevole anche la prova di Mottura) quindi.
Il resto del numero è piuttosto interlocutorio.
Per dare un giudizio corretto sul ritorno di X-Mickey, bisognerebbe sapere con precisione a quale pubblico si rivolge. Da questa prima nuova avventura, il target di riferimento sembra essere molto giovane: la storia non presenta reali elementi "paurosi" o di tensione, più che horror siamo dalle parti del fantasy abbastanza scanzonato (chi ha detto "Pacuvio"?). Lo svolgimento stesso della storia non ha un andamento definito, l’intreccio complessivo prende forma senza quasi che ci si renda conto del come accade. Per certi versi è curioso: nelle pagine iniziali ci si perde in una critica abbastanza qualunquista, oltre che fin troppo risaputa, sull'arte moderna, nel seguito invece è la storia stessa ad avere una struttura non canonica, quasi una accumulazione di sequenze non tutte apparentemente collegate che infine vanno a costituire il mosaico completo che comunque lascia perplessi chi si aspettava una indagine più lineare. Viene quasi da scrivere "ceci n’est pas une histoire". Ma dopotutto nel modo dell’impossibile, probabilmente una indagine classica sarebbe stata fuori luogo. Dando per scontato che atmosfere più cupe e inquietanti probabilmente non se ne vedranno, è il caso di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda trasmessa da questo episodio per godersi a pieno i seguenti.
Dopo due brevi riempitive che fanno ciò per cui sono chiamate, la chiusura è ad opera di Gaja Arrighini con i disegni di Andrea Lucci. Si tratta di una storia didattica/promozionale che inizia come tante altre, anche con un certo retrogusto ciminiano, e come queste prosegue, salvo perdere completamente la bussola nel finale, dove risulta approssimativa e contorta o, se vogliamo concedere il beneficio del dubbio all’autrice, troppo ermetica. Il problema in questo caso è doppio, perché non ne risulta penalizzata solo la lettura in sé, ma anche il messaggio che avrebbe dovuto trasmettere. Per fortuna ad illustrare i benefici dei legumi provvede l’articolo di accompagnamento.
Oltre alla spiegazione su quanto salutari siano i legumi, gli altri contributi redazionali riguardano l’universo e i personaggi di X-Mickey, a beneficio dei lettori vecchi e nuovi e il nuovo film Marvel nelle sale.

Recensione di piccolobush


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Numero anonimo, deprimente, bambinesco nel senso più deteriore della parola. Un ritorno al passato, con tante storie ma con quelle più lunghe che a stento superano le venti tavole. Le dieci tavole di Pktube, fruibili tutto sommato anche da chi è digiuno del personaggio pur con ovvie limitazioni, splendono come un diamante in un negozio di chincaglierie.
Sisto Nigro, con Topolino e il gol a passo di tango prova a scrivere una storia di calcio che non sia una parata di caricature come accade spesso, ma la vicenda non decolla mai. Sembra una puntata di Holly e Benji ma rivolta ad un pubblico ancora più infantile. Tanti personaggi del tutto inutili, primo fra tutti Gambadilegno, la cui presenza autorizza a pensare che possa succedere qualcosa, che possa esserci dietro qualcosa in più di una scialba cronaca e invece nulla. Persino la partita di calcio del Don Camillo di Terence Hill era più avvincente.
Glissando sulle inutili due riempitive a tema supereroistico, il fuoco di fila delle ultime tre è davvero micidiale.
Prima Riccardo Pesce si incarta in un cervellotico progetto di Amelia, poi Valentini decide di riciclare zia Topolinda nei panni di Jessica Fletcher (o di miss Marple, chissà…), scrivendo un "giallo" che viene incontro alle limitate capacità mentali di una ottuagenaria affetta da demenza senile. No, dài, non è un giallo, non può esserlo. Il giallo è solo un pretesto per introdurci nel microcosmo del paesino della zia, per raccontarci i grandi avvenimenti e le piccole miserie di una comunità, come la sagra del ghiottone e il furto della ricetta di una torta di mele…. uhm… messa così sembra quasi interessante. Sembra appunto...
Per finire ecco una storia con protagonista una spalla monocorde e già questo autorizzerebbe a saltare la lettura perché si sa già quale sarà lo svolgimento ed è già tanto che non sono comparsi gli alieni. Ma volendo farsi del male si può godere dei disegni ispirati e della posa "a mani alzate" che i personaggi assumono, a rotazione e spesso a sproposito, lungo tutto l’arco della vicenda.
Inutile accennare a redazionali o articoli, nemmeno uno scoop sul codice Pantone della tinta usata da Gabriel Garko potrebbe risollevare questo numero

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Commentando il numero 3145 in maniera tradizionale ci si potrebbe soffermare sul nuovo episodio di Fantomius, in cui finalmente si concretizza l'incontro tra due delle personalità paperopolesi più importanti degli anni '20. Certo, l'epilogo è forse fin troppo obbligato nel suo svolgimento (troppo "personaggi" entrambi perchè uno dei due ne uscisse sconfitto), ma Gervasio ha sicuramente fatto un ottimo lavoro cercando di incastrare tutto l'universo di sua creazione (sua almeno al 90%) in quella che ormai è una storiografia accettata.
Forse però è il caso di porre l'attenzione su altri aspetti. Principalmente sul fatto che il settimanale sembra essere avviato verso una fruizione "usa&getta". Se escludiamo Fantomius, non c'è una sola storia delle altre che resti nella memoria, non una che spinga domani o fra un anno a riprendere in mano il volume. Stanno sparendo quelle che potremmo chiamare le storie buone-ottime, con una produzione che invece è sempre più divisa tra storie-evento da una parte (PK, le grandi parodie, i kolossal di Casty, Fantomius,...) e storielline dimenticabili a colmare il vuoto tra una storia-evento e l'altra. Se si aggiunge il fatto che, con le nuove politiche editoriali, le prime vengono di fatto raccolte in uscite dedicate, ecco che il settimanale perde molto del suo appeal. Perchè spendere € 2,50 per una storia di Indiana Pipps alla ricerca del solito manufatto, che incontra sempre per il solito caso l'unico indigeno che può dargli le indicazioni, con l'ennesima inutile entrata in scena di Kranz? Perchè spendere per una storia di Paperone in cui la solita invenzione di Archimede va male ma non viene nemmeno spiegato il perchè? Fa le bizze, questo é il massimo che é dato sapere e tanto deve bastarci. Sorvoliamo sul reparto grafico, onesti disegnatori ma nessuno capace di emozionare davvero.
La verità é che, con tutto il rispetto per chi ci lavora, molti numeri recenti del settimanale potevano tranquillamente essere lasciati in edicola senza perdere granché.
Si sente la mancanza delle storie buone, appunto. Di quelle non epocali o legate a particolari eventi, ma in grado comunque di avvincere il pubblico, di divertirlo e di farlo più volte, ad ogni lettura. Manca qualche robusto giallo con Topolino, mancano le imprese di Zio Paperone (scritte bene però!), mancano storie che ci ricordino perchè Paperino è così amato, per limitarsi agli spunti più classici, ma ben vengano altre idee purchè valide. Qualcosa c'è, un Faccini di tanto in tanto, i Turconi sempre più raramente e via così, ma davvero è merce sempre più rara. Viene da chiedersi se non sia il caso di ritornare ad ospitare storie di produzione estera scegliendo con cura, sempre che non ci siano motivi editoriali-economici che lo impediscano.
C'é poi anche l'ipotesi piú semplice (e piú triste), cioé che il grosso del pubblico che segue i fumetti Disney voglia proprio questo e sia felice cosí.
Quante stelle vogliamo dare ad un numero come questo? Tre, la sufficienza, perchè comunque gli autori hanno fatto il loro dovere e non ci sono certo storie brutte. Però finirà nello scaffale e resterà lì a catturare polvere.

Recensione di piccolobush


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Un numero di pura routine il 3142, con storie che pur raggiungendo una comoda sufficienza non hanno nulla perché restino nella memoria dopo la lettura. Unica eccezione la nuova avventura di Fantomius, per via della connessione con quelle precedenti e con le future. Ma a parte questo, anche il filone del nobile ladro non entusiasma più come all’inizio. Gervasio sembra essersi concentrato sul tentativo di inserire a pieno titolo il suo eroe nell’universo papero, riallacciandosi all’opera di Rosa, tentando di arricchirla, strizzando l’occhio ai lettori con citazioni continue, ma si è perso di vista un po’ quello che era il tratto distintivo delle prime storie. Quella definizione, "le strabilianti imprese", appare superata, dato che da tempo le imprese di Fantomius hanno poco di strabiliante. L’atto "criminoso" in sé è ridotto a puro contorno delle vicende personali e mancano anche avversari credibili per una figura che, nel frattempo, è diventata quasi invincibile. Ovviamente è una scelta legittima e sicuramente i lettori lo seguiranno con favore soprattutto in questi tempi di grande attenzione per la filologia, però passare da Diabolik a Julia è un salto non da poco.
Per il resto la fa da padrone S. Valentino, con le altre storie lunghe incentrate in qualche modo sui sentimenti e sull’amore.
Gambadilegno e il gioco delle coppie è una classica commedia degli equivoci scritta da Vitaliano: trama inconsistente tutta al servizio delle gag per una tarda parodia di una vecchia trasmissione degli anni 90 ("tra moglie e marito", già omaggiata in un’altra occasione anni fa e curiosamente con lo stesso "errore" nel nome). Sembrava interessante l’attenzione posta inizialmente sul personaggio di Sgrinfia, eterna comparsa che poteva prendersi almeno per una volta la scena, ma tutto si conclude senza nessun particolare approfondimento.
Salati e D’Ippolito ci raccontano, in maniera fin troppo cervellotica, l’ennesima fiamma di Archimede, mentre Bosco e Amendola presentano il nuovo affare sballato dello zione, stavolta a tema amoroso come si confà al periodo.
Spazio poi ai servizi: una panoramica dei partecipanti al festival di San Remo con annessa intervista al conduttore e la presentazione dell’All Star Game a cura del giornalista Flavio Tranquillo.

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"The best of 2016 - Paperopoli" raccoglie 10 storie della banda dei paperi scelte tra le migliori pubblicate nell’anno precedente.
Diciamo subito che non si tratta di un vero "best of" mancando i pezzi da novanta: le storie dell’universo di Pk, così come quelle di Fantomius e altre, sono ovviamente escluse perché coinvolte in altre iniziative editoriali che non beneficerebbero affatto di una concorrenza interna. Tolte queste comunque, quelle ospitate nel volume sono effettivamente tra le migliori apparse sul settimanale.
Forse, scorrendo l'elenco, l’unico appunto che si può muovere riguarda l’assenza di una storia di Paperino Paperotto, ad esempio "I segreti di Quack Town" che avrebbe potuto tranquillamente sostituire quella di Dinamite Bla o degli G.N.A.M.
Per il resto, sorvolando sul nome della pubblicazione (errore marchiano o scelta poco felice?), ottima la presenza di quella che è stata la migliore storia a puntate, Zio Paperone e la sfida da 50$, ma più in generale è di buon livello l’intera selezione anche per le storie più brevi: Paperino, Paperina e l’escalation virtuale, Battista mago della finanza, Zio Paperone e le frottole da un dollaro sono tutte avventure godibili. Insomma una uscita di sicuro richiamo per chi non segue costantemente Topolino (o per chi non lo segue affatto) ma in fondo anche per gli acquirenti abituali.
Restando in attesa di capire se ci sarà un’equivalente riguardo le storie dei topi, l’aspetto più interessante riguarda proprio l’opportunità di una uscita simile: può sicuramente essere vista come uno strumento di richiamo per nuovi lettori, ma quale effetto potrebbe avere su coloro che Topolino lo seguono regolarmente? Le storie piú importanti sono già destinate ad essere riproposte in edizioni a sé; con l’uscita di questa raccolta, che ripubblica il meglio di quel che resta, soprattutto se affiancata da quella per le storie dei topi, forse l’interesse per il settimanale potrebbe venire meno.
In attesa di capire come potrebbe evolvere il tutto, il volume è sicuramente consigliato, un bignami dell’anno appena finito con una discreta varietà di personaggi e autori e una buona qualità media.

Recensione di piccolobush


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L'umorismo è il tratto distintivo del numero 3136, con quasi tutte le storie presenti improntate principalmente a far ridere, seppur in modo diverso tra loro. Unica eccezione è la storia d'apertura, opera di Carlo Panaro e Valerio Held che si sofferma sul rapporto Paperino - Gastone mostrandone uno dei lati meno raccontati. I due cugini non sono nuovi a gesti simili l'uno nei confronti dell'altro e certo "Paperino e il Capodanno positivo" non sorprende più di tanto, ma è una storia giusta per il periodo e anzi forse sarebbe stata più indicata la sua pubblicazione nel numero natalizio.
Il resto come detto sono soprattutto risate, con coppie collaudate come Topolino-Pippo (Pippo e il guaio della chiave spezzata") o più originali come Eta Beta-Gambadilegno ("Gambadilegno e il danno di Capodanno").
Interessante è "Paper Bat e il primo supereroe", scritta da Mazzoleni e disegnata da Alessia Martusciello che riporta sulle pagine del settimanale la versione supereroica di Paperoga. La storia riprende alla perfezione l'umorismo demenziale tipico delle storie brasiliane che apparivano negli anni 80 e 90 anche nel nostro paese e aggiunge un velo di malinconia, con un personaggio costretto a vivere in un'epoca non sua, e qualche presa in giro del nostro vissuto quotidiano.
La chiusura è a opera di Enrico Faccini con "Paperino e la magica Gumburumbu": l'autore fornisce una bella prova, con una storia impregnata del suo tipico umorismo strampalato e surreale, che riesce a far ridere nonostante l'inquietudine palpabile per l'ineluttabilità della vicenda e di quella che sembra essere la sua conclusione. Il colpo di scena finale arriva veramente come un sollievo nonostante la sua quasi "banalità".
Nella parte redazionale si segnala in particolare l'intervista, in forma di reportage fumettato, a Fabiola Gianotti, nuovo direttore del Cern.

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Numero totalmente anonimo il 3132: che non sarebbe stato da ricordare lo si poteva intuire vedendo come di sette storie presenti, l'unica a raggiungere la lunghezza di 30 tavole è una danese a fine albo. Non è tanto la mancanza di una storia forte però a essere penalizzante quanto piuttosto la mancanza di idee che traspare da quelle presenti.
Zio Paperone e il pellicano letterario fa il suo dovere di regalare sorrisi grazie al consueto helzapoppin messo su da Vitaliano ma è praticamente l'unico sussulto del numero, avvantaggiata dal fatto che in vicende del genere, l'intreccio è l'ultima cosa che conta.
Per il resto, idee bislacche (Paperino e gli allenamenti controproducenti), idee bislacche e stantie (Quinto Paperinus e l'insidia di Alamut), idee bislacche d'importazione (Paperino e la fotosintesi monetaria) dove un tormentone è migliore della storia stessa.
Completa il tutto una manciata di riempitive che, come spesso accade, non si ricordano già più appena finita la lettura e un comparto grafico che si adegua al livello delle sceneggiature.
Redazionali che vanno dai suggerimenti per regali letterari alla seconda parte della rubrica incentrata sui ritrovamenti di impronte e scheletri di dinosauri italiani.

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L'attesa per questo numero del settimanale era molto alta per via di una serie di fattori: innanzitutto l'esordio su una pubblicazione Disney di Sio (Simone Albrigi), fumettista nato sul web e che ha raggiunto un successo tale da approdare anche in edicola con una pubblicazione, una nuova storia firmata dalla coppia Casty/Faccini e il prologo dell'ultima avventura di PK che inizierà la settimana prossima. Tante promesse quindi, in buona parte mantenute.
Se il prologo di sole cinque pagine del lavoro opera di Artibani e Lorenzo Pastrovicchio serve unicamente a far salire la curiosità e chiamare a raccolta i fan con una settimana di anticipo, più articolato è il discorso che si può fare su "Topolino e il rampiro di Transvitania": decisamente poco horrorifica nonostante, sin dagli strilli di copertina, il numero celebri la ricorrenza di Halloween, è un'avventura dal taglio più favolistico. Faccini ci mette del suo con scenari da tipico film gotico che sono entrati un po' nell'immaginario di tutti, ma il tono della narrazione è leggero e divertito. Interessante l'idea di provare una commistione tra antichi miti (vampiro) e moderne tecnologie (videogiochi) e, anche se non memorabile, resta comunque una originale rilettura della storia di Dracula che vede come guest star nientemeno che pac-man e i suoi fantasmini.
Ma il motivo di discussione principale relativo a questa settimana non può non essere Sio visto, a seconda di chi parla (scrive), come un genio incompreso, un raccomandato, uno che una storia Disney non dovrebbe nemmeno pensarla, il salvatore della Disney (o meglio dell'investimento della Panini).
Lasciamo da parte quello che normalmente scrive e disegna l'autore veneto e limitiamoci alle sue storie apparse su "Topolino": ottime. Ottime perché sono divertenti ed è per questo che Sio è stato chiamato, non certo per riscrivere "guerra e pace". Tre simpatiche brevi che portano una ventata di aria fresca in un panorama fatto di ciak malinconici e riempitive insipide. Neanche a farlo apposta (ma forse sì!) su questo stesso numero ci sono tre brevi di Wom: il confronto è utile anche per chi grida alla lesa maestà per l'uso "disinvolto" di alcuni personaggi da parte di Sio, Topolino ad esempio. Viene da chiedersi perché per Topolino debba essere mortificante un inseguimento alla Frank Drebin, ma è del tutto naturale che venga salvato dalla sua fidanzata, arrabbiata con il cattivo solo perché gli ha messo a soqquadro la casa!
Poi si potrebbe citare la Ziche, forse quella che più di tutti ha trattato Topolino come un imbecille, eppure osannata giustamente come una delle migliori firme Disney e insieme a lei tanti altri andando indietro, indietro fino a Barks (così parliamo anche della seconda storia di Sio): "Paperino e la scavatrice", "lo skirillione", le infinite one page con venditori e baristi... Mi chiedo come tanti puristi siano diventati così seriosi leggendo Barks, se egli stesso era il primo a non prendersi sul serio e a ridere delle sue creature, Paperone su tutti ...
Per quel che si è visto Sio può essere una salutare, saltuaria (perché è indubbio che il suo umorismo sia particolare e non apprezzabile da tutti) alternativa alle classiche riempitive, soprattutto se affiancato come in questo caso da autori dal tratto meno classico (Mastantuono è un discorso a parte) che meglio si sposano a delle sceneggiature simpaticamente fuori di testa.
Per il resto menzione per "Zio Paperone e la ghiaia filosofale", semplice e divertente, mentre "Furfanti nelle tenebre" appare un po' fine a se stessa.
Quindi spazio a Lucca e all'intervista all'autore più discusso della settimana. Alla fine dei conti, nel numero dedicato ad halloween, il grande assente è proprio Halloween

Recensione di piccolobush


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E' il 2 ottobre il giorno in cui si celebra la "Giornata dei Nonni", ricorrenza introdotta per riconoscere l'importanza che queste persone rivestono all'interno del nucleo familiare. Scrivere una storia Disney celebrativa dell'evento, storia in cui nonna Papera e/o nonno Bassotto e/o altri nonni creati per l'occasione avrebbero avuto il classico ruolo di memorie della famiglia, di punti di riferimento per gli altri, di approdo sicuro per i parenti in difficoltà sarebbe stato facile, se ne sono viste a decine, troppo facile: Gaja Arrighini invece decide di rendere omaggio ai nonni imbastendo una storia d'amore della terza età tra i due grandi vecchi della banda Disney. "Nonna Papera e Nonno Bassotto, la strana coppia", parte e per un po' prosegue con un taglio romantico ma leggero, atmosfere da I ponti di Madison County o da Il settimo cielo ma sempre con quella sensazione di improponibilità che fa sorridere. Poi succede qualcosa d'inspiegabile e l'autrice decide di buttare tutto in caciara: prima i due vecchi saggi diventano due rimbambiti che suonano campanelli per poi scappare e che cominciano a giocare a calcio senza nessun motivo (se qualcuno sta pensando ad una difesa tirando in ballo Amici miei è meglio che lasci perdere, quel film è un inno alla vita, qua siamo dalle parti del patetismo senile), poi arriva il finale che distrugge tutto, un finale che non è semplicemente brutto, è maldestro, irrisolto e totalmente alieno a quanto successo fino a quel momento. Incomprensibile il comportamento di nonno Bassotto (non si capisce se ha sempre fatto finta o no), inspiegabile il voltafaccia spietato di nonna Papera, una restaurazione fatta a colpi di machete anziché, come sarebbe stato lecito aspettarsi, in maniera più soft e soprattutto coerente.
Arriva al 14° episodio la saga dei milioni di Paperone, scritta come sempre da Vitaliano e che vede ai disegni, in questa occasione, Andrea Freccero. Assodato come quello del guadagno dei vari milioni sia soltanto un aspetto marginale delle vicende, uno spunto per parlare di altro, è interessante come in questo caso Vitaliano si concentri su quello che è uno dei dibattiti dell'era del digitale, cioè una informazione libera e gratuita, per riproporla ai tempi della caccia all'oro: simpatico vedere questo strano personaggio che ha tante, troppe per essere casuali, somiglianze con alcuni "comunisti in mancanza di meglio", combattere per tornare ad una diffusione da xv secolo della stampa e quindi dell'informazione, proprio nel periodo (circa fine '800), in cui le società editrici si stavano trasformando in imprese vere e proprie. Conclusione come già detto un po' slegata dal contesto, ma non ha importanza, quello che bisognava dire era già stato detto nelle pagine precedenti.
Segnaliamo anche la storia scritta da Vito Stabile e disegnata da Stefano Intini con protagonista Pippo: Pippo e l'asso dei cieli è una vicenda che si snoda tra presente e passato, tra ricordi e incomprensioni, affetti e ripicche. Gradevole e tutto sommato ben più degna di quella che la segue per festeggiare la ricorrenza della settimana. Forse stona un po' soltanto il plateale nonché risibile furto tentato da Gambadilegno.
"Zio Paperone e le piantone abitative è pura routine, mentre il resto del volume è occupato, tra le altre cose, da un'anteprima riguardante "Romics".

Recensione di piccolobush


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Una storia sul calcio, al via del campionato di serie A, in Italia è imprenscindibile, quale che sia l'editore della rivista, per cui non sorprende trovare in apertura del numero "Paperino e il campionato campionato", scritta da Marco Bosco e disegnata da Carlo Limido. Nonostante l'argomento abbia dato spunto per ottime storie, nel recente passato per lo più ci si è purtroppo limitati a dar spazio a mezze figure calcistiche, riducendo il tutto a una passerella di caricature con trame messe in piedi alla meno peggio. Bosco invece ci risparmia tutto questo e anzi lascia sullo sfondo il calcio giocato per concentrarsi su quella che col tempo è diventata la questione principale, l'aspetto su cui tutto lo sport ruota e grazie al quale, in buona parte, si mantiene e cioè la gestione dei diritti televisivi. L'idea è divertente, affascinante e per certi versi neanche troppo fantascientifica, considerando quanto già si riesce a fare nel campo della cinematografia e della realtà virtuale. Il finale è forse meno catastrofico e spassoso rispetto a come si è abituati con questo tipo di avventure, ma in fondo è anche un monito (oltre che una esplicita denuncia di una tendenza che si va diffondendo) a non confondere virtuale e reale e a non credere a tutto ciò che viene propinato dai mass media.
Prosegue la seconda tranche de "Tutti i milioni di Paperone" col dodicesimo episodio, sempre scritto da Fausto Vitaliano e disegnato da Ettore Gula. Sinceramente si fa fatica a comprendere il perchè della ripresa di questa serie a distanza di otto anni, per di più per soli 4 episodi a meno che questa non sia solo una prima parte di altri episodi che seguiranno più dilazionati nel tempo, per quanto risulti un po' improbabile come ipotesi. Comunque per ora abbiamo due episodi del tutto identici a quelli che li hanno preceduti e che quindi faticano a soprendere un lettore che, se anche non li avesse letti all'epoca, certo non se li sarà fatti sfuggire nella recente riproposizione in edicola. Una certa compiaciuta ostentazione dialettica (tipica dell'autore) appesantisce forse un po' l'introduzione alle vicende vere e proprie, poi tutto procede secondo una scaletta definita, con un finale sempre talmente fantasioso quando non improbabile, al punto che è assai forte l'impressione che lo zione (e l'autore) ci stia prendendo in giro.
Diciamo che la serie va presa per quel che è, un divertissement, un modo per ironizzare con leggerezza sulla figura forse più autorevole e autoritaria dei fumetti disney, dal passato ricco ma comunque nebuloso (dimentichiamo Don Rosa per un attimo). Viene alla mente quando Barks faceva dire al suo Paperone cose del tipo: "Ho imparato il mongolo quando vendevo cammelli a Genigs Khan". Era una maniera ottima per aggiungere fascino al personaggio, gli dava quel tocco di cialtronaggine e contemporanemente di mistero indispensabili per ritrarre un avventuriero secondo manuale. Qui è un po' la stessa cosa, con la differenza che ciò che Barks condensava in una vignetta, ne "I milioni di Paperone" viene dilatato in qualche decina di tavole. Perciò il miglior modo per fruirne è essere consapevoli di cosa si va a leggere e affrontarlo con lo stesso sense of wonder con cui si potrebbero leggere le avventure del Barone di Munchausen, senza aspettarsi epicità o profondità, stiamo pur sempre parlando di un papero che ha accumulato tre ettari cubici di denaro (unità di misura... sfuggente, come il passato del papero con tuba e ghette).
Due riempitive di Moscato/Migheli e Cirillo/Amendola fanno da apripista per la storia di chiusura firmata da Salati/Mazzon, "Una divisa per Topolino": pur non essendo la prima volta che Topolino si trova ad indossare i panni del poliziotto vero, stavolta è interessante vedere le difficoltà che incontra proprio in virtù del ruolo "ufficiale". Quella divisa che doveva essere una sorta di consacrazione finisce per diventare, con i doveri che comporta, una palla al piede per uno abituato a muoversi da battitore libero e a non rispondere a niente e nessuno se non al proprio intuito e alla propria reputazione. Ecco quindi emergere la figura di Manetta, che non è un cervello sopraffino, però è uno del mestiere, che sa come muoversi e ha tutto quel background "da strada" che Topolino non può possedere. Finale fatalmente ecumenico in cui c'è gloria per tutti.
Continuano le lezioni di economia di Paperone che completano un numero discreto.

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E' un numero che essenzialmente... fa numero quello di Topolino in edicola questa settimana, come è normale che avvenga per una rivista con periodicità settimanale e una produzione di storie totalmente italiana tranne qualche rara e ormai lontana eccezione. Niente di strano quindi che non contenga nulla di particolarmente rilevante, è un "gregario" come ce ne sono stati e ce ne saranno tanti nella corsa ultrasessantennale della pubblicazione.
E' pur vero che sta venendo parzialmente tradita dalla saga delle Papere alla riscossa che, presumibilmente, avrebbe dovuto essere il piatto forte di questi numeri e che, invece, finora non sembra particolarmente riuscita. L'argomento su cui è incentrata è importante e non mancano riferimenti scomodi a tutto un modo di intendere la politica e gli affari nel mondo reale, dove in nome dei propri interessi si passa sopra a tante cose. Però finora manca il coinvolgimento, la storia scorre senza sorprendere, i colpi di scena (il finto corteggiatore, l'alleato che scompare, ....) più che telefonati sono quasi obbligati, anche il burattinaio che sta dietro tutto sembra (e sottolineiamo "sembra" più per scaramanzia che per mettere le mani avanti) chiaro dall'inizio. Soprattutto manca l'umorismo, è una storia in cui si ride poco, quasi per niente. Questo non è certo una colpa, però indubbiamente con queste premesse viene meno la logica alla base della scelta della Ziche per disegnarla. Non si può negare che la particolare interpretazione dei personaggi disneyani dell'autrice veneta si sposa decisamente di più con storie maggiormente umoristiche e con ritmi assai più elevati. E in effetti alcune "esasperazioni" che fuoriescono dalla sua matita sembrano a tratti fuori luogo. Aggiungiamo a questo il fatto che da diverso tempo Silvia Ziche sta parecchio accentuando la sua visione già particolarmente "deformata" dei characters, arrivando in alcuni casi a proporzioni non sempre perfette o comunque eccessivamente parodistiche, oltre a una insolita semplificazione degli sfondi, in molti casi poco più che abbozzati. Insomma, confidiamo nell'ultima puntata, ma fin qui la lettura è stata tutt'altro che esaltante.
Stesso giudizio si può ripetere per le altre storie del numero. Paperinik e il nipote ribelle è la tipica storia che alla fine ti lascia con un interrogativo sul perché della sua esistenza: una vicenda in cui sembra succeda di tutto e poi invece non succede nulla. Una marea di personaggi (alcuni persino creati ex novo) il cui apporto allo svolgimento è pari a zero. Sì, le commedie degli equivoci si basano su questi meccanismi, ma in genere con ben altri esiti dal punto di vista del divertimento.
L'inossidabile coppia Michelini/Gatto produce una avventura semplice e teneramente ingenua rivolta ai lettori più piccoli, mentre la chiusura è per una altra storia che promette molto ma mantiene poco. Scritta da Valentina Camerini e disegnata con un certo piacevole istrionismo da Luca Usai vede il ritorno di Estrella Marina con una vicenda per certi versi interessante ma che si conclude troppo in fretta e senza particolare originalità. Peccato perché almeno la prima parte è intrigante quanto basta, ma il trio di protagonisti dal momento in cui è chiamato all'azione si limita a fare da spettatore.
Per la parte redazionale, segnaliamo un ampio servizio dedicato alla mostra "Zio Paperone e i segreti del deposito" al museo WOW di Milano, poi spazio allo "speciale estate", a un giovanissimo giocoliere e alla rubrica tecnologica "fuori di... chip" (sempre ridotta all'osso).

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"DoubleDuck - come un gioco" è la prima storia della più recente identità segreta di Paperino scritta da Vito Stabile e ha il pregio di cercare uno spunto diverso dal solito puntando, come è caratteristica del giovane sceneggiatore, sull'introspezione dei personaggi. In particolare questa volta tocca a Paperino riflettere sul suo ruolo e sul suo comportamento.
La trama spionistica lascia il posto ai pensieri del papero con lo smoking, a un sintetico bilancio della sua vita, a uno sguardo più approfondito sul rapporto con Kay K. Il resto conta poco, con un congegno forse troppo fantasioso, con una vicenda che è perfetta nella sua aderenza agli stilemi di DD e per questo non regala veri colpi di scena e con una risoluzione fin troppo semplice. D'altra parte c'era urgenza di tornare a casa per mettere da parte le difficoltà della vita adulta e rifugiarsi nei mondi infantili che non si è mai lasciato del tutto.
La seconda avventura di Stabile ospitata in questo numero è decisamente più classica e non riserva nulla di particolare.... "Zio Paperone e il tesoro arcobaleno" è una consueta caccia al tesoro anche se si cerca piuttosto di focalizzare l'attenzione sul rapporto tra zio e nipote.
Nel resto del libretto poco altro da segnalare. Si distingue appena "Paperino e il disastro social" di Salati e Gottardo per alcuni momenti divertenti e qualche considerazione azzeccata sulle tematiche riguardanti internet e i social network (e soprattutto sui loro fruitori...)
"Topolino, Pippo e i segreti delle conchiglie di Porto Ondoso" è invece un timido giallo che vorrebbe reggersi su una idea affascinante che però non riesce ad andare oltre uno svolgimento piatto e fin troppo prevedibile.
Per gli interessati, le rubriche propongono ben 13 pagine di oroscopo estivo, un servizio su una particolare forma d'arte incentrata sulle bolle di sapone e qualche informazione sul nuovo "Trofeo Topolino Calcio".

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Dopo tre puntate all’insegna della leggerezza, proprio in chiusura della terza parte la storia di Enna sembra volersi dare quella "profondità" di cui comunque fino ad ora non si era sentita la mancanza. Vero che l’inizio dell’avventura appariva un po’ confuso, probabilmente per l'assenza di dettagli che ancora aspettano di essere svelati, ma "La grande corsa" ha avuto dalla sua proprio il merito, a differenza di altre operazioni analoghe, di non prendersi troppo sul serio: una corsa libera e veloce, con giusto una labile traccia a tenere insieme il tutto, prediligendo adrenalina e comicità a riflessioni cervellotiche da intellettuali prestati alle arti amanuensi. Ora con l’ingresso di un nuovo e inatteso personaggio sembra giunto il momento di tirare le fila: Enna è narratore assai capace e si può ben sperare che non manderà tutto all'aria con una conclusione ingloriosa. Comunque sia, oramai va di moda dire che non conta la destinazione ma il viaggio fatto per arrivare e finora il viaggio è stato assai gradevole.
Una bella sorpresa si rivela invece la storia di Pippo reporter scritta ovviamente da Teresa Radice (affiancata da Stefano Turconi): la cifra stilistica dell’autrice è nota da tempo ai lettori più fedeli, ma in questo caso si va oltre. La sua passione per la letteratura (soprattutto quella americana), una particolare delicatezza nella scrittura, l’importanza dei sentimenti, tutto viene riversato in una avventura in cui Pippo apparentemente sembra non combinare nulla e invece ha un ruolo basilare, quello di una moderna Mnemosine, disseppellendo i ricordi d’infanzia di una persona per farli rivivere, per restituire al proprietario emozioni che aveva smarrito. E il finale è meno dolce di quel che sembra, anzi paradossalmente assume una valenza ancora più tragica. Perché Blackspot non cambierà per aver ritrovato la sua compagna d’infanzia, non diventerà un’altra persona per averla aiutata, resterà quello che è ma con la consapevolezza da parte sua e del lettore che, forse, le cose sarebbero potuto essere diverse.
"Dinamite Bla e i misteri del web", scritta da Silvia Martinoli e disegnata da Daniela Vetro sembrava essere una buona idea per illustrare alcune dinamiche da social, prendere in giro gli isterismi che spesso coinvolgono gli utenti, le mode e le indignazioni che durano quanto una scintilla, ma con l’avanzare delle tavole la vicenda diventa confusa e alla fin fine poco graffiante.
Chiude "Paperino, Paperoga e lo spaventapasseri fluttuante", ennesima storia scritta da Carlo Panaro (con i disegni di Giada Perissinotto) che non si discosta molto dalla produzione standard dell’autore: atmosfere tipiche delle storie degli anni ’90, climax raggiunto a metà della vicenda e conclusione che vanifica gran parte dell’interesse suscitato nelle tavole precedenti. Non è una questione di plausibilità o meno della soluzione: la sospensione del dubbio fa parte del bagaglio di ogni lettore o spettatore, è come viene presentata tale soluzione a generare perplessità e insoddisfazione.
Per quel che riguarda la parte giornalistica, continua la rubrica "Viaggia e gioca col topo", questa settimana dedicata agli anni ‘50.

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Trasporre in chiave disneyana un'opera chiave della beat generation è decisamente un compito arduo. Fausto Vitaliano, perfettamente assistito da Paolo Mottura, decide con "Sulla strada" di tentare questa sfida che si intuisce dovuta più alla passione per l'opera originale che a una effettiva possibilità di riuscita.
Lo sceneggiatore riesce a rappresentare bene i due protagonisti e il loro diverso approccio alla vita, le aspirazioni e il rifiuto di un'esistenza grigia di Sal/Topolino, l'insaziabile fame di viaggiare di Pippo/Dean, la loro amicizia basata su delle affinità intrinseche nonostante sembrino molto diversi. Quasi ad ogni vignetta si percepisce l'urgenza di spostarsi, il richiamo della strada che è al tempo stesso una porta verso paesi sconosciuti ma anche un riferimento sicuro. Per certi versi si può anche ritrovare, nel personaggio di Pippo, la stessa demitizzazione che Kerouac effettua verso il suo compagno di avventure: come nel libro si lascia intendere che quello di Dean sia più una incapacità di trovare un proprio equilibrio interiore che il rifiuto delle concezioni borghesi, così la controparte disneyana col susseguirsi delle vicende, anzichè un libero sognatore, assomiglia sempre più ad un esperto dell'italica arte di arrangiarsi.
Però, epurato delle parti più "crude", ovviamente non trasportabili su un giornale come "Topolino", così come delle tematiche più complesse, il rischio è una ripetizione dei pochi concetti (di fatto uno solo, viaggiare come metafora della libertà) per due lunghe parti.L'introduzione di una sottotrama "gialla" doveva probabilmente servire proprio a supplire alle carenze di cui sopra, ma è consistente quanto una piuma e sorprendente come un accordo di Ligabue.
Completa il tutto qualche citazione dall'opera come il rotolo di carta su cui viene scritto il romanzo e la frase simbolo riportata su di esso. E ovviamente i disegni di Mottura, che trasportano i lettori su e giù per gli Stati Uniti con tavole affascinanti e che restituiscono ottimamente quella sensazione di libertà e anche di fuga che Kerouac prima e Vitaliano poi hanno cercato di rendere a parole.
Il resto del numero offre davvero poco, soltanto i Gulp! di Faccini e i disegni di Lavoradori per "I bassotti e il dettaglio trascurato" di Bosco. Il resto è routine.
Ovviamente molto spazio è dedicato alla storia d'apertura anche nei redazionali, con un articolo sui viaggi e con le interviste agli autori. Per concludere, è presente anche una serie di consigli per la lettura in vista dell'estate appena iniziata.

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Non si arriva a definire brutto il numero in edicola attualmente ma certo non è di quelli che rimangono nella memoria, nè invitano a essere riletti nel tempo, nonostante i richiami al compleanno di Paperino, insediatosi al posto della direttrice nell'editoriale. Il primo campanello d'allarme è già nel numero di storie, sei: se sia una semplice coincidenza o piuttosto una precisa relazione non lo si può dire con esattezza, ma certo quando si hanno numeri con tante storie generalmente la qualità media dell'albo ne risente molto.
Paperino e i bivi di Berlino, scritta da Bosco e disegnata da Mazzarello, è una classica storia a bivi e come tutte quelle del filone, di difficile valutazione. Più che al lato narrativo, per certi versi non definibile vista la non univocità della vicenda, è opportuno concentrarsi sull'aspetto ludico, ma anche qui non c'è molto da evidenziare: lo spunto riprende le vecchie sfide tra Paperone e Rockerduck, con il miliardario in bombetta alleato dei Bassotti, per il resto i vari snodi non è che portino mai davvero a qualcosa di eclatante. Il lettore bambino apprezzerà se non altro l'illusione di potere essere lui a decidere lo svolgimento.
Le riempitive sono davvero qualcosa di insipido, senza una vera trama, niente altro che piccoli sketch tenuti insieme con lo sputo, inutile puntare il dito su qualcuno in particolare, ma storie come queste restituiscono dignità persino agli anonimi autori dello Studio Diaz, troppo spesso additati come il male assoluto.
Paperino e l'inversione di marcia è una classica storia danese, di quelle che sembrano scritte con lo stampino. Paperino che combina disastri a ripetizione e sempre gli stessi, come un decerebrato, per un finale che era scritto già dalla seconda pagina.
Marameo Paperetto e il genio di passaggio non fa che confermare la preoccupante carenza di idee come leit motiv dell'albo, una avventura, come quella danese, che non è semplicemente poco interessante ma non ha proprio un perchè.
E' fisiologico incappare in numeri sotto tono, ma certo quando capita di avere una concentrazione così alta di storie dimenticabili, viene da chiedersi se non si poteva offrire qualcosa di meglio.

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Due storie spiccano sulle altre per lunghezza nel numero 3100 e sono decisamente le più riuscite: Zio Paperone e il quinto gusto e mezzo è sceneggiata da Sisti, firma storica della rivista, che mette in scena una avventura assai coinvolgente e ricca di trovate. Il confronto con la storia che apre il numero Filo e Brigitta e l'appetito artistico, per molti versi simile, è inevitabile ma quella della Arrighini è decisamente meno originale e meno brillante.
L'altra storia che prende maggior spazio è il ritorno della serie Topolinia 20802 con l'episodio Cattive acque, con testi di Vitaliano e disegni di Mazzarello. L'idea alla base del progetto è sicuramente stuzzicante, una sorta di Mistery Magazine meno "hard boiled" ma comunque mirato a ridare smalto alla figura di Topolino, affrancandolo dai tanti vincoli della classica Topolinia. In questa occasione sembra quasi di rivedere il Mickey giornalista degli anni '30 e non solo per il fatto che lavora in un quotidiano, ma forse non tutto scorre alla perfezione. C'è una trama buona, dialoghi che sanno essere divertenti quando serve (magari tirato un po' troppo in lungo il tormentone del minestrone), c'è la descrizione di una organizzazione mafiosa in piena regola e dei loro metodi assai simili, per finalità e conseguenze, a quanto accade nella realtà, però tutta la parte dell'indagine finisce per restare un po' dispersa in una miriade di altre vicende, risultando meno coinvolgente di come avrebbe potuto essere: l'indagine stessa alla fine prende pochissime tavole e ai colpevoli si arriva in un battibaleno, togliendo un po' di mordente a tutta la vicenda.
Per quel che riguarda la parte redazionale, l'intero numero è di fatto dedicato all'EXPO, con il tema dell'alimentazione che fa da filo conduttore a tutte le storie presenti e con una serie di approfondimenti.

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Una storia di Indiana Pipps senza Kranz sembrerebbe una bella notizia ma non è così, perchè il problema non è il disonesto archeologo ma ciò che rappresenta: la mancanza di sorpresa, l'imprevisto prevedibile, la banalizzazione delle trame. Poco importa che si tratti di un teutonico studioso o di una avvenente predona, quel che conta è che si sa già dove guardare per vedere arrivare il colpevole. "Indiana Pipps e il dono del faraone" è una storia che si muove su binari certi, telecomandata, in cui lo sceneggiatore assomiglia a quei rimorchiatori che conducono le navi in porto: compiono operazioni precise, sicure, senza scossoni. E senza scossoni procede l’avventura in questione, non un sobbalzo (che non sia ampiamente immaginabile), non un colpo di scena (che non sia preventivato) fino alla fine. Per di più il tutto è corredato da una verbosità eccessiva: si parla, si parla, si parla e non succede niente, al punto che la vicenda finisce per assomigliare più che ai film di Indiana Jones, alle tarde storie di Martin Mystère. Ma se il BVZM è ormai un vecchietto di 70 anni per di più da sempre incline alla logorrea, quale scusante ha una giovane e baldanzosa coppia di avventurieri per giustificare tanta inoperosità? A questo si aggiungono una serie di passaggi alquanto macchinosi, come quello con cui si giustifica l’entrata in scena di Topolino, decisamente poco credibile, che rendono il tutto molto pesante da leggere. Quel che si ha è una storia che probabilmente aiuta a presentare il nuovo Museo Egizio, scopo per cui è stata concepita, ma che al lettore lascia ben poco, per esempio i disegni sempre efficaci di De Vita, al netto della sua attuale tendenza a disegnare i personaggi principali in maniera più spigolosa, rispetto alle maestose morbidezze degli anni passati.
Molto migliore è "Zio Paperone e la via del buon vicinato" di Venerus e Panaro che dimostra come anche su un tema come i social network sia possibile fare una storia divertente, con un senso e in cui l’argomento è trattato bene e con naturalezza, non riducendosi ad un mero sfoggio di termini e nozioni messi lì tanto per fare scena.
Il resto del numero non offre molto altro: due storie apparentemente senza capo né coda e una di Cirillo e Fiorillo di media lunghezza che ha almeno il pregio di far sorridere. Trattandosi di una riempitiva o poco più, non si starà qui a fare discorsi e dibattiti sul suo essere filologicamente corretta nè a scrivere trattati sulla migliore caratterizzazione dei protagonisti: non è su queste storie che è il caso di perdersi in disquisizioni filosofeggianti o condurre battaglie ideologiche. Sono storie a cui si chiede solo una cosa, intrattenere possibilmente con divertimento e "Paperina & Paperino in: le uscite con gli amici" questo fa e tanto basta.
Tra i contributi giornalistici che completano il giornale, si segnalano quello sul nuovo Museo Egizio di Torino di cui si è già detto e un articolo sui Peanuts e in particolare sul film dedicato ai personaggi creati da Schulz.

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Ancora un numero atteso da molti il 3094 e i motivi sono più che validi: la prima puntata de "L'isola del tesoro", opera di una delle coppie Disney più apprezzate, quella formata da Teresa Radice e Stefano Turconi e "Dylan Top", ispirata ovviamente alla serie dell'indagatore dell'incubo, per cui sono scesi in campo quattro pezzi da novanta del fumetto, tra cui nientemeno che l'ideatore originale della serie e l'attuale curatore.
Bisogna dire che si è di fronte a due lavori assai diversi, sia per le motivazioni alla base che per il risultato finale.
"L'isola del tesoro" è divisa in tre parti, per cui al momento è possibile dare solo un giudizio parziale ma indubbiamente sembra di essere davanti ad un lavoro ottimo. E' anche vero che si parte da una base eccellente, uno dei più classici romanzi per ragazzi (ma non solo) che ha definito più di un canone della narrativa avventurosa. Ottima la composizione del cast, i vari abbinamenti sono quasi naturali, con la felice intuizione di Plottigat nel ruolo di un credibilissimo Billy Bones e la scelta, di fatto dovuta, di Gambadilegno quale interprete di Long John Silver. Sarà interessante vedere se anche nella versione dei Turconi, questo personaggio manterrà quella sua ambiguità, a metà tra il buono e il cattivo, che è la forza del suo fascino.
Come detto, e senza nulla togliere al lavoro della sceneggiatrice, è una storia che funziona meravigliosamente di suo, basta solo raccontarla e intervenire qui e lì dove necessario per smussare alcune cose incompatibili con la politica dell'editore. Certo da un po' da pensare il fatto che il libro che è quasi il simbolo della letteratura per ragazzi da più di un secolo, contenga elementi che la Disney non può accettare nelle sue pubblicazioni, ma qua si entra in un territorio minato: meglio limitarsi a notare la fin troppo bislacca motivazione della scomparsa di Plottygatt/Bones che stride un po' con i toni della vicenda e la tristezza che mette sentire (o vedere, che dir si voglia) un branco di feroci pirati inneggiare ad un bollitore di tè.
Per quel che riguarda i disegni, non è esagerato definire Turconi un fuoriclasse: i suoi lavori sembrano quasi delle animazioni, ti aspetti da un momento all'altro che prendano vita da soli e comincino a muoversi tra le pagine. Restiamo in attesa delle successive puntate per confermare l'ottima impressione avuta.
"Dylan Top" invece lascia decisamente perplessi: chi si aspettava una vera parodia rimarrà deluso e non è facile condividere le impressioni di Lupoi che ha parlato di "storia di una bellezza commovente", a meno di non mettersi d'accordo sul significato di commovente. In effetti a ben guardare manca anche la storia, è più una riproposizione in versione disneyana dei tanti clichè dylandoghiani messi in sequenza, uno dietro l'altro, ma senza una vera ragione. Forse lo si può definire più un omaggio che una parodia: anche l'idea di base, rivendicata con orgoglio da Recchioni, per quanto labile, alla fine non viene utilizzata in maniera convincente, al punto che il messaggio che forse (e sottolineiamo forse) voleva dare, arriva molto attutito. Sicuramente la cosa più riuscita è Pippo/Groucho e a rifletterci bene, più che ad un albo della serie regolare, questa storia sembra quasi fare il verso ai "grouchini" allegati agli speciali fino a qualche anno fa, a cominciare dall'assurdità dei casi presentati, fino alle inesauribili gag verbali dell'assistente.
Insomma una storia che rientra nel progetto di rilancio della testata bonelliana e il cui scopo è far parlare di Dylan Dog piuttosto che attirare lettori su Topolino. Chi è digiuno delle avventure dell'Indagatore dell'Incubo, infatti, non coglierà le varie citazioni, nè sarà particolarmente attratto dalla vicenda, gli unici a "gioirne" saranno esclusivamente i lettori del vero Dylan. Se ci sarà un seguito al momento non è dato saperlo, ma in caso, ci sarà bisogno di ripensare completamente l'operazione, perchè così come è stata concepita, è una semplice strizzata d'occhio al suo corrispettivo bonelliano.
Il resto del numero passa forzatamente in secondo piano e c'è anche chi ci mette di suo per ottenere tale risultato. Se la storia di Bosco con Pico e Paperoga è una simpatica riempitiva, e "Dinamite Bla in: Fulmini e melanzane" comunque qualche risata la strappa, "Paperino e il popolo del sole" spreca malamente le sue 30 tavole: una storia che si trascina senza che accada nulla, una tavola dietro l'altra, con una una perenne sensazione di già visto ma soprattutto di noia.
Senza voler mancare di rispetto alla professionalità dell'autore, che non è minimamente in discussione, sembra una di quelle storie scritte col pilota automatico. Non è una colpa scrivere una storia così, ma non è una colpa neanche farlo notare.
L'apparato redazionale risulta ovviamente ricco con gli articoli sulle due storie principali, completati dalle belle interviste ai Turconi e a Tiziano Sclavi.

Recensione di piccolobush


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Un numero curiosamente senza riempitive, il 3091, con tutte storie sopra le venti tavole, in cui non ce n’è una che spicchi sulle altre, ma comunque tutte sostanzialmente riuscite.
L’onore dell’apertura spetta ovviamente a Silvia Ziche e alla sua "Zio Paperone e la magica fuga della Numero Uno", in cui ricompare Arthur Bracchetto, controparte disneyana del celebre illusionista e trasformista. L’autrice preferisce scegliere il registro che le è più congeniale, cioè quello umoristico e demenziale, in cui il vip di turno alla fine non emerge più di tanto, dividendo equamente la scena con i due cugini e con Amelia. Paradossalmente infatti, ad emergere è piuttosto Paperone: seppur per lunghi tratti della storia in stato catatonico e quasi inerte, è infatti lui, in virtù della irresistibile caratterizzazione della Ziche, a strappare le migliori risate. Finale con messaggio poetico quanto basta anche se non particolarmente originale.
"Paperino e Paperoga in: Missione mestolo d’oro" è una storia della P.I.A. che stranamente funziona. Sarà il mestiere di uno che qualcosa ha fatto in disney, come Bruno Sarda, ma decisamente è di molto sopra la media delle tante apparse in tempi recenti e no. Non un capolavoro di spy-story, sia chiaro, anzi con una trama che segue un percorso assai classico e senza scossoni, però il fatto di vedere i due agenti dotati di una certa efficacia nonostante gli inevitabili pasticci, basta a rendere l’avventura godibile.
Carlo Panaro prende spunto dal triangolo Paperino-Paperina-Gastone per scrivere "Paperino e il saluto cosmico", anch'essa contenente il giusto mix di umorismo e risolutezza, concentrati stavolta unicamente sul papero in casacca da marinaio, mentre Silvia Martinoli ci presenta una storia ambientata nella Parigi di fine XIX secolo, quando il cinema si apprestava a muovere i suoi primi passi. "Topolino e il cine-furto impressionista" è infatti una celebrazione della nona arte, a cui i personaggi di Topolinia prestano il loro volto, un piccolo giallo dalla risoluzione un po’ semplicistica, ma che ha un certo sapore vintage, grazie anche e soprattutto ai disegni del decano Asteriti: la mano ogni tanto lo tradisce e il tratto non è più sicuro come un tempo, ma il lettore di fumetti è romantico per definizione e può passare sopra a tante cose in cambio di suggestioni mai dimenticate.
A chiudere il numero un piccolo ed inconsueto extra: una introduzione ad una nuova storia di Casty che prenderà definitivamente il via la settimana prossima, quel "Topolino e l’impero sottozero" che gli appassionati aspettano da tanto e che da queste prime pagine sembra già promettere molto oltre a confermare la predilezione per l’autore goriziano per le atmosfere del Topolino degli anni ’50.
Inoltre un approfondimento sullo spettacolo di Arturo Brachetti con interviste a tutte le persone coinvolte davanti e dietro le quinte e un breve reportage dal MUBA (museo dei bambini) di Milano, relativamente ad una mostra interattiva dedicata all'energia elettrica.

Recensione di piccolobush


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Per una volta è il caso di parlare del numero settimanale di "Topolino" cominciando dalla parte redazionale: dopo il silenzio della scorsa settimana come atto di solidarietà verso il giornale francese "Charlie Hebdo", questa volta la direttrice tocca un altro argomento delicato, il "giorno della memoria", e ne parla come è giusto fare su un giornale per ragazzi. Un ottimo modo anche per mettere a tacere alcune accuse di "immobilismo" e di scollamento dalla realtà: probabilmente è chi si aspetta determinati eccessi a vivere staccato dalla realtà, perchè comunque Topolino ha da sempre una sua impostazione e un suo modo di interagire con il pubblico di riferimento che non può essere stravolto. Con le opportune maniere è però possibile parlare di tutto e l'editoriale della De Poli sta lì a dimostrarlo.
Per quel che riguarda i fumetti, spazio subito alla migliore storia presente: "Paperinik e l'indistruttibile lista", scritta da Cirillo e disegnata da Lavoradori. Non si tornerà qui sul lavoro di quest'ultimo, eccelso come suo solito ma destinato a dividere il pubblico tra adoratori e denigratori senza apparenti vie di mezzo. Risulta invece interessante la sceneggiatura che, sebbene si dilunghi più del dovuto, offre degli spunti importanti con un Paperinik che per un breve intermezzo torna ad essere il diabolico vendicatore di se stesso, per poi accettare definitivamente la sua seconda natura di supereroe. Il tutto concluso con una rivelazione inaspettata sulla natura della proverbiale lista di debiti di Paperino che mostra ancora una volta, ma con garbo, l'affetto che lega Paperone a suo nipote.
Il resto è quasi tutto dimenticabile: delle riempitive, quando non sono particolarmente riuscite è inutile parlarne, visto il ruolo secondario che giocano. Ma quando, come in questo caso, risultano persino insulse, vedi "I Bassotti e la squisita alleanza" o I casi di Rock Sassi", mettere in guardia il lettore è un obbligo. Ci si domanda fin dove è possibile rovinare dei personaggi pur di scrivere una battuta (scadente) in più.
"Zio Paperone e la sfida da 50$" offre una puntata di passaggio, prima del finale, mentre Fausto Vitaliano scrive una avventura di puro nonsense. Ok la lezione di Blake Edwards, ma 26 tavole senza capo nè coda, giustificate semplicemente come un delirio di Paperoga sono difficili da mandare giù. Anche perchè manca ciò che dovrebbe sostenere la storia in sostituzione della trama e cioè le gag: si ride poco e più per qualche citazione che per battute vere e proprie, non il massimo per un autore che pure è famoso per il suo peculiare sarcasmo.
La chiusura con "Topolino e l'enigma delle dissolvenze incrociate" sa di stantio fin dalle prime sequenze: furti impossibili, polizia incapace, Basettoni chiede aiuto a Topolino... e per risolvere un mistero apparentemente inesplicabile, l'autore non trova di meglio che tirar fuori dal cilindro l'ennesimo oggetto inventato ad hoc (ormai si è perso il conto!) che svilisce qualunque tentativo di costruire una detective story con un minimo di credibilità. D'altra parte se anche un minimo di credibilità ci fosse, sarebbe azzerata del tutto dall'ennesimo (eh sì, vanno di pari passo con gli oggetti deus ex-machina) cattivo da operetta e dal suo spiegone finale. L'impressione è che Panaro negli ultimi anni abbia abbassato di molto l'asticella, prevedendo evidentemente di rivolgersi ad un pubblico pre-scolare, ma anche i bambini, pur nella loro "ingenuità", meriterebbero qualcosa di più intrigante.
Un avviso ai lettori: occhio al servizio sui colpi di scena, Scarcella non si fa problemi a rivelare i finali di alcuni famosi film (salvando però "I soliti sospetti"). Significativo invece l'articolo sulla calligrafia, in un'epoca in cui molti, compreso chi scr... chi batte sulla tastiera, stanno disimparando a scrivere in maniera leggibile, perchè non hanno quasi più occasione di impugnare una penna.

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E' un outsider come Angelo Palmas, poche decine di storie in trent'anni di carriera, a prendersi sulle spalle il peso del n. 3085 del settimanale. Una classicissima commedia degli equivoci ma che regala momenti divertenti e a tratti esilaranti, grazie anche ai disegni carichi di simpatia di Alessandro Del Conte. Poco più di venti tavole conta "Un regalo per Zio Paperone" che risultano però il meglio ospitato nel settimanale.
C'era molta aspettativa sulla nuova puntata delle "Victorian Ladies" di Venerus, visto il crescendo della serie, ma questa volta il risultato è meno coinvolgente: bello il messaggio che accompagna la vicenda, ma manca una vera trama. Non basta riciclare Macchia Nera nel ruolo del cattivo colonialista per ottenere un qualcosa in grado di mantenere l'interesse. Il ripescaggio di Zenobia è poco più che una strizzata d'occhio (chiamiamola anche citazione, il male assoluto del fumetto d'oggidì!), tutto il commissariato è fuori posto... restano i disegni di Vian che avrebbero meritato di illustrare una avventura con un po' più di mordente.
Non va meglio con la storia di apertura, "Zio Paperone e il ravvedimento compensativo" scritta da Carlo Panaro e disegnata da Nicola Tosolini: non ci vuole molto ad intuire da subito il colpevole, ma questo avrebbe potuto non essere un gran difetto se la narrazione non si fosse inopinatamente arresa da sola, consegnandosi al lettore nel giro di poche tavole, in cui il cattivo racconta tutto (come nel più trito dei clichè) e gli altri raccontano il poco rimanente. La storia si sgonfia proprio quando ci si aspetta che decolli e si conclude senza suspense o colpi di scena, rovinando quanto costruito nella prima parte.
Per fortuna c'è qualcosa di interessante nella parte extra-fumetto: una purtroppo rapida storia dell'album di figurine dei calciatori, che è a suo modo un'istituzione esattamente come "Topolino". Completa il numero un'intervista ad Antonio Conte, allenatore della Nazionale di calcio.

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"Operazione nostalgia" potrebbe essere il sottotitolo della storia di apertura del numero 3082: Artibani e Perina con Topolino e il collezionista di stelle danno vita ad un omaggio ad una televisione che non c'è più. Una storia particolare, in cui l'intreccio da trhiller è del tutto irrilevante (a cominciare dalle conseguenze: la sparizione delle star della tv!), serve solo a dare corpo ad una lunga panoramica sulla storia delle trasmissioni televisive, esclusivamente targate Rai come è comprensibile che sia. Per far questo si affidano al decano della tv, colui che questa storia l'ha attraversata e vissuta quasi per intero, cioè Pippo Baudo qui però non nei suoi panni ma in quelli di un semplice archivista, nonché cugino di Pippo. Ed è proprio questa idea a togliere alla vicenda quel velo di "costruito" che spesso hanno le avventure con i "vip": Pippo Bau non è una stella della tv, non è invadente come il suo corrispettivo reale, ma è un anonimo impiegato, appassionato della televisione d'epoca, nostalgico dei programmi della sua giovinezza e che si trova a vivere il suo sogno seppur con conseguenze che non aveva immaginato (quasi la parabola di Paolo Limiti il che, in qualche modo, chiude il cerchio).
Al di là di Pippo Bau però la protagonista è la tv, una tv che, come si diceva all'inizio, non c'è più e non solo in termini di personaggi o trasmissioni, ma proprio come idea. Così fra le pagine scorrono le immagini disneyanizzate di pezzi della storia della televisione che sono, nel bene e nel male, altrettanti pezzi della storia del paese, da "Canzonissima" al Maigret di Gino Cervi, fino ai fagioli della Carrà. Una carrellata di fatti e persone che risulterà quasi sicuramente incomprensibile ai più giovani cresciuti in un mondo in cui la fruibilità del contenuto e del mezzo televisivo è profondamente cambiata, ma che toccherà le corde più sensibili di coloro, più anziani, per i quali la quotidianità è stata scandita in gran parte dai palinsesti delle emittenti.
Il resto del numero non offre altro di particolarmente memorabile: le storie della P.I.A, P.E.A., Z.I.A., P.Y.A. (ormai si è perso il conto delle sigle) si assomigliano tutte, nonostante le improbabili varianti di tanto in tanto introdotte. Simpatica la storia di Roberto Moscato e Paolo Campinoti che mette in guardia dal phishing e altre truffe informatiche.
Per concludere, Zio Paperone e il debito scalabile, che dilata oltre il limite massimo quella che poteva essere giusto una gag.
La sezione extra-fumetto vede un articolo di accompagnamento della storia di apertura con i dovuti richiami alle trasmissioni citate nelle vignette e una intervista a Pippo Baudo e per finire un corposo servizio sul film "Big Hero 6".

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L'universo di Star Trek ha avuto un'importanza e un impatto tali nella storia della cultura occidentale da sembrar quasi strano che ancora mancasse una parodia disneyana. A colmare questo vuoto provvede Bruno Enna, che dopo due capisaldi della letteratura si dedica ad omaggiare una delle serie tv più famose in assoluto. Con Star Top quindi la fantascienza disneyana si arricchisce di un nuovo capitolo che si spera sarà all'altezza delle aspettative. Per il momento ciò che si può dire è che siamo lontani dalle atmosfere del "Pianeta T" o dei più lontani nel tempo "Guardiani della galassia": l'autore sardo infatti predilige un impianto più umoristico, quasi farsesco, lasciando comunque trapelare diversi dettagli e dubbi che presumibilmente daranno corpo e struttura alla storia nelle prossime puntate.
Questo primo episodio serve soprattutto per introdurre il cast, dal Capitano T.J.J. Tirk (Topolino), al suo secondo Pippok e via via tutti gli altri coprotagonisti e comprimari che ricalcano grosso modo quelli della serie classica, con qualche "licenza" (vedi Minni, più vicina alla Beverly Crusher di "Next Generation" che al dottor McCoy o la strana assenza del tenente Sulu, quasi del tutto ignorato anche nell'articolo collegato). In effetti anche l'impostazione generale sembra attingere un po' ad entrambe le serie, seppur con una predominanza della prima. Sarà interessante vedere nel prosieguo se la parodia resterà puramente di facciata o se magari riuscirà a scendere più in profondità, provando a replicare ad esempio quel messaggio di pace, prosperità e fratellanza tra i popoli di cui si faceva latore il telefilm.
Ai disegni un lavoro egregio di Andrea Freccero, alla prima vera storia lunga con i topi.
Il resto del numero è di minor interesse. Paperino e il popolo parallelo è una storia estera firmata da Carol e Pat McGreal e disegnata senza particolare entusiasmo da Cavazzano: chi conosce l'opera di Cimino può fare a meno di leggerla, gli altri... anche.
Dopo due riempitive di Cirillo/Gatto e Mainardi/Molinari, il numero si chiude con la storia di Panaro: Paperino, Paperoga & la banda del brivido, che riecheggia in qualche modo le disavventure della coppia di cugini ad opera del duo Pezzin/Cavazzano. Il risultato è decisamente meno apocalittico e travolgente, ma i disegni di Guerrini aggiungono quel tocco in più ad una trama un po' labile, rendendo comunque divertente la lettura.
Tra i redazionali si segnalano l'articolo-riassunto su Star Trek e un reportage dedicato all'orto botanico di Padova, uno dei tesori del paese, inserito nel patrimonio dell'Unesco.

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Il numero 3075 del settimanale è dominato dalle prime due storie opere entrambe di due firme importanti in veste di autori completi.
L'apertura è per "Topolino e i casi dell'ispettore Bonton" di Casty, un giallo di stampo classico nei meccanismi ma che, come quasi sempre succede con l'autore goriziano, fornisce numerosi spunti di riflessione in termini di società, politica e satira sulle medesime. Grazie al sapiente uso di Topesio, personaggio da lui rigenerato e portato a nuovi fasti, Casty ironizza sulla tv, puntando il dito su un pubblico televisivo conformista e "lobotomizzato", sui meccanismi degli sponsor che determinano la programmazione televisiva e al tempo stesso scandiscono parte della vita degli spettatori e mette alla berlina quello che esternamente può apparire come un piccolo mondo dorato, ma che nasconde invece doppiezze, faide e opportunismi: un ritratto dell'ambiente televisivo condotto sul filo della levità ma che sa essere spietato e veritiero. Una volta di più Castellan si rivela l'erede naturale di Scarpa.
Il secondo pezzo pregiato del numero è la nuova storia di Fantomius scritta e disegnata da Gervasio: con "Il tesoro del doge" le gesta del ladro gentiluomo si spostano a Venezia, città magica per eccellenza. Per una volta però non è l'impresa in sè a catturare principalmente l'attenzione ma due altri passaggi della storia: un flashback sull'infanzia di lord Quackett e il rapporto conflittuale con il padre e il finale, in puro stile da feuilleton, con l'apparizione di due misteriosi personaggi i cui ruoli sono ancora ben da chiarire ma che vanno a delineare in maniera più marcata una continuity comunque già presente nelle storie del personaggio.
Il resto del numero non offre molto altro da segnalare per quanto riguarda il fumetto: tre riempitive più o meno brevi e una storia di chiusura, "Paperinik, Nonna Papera e il mistero della fattoria" opera di Mazzoleni ed Ermetti, che non è del tutto soddisfacente per via di un plot un po' troppo semplcistico.
Nel resto del volume spazio, oltre alle consuete rubriche, alle iniziative Panini previste per Lucca Comics & Games e ad un servizio sul musical "La famiglia Addams" con Elio e Geppi Cucciari.

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Chi seguiva Topolino negli anni '80 non può non avvertire una certa emozione aprendo il numero di questa settimana: nell'editoriale della direttrice De Poli, infatti, trova spazio una foto che unisce la redazione odierna a quella di un periodo d'oro per il settimanale: attorniati dagli attuali componenti ci sono infatti Gaudenzio Capelli, il direttore, e Franco Lostaffa, responsabile della redazione grafica negli stessi anni. Un modo per testimoniare una fedeltà ad un preciso stile nella gestione della rivista, fedeltà sempre rivendicata e perseguita dall'attuale direttrice.
Terminata l'operazione nostalgia, il numero entra nel vivo con "Paperinik, Dinamite Bla e la conservazione del rapone": si tratta di una storia promozionale legata al Salone Internazionale del Gusto di Torino, ma ha il merito di non lasciar trasparire molto questa sua natura risultando una ormai classica storia dello strano duo ad opera di Fausto Vitaliano, con i disegni di Ettore Gula. E' divertente il giusto e riesce anche a veicolare un messaggio sulla difesa delle identità culturali e della diversità biologica. Semmai rimane il dubbio sull'opportunità di coinvolgere in storie di questo tipo un personaggio come Paperinik. La deriva "macchiettistica", quasi farsesca, del papero mascherato, viene da lontano e da una penna di prim'ordine come Pezzin, ma quelle storie, per quanto antitetiche a quelle delle origini, erano comunque incentrate su di lui. In molte delle odierne, compresa questa, Paperinik sembra invece un po' tirato dentro per i capelli. Probabilmente è anche un modo per andare oltre il ménage à trois Paperino, Paperoga, Dinamite, però un po' di perplessità di fronte a queste operazioni è comprensibile, soprattutto per il lettore più fedele.
Comunque l'appuntamento più atteso è anche questa volta quello con il Fantomius di Marco Gervasio, che nell'odierna avventura incrocia i suoi passi nientemeno che con Sherlock Holmes in "Il bottino dei Barkserville": titolo che è un crocevia di sensazioni e rimandi incrociati, tra l'omaggio al romanzo di Conan Doyle e il richiamo a Barks, il quale a sua volta aveva anch'egli parodiato la medesima avventura.
Gervasio ripercorre abbastanza fedelmente (con le necessarie semplificazioni) la trama del romanzo, tratteggiando un Paper Holmes interessante, apparentemente simile al Ser Lock dello Studio Diaz ma in realtà dotato della stessa sagacia del vero Holmes. Il difetto in queste avventure, visibile già da qualche puntata, è però il basso numero di tavole: tra preparazione della vicenda, citazioni alle tante fonti di ispirazioni dell'autore, nuovi personaggi da introdurre ogni volta, lo spazio per lo svolgimento e la "risoluzione" fatalmente è sempre troppo poco, portando così a finali abbastanza repentini e a risentirne è soprattutto la suspense, ingrediente che dovrebbe invece poter godere di maggior enfasi in vicende di questo tipo. Ovviamente si tratta di opere che richiedono all'autore un sacco di tempo, per la documentazione e per la realizzazione, sempre molto curate, ma certo qualche tavola in più non farebbe male.
Il resto del numero è meno interessante: prosegue la serie "Andiamo al cinema" di Marco Bosco, con una puntata riservata ai film noir disegnata da Sergio Asteriti, mentre "Paperino e la lana autotessente" è una fin troppo lunga storia di Michelini, in tutto simile a mille altre. Vorrebbe in qualche modo riallacciarsi alla tradizione ciminiana ma manca della levità e del tocco dell'autore veneziano (d'adozione).
Il volume si chiude con "Topolino e il mistero da record" di Mazzoleni e Di Vita, giallo non molto coinvolgente e anch'esso dallo svolgimento assai risaputo. Risulta però originale il movente alla base degli accadimenti.
Oltre al fumetto riflettori puntati sul Salone Internazionale del Gusto come già detto, sulla pasta che mangiamo tutti i giorni e sui suoi metodi di produzione e su una sintetica anteprima di Lucca Comics & Games.

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Lo strano caso del dottor Ratkyll e di mister Hyde è una di quelle storie che alla fine lasciano delle sensazioni contrastanti ma inebrianti. Enna è stato abilissimo: è riuscito a portare avanti per decine di tavole una storia bellissima facendo credere a tutti di essere di fronte ad una trasposizione quasi pedissequa del romanzo di Stevenson (tra l'altro, ben più fedele di tante altre operazioni analoghe), al punto che non si poteva nemmeno parlare di parodia. Poi, all'improvviso, nelle ultimissime pagine la prospettiva cambia completamente: in quella sequenza, inedita e per certi versi scioccante, non è solo Hyde a trasformarsi in Ratkyill (o Paperino a trasformarsi in Topolino, se volete). E' la trasformazione della storia stessa, che da una "versione Hyde" durata per tutto il tempo, riprende le sembianze di una "vicenda Jekyll", come Paperino-Hyde si immola, rinunciando al suo lato oscuro che aveva mostrato fino ad allora per tornare a vestire i panni più rassicuranti delle ambientazioni disneyane. Scopriamo che siamo stati tutti abilmente presi in giro dagli autori, che Hyde non è deforme, non è cattivo, solo un po' capriccioso e che in fin dei conti dell'opera di Stevenson in questa vicenda c'è ben poco, se non le atmosfere.
Col senno di poi (del quale però son piene le fosse), si possono cogliere diversi indizi che potevano far immaginare una conclusione in cui il dilemma sull'ambiguità della natura umana sarebbe stato fortemente ridimensionato: dalla scelta di due protagonisti di diversa natura (un topo e un papero, due specie diverse), al fatto che gli studi in proposito di Ratkyll vengono subito abbandonati per dedicarsi ad una nuova teoria che scopriremo appunto nel finale.
Certo, arrivati ad un passo, un po' di amaro in bocca rimane per aver visto sfumare una ghiotta occasione, ma quel che resta è comunque assai notevole. Lo sceneggiatore ci costringe a riavvolgere il nastro, a rileggere da capo la storia per vederla finalmente nella giusta ottica: quella di un inconsueto esperimento metafumettistico e al tempo stesso una dichiarazione d'amore appassionata verso quei personaggi così veri e universali. Una dichiarazione di intenti quasi, un indicare la via per una "nuova" (in realtà vecchia) visione dell'universo Disney.
Chiaramente non si può non parlare dell'aspetto grafico: Celoni (con la collaborazione per i colori di Mirka Andolfo) offre una prova di maestria eccezionale. Nelle sue stupende tavole, piene di dettagli, sporche, fumose, sembrano rivivere le illustrazioni ottocentesche del romanzo, contribuendo enormemente al "grande inganno" e sicuramente l'effetto in b/n sarà davvero spettacolare.
Il resto del numero passa inevitabilmente in secondo piano, nonostante la direttrice si premuri, giustamente, di sottolinearne la validità.
Macchetto scrive una sua storia che si può ormai definire classica: l'autore lancia anche dei messaggi corretti ma l'impressione è che il pubblico a cui si rivolge sia veramente quello dei più piccoli. L'insipienza della trama tradisce la sua natura di spot eccessivamente dilatato.
Le altre avventure che completano l'albo sono senza infamia e senza lode, niente di memorabile ma assolvono il loro compito.
Per la parte extra-fumetto, spazio a Romics con le novità Panini/Disney in uscita in occasione della manifestazione e al Festival delle Lettere di Milano.

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Una copertina parzialmente ingannevole (lascia pensare che tutta la squadra di Topalbano sarà protagonista della storia di apertura) introduce il pezzo pregiato del numero 3067 del settimanale Panini: "Topolino e lo zio d'America" è l'atteso ritorno in veste disneyana del commissario creato da Camilleri, scritto come nel caso precedente da Artibani mentre ai disegni Soldati sostituisce egregiamente Giorgio Cavazzano.
Stavolta il risultato è meno brillante ma era anche abbastanza preventivabile: Montalbano vive un rapporto quasi simbiotico con la sua terra, si nutre di quei paesaggi, di quei sapori, di quelle persone; inoltre, nonostante un carattere burbero, conosce bene il valore dell'amicizia e i suoi collaboratori per lui questo sono: degli amici a cui potersi appoggiare sempre. Trasportarlo quindi dall'altra parte dell'oceano, in una ambientazione completamente diversa, costretto a collaborare con persone che non conosce (eccetto Topolino) equivale fatalmente a depotenziarlo: neanche il tentativo di fargli portare con sè un po' della sua terra nei panni di Adelina e dei suoi piatti riesce a mitigare questa sensazione, finendo più che altro con l'accentuare oltre misura il lato folkloristico del personaggio. Non a caso Gambadilegno riesce a rubargli la scena con una certa facilità, risultando anche più risolutivo.
Ciononostante, la storia in sè, senza paragoni con l'equivalente letterario/televisivo, è un buon poliziesco con i giusti momenti di humour e di tensione in cui tutti i protagonisti, Basettoni compreso, riescono a ritagliarsi un ruolo importante. Soprattutto il taglio "adulto" della narrazione è evidente per merito di riferimenti neanche troppo velati a connivenze e pratiche omicide della mafia italo-americana che sono ben noti al lettore italiano.
Il resto del numero offre davvero poco di interessante: Paperinik e il ritorno di Lèbriccons, scritta da Mazzoleni e disegnata da Asaro si lascia forse preferire per la presenza della caccia al misterioso colpevole, mentre la storia di chiusura, Zio Paperone e le mirabolanti isole a corrente lascia un po' perplessi. Sono ben noti infatti i temi ecologici cari a Macchetto ma, per aiutare la lettura, sarebbe opportuno anche inserire una trama più solida e meno evanescente.
Il volume è completato da un servizio dedicato a Camilleri e ai sapori della sua infanzia, dalla guida ai luoghi misteriosi di Paperopoli e dall'intervista ad un insolito viaggiatore che gira il mondo con i mezzi più strani.

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Ancora un numero in cui tutte le storie importanti sono pressoché allo stesso livello: pur essendo tutte godibili mancano di quel qualcosa in più che le faccia elevare sopra la media.
L'indiziata principale come migliore della settimana sembrava essere Dinamite Bla e i due yak sitter, scritta da Vitaliano con i disegni di Intini, che non raggiunge però le vette delle passate storie dello sceneggiatore con il burbero campagnolo. L'impressione è che il meccanismo delle interazioni fra il vecchio Dinamite e i due cugini si stia un po' usurando e lo stesso Vitaliano lo fa notare con sana (auto)ironia. In questo caso si aggiunge anche una trama alquanto labile (con un titolo per di più alquanto fuorviante, visto che la questione dello yak si chiude in poche tavole), avendo scelto di spostare tutto il peso della vicenda proprio su quelle gag che cominciano un po' ad avere il fiato corto.
Da sottolineare la caratterizzazione di Paperoga, funzionale al taglio che si è voluto dare alla storia e che in virtù di ciò agisce non guidato dalla sua particolare logica, ma senza un vero perché, con il solo obiettivo di seminare disastri e quindi risate. Si ride abbastanza ma sarebbe bello anche rivedere le storie incentrate principalmente sul piccolo mondo del Cocuzzolo del Misantropo, sulle sue faide, sui suoi litigiosi ma umanissimi abitanti. Ineccepibili i disegni di Intini.
Vito Stabile è presente con due storie: mentre la seconda, Qui, Quo, Qua e il morbido dilemma è una semplice gag che può contare sui disegni di Roberto Marini, più interessante è la prima, Gastone e la diva schiva, in particolare per la conclusione con un Gastone finalmente libero dai tanti fronzoli romantici e posticci che gli sono stati spesso appiccicati e che barksianamente rivendica con orgoglio il suo essere fortunato.
Dopo una storia-gioco per i più piccoli (anche se il sudoku è adatto un po' a tutti) scritta da Gagnor, l'albo si chiude con un thriller ideato da Carlo Panaro: Topolino e il misterioso caso Amberson ha una prima parte assai intrigante, grazie a una tensione latente ma comunque avvertibile, frutto anche dei disegni di Alessia Martusciello che donano una sottile ambiguità a tutti i comprimari, col risultato che si finisce per dubitare di tutti. La vicenda però si sgonfia nel finale, con il caso risolto senza che Topolino faccia effettivamente qualcosa, con lunghe e un po' noiose tavole di spiegazione e lasciando la sensazione di aver parzialmente sprecato una bella occasione.
La parte redazionale comprende un nuovo itinerario di Paperopoli, stavolta nei quartieri ricchi (e così, dopo la topolinese Spiffony di tante storie anni '70, scopriamo che a Paperopoli esiste la Spiffany) e un lungo speciale sul nuovo capitolo di Planes di prossima uscita nei cinema.

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Dopo la sbornia del ritorno di PK che ha forzatamente messo in secondo piano tante altre buone storie presenti nei medesimi numeri, continua la fase di "assestamento" del settimanale con una nuova uscita di assoluta normalità, senza picchi particolari.
Il nome di richiamo non manca: è quello di Casty che, in qualità di soggettista e sceneggiatore, apre il numero in edicola questa settimana con "Topolino e l'uomo del carbonifero". E' inutile girarci intorno: quando nei credits ci sono determinati autori le aspettative sono inevitabilmente più alte, quasi a voler negare ai suddetti autori la possibilità di essere "normali", di fornire storie che siano meno che capolavori. Quasi sicuramente, quindi, molti vedranno in questa avventura un mezzo passo falso castyano ma è un giudizio eccessivamente severo. Certo non è una storia dai toni epici a cui ci ha abituato, nè possiede quella vena poetica e delicata vista in tanti suoi soggetti e a ben vedere anche l'umorismo è lontano dai livelli soliti. Ma è una buona storia della serie della Macchina del Tempo, un filino troppo didascalica in alcuni punti, ma con il pregio di una risoluzione che finalmente è una variante apprezzabile del solito paradosso temporale. In più regala anche un bel personaggio come il robottino Ibis che riesce a rubare la scena agli altri protagonisti in una sequenza di un certo pathos (ma come è d'abitudine con Casty, risolta in maniera lieta). La vera critica che si può muovere a questa storia è che lo sceneggiatore ha fatto un passo indietro nella sua concezione di Topolino: torna il Mickey accentratore, quello che non si limita a risolvere il mistero ma lo va a cercare, con gli altri protagonisti ridotti quasi a marionette nelle sue mani. Evidente tutto ciò nella sequenza iniziale: uno scienziato e un archeologo di fama mondiale non hanno la minima idea di come interpretare una scritta enigmatica (o almeno da dove iniziare, manco avevano pensato che andava ribaltata essendo un calco!) quando improvvisamente, direttamente dagli anni '70, arriva Topolino che in quattro e quattr'otto chiarisce ogni interrogativo. Un Topolino che, grazie soprattutto proprio a Casty ma anche ad altri, si sperava di vedere sempre più di rado.
Seguono ben due storie con Amelia, che costituiscono la parte centrale del numero. La prima, scritta da Silvia Martinoli e disegnata da Ottavio Panaro sembra reggersi su un'idea alquanto bizzarra: non è ben chiaro infatti come possa una moneta americana essere una sorta di tesoro di famiglia di un clan scozzese. E anche dando per buono ciò, appare strano che una moneta del '700 abbia ancora corso legale due secoli dopo. Non basta neanche la presenza dell'incantesimo della strega per spiegare queste anomalie e se anche potesse, non farebbe altro che rendere ancora più farraginoso l'intero intreccio. Diciamo che tutto era un pretesto per una "dichiarazione d'amore" alla Numero Uno, ma certo un po' più di attenzione alla trama non sarebbe guastata.
"Amelia e la grande magia sgraffignagrafia" è una classica storia di Macchetto, connotata dai suoi abituali elementi poetici e surreali: ai suoi estimatori piacerà sicuramente.
Chiude l'albo una storia che riporta in auge una combinazione sempre cara ai lettori di vecchia data: le imprese affaristiche di Paperone, contrastato da Rockerduck a sua volta alleato con i Bassotti! Si tratta però di una rilettura personale di F. M. Bianchi, in cui ci si sofferma, per l'ennesima volta negli ultimi tempi, sulla coscienza e sul buon cuore dello zione. Elementi del genere andrebbero piuttosto centellinati, la riproposizione continua più che rafforzare il messaggio in alcuni casi può contribuire ad avere l'effetto contrario.
A completare il numero, una storia-gioco con Indiana Pipps per i più piccoli, il nuovo tour tra le strade di Paperopoli guidati da Pico e una breve presentazione dell'Expo di Milano (almeno come si spera dovrebbe essere!)

Recensione di piccolobush


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Dare un'opinione su una storia come "Paperino e Paperoga in: Un giro del mondo mondiale" non è semplice, nemmeno ora che si è conclusa. Non lo è perchè, per forza di cose, di fronte a determinate operazioni che si ripetono ciclicamente (storie "vip", storie promozionali...) ci si aspetta, indipendentemente dalla qualità, un certo tipo di risultato: succede invece che Vitaliano (con Perina e Mazzarello) decida di prendere in contropiede il lettore sparigliando le carte in tavola e consegnando qualcosa che non era facilmente prevedibile.
Il Mondiale, come pure il calcio giocato, sono poco più che un pretesto per una serie di gag, battute e frecciate senza soluzione di continuità. La presenza dei calciatori sembra vissuta come una imposizione dato che quasi nessuno di loro ha un ruolo o si distingue, si fa fatica a definirli dei coprotagonisti, sono a tutti gli effetti delle comparse, di quelle che al cinema si chiamerebbero "generici": un'inquadratura, se va bene una battuta e ci si vede alla prossima.
Non dissimile la sorte toccata ai tanti antagonisti imbarcati all'inizio e che si rivelano destinati anch'essi ad un breve passaggio sul set prima di tornare nell'ignoto da cui erano arrivati senza lasciare traccia alcuna.
Lo scopo non è quindi la celebrazione dell'evento che sta per cominciare, nè una sviolinata a favore del calcio, ma tutto è finalizzato alla generazione di situazioni comico-satiriche per mettere alla berlina in particolare tanti lati di esso che poco hanno a che fare con lo sport (procuratori senza scrupoli, presunti santoni della panchina, i nuovi ricchi che hanno portato il sistema allo squilibrio,...) senza badar troppo ad una trama che sembra piuttosto indirizzata dalle situazioni che man mano si sviluppano, anziché pre-esister loro.
Quest'ultimo aspetto, in fondo, non è nemmeno una novità e conta precedenti di vario tipo da Blake Edwards a Marino Girolami: alla sensibilità e ai gusti di ognuno decidere se "un giro del mondo mondiale" è più affine alle commedie interpretate da Peter Sellers o ai film di Pierino con Alvaro Vitali.
Immancabili ovviamente le citazioni di varia natura, anche se almeno in un'occasione si poteva fare meglio: ci sono sequenze ottime sulla carta che in pellicola non rendono altrettanto bene e viceversa. Se si voleva omaggiare Tre uomini e una gamba (e quindi Marrakech Express) con la partita sulla spiaggia, la sequenza del giocatore che segna spuntando dalla sabbia è poco indicata per essere trasposta su carta, almeno per come è stata resa in questo caso.
In definitiva si tratta di una storia che ha il merito di evidenziare, dileggiandole, alcune storture dello sport più seguito. Sicuramente chi si aspettava una storia più "classica" resterà parzialmente deluso, ma tutto sommato l'unico vero difetto è stato distribuirla in quattro settimane: per la sua particolare natura, senza una vera vicenda che appassioni il lettore, con dei cliffhanger del tutto fittizi, il rischio che risulti noiosa è ben presente. Una versione più snella e concentrata in un'unica soluzione avrebbe potuto essere più efficace, anche nella persistenza dei messaggi lasciati.
Il resto della componente fumettistica del numero non offre molto di più rilevante: spicca la divertente parodia dell'universo supereroistico di Macchetto e Leoni in "Superpippo e l'apparente intoppo dei compiti di troppo", mentre Panaro strizza l'occhio a Barks e Cimino, con un'avventura molto canonica.
Infine non si rende un buon servizio ad un personaggio in chiara crisi d'identità come Indiana Pipps, facendo disegnare le sue storie ad un artista poco adatto a determinate ambientazioni.
Da segnalare però il toporeportage "Bom dia, Manaus", con una doverosa apparizione di Mister No che, per fortuna, beve cachaça come da tradizione e non gassosa!

Recensione di piccolobush


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Il 3053 è un numero che lasciava presagire qualcosa di meglio, almeno a livello di storie a fumetti, ma si attesta invece su una sufficienza comoda anche se priva di elementi davvero degni di nota.
La seconda puntata di "Paperino e Paperoga in: un giro del mondo… mondiale" continua sulla linea tracciata dalla prima: Vitaliano sembra quasi rifarsi alla commedia dell’arte, impostando un canovaccio alquanto labile sulla base del quale dar sfogo al suo inconfondibile e a tratti caustico senso dell’umorismo, regalando battute e gag a raffica. Si ride e di gusto ma la storia, a livello di trama, sembra ancora lontana dal prendere una forma definita.
La chiusura dell’albo è affidata a quella che è forse la storia migliore del numero: "Paperino e il rovescio della gloria". Scritta da Venerus, non è originalissima, ma la sua forza è proprio quella di ripresentare, con una buona riuscita, un topos classico delle storie paperinesche, la sfida sportiva con tanto di campione leggendario a fare da mentore. Aiutata dai disegni di Camboni, sempre bravo nelle espressioni e nella recitazione dei personaggi, permette di chiudere il volume con soddisfazione.
In mezzo una breve e simpatica riempitiva di Amendola e due storie che generano ciascuna, per motivi diversi, delle perplessità.
"Minni e il mistero del Jikji" è quella che delude di più: una sorta di giallo a sfondo storico, genere che va molto di moda in narrativa, realizzato però non perfettamente da Secchi. In questo tipo di avventure è relativamente facile catturare l’attenzione del lettore, vista l’attrattiva che certi argomenti esercitano sul pubblico. Il difficile è poi nello svolgimento e nella risoluzione e sono le due fasi in cui la storia inciampa: una troppo lunga serie di coincidenze (Minni amica di college di una studiosa coreana, Minni discendente di una cinese!, il cattivo di passaggio proprio a Parigi mentre ci sono anche le due amiche), un lavoro di "indagine" risibile (di fatto inesistente) e, a ben vedere, anche le motivazioni del cattivo sono del tutto pretestuose.
In aggiunta a ciò, un Barbaro che accusa qualche passaggio a vuoto e una fastidiosa commistione realtà-finzione: il Jikji è un reperto realmente esistente (come Parigi) e anche la sua storia è grosso modo quella raccontata nel fumetto. Che senso ha allora parlare di Toponza (!) e Topenberg?
La particolarità di "Macchia Nera e la mostruosa minaccia magnetica" di Macchetto sta tutta nelle due tavole iniziali dove scopriamo che il supercriminale e il suo acerrimo nemico erano compagni di scuola.
Una sequenza gratuita che banalizza uno dei più credibili nemici di Topolino, ma d’altra parte senza quella sequenza la storia sarebbe stata del tutto anonima, indistinguibile da tante altre. E allora? Allora prendiamola per quello che è, un divertissement degli autori, un’avventura che non si prende troppo sul serio, sostenuta in questo dalla rappresentazione che di Macchia dà Roberto Marini, con un costume insolitamente dotato di "bocca" che lo rende simile ad un Cattivik alto e slanciato!
Interessante l’apparato redazionale: un reportage su una maestra che ha deciso di esercitare in una zona difficile ma affascinante del pianeta, un viaggio alla scoperta dei luoghi di Robin Hood e una breve sintesi sulla storia del primo libro stampato con la tecnica dei caratteri mobili.

Recensione di piccolobush


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Un "Che aria tira a..." in cui sembra di vedere più Lucrezia che Paperina, apre con un po' di amarezza un numero non esaltante ma sufficiente.
In "Zio Paperone e l'ultima dei Gramov" facciamo conoscenza con una nuova rivale femminile dello zione. La storia scritta da Panaro per tutta la prima parte si dimostra intrigante, grazie anche ai disegni di Limido ed evitando di cadere nel banale (probabilmente molti avranno pensato che sotto le spoglie dell'ereditiera russa si nascondesse Amelia). L'intreccio però, al momento del dunque, diventa improvvisamente macchinoso, svelando un piano criminale troppo elaborato per risultare pienamente credibile. La credibilità non è aiutata nemmeno da alcuni passaggi un po' contraddittori (la pietra oggetto della vicenda dovrebbe essere bramata per sviluppare il suo potere, ma di questo sembra ci si dimentichi ben due volte al momento della resa dei conti). Insomma un'avventura piacevole, anche per l'inusuale protagonista, ma che annaspa un po' nel finale.
Blasco Pisapia continua con la sua serie dedicata a zia Nena: una storia del tutto simile alle precedenti, disegni curati, trama gradevole e fin troppo lineare, però la zia di Clarabella sembra aver già detto tutto di sè. Al terzo episodio si è già ad una ripetizione di quanto visto e non si aggiunge più nulla al personaggio. Premesso di non conoscere l'opera originale, è un peccato perchè zia Nena sembra avere le caratteristiche e le physique du role per vivere ben altre vicende, magari velate da una patina leggermente più "adulta". Ora, nonostante ciò che traspare tra una vignetta e l'altra (spirito libero, anticonvenzionale, suffragetta,...), è un po' sacrificata nel ruolo di baby sitter: di fatto, più che una contessa Olenska disneyana, al momento siamo più dalle parti di uno zio Bill in gonnella (per chi è abbastanza vecchio da ricordarlo).
Le tre brevi a seguire sono del tutto dimenticabili: bislacche quelle di Figus e la Camerini (anche se non si può non rimanere sorpresi dal tratto di un 86-enne inossidabile Chierchini, nonostante qualche fisiologica insicurezza), un gag inutilmente allungata quella di Sarda.
Chiude l'albo "Ciccio e il però dei però" di Macchetto e Tosolini, altra storia riuscita a metà. Interessante l'idea di vedere finalmente Ciccio alle prese con una vita diversa, con una vita quasi "normale", poteva sembrare perfino un tentativo di andare oltre l'abusato clichè "pappa, cacca e sonno" in cui è imprigionato. Poi però improvvisamente, a metà del guado, l'autore torna indietro: la conclusione doveva essere per forza quella, è ovvio, ma avviene prima che succeda qualcosa di davvero rilevante e allora, nonostante le "introspettive" scene notturne, anche questa storia non si discosta molto da tante che la hanno preceduta.
Reparto redazionale nutrito: spazio alla pubblicità di "real life", la nuova rivista per teen-agers, ai felini e alla conclusione della campagna contro l'intolleranza nel calcio. A questo proposito la chiusura con Javier Zanetti è sicuramente azzeccata in quanto capitano della squadra "multietnica" per definizione (e per nascita), ma la banalità di queste interviste è a tratti sconcertante. Sempre le stesse cose, dette da tutti: giusto il messaggio che si vuole veicolare, ma almeno ci si potrebbe sforzare di dire qualcosa di originale.

Recensione di piccolobush


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Il 3047 si presenta come un numero caratterizzato da tre storie di buon livello anche se sensibilmente differenti tra loro.
L'apertura è con "Topolino, Eta Beta e la stampante Multi-D", una avventura dal respiro classico (e per classico si intendono gli anni 80-90 della produzione italiana), a cui Sisti riesce a dare un tocco di contemporaneità parlando di uno degli argomenti tecnologici attualmente più in voga, le stampanti 3D. Eta Beta è anch'esso quello che si è affermato nella tradizione del nostro paese (e correttamente considerato come uomo del futuro e non come alieno) e quindi sottilmente diverso dal character presentatoci da Casty. La vicenda si lascia leggere con piacere, con i giusti colpi di scena e una buona dose di umorismo e sarcasmo (resa ancora più evidente dai disegni di Limido). Forse il cattivo, nonostante una efficace caratterizzazione grafica e una natura "imprevista", risulta un po' sui generis, ma la conclusione sembra fatta apposta per un futuro sequel in cui magari si potrà cogliere l'occasione per approfondirlo meglio.
La storia di chiusura è anch'essa abbastanza classica, i credits riportano Panini come sceneggiatore (e Marini ai disegni), ma avrebbe potuto essere anch'essa di Sisti! Le avventure a base di viaggi nel tempo, con tutto il corollario di paradossi che si portano dietro, sono sempre insidiose, si rischia inevitabilmente di non riuscire a far combaciare tutti i dettagli lasciando irrisolti alcuni dubbi e anche "Topolino e la distopia retroattiva" non sfugge alla regola. Ciononostante, se si decide per un po' di lasciar da parte la pignoleria e farsi trasportare dal racconto, si ottiene una storia che intrattiene con un discreto mix di azione e di mistero, che è sicuramente una nota positiva.
Il pezzo forte del numero però si può considerare "Paperinik e Nik Paper contro Mad Ducktor" di F. M. Bianchi e Lavoradori, una storia che ha un inizio molto lento, quasi soporifero, ma che dopo alcune tavole prende con decisione la via della demenzialità, infilando una gag dietro l'altra. Il furto dei colori ad opera di Mad Ducktor è solo un pretesto per imbastire un accenno di trama su cui incastrare le performance del trio protagonista: tra disastri e battute, le pagine scorrono veloci e se anche Nik Paper non è originalissimo come personaggio, il risultato finale è comunque assai divertente. Il valore aggiunto è dato dai disegni di Lavoradori, artista che non può non dividere, stante il suo peculiare e tutt'altro che canonico tratto (a volta indubbiamente fin troppo "estremo"), ma è difficile immaginare qualcuno più adatto di lui a rappresentare una storia come questa, fatta soprattutto di espressioni, in cui a dispetto delle tante scene in puro slapstick, i protagonisti recitano principalmente con il volto.
Per quel che riguarda le riempitive: simpatica quella di Stabile che continua, in poche tavole, a presentare aspetti della vita degli adolescenti; senza un briciolo di originalità quella del semidebuttante Buratti.
Spazio extra-fumetto assai risicato, solo un'intervista ad un inventore in erba e poco altro degno di nota.

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Un numero che lascia indecisi sul suo effettivo valore quello della settimana corrente, con diversi motivi di insoddisfazione pur se gli elementi di richiamo sulla carta sembravano essere molteplici.
"Raceworld" è alla seconda puntata e le considerazioni su di essa sono forzatamante parziali: anche se può sembrare una battuta, l'impressione è che la storia vada troppo di corsa, tutto quel che accade, accade in fretta, vedi l'innamoramento istantaneo tra un Bassotto e una Chihuahua, la creazione dei veicoli, alcune sequenze della gara, peraltro non rese in maniera ottimale, il racconto del Bestio che si esaurisce in un amen. Strano poi il cambiamento di Topolino tra il primo episodio, in cui si lascia intendere che sia una qualche entità ad obbligarlo a determinati comportamenti, e il secondo episodio, in cui è tornato padrone di sè e finge di essere cattivo. Insomma ci sono diversi elementi apparentemente interlocutori che, si spera, troveranno giustificazione nel prosieguo. Finora si nota soprattutto il tentativo di costruire qualcosa d'impatto, che possa far facilmente presa sui ragazzi (si vedano tutti i servizi a corollario, ma anche le iniziative extra-libretto, come poster e via di seguito) e quello delle corse senza esclusione di colpi, da "Ben Hur" a "Wacky races" a "Gumball rally", è sempre un argomento di sicuro fascino.
"Topolino in: Miseriaccia!" di Cirillo e De Vita è una curiosa parodia di "Misery non deve morire": curiosa perchè presenta un Topolino alquanto diverso dal solito, stranamente interessato al denaro e alla gratificazione personale. "Il gigante della pubblicità" di Scarpa è comunque assai lontano e le atmosfere del romanzo di King (o del film corrispondente) non fanno nemmeno capolino.
Vito Stabile, con i disegni di Lara Molinari, si cimenta in una breve riempitiva che farà sorridere coloro che ritrovano in essa una classica situazione d'imbarazzo.
Indecifrabile la storia di Pesce, "Paperinik e l'architettura spicciola" perchè non si capisce la sua ragion d'essere. Non è il seguito della barksiana "Il fantasma di Notre Duck", dato che in tutta la vicenda non se ne fa menzione, nè i protagonisti sembrano ricordare nulla. Definirla un omaggio è azzardato, una soluzione di comodo per sottrarla al difficile confronto con la storia del 1965. Di fatto la si può considerare allora un remake ma resta una storia posticcia, le cui lacune sono evidenti fin dall'inizio (lo stratagemma, visto mille volte, di far credere colpevole Paperinik, reso ancor più inverosimile dalla assoluta mancanza di dubbi di Paperone, che pure dovrebbe averne) e che si manifestano in tutta la loro perniciosità nella parte conclusiva laddove il paragone con la vicenda ideata da Barks si fa impietoso: da un lato abbiamo una figura enigmatica di cui continueremo ad ignorare nome e storia, un sopravvissuto, una entità indefinita mossa unicamente da una passione fondamentalmente ingenua ma divorante, dall'altro l'ennesimo cattivo da operetta, ridicolo nella sua altrettanto ridicola ossessione. E il finale, anch'esso stra-abusato e per di più repentino, certo non contribuisce a risollevare la lettura.
Dello stesso livello è la storia che chiude il fascicolo, l'egmontiana "Paperino e la spia che non sapeva troppo", talmente sconclusionata dall'inizio alla fine da lasciare interdetti.
Meglio dedicarsi alla lettura del bell'articolo sulle macchine che un giorno potremo incrociare sulle nostre strade o riscoprire, in piena era digitale, il piacere della scrittura (anche solo di poche righe) grazie al "Festival delle Lettere".

Recensione di piccolobush


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Bambole e burattini pagano forse la colpa di essere dei vuoti simulacri del corpo umano senza il soffio vitale o forse il residuo di un'inconscia e irrazionale paura che ci attanagliava da bambini, ma la loro presenza evoca sovente qualcosa di sinistro, quando non di malvagio. Non a caso sono stati fonte ispiratrice di una nutrita filmografia, dalla brutta saga di "Puppet masters" al piccolo gioiello "Dolls" firmato da Stuart Gordon. Sapendo quindi di avere di fronte una coppia formata da due autori, come Casty e Faccini, tra i più apprezzati, che si cimenta su un tema del genere, le aspettative automaticamente salgono. Soprattutto la presenza di Faccini, con i suoi personaggi un po' asimmetrici, con quelle architetture sghembe quasi da film espressionista e un gusto sapientemente camuffato per il macabro, fa pregustare un ottimo lavoro. Purtroppo le aspettative per "Topolino e il teatrino di Bambolier" finiscono in parte deluse: nonostante l'argomento e la breve sequenza iniziale, la tensione non sale mai. L'idea di base è molto simile proprio a quella di "Puppet masters", ma la vicenda non riesce a trasmettere molto pathos anche perchè la caratterizzazione di Mr. Bambolier resta a metà tra un folle e un buontempone in vena di scherzi. Soprattutto però la colpa più grave è lasciare che il mistero venga "ucciso", svelandolo, da una portinaia, improvvisamente e casualmente, quasi prima ancora che il mistero stesso abbia preso forma. Da lì in poi diventa soltanto una storia d'azione, senza brividi, riscattata in parte da un mini colpo di scena. Alla fine è anche una discreta storia, ma certo i due autori sembrano essere andati avanti con il freno a mano (molto) tirato. E forse si sarebbe potuto intuire dalla copertina, con quell'espressione compiaciuta di Topolino, totalmente fuori luogo.
Non va molto meglio con la successiva "Zio Paperone e la voce dell'ignoto" a firma di Panaro e Gottardo, classica storia in cui a una prima parte intrigante segue una seconda parte abbastanza fiacca e a tratti inverosimile. L'idea della vendetta come motore della vicenda è indovinata, ma la realizzazione della medesima, affidata ripetutamente al caso oltre che al classico e abusato marchingegno ad hoc, non è felicissima.
Doppia prova per Cirillo che si cimenta prima in un esercizio di satira di costume (di fatto una versione aggiornata della favola de "I vestiti dell'imperatore") e poi in una interessante ma troppo lunga disamina sul rapporto fraterno che lega i bassotti.
La conclusione è affidata a "Qui, Quo, Qua e il canestro più bello" di Martinoli e Martusciello, classicissima storia di sport e buoni sentimenti, che richiama lo spirito delle avventure con Sport Goofy degli anni '80.
Menzione speciale per il bellissimo "Che aria tira..." di Silvia Ziche.
Spazio articoli dedicato in gran parte al film della LEGO.

Recensione di piccolobush


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Puntuale ogni anno, come la morte e le tasse, arriva il Festival di Sanremo: quale che sia la valenza artistica e culturale di questa manifestazione, resta comunque un evento che finirà per catalizzare in varie forme (spettatori, detrattori, curiosi,...) l'attenzione di milioni di italiani e una rivista come "Topolino" non può non occuparsene.
Però... però c'è modo e modo di occuparsene e questo è il modo sbagliato. Paperino, Paperica e il festival spiantato non si può nemmeno definirla come una storia, è più un'ammucchiata di personaggi parodiati e comparse, una sfilata disordinata di gag, una sequenza di "omaggi" al mondo dello spettacolo che però manca totalmente di un'intelaiatura che la possa tenere in piedi. L'inizio è da psico-dramma, con delle improvvise scene di isteria da parte dei personaggi che non si capisce da dove originino; l'idea di fondo su cui la Arrighini decide di costruire l'intreccio è assai labile e stiracchiata, il prosieguo è sulla stessa falsariga con Paperino e Paperica che non si comprende bene che ruolo abbiano (nessuno in effetti, se al loro posto ci fossero stati Gianni e Pinotto sarebbe stata la stessa cosa), il finale è quasi parodistico con la rivelazione del geniale ed elaborato (devono averlo studiato a lungo) piano dei Bassotti e cioè l'intenzione di rapire in diretta un sultano su un palco televisivo davanti a tutto il pubblico e a qualche milione di telespettatori!
Insomma, è chiaro che l'importante è essere sul pezzo e quindi una storia a tema andava fatta però, proprio perchè si mettono in copertina gli strilli sanremesi per richiamare più persone possibili, a queste persone forse si potrebbe offrire qualcosa di più di una parata di caricature dai nomi tutti uguali (papertizia, papertizio,...): hai visto mai che, leggendo qualcosa di bello, ci prendano gusto e si conquistino nuovi lettori?
Per fortuna l'acquirente del numero 3039 ha modo subito di addolcire la delusione con la nuova avventura di Fantomius ad opera di Marco Gervasio, Fantomius sulla neve. Abbandonate (definitivamente?) le atmosfere dark, le "strabilianti imprese" del ladro gentiluomo si velano sempre più di sophisticated comedy in stile "pantera rosa" e le analogie si notano sin dalle tavole di apertura, dove Picco Cupo sembra voler richiamare a tutti gli effetti la Cortina del primo film della serie. Apprezzabile il leggero ritocco grafico, anticipato dallo stesso autore, che lo porta ad assomigliare in maniera ancora più decisa a Diabolik. La vicenda è bella e molto ben orchestrata, con un botta e risposta tra due menti sopraffine. Forse il ruolo di Paperot è leggermente più marginale (parlando esclusivamente di presenza fisica) di quel che ci si aspettasse, ma l'ultima vignetta ci anticipa un nuovo temibile avversario per il ladro gentiluomo!
Le restanti storie sono poco significative. Nigro e Ottavio Panaro producono una semplice riempitiva con Pippo e Gancio mentre Cirillo decide di condensare in poche pagine una delle grandi imprese finanziarie di Zio Paperone (peraltro su uno spunto di una storia passata), con il risultato che tutto avviene troppo di fretta. Anche il tentativo di ironizzare su cliché un po' abusati (in questo caso le invenzioni di Archimede che hanno sempre un effetto collaterale), si perde in una vicenda che resta a metà tra la gag allungata e la storia di grande respiro.
La chiusura del numero è affidata a Tip e Tap e l'inseguimento ad alta quota. Non è chiaro se Pesce avesse intenti parodistici-demenziali o se quella di sostituire la caccia (o altra attività poco lecita e poco politically correct) con il "safari a maglia" (!?!) sia stata invece una scelta seria e ponderata. Comunque sia, il risultato è abbastanza noioso anche perché dallo svolgimento prevedibile. Chierchini alla bella età di 80 anni mostra qualche incertezza (Tip e Tap non sempre riusciti perfettamente, Reinhold nelle prime vignette in cui appare ha la faccia troppo da tipico cattivo di Chierchini, che infatti subito dopo la addolcisce un po'), ma il suo tratto vintage e inconfondibile, per i lettori di più vecchia data, resta una certezza.
Nei redazionali ovviamente spazio a Sanremo, ma anche alle curiosità sugli sport invernali e alla rubrica "fuori di... chip" che presenta sovente dei gadget interessanti.

Recensione di piccolobush


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Marco Gervasio è autore di uno degli esperimenti più interessanti condotti su "Topolino" negli ultimi anni: la creazione di una sorta di universo parallelo, perfettamente coerente, con personaggi nuovi di zecca (Fantomius e Dolly possono essere considerati tali) calati in un contesto assolutamente realistico e ricreato con notevole cura. Da una prima fase in cui le imprese del ladro gentiluomo costituivano il nocciolo delle storie, si è passati ad una nuova in cui riveste più importanza la definizione e l'esplorazione dell'epoca in cui sono ambientate, con una ricostruzione dettagliata ma tutt'altro che fredda e che fa respirare quasi ad ogni vignetta le atmosfere dei primi decenni del XX secolo.
Questa seconda avventura del nuovo ciclo, "L'ottava meraviglia del mondo", è un vero divertissement ricco di citazioni e rimandi quasi impossibili da cogliere tutti ad una prima lettura: su una traccia di base che ricalca sommariamente il "King Kong" di Schoedsack e Cooper (che compare nella sequenza finale), vengono innestati una serie di richiami che vanno da Frankenstein Junior a Superman, dagli anime di Nagai al Nautilus di Jules Verne in un caleidoscopico gioco di omaggi a tantissime pietre miliari del fantastico.
Forse il neo di queste avventure è l'abbastanza esiguo spazio a disposizione, una ventina di tavole scorrono via velocissime e non danno modo di costruire un intreccio molto elaborato. Poco male: le necessarie riletture per godere appieno dei tanti particolari disseminati qua e là suppliscono a questa "mancanza".
Parziale delusione per la storia di Casty e De Vita: l'autore goriziano genera sempre grosse aspettative anche quando decide, come in questo caso, di cimentarsi su storie di meno ampio respiro e in cui pure ha fornito quasi sempre ottimi risultati. Spiace quindi dire che la seconda parte di "Topolino e le voragini enigmatiche" non è all'altezza della prima, che già si era dimostrata non essere intrigantissima. In particolare la fase investigativa e di indagine è ridotta all'osso e le già poche pagine del secondo tempo se le prende in gran parte la maxi spiegazione (10 tavole!) del cattivo. Quasi impalpabile Greta, che si pensava fosse una nuova presenza femminile di quelle importanti (a cui Casty ci ha abituato) e che invece non incide molto. Sicuramente il lettore, da un'accoppiata come quella in questione, qualcosa di più se lo aspetta.
Le restanti storie rientrano in quelli che sono i rispettivi canoni di appartenenza: una simpatica gag con protagonista Gambadilegno, una danese sconclusionata nelle premesse e in parte anche nello svolgimento, ma con un Paperino che ne esce bene, e una classica avventura di Paperino Paperotto, in cui Bianchi dimostra di aver compreso bene i meccanismi che regolano questo mini-cosmo, forse anche troppo, giacché è quasi indistinguibile da tante altre! Comunque è una piacevolissima lettura.
Nell'apparato redazionale spicca la mini-guida dedicata ai mezzi di Fantomius progettati da Copernico e il reportage fumettato dedicato al musical "Cats".

Recensione di piccolobush


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Dopo alcuni numeri sempre sufficienti ma un po' anonimi, il 3035 si mette in luce con una offerta di storie decisamente migliore rispetto al recentissimo passato.
La nuova avventura di Double Duck, serie ormai saldamente nelle mani di Bosco, trasporta il lettore nell'intricato panorama politico delle ex-repubbliche sovietiche. Il Mugykistan di "Elemento 109" è ovviamente è uno staterello inesistente ma che riunisce diverse caratteristiche delle suddette ex-repubbliche, dalla ascendenza russa (mugik era il termine con cui si indicavano i contadini) al dittatore che lo governa.
E' invece reale Mosca e De Lorenzi appena può coglie l'occasione per mostrarcene delle vedute davvero belle. Più in generale fa davvero un ottimo lavoro nella costruzione delle tavole, senza che ne risulti difficoltosa la lettura nemmeno in quelle più articolate. Ritorna inoltre la scelta di rappresentare alcuni personaggi con le fattezze di veri animali, un po' come nella serie franco-ispanica "Blacksad" (o come nel successivo "Jungle Town").
L'impressione è che Double Duck stia diventando su "Topolino" ciò che "Anderville" non è riuscito a diventare su una testata autonoma. Bosco, come già in precedenza, non ha problemi ad usare un linguaggio esplicito e diretto e la storia ne beneficia assai in termini di coinvolgimento. In più prende sempre più spazio Kay K e la sua storia personale, presente e passata: fossimo in un serial tv e non in un fumetto Disney, ci sarebbe da preoccuparsi per le sorti da eterna fidanzata di Paperina!
Venendo all'intreccio in sé, forse abbiamo l'unico vero punto dolente: Kay K sottolinea come "qualcosa nel piano di mister Head H è andato storto" e già ci sarebbe da chiedersi quando mai qualcosa va nel verso giusto, per ribadire l'eccessiva ripetitività di alcuni meccanismi. Ma è soprattutto il prologo iniziale a rovinare parzialmente il piacere della lettura: camuffato come un flashback con cui approfondire il legame tra Kay e il padre, non è invece difficile intuire che fornirà anche lo spunto per la conclusione "a sorpresa" della vicenda. Di fatto uno spoiler abbastanza telefonato e ancor più inspiegabile considerando che non sarà il padre di Kay K ad avere l'idea risolutiva, come sarebbe anche logico a quel punto, ma Paperino!
Rimane comunque una buona storia che apre probabilmente ad un futuro allargamento del cast.
A seguire tre riempitive che in realtà sono qualcosa di più: con "Topolino e il cugino primitivo" scritta da Mazzoleni - con i disegni di un Petrossi assai " devitiano" - ritorna il Topolino più leggero dei fratelli Barosso, protagonista di semplici ma esilaranti disavventure quotidiane, un aspetto del personaggio che a volte fa storcere il naso ai fan delle storie più avventurose o mistery ma che rappresenta invece un filone importante, che contribuisce a rendere più completo un personaggio che spesso ha sofferto di monoliticità nella caratterizzazione (e poco importa per l'ennesimo paradosso temporale sempre uguale).
Sulla stessa linea, pur se con toni diversi, si posiziona anche "Tip & Tap e il momento della verità" di Pesce e Palazzi, dove oltre alla parte comica, c'è anche un messaggio a suo modo importante su come gli adulti vedono (o non vedono) crescere i propri figli: rimane un po' sullo sfondo, occultato dalle tante gag, ma è presente.
Continua la serie di Savini su "Amazing Papers", per il quale la scelta di Intini è assolutamente azzeccata: difficile pensare ad un altro disegnatore così a suo agio con tali storie surreali!
La chiusura è di Vito Stabile con una bella avventura: "Zio Paperone, Amelia e il patto della luna" è una interessante variazione in un filone, quello di Amelia, ormai asfittico. L'autore ha modo di ribadire la sua predilezione per il vecchio miliardario e per una concezione finalmente corretta della "numero uno", non come un semplice porta-fortuna, come per anni si è pigramente considerata. Si potrebbe obiettare sul fatto che in Disney ormai di cattivi veri (e pericolosi) ne son rimasti solo due, se anche la fattucchiera che ammalia si scopre essere quasi una sorta di fata mancata, ma in realtà qui Stabile non ha fatto altro che riprendere una caratterizzazione che risale a ben prima, mostrando però una sensibilità delicata che non scade nella melassa. Una storia davvero ben fatta che lascia anche i giusti interrogativi in sospeso.
Un plauso a Guerrini, disegnatore poco considerato ma personalissimo e capace di dare una versione di Amelia davvero notevole, elegante ma dallo sguardo luciferino, come poche altre volte si era vista.
Sull'apparato redazionale poco degno di nota: tra un reportage sul film "A spasso con i dinosauri" e la promozione di un ennesimo show televisivo, non si può però non segnalare la parodia, abbinata alla storia di Paperino Paperotto, delle vecchie pubblicità della Same govj: per i lettori più giovani sarà solo un'occasione per un sorriso, ma per i più cresciuti sarà un tuffo al cuore!

Recensione di piccolobush


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E’ un numero che non si fa notare più di tanto il 3033 di "Topolino". L’apertura è comunque di gran livello con la Ziche che rivisita con la sua tipica vena dissacrante una delle immagini simbolo del nuovo editore, rispondendo in un certo qual modo al tributo più "istituzionale" di Cavazzano ospitato in copertina al momento del cambio di proprietà.
L'autrice concede poi il bis con un esilarante omaggio alle figurine Panini (in particolare dei calciatori) e a ciò che hanno rappresentato per generazioni di ragazzi e adulti.
Suscita qualche dubbio invece "Paperinik e la vendetta di Mad Ducktor": dopo le due avventure scritte da Enna, il creatore di questo singolare super-cattivo, Mastantuono decide di fare tutto da solo e la differenza si avverte in maniera abbastanza netta. Ciò che più lascia perplessi è la decisione dell’autore, forse in un accenno di autocelebrazione, di inserire la sua creatura Bum Bum senza che ce ne sia un vero motivo. O meglio il motivo c’è ed è palese sin dalle prime pagine, ovvero virare il registro narrativo sulla farsa: un’idea non da disapprovare a prescindere (nonostante quanto visto nelle due precedenti avventure) ma certo bisognosa di risultati che però non arrivano. Bum Bum fatica a trovare una sua collocazione e non aggiunge quasi nulla alla vicenda. Vicenda che poi si fa anche un po’ confusa nel finale in cui ancor di più si evidenzia come due super-eroi in questo caso siano decisamente troppi, costretti a dividersi il poco spazio disponibile. Peccato perchè dal punto di vista dei disegni, l’autore offre una gran prova, fornendo sia momenti d’ilarità che vignette di grande impatto e suggestione.
"Topolino e l’uomo del giorno" di Panaro e Lorenzo Pastrovicchio, è un giallo in due parti che fa salire ottimamente la curiosità e financo la tensione nella prima, per poi rovinare parzialmente il risultato nella seconda: la conclusione risulta alquanto debole e priva di mordente, con un fin troppo facile ricorso al consueto ritrovato ultra-tecnologico (che tra l’altro non spiega affatto come possa far vincere al "gratta & vinci"!) per di più accentuandone oltre misura un aspetto secondario (la durata) al solo scopo di preparare il terreno al piccolo detective. Anche la "conversione" del cattivo di turno, pur con una sua logica nell'economia della storia, avviene in maniera poco convincente contribuendo al depauperamento di tutta l’inquietudine e di tutta la tensione accumulate in precedenza: così anziché avere un personaggio di un certo spessore abbiamo solo una figura anonima di cui ci si dimenticherà già alla lettura della parola "fine" (nonostante le citazioni scarpiane).
Sulle altre storie c’è poco da aggiungere: quella di Cirillo è una semplice gag (per quale motivo tirare in ballo tutti quei personaggi?) e la quasi debuttante Fiorillo (praticamente ha disegnato solo Cip & Ciop) deve ancora prendere bene le misure ai personaggi principali della banda Disney; la danese di Grey e Pujadas è un’avventura di Paperino vista e rivista mille volte, si fa leggere, si sorride, ma nulla più.
Nei redazionali spazio alle figurine dei calciatori ma anche alla poesia, con quattro componimenti di scrittori per ragazzi (tra cui Rodari) accompagnati da illustrazioni di Intini.

Recensione di piccolobush


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Aperto da una simpaticissima vignetta della Ziche il numero natalizio di "Topolino" si rivela di buon livello con almeno due storie degne di nota. La prima è la conclusione della nuova avventura di DoubleDuck, "Regali di Natale", strutturata in tre parti anzichè le solite quattro. Tutto sommato considerando che, nello schema a quattro puntate, la terza era per lo più di "consolidamento" senza offrire qualcosa di veramente significativo, la rinuncia ad una di esse non si fa sentire più di tanto. Il giudizio sulla storia nel complesso è assolutamente positivo con Bosco che prende ampiamente spunto da tematiche e personaggi attuali anche di una certa complessità (la mamma di Kay-K è chiaramente ispirata, nel nome, a Christine Lagarde, attuale presidente del Fondo Monetario Internazionale).
Apprezzabile anche il fatto che ci restituisca un Paperino più vicino al QQ-7 della Pia (efficace quasi suo malgrado), anzichè all'infallibile James Bond versione papera che risulta a volte un po' troppo out of character. Più che buono il lavoro di Mazzarello.
Segue a ruota una storia di Casty versione "leggera", in cui l'autore si diverte ancora una volta un mondo, a canzonare il popolo bue e insieme ad esso l'affascinante vacuità del sottobosco internettiano dei blog personali.
In "Topolino e il dirompente dirimpettaio", torna uno dei ripescaggi di Casty, quel Topesio che ricorda moltissimo nei modi e negli atteggiamenti verso Topolino, Vito Doppioscherzo (unica sostanziale differenza tra i due, un fondo di onestà nel primo completamente assente nel secondo). Il canovaccio è lo stesso di quasi tutte le storie con Topesio (e con Doppioscherzo), col nostro eroe sbeffeggiato dal rivale e "tradito" dai suoi concittadini, salvo poi riuscire a ristabilire il giusto ordine delle cose. Riguardo Camboni è da notare come preferisca usare per lo più dei campi medi per le vignette (al contrario dei campi più stretti solitamente usati da gran parte degli altri disegnatori) dando al tutto una impressione quasi da recita teatrale molto piacevole. Oltre a ciò segnaliamo l'intervento di otoplastica a cui si è evidentemente sottoposto il suo Topolino che sfoggia un paio di orecchie decisamente piccole.
Dopo la simpatica ricetta settimanale (le crèpes) di D'Ippolito e una riempitiva di Figus, la chiusura dell'albo è affidata a Valentina Camerini che, con Andrea Lucci, ci narra una nuova storia della famiglia Sassi: "Un natale da Sassi". L'idea era potenzialmente interessante, ma alla fine la storia si rivela una fin troppo classica commedia degli equivoci che non aggiunge nulla a quanto già narrato a suo tempo da Faraci in "2 piedipiatti in fuga".
Oltre ai classici redazionali, solo un articolo presente: una breve e non proprio interessante (ma è il padrone, è giusto che si faccia pubblicità) descrizione di come nascono le figurine Panini (o meglio, solo di come vengono confezionate). Numero positivo, come si diceva, ma con un grande neo: non è per nulla natalizio. Non c'è niente, nelle storie come nelle rubriche (a parte un risibile test) che ricordi davvero l'atmosfera della festa. Poche vignette a conclusione della storia di DD, in quella di Rock Sassi il Natale è sullo sfondo e ci rimane, la copertina è quanto di meno "caldo" si sia visto in occasioni del genere. C'è l'editoriale della direttrice, quello sì, ma viene sconfessato da tutto il resto del volume

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Natale quest'anno arriva in leggero anticipo sulle pagine di Topolino. L'atmosfera delle feste viene evocata già nella prima storia di apertura di questo numero, completamente dedicata ad un evento musicale che unisce per la prima volta i personaggi Disney e una delle voci più celebri della musica italiana: "Paperino, Paperica e il Natale in sordina" è la storia scritta da Gaja Arrighini per "lanciare" il nuovo lavoro di Mina, "Christmas song book" che, nelle varie versioni prodotte, è accompagnato da alcuni extra disneyani, tra cui spicca un portfolio di illustrazioni realizzato da Giorgio Cavazzano, autore anche dei disegni della storia.
In mezzo a questo trionfo del marketing, la storia ospitata sul settimanale alla fine è poca cosa: una trama esile sviluppata a partire da uno spunto un po' tirato per i capelli, unicamente al servizio della versione papera della cantante. La successione di tavole è per lo più un ripercorrere la storia artistica della tigre di Cremona attraverso alcune tappe della sua carriera. Paperino e Paperica vengono arruolati senza un vero perchè e tutta la vicenda fatica a stare in piedi. Comunque è Natale e per di più siamo in piena crisi economica, ben venga quindi un matrimonio del genere se può portare qualcosa di concreto. Sicuramente i fan della cantante saranno contenti e più in generale ci si può divertire a scoprire le tante citazioni (dagli urlatori ai "Cavalli marci"). Peccato però perchè Mina Uack è sembrata subito un bel personaggio, ottimamente caratterizzato da Cavazzano e certo faceva pensare a ben altre possibilità. Di fatto invece si accontenta di fare il testimonial di se stessa.
Il resto del numero offre poco altro di interessante. C'è la nuova avventura di Double Duck, "Regali di Natale", scritta da Bosco e disegnata da Mazzarello che, come tutte le avventure di DD, non ha problemi a risultare subito intrigante: il vero banco di prova, come sempre, sarà il prosieguo.
Silvia Gianatti si cimenta in una tarda avventura di Nocciola e Pippo, del tutto superflua, anche perchè assai ripetitiva. Chiude "Paperino e il flop di successo" di Roland e Fecchi, non spassosissima e con alcuni passaggi poco chiari nella trama.
Le cose migliori del numero (oltre ai disegni di Cavazzano e Mazzarello) sono contenute nei redazionali: il servizio legato alla storia d'apertura è assai più interessante della storia stessa, mentre le restanti pagine sono occupate da un sacco di consigli per le letture, con un occhio particolare per i ragazzi.

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Bei tempi (ma in realtà si parla di non più di uno o due anni fa) quando Topolino usciva spesso con albetti promozionali o didattici allegati per sensibilizzare i suoi lettori o istruirli su qualche particolare argomento. Così storie come Paperopoli e il sapore buono del cibo in dono, avevano in essi il loro ambiente naturale in cui essere collocate: un di più rispetto alla lettura del settimanale con anche tutto lo spazio necessario per gli approfondimenti. Oggi invece si finisce col trovarsele addirittura come storie di apertura con tutti i contro del caso. Sia chiaro, l'intento è lodevole, il tema è di attualità e meritorio di essere portato all'attenzione dei lettori, ma vista la scelta di offrirgli la massima ribalta, allora forse era il caso di produrre un'avventura che avesse qualcosa in più. invece Macchetto ci regala uno dei suoi classici lavori, esile come le ali di una farfalla, ecumenico come Fabio Fazio, ma soprattutto noioso perchè sprovvisto di una qualsiasi trama o idea. E' solo un megaspot vagamente (e vanamente) filosofeggiante riguardo il problema della scadenza degli alimenti, una storia didattica appunto, non diversa da quelle che si potevano leggere su "Qui, Quo, Qua e il problema dell'olio usato" o "Un bosco per amico". Con la differenza che queste ultime erano in una sede tutta loro, non andando ad inquinare lo spazio-fumetto del settimanale.
Comunque ci si consola almeno con l'ultima puntata di Darkenblot, che chiude degnamente questa seconda avventura del "nuovo" Macchia Nera. Come era facile prevedere, Casty e Pastrovicchio ci riconsegnano il criminale che tutti conoscevamo ma fanno anche di più. Perchè Macchia non si limita a recuperare quella credibilità che poteva pensarsi perduta (o comunque appannata) negli episodi precedenti, come succube di Mister Me, ma di fatto si impossessa totalmente della scena, giganteggiando e mettendo in ombra tutti gli altri protagonisti. Questa puntata è sua, solo e soltanto sua, Topolino non fa nulla, non combina nulla, un piccolo, inutile sorcetto in balia di eventi (e putrelle) più grandi di lui.
Casty conduce bene in porto la sua storia, il piccolo robottino rappresenta forse un escamotage troppo facile per districare alcuni passaggi, ma bisogna rendere merito all'autore di aver risolto brillantemente la questione del "mal di denti": era sembrata una trovata eccessivamente demitizzante, però si è rivelata alla fine perfetta per il colpo di scena che ha determinato l'inversione dei ruoli e quindi l'inizio della (breve) ascesa del supercriminale.
Pastrovicchio dal canto suo fa un lavoro egregio e l'imponenza fisica e caratteriale di Macchia nera è in gran parte merito suo e del nuovo look che ha elaborato.
Riflessione strettamente personale: per tutta la puntata ho avuto l'impressione di avere davanti non Topolino e Macchia ma Martin Mystere e Sergej Orloff. In particolare la somiglianza tra i comportamenti e gli atteggiamenti dei due villains in questa occasione, per quanto sicuramente casuale, ha dell'incredibile.
Divertente ma graficamente alquanto confusa e pesante è Goose Maps - Paperino e il pozzo dei desi...nari, mentre Gennarino e la buona cattiva stella rispolvera un vecchio clichè narrativo, puntando i riflettori su Gennarino, i suoi sensi di colpa e l'affetto che lo lega ad Amelia.
Meritevole invece Gambadilegno e Rock Sassi insieme... per forza, in cui Panini, con i disegni di Usai, ci restituisce un Rock Sassi come non si vedeva forse dalla sua prima apparizione, cioè non un completo beota degno compare di Manetta, ma un poliziotto duro, inflessibile e in grado di spaventare i criminali pur se non particolarmente brillante: insomma come originariamente lo aveva presentato Faraci, prima di fargli cominciare a scendere i gradini della scala evolutiva fino ad arrivare all'ameba che era diventato recentemente.
Oltre ai fumetti, sono da segnalare sicuramente l'articolo sulla colletta alimentare e il reportage fotografico di Lucca Comic & Games.

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Diventa sempre più coinvolgente "Darkenblot 2.0", con una seconda puntata che entra nel vivo della storia e con una bella caratterizzazione di alcuni dei protagonisti: in primis il tenente Neve combattuta tra cuore e ragione, ma anche l'implacabile Punzek e il simpatico quartetto baffuto che spalleggia Topolino. L'intreccio complessivo si va delineando e non si fa fatica ad immaginarne alcuni sviluppi (Macchia Nera non è tipo da chiamare "capo" qualcuno). Al di là di tutto è innegabile che Casty e Pastrovicchio stiano riproponendo alla loro maniera, attualizzata e rielaborata da un punto di vista grafico, il Topolino degli anni '50 e il risultato è decisamente soddisfacente, ben più della prima avventura.
La copertina e l'apertura del numero sono però riservate ad una nuova missione di Double Duck, "Alla fine del mondo": una vicenda interessante elaborata da Marco Bosco, con un finale molto "adulto". Se non altro lo smoking perennemente indossato da Paperino, persino in Patagonia e in contesti comunque poco adatti, finisce col ricondurre il tutto quasi ad una parodia del genere spionistico, contribuendo un po' ad alleggerire le atmosfere alquanto cupe e senza molta ironia. Un appunto per i gadget di Gizmo: così come vengono usati tolgono mordente alla storia o, nella migliore delle ipotesi, rendono noiose intere sequenze. Forse sarebbe il caso di renderli meno onnipotenti. Sciarrone sui paperi è decisamente un altro rispetto a quando si cimenta con Topolino & c. (*)
Deludente invece, dopo quella che sembrava un'ottima partenza, è la storia di chiusura ad opera di Bianchi e Panaro: "Zio Paperone e l'isola di plastica" sembra voler mettere alla berlina alcuni comportamenti poco "virtuosi" di politici e ricconi, ma dopo poche pagine prende improvvisamente una piega sconclusionata, senza capo nè coda, pur prendendo spunto da un fatto reale, risolvendosi poi in un nulla di fatto.
Decisamente più interessanti da leggere i due servizi principali del numero: il primo, fa da corollario alla storia di DD e ci porta a visitare le bellezze naturali della Patagonia. Il secondo è il reportage disegnato di Cheese 2013, manifestazione dedicata al formaggio e ai produttori del medesimo provenienti da tutto il mondo.

(*): è talmente un altro che infatti non è lui, ma Barbaro! Perdonate il redattore che, per non lasciarsi influenzare dai commenti altrui, non legge mai il topic relativo al numero prima di aver scritto il suo commento.

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"Topolino e il perplimente zio Svalvolo" di Casty e Sciarrone apre il numero di Topolino in edicola questa settimana. I referenti di Casty sono noti e questa avventura non fa eccezione: l'originale zio Svalvolo ha ben più di un punto di contatto con lo zio Balatrone di Walsh. La storia però appare eccessivamente artificiosa, costruita con poca naturalezza, a cominciare dalla passione dello zio per i giochi di parole che si rivelerà, guarda caso, determinante nel finale. Se la prima parte, pur ripercorrendo sentieri narrativi visti e rivisti, suscita la giusta curiosità e semina i dovuti dubbi, la seconda si risolve tutta in una spiegazione extra-large con annesso duello fra sosia risolto, come si diceva, in modo telefonato fin dall'inizio. Oltre a ciò anche alcune trovate della sceneggiatura appaiono un po' forzate al solo scopo di montare un caso che non c'è (si pensi allo zio che, avendo bisogno di soldi, li chiede non al nipote ma a Pippo). Anche lasciare da parte la componente "mistery" e provare a concentrarsi soltanto sul nuovo personaggio introdotto non serve molto a risollevare la storia: zio Svalvolo non dà l'idea di essere un personaggio particolarmente "forte" o foriero di chissà quali nuove avventure. Confidiamo nel fatto che, se Casty dovesse un giorno riprenderlo, possa delinearlo molto meglio. Nota positiva: la voglia di giocare con la lingua italiana e di andare oltre il lessico fondamentale.
Interessante si rivela "Paperinik e Captain Duck in: il costume fa il supereroe?" scritta da Bianchi e disegnata da Gula, una riflessione sul tempo che avanza, sull'ineluttabilità (ma anche il desiderio) prima o poi di mettersi a riposo, la constatazione che nessuno è eterno, nemmeno Paperinik. Non è certo Dark Knight returns, nè Watchmen, ma nessuno lo pretende e la lettura non è sicuramente impegnativa, tutt'altro. Però quel sottile velo di malinconia che rimane sottotraccia, seppur molto stemperato nel finale, dà alla storia un qualcosa in più che non la fa dimenticare subito, come è nel destino di tante sue simili. Curioso il look del cattivo, molto simile, praticamente identico, all'incrediboy degli Incredibili. Impietoso il ritratto di Paperina, simpatica come un calcio negli stinchi e dolce come uno yogurt andato a male, segno che questo personaggio forse non si evolverà mai, prigioniero com'è dei suoi stessi stereotipi.
Una nuova simpatica storia di Amazing Papers, scritta da Savini e disegnata da Intini e una classica avventura di Macchetto, così tipicamente irrisolta, chiudono la sezione delle riempitive.
La chiusura del numero invece è per "Topolino e il rock del ragioniere" che, a dispetto di un inizio da "giallo", vira subito sul comico, con diverse situazioni umoristiche e, nel finale, quasi surreali. Un semplice e divertente episodio della quotidianeità di Topolino raccontato da Secchi e disegnato (a tratti con qualche difficoltà) da Del Conte.
Il resto dello spazio, oltre che dalle rubriche, è occupato da uno speciale su Lucca: da segnalare soprattutto le tavole della Ziche che danno uno spietato e veritiero ritratto di cosa è una manifestazione fumettistica!

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F.M. Bianchi apre il numero di questa settimana con una storia che sa di occasione perduta e sono diversi i fattori che contribuiscono a ridimensionare quello che avrebbe potuto essere un risultato di altro spessore. Il titolo è il primo di essi: sarà per via di un retaggio di fasti remoti che solo qualcuno (ad esempio Gervasio) cerca di tenere a galla, ma una cosa come "Paperinik e il vulcano inquina-frittelle" difficilmente può far pensare ad una storia che farà epoca. Eppure nonostante questo handicap, la vicenda sembra avviarsi nella prima parte verso uno svolgimento assai interessante, con dei richiami insistiti (e quantomai graditi) verso quel giornalismo d'inchiesta che in Italia sono ormai davvero in pochi a fare e a una panoramica del malaffare paperopolese con cui anche noi abbiamo una certa familiarità. A suo modo, cioè disneyanamente, una storia di denuncia. Arriva però il secondo intoppo: l'ingresso assai forzato di Paperinik (d'altra parte preventivato visto che la storia è intitolata a lui). E' un peccato non solo perché la presenza del vendicatore mascherato è del tutto gratuita e priva di una reale necessità, ma soprattutto perchè si smarrisce l'occasione di regalare finalmente a Paperino (non a Paperinik, non a DD) un ruolo da vero protagonista che gli sarebbe stato a pennello (se a qualcuno vengono in mente i "gamberi in salmì", ha perfettamente ragione). Invece l'arrivo del papero in mascherina finisce per ridimensionare il tutto, togliendo anche quel po' di suspense che poteva esserci. Per di più la storia inciampa su se stessa con uno svolgimento che si rivela alquanto modesto, a dispetto delle premesse, e anche con alcune trovate di sceneggiatura poco felici: l'"indagine" risolutiva di Paperinik è del tutto fortuita e dovuta al caso, le informazioni sui segreti dei "cattivi" ottenibili semplicemente cercando su google ("doodle"), etc. A poco valgono le citazioni, come il Tulebug, se non sono sostenute da qualcosa di solido.
"Rockerduck e la scintillante ideona surclassante" è una tipica storia di Macchetto (con i disegni di Lara Molinari): a suo modo anche divertente ma alla fine si resta con la sensazione che tutto sia avvenuto in una sorta di dimensione parallela.
Non c'è molto da dire nemmeno sulle altre storie: "Topolino e Gambadilegno nemici per la pelle" non contribuisce a mettere un altro mattone sul complesso, sfaccettato (e ormai spesso banalizzato) rapporto tra i due nemici, ma resta nel solco della classica rivalità. La riempitiva di Bosco e Gatto strappa qualche sorriso, la straniera firmata dai coniugi McGreal e disegnata da Fecchi è in linea col resto del numero, non esaltante ma sufficiente.

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Un numero importante il 3019 che segna il passaggio della divisione periodici Disney alla Panini Comics. Sicuramente, come confermato dai diretti interessati, ci saranno importanti novità in un prossimo futuro, ma per il numero di Topolino in edicola, come è naturale che sia, la nuova gestione non porta nulla di più del semplice rilievo statistico e della bella ma quasi obbligata copertina di Cavazzano.
In effetti sfogliando il settimanale si vede come il livello sia grosso modo lo stesso delle ultime settimane, un prodotto piacevole anche se manca qualcosa che rimanga nella memoria dopo la lettura.
L'editoriale della direttrice comunque trasmette il giusto entusiasmo per la nuova avventura che ci si appresta ad intraprendere.
La storia di apertura è il nuovo episodio di DoubleDuck, "Unknown", scritta da Bosco, che si distingue non tanto per la trama, abbastanza semplice e priva di veri colpi di scena, quanto per alcune particolarità che possono offrire degli spunti di riflessione: non è semplice oggidì trovare una storia Disney in cui si parli apertamente di "sistema" e della crisi economica attuale, in cui i poliziotti sono chiamati sbirri e in cui alla fine viene applicata una sorta di "giustizia sociale", con i soldi sottratti pur sempre illegalmente alle banche che vanno a sostenere attività benemerite. Sciarrone si trova a suo agio con le atmosfere dell'agente segreto DD e un grosso aiuto gli viene anche dai colori di Mirka Andolfo.
Sull'ultimo episodio di Wizards of Mickey, sempre ad opera di Venerus, non c'è nulla di diverso da dire rispetto ai precedenti. Dà l'idea di una saga che sembra trascinarsi per forza di inerzia, questa puntata appare anche un po' confusa nel suo svolgimento: la speranza è sempre che alla fine questi episodi possano andare a comporre un unico affresco che assumerà un significato compiuto, ma...
Torna anche il Bosco umorista con il fido Piras per proseguire la serie di "Andiamo al cinema", stavolta dedicata al cinema di serie B (anche se quello descritto sembra essere più dalle parti del trash, i b-movies hanno spesso una loro insospettabile dignità).
"L'isola dei delfini", di Figus, è un'avventura fin troppo standard e senza emozioni con Topolino e Pippo a cui non giovano molto nemmeno i disegni di un Marini molto anonimo.
La chiusura è affidata a Pesce e Held con "Paperino e l'amicizia fittizia", una specie di divertissement senza capo nè coda: a suo modo anche divertente se non si fosse protratto troppo oltre misura finendo per annoiare.
Per quel che riguarda la parte extra fumetto, da leggere il reportage fotografico sulla visita della redazione alla sede della Panini a Modena: non ci sono grandi notizie, ma si ha la possibilità di associare un po' di nomi a volti finora sconosciuti.
Interessante anche il piccolo e forzatamente semplificato articolo sui "pirati informatici" come corollario della storia di DoubleDuck.
Chi volesse invece vivere l'ebbrezza di un giorno da Paperone cercatore d'oro nel Klondike, troverà le informazioni per partecipare ai campionati di questa speciale attività sportiva.

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Il numero 3017 si apre con il ritorno di WoM che si rivela però alquanto interlocutorio: una storia sceneggiata discretamente bene da Venerus che sembra poter reggere diginitosamente fino al termine, salvo poi afflosciarsi completamente in un finale tanto insipido quanto repentino. Restano come retaggi ambrosiani i duelli magici a colpi di incantesimi dai nomi ridicoli, ma soprattutto non è chiaro come debba essere considerata questa avventura: come episodio a sè è deludente, come parte di un mosaico narrativo più ampio, che si dipani in più puntate, magari diluite nel tempo potrebbe avere un suo significato. D'altra parte la corposa riepilogazione dei precedenti capitoli che occupa ben 10 pagine del numero, farebbe pensare a una eventualità del genere (difficile credere che si sia sentito il bisogno di dedicare tanto spazio a tutto quanto è già stato scritto per una sola avventura autoconclusiva). Sicuramente se ne saprà di più nelle prossime settimane.
Con La Banda Bassotti e il fattore M, Sisti sacrifica la coerenza narrativa per portare sulle pagine del settimanale l'ennesimo tributo alle mode televisive e sociali: i Bassotti, finiti in fondo alla classifica dei malfattori per i loro fallimenti, talmente incapaci che nessuno vuole nemmeno avere a che fare con loro, mettono però a segno colpi a ripetizione e di prestigio che gli consentono di andare avanti (seppur truffaldinamente) nel talent show? Passando sopra all'inconsistenza della trama resta però l'interesse di scoprire come andrà a finire la vicenda.
Leggendo i credits di Nonna Papera e il mistero del pomodoro viaggiatore non ci si meraviglia che, di fianco a Urbano per i disegni, figuri il nome di Macchetto come autore dei testi: la storia è tipicamente sua, in tutto, nella scelta delle tematiche, in come viene portata avanti in maniera a metà tra l'etereo e l'incomprensibile, nel suo dipanarsi in una sequenza di suggestioni più che seguendo una traccia narrativa vera e propria, nella piega didattica che finisce col prendere da un certo punto in poi. Argomento interessante e d'attualità, spruzzato di un po' di ecologia e risparmio che tirano sempre, ottimo perchè si rivolge sia ai più giovani che agli adulti, ma resta una pecca di fondo per un fumetto: la storia è di una noia mortale.
L'illusione di rifarsi con il nuovo episodio di Weird West Mickey dura poco: la serie ideata da Ambrosio e sceneggiata da Chantal Pericoli che sembrava dovesse spiccare il volo dopo una interessante prima puntata, sta ripiegando su se stessa. Il titolo, Diablero, e il riferimento alla luna comanche nelle prime pagine, richiamano alla mente una delle più classiche e magiche storie di Tex. Ma la magia dura poco, la suspense si spegne in fretta e i disegni volutamente fin troppo umoristici di Gula insieme a incongruenze disseminate qui e là ci conducono ad una resa dei conti all'acqua di rose. E' opportuno glissare sul tocco ambrosiano (c'è da scommetterci) della "story on demand": chi ha ancora voglia di leggere può distrarsi piuttosto con la storia di un simpatico e bravo artista di strada oppure fare scorta di luoghi comuni seguendo le tipiche interviste da ufficio stampa in cui i baby attori di "Violetta" spiegano come riescono a vivere il loro successo grazie agli amici e ai genitori che li tengono ben ancorati alla realtà e tenendo i piedi per terra. Il che conferma una volta di più che "se c'è qualcosa che è immorale è la banalità"

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Esiste almeno un motivo (e forse solo quello) per prendere il "Topolino" di questa settimana: la storia di apertura Topolino e la stella che cadde e tornò nel cielo firmata da Gagnor e Soldati. Lo sceneggiatore torinese ha intrapreso da qualche tempo una direzione decisamente più interessante, tralasciando per un po' le storie prettamente comiche e rivelando una insospettata (fino a qualche storia fa) vena intimista e romantica. Proprio in questa gli aspetti più divertenti, le battute, i siparietti comici sono quasi assenti e quei pochi, soffocati e per certi versi quasi "inopportuni". Non si può negare che i richiami all'opera e alla poetica di Cimino e dei suoi "racconti", volontari o no, siano molto forti. A sottolinearli ancor di più, nonostante i tentativi di renderli in qualche modo protagonisti (soprattutto Gambadilegno) della sequenza di eventi, è l'inutilità dei personaggi disneyani coinvolti, il loro essere totalmente avulsi dalla trama, tirati dentro con un pretesto ma in fin dei conti quasi di "disturbo". La scena è tutta per i tre ragazzi/adulti/vecchi e la loro storia di amore e rivalità. Un'avventura che merita una rilettura, anzi quasi ne necessita, per via di qualche ermetismo di troppo, ma decisamente una di quelle sorprese che ogni tanto fa piacere ritrovare sul settimanale.
A chiudere il numero la seconda avventura della serie Weird West Mickey, scritta da Ambrosio e disegnata da Ettore Gula. Il giudizio su Lo spirito del dragone è lo stesso del primo episodio: l'idea di base è potenzialmente interessante per la commistione di generi e l'ambientazione, ma tutto sembra sfruttato neanche per il 50%, compreso il cast di protagonisti; nessuno di essi infatti riesce a spiccare più di tanto, con caratterizzazioni non molto intriganti. A tutto ciò si aggiunge, in questo caso, anche un plot molto semplice, lineare, senza nessun colpo di scena particolarmente originale. Insomma se dopo il primo episodio, pur con i suoi difetti, la curiosità era molta, ora l'attesa per il prossimo è scemata alquanto.
Nel mezzo una simpatica storia di Panaro che riporta sulle scene Filo Sganga in solitaria, una breve muta con Pluto e un classico episodio della P.I.A., classico nel senso che ha tutte le classiche deficienze che da anni ormai accompagnano questa serie: per primo l'inconsistenza di gran parte delle trame, poi i difetti delle trame medesime, le gag che non fanno ridere...
Per il resto, a parte un approfondimento sugli Europei di basket, mancano anche redazionali di un qualche interesse visto che lo spazio residuo è appannaggio di giochi, barzellette e rubriche.

Recensione di piccolobush


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La cosa più interessante del nuovo numero di "Topolino" è la storia di chiusura: Weird West Mickey - Diligenza per Ghost Town, è parte di un progetto curato da Stefano Ambrosio per Disney Publishing Worldwide e che conta già diverse storie (che probabilmente verranno pubblicate tutte sul settimanale). E' interessante per una commistione col soprannaturale abbastanza accentuata e per una libertà di scrittura che è sempre piacevole trovare in un periodico Disney: si parla infatti di guerre, tradimenti, morti in maniera credibile e non gratuita. Azzeccata anche la riproposizione di un character come il vecchio Squick (qui indicato però con il nome originale di Squinch) che è a suo agio in un'ambientazione western ottocentesca.
Peccato che la storia presenti anche diversi difetti: l'aspetto generale è più da cortometraggio, tanto che spesso si ha l'impressione di vedere un vecchio (o nuovo) cartone di Scooby-doo! Poi non è ben chiaro nemmeno se questa sia (come sperabile, una pubblicazione random sarebbe grave) la prima storia della serie, di fatto nessuno dei protagonisti nè la loro sede, viene presentato, anche se leggendo si intuisce tutto senza problemi. Per il resto le tematiche attingono a una letteratura (e cinematografia) ormai vasta, da X-files ad Altrove. Insomma un progetto potenzialmente affascinante ma su cui pende come una spada di Damocle il tipo di pubblico scelto come destinatario. Probabilmente ne sapremo di più con le prossime uscite (visto il cliffhanger dell'ultima tavola, non c'è da dubitare che ci saranno).
Quel che resta del 3011 è poca cosa, mancando un guizzo, un qualcosa che lo sollevi da una sufficienza agevole ma senza gloria.
Persino Faccini pare accusare qualche colpo a vuoto: La Banda Bassotti e l'incredibile multiduplicator è delirante e squinternata come suo solito ma poco divertente mancando di vere e proprie gag e si sorride solo per le tante versioni "apocrife" di Paperoga che impazzano per le tavole.
Topolino e il colpo ecologico di Bosco e Gervasio è penalizzata dal dover a tutti i costi giustificare l'uso di una macchina elettrica (per poter così parlare di ecologia, ztl e mobilità sostenibile) col risultato di avere un criminale che si preoccupa di non infrangere le ztl e di scoprire che c'è una zona del centro città talmente irta di ostacoli che è necessario un Suv per muovercisi (un Suv però veloce ed ecologico, sennò la Speedmouse Bosco che l'ha inventata a fare?). Credibilità nulla per quello che avrebbe forse voluto essere un caso poliziesco.
Mazzoleni (con Ottavio Panaro) decide poi che Gastone ha bisogno di lavorare, per di più come proprietario di un'agenzia turistica, segno che davvero stanno finendo le idee su come usare il biondo papero.
Panini (con Gottardo) invece, rispolvera il Topolino sotto stress per le troppe indagini (quali? Negli ultimi anni si contano sulle dita di una mano!) ma il risultato è un "deja vu" abbastanza pronunciato, dato che il tema non è nuovissimo.
Con Zio Paperone e la grande caccia ai trofei - L'insuperabile maestro, scritta da Carlo Panaro e disegnata da Luca Usai, almeno si ride, ma certo seguire una vicenda così frammentata non aiuta molto.
Articoli assenti, redazionali soliti (domande, giochi, barzellette): numero perfetto da leggere sotto l'ombrellone, senza pensieri e senza impegno.

Recensione di piccolobush


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Non lascia il segno il 3009, la calura estiva sembra essersi trasferita anche alle storie che si trascinano un po' stancamente, quasi senza fiato.
Si conclude Paperinik sull'oceano scombinato, e arrivati alla fine la storia mostra tutta la sua fragilità dovuta all'essere legata al gadget: dopo tre puntate in cui pur tra alti e bassi, l'interesse si era mantenuto, in questo episodio conclusivo si scopre l'esile motivazione che ha mosso Spennacchiotto per tutto questo tempo.
Poteva essere un occasione per riscattare e riscrivere un po' la figura di questo rapace che si definisce geniale senza mai dimostrarlo davvero e invece ancora una volta si dimostra un villain di caratura limitata.
Il segreto dell'atollo è il nuovo episodio di "Zio Paperone e i tesori del grande blu", scritta da Nigro e disegnata da Held. Come le precedenti manca di un qualcosa che la faccia decollare, che la renda quanto meno degna dell'evocativo titolo della serie. Curiosa l'apparizione dei Menehunes: l'omaggio alla classica avventura di Barks sembra evidente, difficile pensare ad una coincidenza, anche il finale è praticamente identico, ma in tal caso perché mostrare un Paperone che non ne ha mai sentito parlare?
Le due riempitive del numero sono entrambe opera di Mazzoleni ma risultano diametralmente opposte per qualità: la prima, disegnata da Luciano Milano, è davvero bruttina. Un Paperoga tratteggiato malissimo, semplicemente come un imbranato senza anima e in più con un coinvolgimento del tutto pretestuoso di Paperino.
La seconda, Paperino e la soluzione moltiplicante, vede il ritorno di Lara Molinari ai disegni ed è, nel suo piccolo, ben riuscita, assolvendo al compito che le viene chiesto.
La chiusura è affidata a Tip e Tap e il caso clamoroso del mondo silenzioso, illustrata con efficacia da Roberto Marini: la storia comincia come un mistery venato di atmosfere dark, ma dura poco. D'altra parte conoscendo Macchetto era lecito aspettarsi che si incanalasse su ben altri binari e in effetti ben presto ci si ritrova con una sua tipica vicenda un po' metafisica. Nel complesso non è male, ma certo le premesse erano ben altre. Soprattutto a che scopo tirare in ballo in una storia così Macchia Nera che, unico appunto rivolto a Marini, viene anche ritratto in maniera caricaturale, quasi alla Cattivik?
Per chi ama spulciare anche gli spazi extra fumetto, solito interessante articolo sul mare come corollario dell'avventura di Paperinik, un bel servizio sul mondo Ferrari e una intervista dedicata a Benedetta Parodi in veste di scrittrice per l'infanzia, con la speranza che scriva meglio di come cucina.

Recensione di piccolobush


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Un numero con alcuni aspetti interessanti il 3007 di "Topolino". Apre il fascicolo la seconda puntata della saga di Paperinik dedicata al gadget estivo: "Paperinik sull'oceano scombinato" di Sisti e Mazzarello offre un episodio intrigante anche se l'alone di mistero è meno forte di quel che si vorrebbe, visto che la lettura della prima puntata fa immaginare facilmente quale sia la causa di tanti apparentemente inspiegabili enigmi. Peccato anche per le troppe anticipazioni trapelate che tolgono altra suspence rivelando prima del tempo l'identità del misterioso nemico (e anche Mazzarello non fa molto per nasconderlo). Rimane comunque la curiosità sulla visione generale del suo piano e una vicenda godibile da seguire.
A seguire ecco il ritorno dei "custodi del mistero", sempre ad opera di Bruno Sarda ed Emilio Urbano: sinceramente non si capisce cosa apporti in più alle avventure di Indiana Pipps questa società creata ex novo dallo sceneggiatore torinese. Sicuramente portano via un sacco di tavole preziose, visto tutto lo spazio necessario ogni volta per raggiungerli e presentarli. Concretamente poi, i vari membri non è che abbiano davvero un gran peso specifico nelle storie, visto che solitamente i plot sono talmente semplici e ridotti all'osso che sarebbe più che sufficiente un solo protagonista, Indiana appunto. La dimostrazione è anche in questo episodio che sembra tirato via in più punti: gli enigmi presentati in maniera sommaria (vedi i tre labirinti le cui risoluzioni appaiono del tutto inventate) o incompleta (qual è il misterioso indovinello da decifrare?) non aiutano a coinvolgere il lettore. Spiace vedere come il target di riferimento delle storie dell'archeologo pippide si sia così drasticamente abbassato.
Demenziale e divertente la breve di Bosco e Marini che ci accompagna al pezzo forte del numero, "Paperoga eroe dello spazio", di Gagnor e Sciarrone. Una storia che inizia in maniera poco accattivante, con un abuso di nomi storpiati che vorrebbero essere divertenti. Poi però alla distanza viene fuori Paperoga e con esso l'essenza della vicenda e il papero dal pon pon si ritrova a rivivere le deliranti avventure pezziniane intrecciandole con quelle suggestioni romantiche che fino ad ora erano state appannaggio di suo cugino con Reginella. Di fatto nella seconda parte la già esile trama non conta più, a contare sono i risvolti della medesima, la presa in giro degli stereotipi, il rapporto amore/odio con la principessa tratteggiato con una delicatezza che sappiamo appartenere a Paperoga, un finale forse appena un tantino troppo melodrammatico ma in fondo giusto perchè, parafrasando Samuel Butler, "E' meglio ricordare di aver amato e poi perduto che non ricordare di aver mai amato"! Tutto ciò affogato in una marea di divertenti citazioni, da Luke Skywalker e Guerre Stellari, al discorso del dittatore dello stato libero di Bananas ai robottoni giapponesi.
Completano l'albo una serie di articoli interessanti: la storia di Paperinik ci porta a scoprire la misteriosa fauna degli abissi e gli enigmi del mare (anche se magari sarebbe stato il caso di segnalare che le presunte anomalie magnetiche del triangolo delle Bermuda sono tutt'altro che provate), quella di Paperoga è il pretesto per parlare di un libro che racconta come la scienza al servizio delle esplorazioni spaziali abbia avuto impatto anche sulla nostra vita quotidiana.
Per concludere Diane Disney ci presenta il museo che ha voluto dedicare alla sua celebre famiglia.

Recensione di piccolobush


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Sebbene abbia più di mezzo secolo sulle spalle (in realtà pare che gli esordi radiofonici risalgano addirittura agli anni '30) Lone Ranger, l'intrepido cavaliere mascherato che dà la caccia ai malviventi sulle note del "Guglielmo Tell" di Rossini, resta nell'immaginario di quelle generazioni di spettatori degli anni '60 e '70 che ne hanno seguito le gesta nella serie tv e in quella animata. Che la figura di questo paladino, pur nella semplicità della sua caratterizzazione, abbia ancora sufficiente fascino è testimoniato dal film che uscirà presto nelle sale e di cui si occupa ampiamente il numero di "Topolino" in edicola questa settimana.
E' Marco Gervasio, autore che sa come toccare le corde più sentimentali e romantiche dei lettori suoi coetanei (e speriamo anche di quelli più giovani), ad assumersi l'onere e l'onore della trasposizione disneyana di questa leggenda del west. "Top ranger" è a tutti gli effetti un capitolo 1: assistiamo alla nascita dell'eroe mascherato in maniera pressochè fedele a quella della serie tv originale, con il ranger che cade in un agguato e viene aiutato da un indiano Tonto-lone di nome e non troppo di fatto!
E' sempre il simpatico nativo poi a dargli il nome indiano di Ke-mo-sah-bee (amico fidato) e l'idea di usare una maschera per celare la sua identità.
Per il look di Tonto l'autore preferisce rifarsi, anzichè alla versione classica, a quella decisamente più pittoresca adottata da Johnny Depp (a sua volta derivata dai lavori di Kirby Sattler) e azzeccata risulta in questo caso la scelta di Gennarino come copricapo!
Un altro piccolo sussulto verrà al lettore più datato, nel rivedere due storici complici di Gambadilegno, Dan il Terribile e Tappetto, che completano la banda dei cattivi insieme a Sgrinfia e Macchia Nera.
Riguardo la storia, nonostante il duo richiami alla memoria la vecchia serie di Topolino Kid, il registro scelto è dichiaratemente più comico e in fondo è una scelta felice, visti i tanti momenti di ilarità distribuiti nel corso dell'avventura. Unica perplessità le pallottole di sughero: è chiaro il tentativo di parodizzare l'argento del vero Lone Ranger, ma resta comunque una scelta abbastanza poco verosimile, difficile da superare anche con la sospensione dell'incredulità.
A conferma che si tratta di una storia pensata come un primo capitolo di una possibile serie c'è anche la parte di azione vera e propria che procede in maniera assai lineare e sbrigativa e prende in fin dei conti poco spazio. Tutto il resto è assorbito dalla "nascita" di Top Ranger e da altri elementi di contorno. Una prova comunque soddisfacente di Gervasio che, se ne avrà la possibilità, con gli (eventuali) episodi successivi potrà costruire trame un po' più complesse e dal giusto respiro.
La tentazione di chiudere qui con il commento del numero è abbastanza forte visto il livello delle altre storie, nessuna particolarmente degna di nota. Tuttavia su due di loro è il caso di spendere qualche parola.
"Paperinik e la minaccia di Amelia" è una storia, al di là dell'inusuale accoppiata, come ce ne sono a decine sul giornale. Ma è difficile dire altrettanto dell'autore, quel Bruno Sarda che ha scritto pagine importanti per la Disney. Da quando si è riavvicinato al settimanale, non ha mai prodotto qualcosa di paragonabile ai suoi lavori passati. Che siano precise richieste redazionali o piuttosto una vena creativa non più impetuosa come un tempo, dispiace vedere comunque il suo nome associato a storielle così anonime.
"Tip e Tap fino all'ultimo follower" scritta da Jacopo Cirillo e disegnata da Silvio Camboni è invece una di quelle tipiche storie che denotano una mancanza di idee abbastanza evidente. L'assunto che sta diventando preoccupantemente un'abitudine è semplice: "Topolino" è rivolto principalmente ai ragazzini, i ragazzini stravedono per i social, si fa una storia sui social.
Prima perplessità: il pubblico a cui è rivolto questa storia conosce bene twitter e i suoi meccanismi. A che scopo usare pagine intere, quasi un "twitter for dummies" in miniatura di noia mortale, per spiegare passo passo qualcosa a persone che già sanno tutto dell'argomento?
Seconda perplessità: l'assoluta mancanza di una trama, di un qualcosa da raccontare. Twitter (o squitter o come volete) non è una componente della storia ma diventa la storia: come già successo altre volte, quando ci sono di mezzo le nuove tecnologie, si perde di vista l'obiettivo principale cioè la narrazione, per focalizzarsi unicamente su di esse, nella convinzione che basti citare un po' di termini ad hoc e strizzare l'occhio ai "nativi digitali" per dare corpo a una vicenda. E la cosa peggiore è che probabilmente, agli occhi di molti, hanno ragione.
Per concludere, è un numero da acquistare per la storia di Gervasio, per qualche anteprima sul film di "Lone Ranger" e sul nuovo capitolo di "Monsters & C." e per imparare qualcosa sul gelato artigianale.

Recensione di piccolobush


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Una copertina evocativa al massimo, che racchiude tutta l'epicità di un romanzo fondamentale, è la porta d'ingresso verso una delle avventure più attese dell'anno: la parodia disneyana di "Moby Dick", scritta da Artibani e disegnata da Mottura. Come sempre in questi casi, è impossibile (e ingiusto) dare alla storia un giudizio disgiunto dal confronto con l'opera originale, a maggior ragione se quest'ultima è un caposaldo della narrativa americana e non solo.
Ovviamente, trattandosi della sola prima parte, è bene aspettare la conclusione per dare un giudizio definitivo, per verificare se le promesse, che già si intravedono, di ripetere l'epopea sconfinata e quasi mistica di Melville sulle pagine del settimanale, saranno mantenute.
Ma già quel Paperone-Quackab, giustamente più anziano e arcigno di quello interpretato da Gregory Peck nella trasposizione filmica più famosa, rappresenta una scelta perfetta e altrettanto buona è l'idea di affidare a Paperino il ruolo di Ismaele. Completano il gruppo dei protagonsiti principali Qui, Quo e Qua che prendono il posto di Queequeeg, amico fraterno di Ismaele nel romanzo, che insieme al loro zio sembrano qui ritrovare quella complicità perduta (camuffata da finta ostilità) dei lavori di Barks. La scrittura alterna avventura, tensione e comicità con grande effetto. Se ne ha una prova già nelle prime pagine quando Paperino-Ismaele narrando in prima persona, sembra sprofondarci in una storia alla Chandler: "Avevo fretta di tornare in mare perchè la terra cominciava a scottarmi sotto i piedi... e certi guai che mi ero lasciato alle spalle sembravano aver ritrovato le mie tracce, seguendomi fino a Nantucket", salvo poi scoprire che Paperino è il simpatico combinaguai di sempre che aveva affondato una flotta di navi a colpi di castoro!
Molte suggestioni del romanzo restano comunque intatte pur passando attraverso la lente deformante dell'adattamento disneyano: dall'ossessione del capitano per il gigantesco capodoglio al suo legame con l'ambiguo Fedallah/Trallallah, dalle lotte con le creature marine alle atmosfere salmastre delle taverne dei porti.
Grande merito per questo va anche agli splendidi disegni di Mottura (con i colori di Mirka Andolfo) che, soprattutto nelle sequenze in notturna (che gli sono da sempre particolarmente congeniali) e nei flashback, ci delizia con delle tavole di assoluta bellezza preferendo, quando opportuno, un montaggio della tavola più adrenalinico, ricco di vignette verticali e prospettive stranianti.
Una storia che promette molto e che ci auguriamo debba ancora riservare il meglio visti i diversi aspetti rimasti in sospeso (dall'identità di Fedallah, al ruolo dei bassotti, alla resa dei conti con la balena).
Dopo un'orgia narrativa e visiva del genere, fatalmente le altre storie passano in secondo piano anche perchè non si distinguono più di tanto dalla media: una storia sui generis (popcorn - pop music? Rolling Stones - gruppo pop? Gesù!) di Macchetto per invitare a riscoprire dei prodotti tipici che rischiano di scomparire, una riempitiva di Mazzoleni e un nuovo capitolo di Andiamo al cinema di Bosco e Piras dedicato al poliziesco.
Chiude l'albo una straniera che rispolvera le scaramucce tra Paperino e i nipotini giovani marmotte di barksiana memoria, Paperino turista s.u.p.r.e.m.o. dei coniugi Shaw e con i disegni di Pujadas, che si rivela abbastanza divertente.
Per quanto riguarda la parte redazionale, strano che manchi un approfondimento sul romanzo di Melville, forse potrebbe esserci la settimana prossima, ma sarebbe stato più opportuno pubblicarlo insieme alla prima parte. Comunque a soddisfare la brama dei lettori provvedono le interviste ai due autori, che raccontano per filo e per segno la nascita di questa storia.
L'ampio spazio dedicato a Marco Mengoni poi, ci autorizza di fatto a peccare di ineleganza e parlare un po' di noi: l'editoriale della direttrice De Poli questa settimana è dedicato interamente al Papersera e alla grande festa organizzata dalla nostra comunità, il 1° giugno scorso a Reggio Emilia, per festeggiare i 3000 numeri di "Topolino". Una giornata speciale per tutti gli intervenuti, un'occasione per dimostrare una volta di più la passione che condividiamo per il fumetto Disney. E la testimonianza di questa passione è il gigantesco libro autoprodotto che ripercorre una storia lunga sei decenni (e anche di più!) attraverso i contributi di chi con questo settimanale è cresciuto.
Alla direttrice è piaciuto, siamo certi che piacerà anche a voi!

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La collana "Più Disney" in edicola a maggio 2013 ospita una serie di storie aventi per tema il mondo della finanza visto da Zio Paperone. Fatta eccezione per un classico come "Zio Paperone e i dollari surgelati" ad opera di Pezzin e Carpi del 1978, si tratta di una selezione di lavori abbastanza recenti ma complessivamente di sufficiente qualità media. Oltre a quella appena citata, si distinguono sicuramente "Zio Paperone e la new economy", in cui sempre Pezzin (con i disegni di Freccero) metteva in guardia già nel 2002 sui rischi legati alla "inconsistenza" di alcune attività in rete e sugli effetti dei social e "Zio Paperone e l'isola senza contanti", di Sarda/Figus/Deiana, in cui viene spiegato in maniera semplice ma formalmente corretta, l'origine del denaro e il suo ruolo all'interno dell'economia dei paesi.
Non può ovviamente mancare Paperino: ben due storie sono dedicate a lui dedicate, "Paperino e le delizie dell'alta finanza" e "Zio Paperone e la fiducia ben riposta", e in entrambe non fa una gran figura. Peccato perchè non sono mancati episodi in cui invece il simpatico papero se l'è cavata egregiamente. Sarebbe stato forse il caso di equlibrare un po' le cose e offrire così una panoramica più veritiera del suo rapporto con il mondo degli affari.
Per il resto, segnalata la simpatica storia di apertura scritta da Michelini e disegnata da Massimo De Vita, "Zio Paperone e il colpo di genio", l'unica delusione riguarda Cimino: pur essendoci una sua massiccia presenza, la scelta è caduta su avventure decisamente minori. Anche nell'ambito dell'ultima fase della carriera ci sarebbero state diverse storie ben migliori da presentare su questa uscita. In conclusione è un volume che, pur trascurabile per chi segue costantemente il settimanale, potrà essere apprezzato da chi invece se ne è allontanato da diversi anni oppure potrà essere una buona lettura vacanziera rivolta a tutti coloro che vogliono intrattenersi con un prodotto comunque soddisfacente.

Recensione di Piccolobush


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Triste è la sorte di coloro che devono sostituire i migliori: anche se di valore, rischiano comunque di apparire sempre sbiaditi nei confronti dei predecessori. Rischio che questo numero di "Topolino" però non corre affatto, trattandosi nel complesso di una uscita abbastanza insipida di suo ma, con i lettori reduci dall'abbuffata del numero 3000, ci sono comunque motivi per credere che la cosa non lasci troppi strascichi.
Carlo Panaro torna ad uno dei suoi filoni preferiti, le cacce al tesoro di Zio Paperone, portando l'anziano miliardario sulle tracce della "delizia del Gran Khan". Il tema e l'ormai ingannevole divisione in due tempi (il totale delle tavole è 39, ben lontani dunque da una vera storia doppia), porta a pensare ad una avventura di largo respiro. Peccato però ci si perda continuamente in racconti e lunghe spiegazioni, col risultato che la componente avventurosa è ridotta al minimo, la vicenda non decolla mai e alla fine anche il piano di Rockerduck appare molto (troppo) giocato sul filo per essere credibile.
Con "Paperinik e la sorveglianza sospetta" ritroviamo lo sceneggiatore Francesco Monteforte Bianchi (con Luca Usai) che si cimenta con una storia del papero mascherato in versione supereroe cittadino in crisi di identità. Ed è talmente in crisi che lascia quasi del tutto il campo alla sua versione in "borghese" dato che è Paperino (ma è difficile dire dove finisce uno e comincia l'altro) ad indagare e a risolvere un piano criminoso di notevole portata. Qualche dubbio nel finale (nei sotterranei della Super Vigilant c'è o no campo? La cosa non sembra chiara nemmeno allo stesso autore!), una figura poco intelligente per Zio Paperone (passi la cittadinanza, facilmente influenzabile come ogni popolo bue che si rispetti, ma almeno lui, miliardario e self-made man, un minimo di avvedutezza in più dovrebbe mostrarla), ma alla fine i giusti equilibri sono ripristinati.
Giunto finalmente a conclusione Pippercole, l'albo termina con una storia scritta da Per Hedman e disegnata da Flemming Andersen in cui troviamo un Paperino eccessivamente svampito e imbranato. In effetti il protagonista de "Il caso bucolico" sembra avere più le caratteristiche di Paperoga e in ogni caso l'avventura strappa pochi sorrisi. I disegni di Andersen sono quasi irriconoscibili rispetto alle storie ospitate sul settimanale qualche anno fa: un tratto assai poco accattivante, con Paperino disegnato spesso e volentieri in maniera rozza quando non proprio brutta.
Tra i redazionali si segnalano la ricetta del pesto alla genovese D.O.P. (che accompagna la prima storia) e un servizio sulle zone dell'Emilia colpite dal sisma lo scorso anno, con un occhio di riguardo ai ragazzi che hanno vissuto quei momenti. Nell'ambito dello stesso articolo, spazio anche per Giuseppe Zironi (ex artista disneyano) e la sua Corte, dimora storica gravemente danneggiata e per la quale il proprietario ha messo in cantiere diverse iniziative per raccogliere i fondi necessari al restauro

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Un numero, il 2999, che sembra volersi fare quasi da parte per lasciare la scena al fatidico 3000 della settimana prossima: difficile trovare una storia che sia degna di essere ricordata tra quelle ospitate.
"Double Duck – Calcio d’inizio", che doveva essere il pezzo forte, tanto da aprire l’albo e meritarsi la copertina, non riserva nessuna particolare sorpresa. Forse dipende dal fatto che ci si è abituati al meccanismo tipico di queste avventure, ma tutto va più o meno come ci si aspetta, colpi di scena compresi. Trama ormai consolidata, cioè sempre la stessa (peraltro non tutto sembra combaciare alla perfezione, e per storie come questa, in cui la sceneggiatura dovrebbe essere precisa come un orologio, non è un aspetto secondario), svolgimento a grandi linee (rapimento-finto rapimento-prigionia-evasione-inseguimento-riscatto finale) identico a molti già visti. Insomma non brutta, ma manca quel qualcosa che possa sorprendere il lettore fedele, mentre quello occasionale potrà rimanere soddisfatto. Bosco e Mazzarello sembrano più interessati a far vedere la Londra della finale di Champions che portare avanti la storia.
Molto divertente invece è "Paperoga e il bosino di X" di Francesco Monforte Bianchi e Luca Usai, dove si incontrano due mondi apparentemente indecifrabili per i più: la fisica quantistica e la mente di Paperoga. Il tono è allegramente parodistico, quindi non c’è da aspettarsi attendibilità scientifica (per quella c’è l’articolo abbinato) ma soltanto gag a ripetizione distribuite all’interno di una gara "vecchio stile" tra Zio Paperone e Rockerduck.
Il resto è trascurabile: sorvolando sulle fatiche di Pippercole e sulla breve"Pippo e l’assistenza per caso" di Panini/Ubezio, la chiusura è affidata "Zio Paperone e i sogni "premonetori"", scritta da Michael T. Gilbert e disegnata da Antoni Bancells Pujadas, una storia che nelle prime tavole sembra prefigurarsi come interessante, ma che prende subito una deriva bizzarra per concludersi con un finale che rivela tutta l’inconsistenza di fondo (partendo poi da un assunto sbagliato: la fusione di due società non determina assolutamente nessuna perdita per gli azionisti).
Meglio leggere l’interessante articolo sul bosone di Higgs che accompagna la storia con Paperoga, con l’intervista a una delle coordinatrici degli esperimenti condotti al CERN di Ginevra.
Per l’angolo delle futilità, anche un servizio sul cake design, il nuovo oppio fashionist dei gourmet, con i suggerimenti della controparte femminile di Buddy Valastro.

Recensione di piccolobush


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Un politico di primo piano che fa affari con la mafia, un capo della polizia corrotto e foraggiato dal medesimo politico per sorvegliare sui propri interessi, un mantenuto nullafacente col vizio del gioco che arriva al punto di dover eliminare la madre perché scomoda testimone di un suo crimine, servizi di pubblica informazione che svolgono il ruolo di uffici stampa dei potenti: no, non è un film di Abel Ferrara e nemmeno una storia di Tex, ma una avventura, scritta senza tanti contorsionismi da Corrado Mastantuono, che apre il numero attualmente in edicola di Topolino. "I bassotti e l’occhio del ciclope" inizia con l’ennesimo fiasco dei Bassotti nel loro assalto al deposito e prosegue con l’altrettanto ennesima "crisi esistenziale" dei suddetti. Ma è a questo punto che la storia cambia completamente e la Paperopoli che tutti conosciamo, fondamentalmente una città allegra e rassicurante, mostra tutto il marcio che nasconde dietro la sua facciata e simboleggiato dalle persone e dalle situazioni descritte all’inizio. Per una volta quindi i Bassotti sono costretti nella parte dei buoni e a comportarsi da detective per salvarsi da chi vuole incastrarli, anche se la parte strettamente "gialla" è poco rilevante e risolta in maniera abbastanza sbrigativa. Quel che conta davvero è tutto il contorno, è la messa in scena del potere in tutte le sue forme peggiori, è il castigo che arriva puntuale e salvifico nell’incarnazione più appropriata, quella della mamma. Ottimi i disegni, caricaturali quanto basta.
Tanto è "impegnata" la prima storia, tanto frivola è la seconda, "Brigittik contro il temibile 2dipicche", scritta da Gagnor, proseguio delle avventure di Brigittik, la paladina dei c… uori frantumati! E’ probabile che un quarantenne, single, fumettofilo accanito e senza sicurezza economica non sia il lettore più adatto per storie come questa, ma leggendo di "puccipuccismo", doppie punte, frasi fatte, saldi e via così di luoghi comuni, "frivolo" è il primo aggettivo che viene in mente. Poi ci sono anche gag carine, un po’ di citazioni e omaggi sparsi per mandare in brodo di giuggiole (tanto per restare in tema!) i lettori più fissati e persino un discreto svisceramento del rapporto tra Brigitta e Paperone, però quel che resta alla fine cosa è? Sicuramente gli splendidi disegni di un Mangiatordi in grandissima forma.
Una simpatica muta di Bosco e Pochet precede "Topolino e l’assillo dello scoop", raro caso di Asteriti in veste di soggettista e coadiuvato ai testi da Macchetto.
La nota più lieta in questo caso riguardano i disegni del bravo autore torinese, decisamente migliori e molto più leggibili delle sue prove più recenti (giova comunque ricordare che Asteriti ha già passato gli ottanta). La storia nel complesso è comunque gradevole con svariate battute divertenti. In più la redazione ha pubblicato a corredo anche una bellissima illustrazione che il disegnatore ha realizzato appositamente per questa avventura.
Il fascicolo si chiude con una straniera, "Paperina in: l’abito non fa il gentilpapero", di Transgaard e Bancells Pujadas che si ricorda unicamente per la consueta pessima e sclerotizzata caratterizzazione di Paperina.
Per quel che riguarda l’apparato redazionale, i cuori infranti potranno trovare consigli e consolazione nel manuale d’amore allegato alla storia di Brigittik, mentre un obiettivo un po’ più ambizioso si pone l’intervista al matematico Bruno D’Amore, autore di un libro per spiegare ai ragazzi questa materia, da sempre considerata (spesso senza un vero perchè) ostica per definizione.

Recensione di piccolobush


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Fascicolo non ancora recensito, probabilmente sul forum ci sono le informazioni relative al suo contenuto.

Recensione di piccolobush


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Faraci su "Topolino" è sempre un appuntamento atteso con una certa trepidazione, soprattutto quando sembra possa regalarci una storia del suo repertorio più classico, una di quelle ambientate al distretto di polizia di Topolinia. Stavolta però l’autore ha deciso diversamente: in effetti "Lo strano caso di Jack due di cuori", nonostante la tavola iniziale che richiama suggestioni alla "Anderville", non è propriamente una avventura "hard boiled", tutt’altro… Si tratta piuttosto di una commedia romantica dove a ben guardare manca un vero protagonista, ma sono tutti al servizio delle gag di cui è costellata la trama. Topolino, Rock Sassi, Gambadilegno, non sono più utili allo sviluppo della storia di quanto non lo sia un qualsiasi altro personaggio. In definitiva, non una brutta prova, ma certamente nemmeno un qualcosa di trascendentale, una buona occasione per qualche sorriso ma l’impressione è quasi quella di un esercizio di stile. Cavazzano ai suoi soliti livelli e con i topi sembra anche meno monolitico di come appaia con i paperi.
Ciccio e la torta spaziale è una classica avventura del garzone di Nonna Papera, con target tipicamente infantile. Ad onor del vero la storia sembra avere improvvisamente un sussulto, versò la metà, quando si scopre la vera natura dei due alieni e potrebbe virare verso una seconda parte con più mordente, ma è appunto solo un attimo, Secchi provvede subito a reindirizzarla verso una tranquillante e bambinesca normalità.
Gagnor, accompagnato dai disegni puliti e classici di Del Conte propone un simpatico divertissement a tema calcistico, Clamoroso a Paperopoli, forse un tantino troppo tirato per le lunghe, ma assai divertente, mentre prosegue lo stillicidio di puntate di Pippercole.
Chiude Amelia e il penny porta sfortuna, di Michael T. Gilbert e Massimo Fecchi, che vede alleati ancora una volta (anche se i due protagonisti sembrano non ricordarlo) Paperone e Amelia: stesso giudizio delle altre del numero, senza infamia e senza lode.
Per la parte redazionale, abbiamo un esaustivo servizio sulla nuova versione cinematografica del mago di Oz in uscita a breve, una presentazione di una interessante produzione itinerante dedicata ai dinosauri e la scoperta della versione "narratore per ragazzi" di Luigi Garlando, noto per lo più come giornalista sportivo

Recensione di piccolobush


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Dopo due ottime puntate, l'ultima avventura di Zio Paperone" ci presenta un episodio per così dire "di passaggio": nonostante non manchino elementi di interesse, come il ritorno di terrini e fermini (forse non così indispensabile ma sicuramente farà felice i lettori di più lunga data) e i nuovi intrighi della coppia Famedoro-Rockerduck, Artibani (sempre assistito dai disegni di Perina) approfitta giustamente per suonare l'adunata e preparare il terreno alla controffensiva finale dello zione. In virtù di ciò si passa sopra ad una risoluzione dell'affaire stregonesco meno brillante di come ci si sarebbe aspettato ("puntigliosa" è il termine adatto forse, non a caso definita così proprio dall'autore!) e, a voler essere altrettanto puntigliosi, anche la ricomparsa dei suoi amati dollari proprio dove ne avrebbe avuto bisogno appare un tantino forzata. Comunque poco male perchè ancora una volta il messaggio già evidenziato in precedenza arriva forte e chiaro: la forza dei paperi sta nell'essere una famiglia ("allargata", considerando le presenze di Archimede e Filo) unita e mai doma, una entità da cui lo zione può attingere a piene mani tutte le energie necessarie per la riscossa.
Una gradevole avventura con protagonista Archimede è quella insolitamente attribuita ad "autori vari" e disegnata da Lucci: "il concorrente dal passato" analizza l'ennesima crisi inventiva del genio paperopolese, proponendo una soluzione inaspettata ma efficace.
E se da Paperino e Paperoga è scontato aspettarsi la classica e risaputa storia di pasticci, neanche molto divertente ("Paperino e Paperoga in... sfida alla natura selvaggia", di Mazzoleni/Amendola) e da Bosco l'ormai consueta parodia dei generi cinematografici, l'altro maggior fattore di richiamo del numero è il ritorno di Topolino in una storia come protagonista dopo un numero imprecisato di settimane. La delusione però è tanta: "Topolino e il canto delle sirene" è una storiella abbastanza insipida, Figus cerca di imbastire un giallo venato di fantastico, ma la suspence latita, i disegni non gli danno nessuna mano, non essendo quello di Panaro un tratto particolarmente evocativo e anzi piuttosto "dolce" e inadatto a villain credibili e di fatto Topolino non combina nulla se non naufragare e farsi prendere prigioniero, non ci fosse stato non sarebbe cambiato un granchè. Insomma non è il ritorno che ci si aspettava: possibile che in assenza di Casty non ci sia qualcuno in grado di gestire meglio colui che dà il nome alla testata?
Sul fronte redazionale, sembra che la rubrica della posta sia tra le più gettonate al punto da generare una sorta di gemellaggio con un'analoga rubrica statunitense. Spazio anche ai comici Aldo, Giovanni e Giacomo protagonisti del reportage a fumetti e a uno sguardo sulle nuove tecnologie ludiche (ma non solo) in "Fuori di... chip"

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Il n.2985 segna l'atteso ritorno sulle pagine del settimanale di Cuordipietra Famedoro in una storia di produzione nostrana. Il ritorno era atteso perché da tempo ormai lo Zio Paperone non ha più veri rivali: i bassotti sono stati declassati a semplici rubagalline, il filone di Amelia mostra la corda già da un po' e anche le sfide con Rockerduck sono per lo più innocue, pallide emulazioni delle passate battaglie finanziarie e non combattute anche a suon di colpi bassi. In "Zio Paperone e l'ultima avventura", Francesco Artibani (con i disegni di Alessandro Perina) chiama a raccolta tutti gli storici antagonisti dello zione consegnandone la supervisione al vecchio miliardario sudafricano.
Trattandosi di una storia in più puntate, un giudizio definitivo si potrà dare solo alla fine, tuttavia questa prima parte fa sicuramente ben sperare: l'idea di base (alleanza tra più nemici, scambio degli obiettivi per confondere i sistemi di allarme) non è una novità, ma la vicenda è intrigante e condita con la giuste dose di humour e soprattutto è convincente e non fine a se stessa la sinergia fra i suoi rivali che lo attaccano su tre fronti di fatto legati l'uno all'altro: quello monetario, quello sentimentale e quello finanziario. Complimenti all'autore anche per aver descritto, in maniera ovviamente semplificata ma assai aderente alla realtà, i meccanismi dell'"alta finanza", facendone al contempo una severa critica, una chicca di poche vignette ma che merita attenzione, soprattutto in un periodo come quello che stiamo vivendo.
E mentre restiamo in attesa di sapere come lo Zio Paperone si risolleverà (c'è da dubitarne?) Bruno Sarda comincia a narrare le vicende dei suoi "custodi del mistero", che aveva presentato qualche tempo fa. "Indiana Pipps e l'accordo diabolico" purtroppo conferma quanto era stato prospettato da quella avventura di presentazione: sicuramente la funzione di questa specie di "altrove" in chiave disneyana (ma ha forse più punti in comune con la serie di film-tv "the librarian") dovrebbe essere quella di rilanciare il personaggio di Indiana ma non ci riuscirà certo con queste storie. Una vicenda noiosa, prolissa, con una sceneggiatura elementare. Non si può affermare che l'idea dei "custodi" sia un fallimento, ma è difficile valutarne le potenzialità con avventure così insipide. Considerando comunque che stiamo parlando dell'ideatore del personaggio è giusto concedere una ulteriore chance. Emilio urbano fa un lavoro intonato alla storia, nulla di che, soprattutto i suoi personaggi secondari risultano abbastanza anonimi oltre ad avere, almeno così sembra a volte, qualche problema con la fisionomia di Indiana.
"E-blog, ricordi ramificati" è una storiella gradevole, come in genere lo erano anche quelle del Q-blog e che lascia anche un messaggio a suo modo importante. Il problema di queste storie è la loro finta multimedialità: onestamente è abbastanza ridicolo trovare link sparsi qua e là che ovviamente non funzionano oppure finte procedure di download con i "contenuti" già pronti nella pagina successiva. Forse sarebbe meglio eliminare tutti questi orpelli oppure, se si vuole per forza dare un tocco di modernità, integrare davvero queste storie con il web, quindi con dei rimandi a dei veri contenuti multimediali.
Umperio Bogarto e il suo compare di indagini Paperoga chiudono simpaticamente il numero con "la ricerca della Luna perduta".
Molto ricco l'apparato redazionale in cui spiccano, tra le altre cose, un mini-servizio sui complotti storici e di fantasia, un reportage su una spedizione ciclistica in Africa e un breve sguardo sul futuro prossimo che riguarda la nostra mente e i dispositivi elettronici.
Comunque è bene far notare alcuni errori presenti nel pezzo sui complotti (grazie all'utente Gladstone): errori riguardanti il movente della congiura di Catilina, la carica ricoperta da Giulio Cesare (che non è mai stato imperatore), l'immagine dello stesso a corredo che però non rappresenta lui ma Ottaviano e il pezzo sulla congiura dei Pazzi copincollato da Wikipedia (sì, ok lo fanno tutti, ma almeno camuffarlo un po'!)

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Nel caso di eventi promozionali, è buona norma dimenticare che si sta leggendo una storia con Topolino, Paperino & c. e prendere il risultato per quel che è, almeno nella maggior parte dei casi: una storia in cui i personaggi sono solo presi in prestito per far interpretare loro il copione di turno, un episodio a sè stante che la settimana successiva sarà completamente cancellato dalle nuove avventure. Non fa eccezione "Beato tra le papere", scritta da Secchi e disegnata da Lorenzo Pastrovicchio per promuovere il nuovo film di Fausto Brizzi e quindi non è il caso, di fronte a questa storia, di chiedersi se i personaggi femminili dell'universo disneyano si evolveranno mai in maniera compiuta. La terrificante sequela di luoghi comuni riguardo il gentil sesso che ci propinano il regista e la sua spalla fumettistica, sono puramente funzionali a richiamare il tipo di cinema di Brizzi, che certo non è solito volare molto alto nelle sue disamine sui legami sentimentali. E lo stesso vale per una serie di incongruenze che il lettore anche meno abituale potrebbe trovare sparse qua e là: ad esempio miss Paperett che dice a Quo, come fosse una vecchia zia dissepolta dalla naftalina (a proposito di luoghi comuni) "come sei cresciuto!" nonostante lo veda, insieme ai fratelli, un giorno sì e l'altro pure! E' probabile invece che la scelta, come grandi esperte in affari di cuore, di una che non ha ancora sposato il suo papero dopo 70 anni di fidanzamento, di un'altra che colleziona fallimenti in serie e di una terza la cui vita sentimentale, anzi extra-lavoro, è praticamente nulla, sia volutamente ironica, ma è lecito nutrire dubbi in proposito. Leggendola quindi come avventura a sè, è simpatica e nulla più. E' tutto già visto e in maniera anche migliore, ma sicuramente una buona parte dei lettori odierni non era ancora nata ai tempi di "Quo e il tempo delle mele" e allora per loro sarà una bella storia, in cui magari riusciranno persino a riconoscersi ed immedesimarsi. E in fondo è cio che le si chiede.
La storia di Cirillo (disegnata da Gatto), "Paperino in: un papero in carriera" pone un inquietante interrogativo: perchè mai Paperino, oltre ai nipotini, deve mantenere anche la sua fidanzata (che pretende da lui un paio di scarpe nuove)? Sorvolando su questo, la storia è l'ennesima variante su un tema affrontato già altre volte, ed è questo forte sapore di già visto a penalizzarla. I richiami a storie simili, in alcuni passaggi, sono davvero troppo evidenti, ma al solito, il lettore nuovo o distratto potrebbe rimanerne comunque soddisfatto.

Sulle altre storie non c'è molto da dire:
- Bosco torna a far sorridere con i suoi paperi senza parole prima e con la messa in burla dei film strappalacrime dopo;
- il pensiero che ci saranno ancora otto episodi circa di Pippercole è quasi terrorizzante. Michelini non va oltre i giochi di parole abbastanza sciocchi, pensare con questi di tenere su una storia di 12 episodi o quel che saranno è pura follia. Appare chiaro che l'intenzione non era quella di una saga epica ma piuttosto una serie di riempitive come ce ne sono altre (vedi appunto quelle gestite da Bosco o da Gagnor): il guaio è che i singoli episodi non sono nemmeno divertenti;
- chiude Nigro con un nuovo episodio di "Brigitta, asso di cuori", ottima per i minori di 10 anni.
Abbastanza ricco l'apparato redazionale, con articoli e reportage fumettati, nonostante l'ombra minacciosa del gastrofighettismo sembri allungarsi anche sul settimanale della De Poli

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Numero senza acuti particolari quello in edicola questa settimana. La storia di punta è il nuovo episodio dedicato al problema del bullismo, firmato da Pesce e De Lorenzi che, per pura coincidenza, assume toni tragicamente profetici alla luce dei fatti di cronaca verificatisi proprio in questo periodo. "Tip & Tap e l'esclusione esclusiva" ha il pregio di presentare una tipologia di "bullo" più subdola del classico prepotente ma altrettanto pericolosa e procede bene per buona parte del suo svolgimento. La conclusione invece scade un po' nel banale con la comparsata gratuita della Wilma protagonista del primo episodio e l'improvvisa presa di coscienza di tutti delle proprie colpe (non solo il bullo approfittatore, ma anche i suoi amici, Tip & Tap compresi, che capiscono di avere mostrato poco cervello). Quello detto per la prima storia vale anche per questa: il tono è decisamente leggero, forse perchè ritenuto più appropriato al pubblico a cui si rivolge, ma se può servire a dare un utile contributo contro un fenomeno purtroppo molto pericoloso, ben venga.
In chiusura abbiamo il ritorno di Del Conte come autore completo: è sempre un piacere ritrovare i disegni morbidi e simpatici dell'autore veneto, ma "Brigitta e la disputa gastronomica" si ferma alle buone intenzioni. La vicenda è tutto un già visto e non riesce ad appassionare mancando, di fatto, anche lo scontro vero e proprio tra Paperone e la bionda papera che è il succo di avventure come questa.
Sulle altre storie c'è ben poco da dire, fanno il loro dovere di riempitive, comprese "Paperino e l'eroico viaggio educativo" che, con le sue oltre venti tavole ambiva forse ad essere qualcosa di più senza riuscirci, e "Le dodici fatiche (e 1/2) di Pippercole" stanca "epopea" scritta da un Michelini che sembra aver già dato il meglio di sè.
Nulla di particolarmente intrigante nemmeno dal punto di vista redazionale: una piccola introduzione alla storia di Pesce, un'intervista doppia a Irene Grandi e Stefano Bollani per promuovere il loro disco (che non è dato sapere come si intitola!) e tre domande a Luis Sepùlveda.

Recensione di piccolobush


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Sicuramente saranno in molti a restare sorpresi acquistando il Topolino di questa settimana: come copertina troviamo infatti nientemeno che la riproduzione, in piccolo, della prima pagina del primo numero dello storico Topolino Giornale di Nerbini, uscito giusto 80 anni fa. Davvero un modo intelligente e "coraggioso" per continuare le celebrazioni degli 80 anni di Topolino in italia. Ma i festeggiamenti non finiscono qui: all'infantile storiella in rima alternata, illustrata da Giove Toppi (accreditato in fondo al volume), fa da contraltare una delle migliori storie dell'anno, pensata appositamente per l'occasione: "Topolino e gli esploratori del domani", scritta da Francesco Artibani e disegnata da Corrado Mastantuono. Ritorna così, grazie ad un espediente narrativo assai intrigante, il Topolino in calzoni corti e soprattutto torna ad animarlo quello spirito avventuroso e scavezzacollo che molto spesso sembra essere andato perduto nelle storie recenti. L'avventura è bella, ben scritta e mescola tensione e umorismo nel migliore dei modi. L'immersione nell'atmosfera della New York anni '30 è ottimale grazie ai disegni di Mastantuono e ai tanti precisi riferimenti, peraltro indicati nell'intervista all'autore che accompagna la storia. Solo una somiglianza involontaria invece la sequenza del rapimento della piccola Nellie che ricorda quello di "Baby" Lindbergh, uno dei crimini che ebbero maggior risonanza internazionale e verificatosi proprio nel 1932 (come confermato dallo stesso Artibani e come era anche logico, visto l'epilogo tragico della summenzionata vicenda).
Una storia riuscita insomma, che affronta tranquillamente tematiche anche adulte come le difficoltà economiche o l'invecchiamento e che però non racconta tutto, lasciando qualcosa in sospeso sul prima e anche sul dopo. Può essere un modo per lasciar la porta aperta ad un eventuale seguito, ma non è strettamente necessario: in fondo si regge benissimo anche così, con quel piccolo senso di incompiutezza e con un finale toccante.
L'unico disturbo può venire agli "integralisti", per i quali può essere straniante riflettere sul fatto che il Topolino di oggi, nel XXI secolo, è, di fatto, lo stesso che ha vissuto in prima persona l'America del '32, grande depressione compresa: il corto circuito temporale potrebbe essere loro fatale! Ma suvvia, per una volta si mettano da parte le ipocondrie mentali e ci si goda una bella storia (macchiata da due grosse sviste redazionali, ma pazienza!).
Dopo quello che è il pezzo da novanta del numero, si prosegue sui binari della sufficienza con le altre storie: "La lunga notte delle lenticchie" di Secchi e D'Ippolito non è migliore o peggiore di altre della serie dell'agente Ciccio. Si fa leggere e si sorride, anche se lascia un po' perplessi il finale: scoprire che ad organizzare un piano "criminoso" su larga scala, ricorrendo ad una rete di società di comodo sia stato il cuoco di una mensa comunale, è più ridicolo che divertente!
Marco Bosco, con la collaborazione di Stefano Intini continua la sua umoristica rassegna dei generi cinematografici dedicandosi al "Thriller", mentre Panini (con Amendola) prosegue la saga dei "Commessi paperi".
La chiusura è affidata ad una straniera, "Paperino e l'antenato più ostinato", scritta da Paul Halas e illustrata da Pasquale Venanzio. Le vicende di questo avo di Paperino coprono oltre due secoli e la storia si trascina abbastanza stancamente senza mai dare l'impressione di decollare. In conclusione abbiamo anche un finale alquanto curioso con un fedele servitore che sembra aver sfidato impunemente le leggi del tempo, ma forse è solo un ultimo sussulto romantico piazzato dallo scenggiatore!
A contorno delle storie, la mini intervista ad Artibani e molto spazio ai lettori, con i vari concorsi e iniziative.

Recensione di piccolobush


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Silvia Ziche nasce come autrice satirica ed è naturalmente dotata di una scrittura graffiante (dai tempi di "Alice a quel paese" fino all'odierna Lucrezia). Queste sue caratteristiche affiorano di tanto anche nella sua produzione disneyana ma con la sua ultima fatica, "Zio Paperone e la bontà natalizia", esplodono letteralmente: l'autrice mette al bando il finto moralismo e il perbenismo di facciata tipico delle festività per regalarci un campionario fedele e spietato di tutte le ipocrisie e le vacuità di cui ci rendiamo colpevoli con l'arrivo del Natale, distillando anche pillole di verità "scomode" ("tutti dicono che basta il pensiero ma prova a presentarti con un pensiero da due soldi..." è la sintesi perfetta). Ecco allora la caccia frenetica ai regali rigorosamente all'ultimo grido, perchè ormai nemmeno i bambini possono fare a meno di un tablet o di uno smartphone, le difficoltà economiche, la concordia e la convivialità viste come dei doveri e come tali sopportate. A questo si aggiunge un clima parentale tutt'altro che idilliaco, non si raggiungono i livelli di Martina ma quelli di "Parenti serpenti" sì: tutti (o quasi, fanno eccezione nonna papera e i nipotini) interessati solo all'eredità e pronti a qualsiasi cosa per difenderla! Insomma tantissima carne al fuoco che proette un proseguio davvero scoppiettante.
Augusto Macchetto ed Ettore Gula ci regalano invece una movimentata avventura di Nonna Papera alle prese con un nemico temibile: le vacanze! L'esile trama venata di spionaggio di "Nonna Papera missione mani d'oro" è l'impalcatura su cui Macchetto costruisce una raffica di gag e battute che fanno scorrere velocemente e allegramente la lettura, una classica storia da leggere e rileggere per farsi due sane risate.
"Zio Paperone e la zizzania a bordo dello Snobitania" è una prova assai particolare di Riccardo Pesce, coadiuvato da un Tosolini a suo agio anche al di fuori delle storie di Paperino Paperotto. Momenti di ilarità e altri più impegnativi (i paradossi temporali sono sempre un cliente ostico) si alternano in questa avventura in cui sottotraccia permane comunque una sottile vena di malinconia. Forse difficile da "catalogare" ma è storia dal fascino non banale.
Ad abbassare un po' la media del numero è la storia di Indiana pipps, "Indiana Pipps e l'energia dei giganti", di Figus e Usai: bella l'idea di ambientarla in Sardegna, ottimo il far conoscere un po' di storia meno nota, però il canovaccio (Kranz o non Kranz) è sempre lo stesso ed è difficile farsi sorprendere da una trama uguale a mille altre dello stesso personaggio.
Oltre alle storie gran parte dello spazio rimanente è occupato, come intuibile dalla copertina, dalla presentazione del nuovo film disney "Ralph spaccattutto". Completa il tutto uno speciale sugli e-book da regalare

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E anche per Fantomius arriva il momento di tirare un po' il fiato: dopo tre avventure di ottimo livello (meritandosi gli applausi dei lettori e il pubblico apprezzamento della direttrice nell'editoriale) in questo quarto episodio, Bruttfagor, si nota una certa debolezza nella trama e anche nelle atmosfere, avvertibile già dalla non azzeccata (per non dire proprio brutta) parodia del titolo. Il bersaglio inquadrato da Gervasio questa volta è di quelli grossi, nientemeno che "Belfagor o il fantasma del Louvre", sceneggiato francese degli anni '60 diventato un'icona nel suo genere, ma non riesce a centrarlo in pieno, solo a sfiorarlo. E' bene sottolineare che il giudizio non del tutto positivo su questa nuova impresa dell'alter ego di lord Quackett deriva proprio dalla conoscenza del telefilm appena citato: anche solo il nome non può non richiamare quelle suggestioni, quei brividi, quei misteri trasmessi soltanto con una maschera, un mantello e dei corridoi bui, gli stessi che, da piccolino, devono aver turbato i sonni e segnato l'immaginario dell'autore, come di tanti altri spettatori.
Purtroppo non molto di tutto ciò si ritrova nella storia in oggetto, forse quella che più di tutte, tra le quattro della prima serie, avrebbe avuto bisogno di toni appena un po' più gotici che pure non sono estranei alle avventure di Fantomius. I richiami all'opera televisiva sono tanti, a cominciare dal nome dell'antiquario Borel, però c'è poco altro, la trama è decisamente più semplice, il fantasma manca della "solennità" dell'originale e di fatto mancano veri momenti di tensione (disneyana!). Comunque la prima serie di avventure di Fantomius è stata nel complesso ottima e per la seconda si prospetta per lord Quackett (e forse anche per Pinko) un nuovo interessante avversario che in questa occasione è stato poco più che una comparsa, non incidendo più di tanto.
Tutto il mistero e la suspense che ci si aspettava dalla prima storia del numero arrivano con la seconda, a firma dei due Panaro, Carlo e Ottavio: Zio Paperone e il custode dell'oblio, inizia come una classica caccia al tesoro dello zione per poi prendere una piega imprevedibilmente soprannaturale che promette di tenere avvinto il lettore fino alla fine. Invece nella seconda parte, come spesso accade, la storia si sgonfia in maniera abbastanza banale e troppo artificiosa. Peccato, una buona occasione sprecata.
Simpatica "Vignette golose - fino all'ultima frittella" (di Bosco/Mazzarello), meno "Minni e l'avventura nella giungla oscura" (Macchetto/Asteriti), oltremodo prolissa. La chiusura dell'albo è affidata a Valentina Camerini e Andrea Lucci con "176-Pdp sei dei nostri!". L'idea di base non è nuova ma la storia è gradevole anche se meno divertente di come ci si sarebbe aspettato: in fondo lo scambio di personalità ha sempre dato ottimi spunti per gag a ripetizione ma qui viene poco sfruttato.
Considerando che nel comparto extra-fumetto non c'è molto da segnalare, giusto un'intervista alla cantante Noemi, il numero non è di quelli imperdibili ma regala comunque quell'ora di relax che lo rende meritevole dell'acquisto

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E infine è arrivata la storia che tutti aspettavano: con "Topolino e gli ombronauti", Casty riporta a Topolinia Atomino Bip-Bip ripartendo da dove Romano Scarpa aveva detto stop, senza tenere conto quindi delle (poche) altre storie scritte da autori diversi. Si tratta di una vicenda dai forti connotati sociali e politici, in cui non si fatica a cogliere molti riferimenti alla nostra realtà: quello del "nipote dell'imperatore del giappone" è forse il più visibile e divertente ma quanto ci è familiare anche il popolo bue che si lascia irretire dal primo affabulatore che passa, scagliandosi contro chi prova a ragionare con la propria testa? Per non parlare della figura del misterioso benefattore o di aspetti economici come la contraffazione dei prodotti.
In tutto ciò la costruzione dell'intreccio viene portata avanti con molta calma e i giusti tempi, riuscendo a trasmettetere una inquietudine di fondo anche tramite sequenze apparentemente nomali o addirittura bonarie.
Sperando che i (troppo) grandi poteri di Atomino e già abbondantemente palesati anche in questo episodio non compromettano la bontà del racconto, la sola, lieve, pecca è forse l'sos del dottor Enigm, un po' troppo costruito per apparire credibile. Ma non è improbabile, comunque, che un rapitore concordi in precedenza con il proprio ostaggio cosa dire in un messaggio destinato all'esterno. Non resta che aspettare il seguito potendosi comunque già dichiarare soddisfatti anche per aver ritrovato un Pietro Gambadilegno finalmente che torna a pensare in grande!
E se Casty ha preso a cuore Topolino e l'universo modellato da Scarpa, Gervasio fa altrettanto col Paperinik di Martina e con tutto il poco ma evocativo background di riferimento. E lo fa al punto da dar vita ad una serie di avventure dedicate esclusivamente a Fantomius e Dolly Paprika, "Le strabilianti imprese di Fantomius", ambientate negli anni '20.
Detto della bontà dell'idea generale e della trama de "Il monte rosa" in particolare, tutto il resto è illustrato nella corposa intervista che accompagna la storia: tutte le suggestioni dell'autore, tutti i miti a cui ha attinto sono citati lì, da Diabolik ed Eva Kant (a cui Fantomius e Dolly assomigliano perfettamente come condotta di vita) a Fantomas e Lupin III (l'ispettore Pinko, a dispetto del nome, deve più a Luis de Funes e Zenigada che all'ispettore delle sorelle Giussani). Un plauso quindi a Gervasio anche per aver di fatto rotto un "tabù": per la prima volta un eroe disney è dichiaratamente un fuorilegge, non un vendicatore che agisce per rivalsa quindi, ma un vero e proprio ladro (ok, fa beneficienza, ma quanti ladri reali fanno altrettanto per lavarsi la coscienza?)
Dopo due storie del genere ci si potrebbe accontentare di qualsiasi cosa per completare il numero e invece dopo un divertente episodio di "Andiamo al cinema?" di Bosco e Soffritti e la tutto sommato innocua (ma già i puristi saranno sul piede di guerra) "Il re del Klondike - Un asso alla partenza", di Martignoni e Milano si chiude in bellezza con una storia estera: "Zio Paperone e i fantasmi spaziali", scritta dai coniugi Shaw e disegnata da Cavazzano. La vicenda riprende le tmatiche legate all'area 51 come già in una storia di Casty di pochi mesi fa, e come quella è più virata sull'umoristico che sul thriller o sulla fantascienza. Comunque si ride di gusto e tanto basta per chiudere il fascicolo soddisfatti.
Oltre ai fumetti, molti ottimi extra: "dossier" su Atomino con intervista a Casty, intervista, come già segnalato, a Gervasio sul suo amore per il Paperinik delle origini e per Fantomius e, per l'angolo frivolo, un servizio sulla popstar Mika

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Finalmente, con "Tip & Tap e l'arrogante altalenante", Topolino torna al "sociale" come ai gloriosi tempi del telefono azzurro. Intento lodevole, tema delicato: era ora che il settimanale tornasse ad occuparsi in maniera più seria del suo pubblico di riferimento. L'argomento è il bullismo, fenomeno sempre presente nelle scuole e che, con varie incarnazioni e cambi di nome, si manifesta anche nelle vite degli adulti ed è sicuramente un tema che merita di essere trattato sulla rivista. La storia di Pesce e De Vita è discreta ma predilige un taglio decisamente più soft rispetto a quelle scritte 20 e più anni fa da Sisti: meno intimista, con diverse sequenze per smorzare i toni troppo seri, sicuramente meno raffinata e più diretta. Curiosa la villain modellata sulle fattezze di Trudy.
"Paperino e il tunnel da brivido", scritta dai coniugi Shaw e ottimamente disegnata da Cavazzano è una storia strana, ma è strana in senso positivo: un'avventura inquietante e claustrofobica, su un treno che sembra una via di mezzo tra quello di Cassandra Crossing e il Galaxy Express (con tanto di controllore) e in cui si parla con naturalezza di amore e morte come era solito fare il compianto Cimino. E, come accadeva nei suoi "racconti", anche in questo caso i paperi fanno più che altro da spettatori. Non priva di qualche difetto ma a suo modo affascinante.
Lo stakanovista Carlo Panaro è l'autore di un mistery ambientato nella Quack Town di Nonna Papera: "Nonna Papera e il forestiero del mistero", forse per pura coincidenza, ricorda molto le indagini "casalinghe" di Jessica Fletcher (di cui la nonna potrebbe essere una perfetta trasposizione disneyana) ma non è certo un giallo esaltante; per di più viene risolto talmente all'improvviso e senza un minimo di investigazione che si rimane colti di sorpresa! Ma la cosa più difficile da digerire è sicuramente il fuorilegge di turno letteralmente tramortito da un cappello di paglia lanciato da una decina di metri! Anche Limido sembra meno efficace del solito.
Mentre Panini (con Amendola) prosegue nella sua personale rielaborazione delle leggi di Murphy, in chiusura troviamo la seconda puntata della serie ideata da Venerus, "Victorian ladies: Minni e le tecnologie sfreccianti": stavolta l'autore fa ciò che non gli era riuscito nella prima puntata, sfruttare l'occasione per raccontare qualcosa di più del paese e del tempo in cui la storia è ambientata. Grandissimo aiuto gli viene da un Vian assai ispirato e così è possibile rivivere un po' del clima e delle atmosfere della Londra della metà del XIX secolo, nel periodo dell'esposizione universale (lascia appena un po' perplessi la presenza di un ventilatore a motore: la "great exhibition" è del 1851). L'intreccio in sè invece è alquanto standard e non offre particolari emozioni.
Nel comparto extrafumetto, oltre alle consuete rubriche, alle immarcescibili ricette di Halloween e alle anteprime di Lucca Comics, è doveroso segnalare il corposo "dossier" sul fenomeno del bullismo che accompagna la storia di apertura, con anche una parte espressamente riservata ai genitori

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Roberto Gagnor torna a parlarci della storia dell'arte e lo fa con il miglior episodio della serie finora. La vita di Peggy Guggenehim, ereditiera e mecenate, ben si presta ad essere raccontata (per quanto in maniera un po' rivista e corretta!) ed è forse il punto di partenza ideale per parlare di arte contemporanea in un fumetto. I dialoghi nella prima parte di "Peggy Duckenheim e le tovaglie astratte" appaiono un po' "rigidi", meccanici, quasi si avvertisse l'esigenza dell'autore di portare subito la vicenda a regime. Poi però nella seconda parte il tutto diventa scorrevole e interessante, con una certa dose di suspense e il colpo di scena finale. Apprezzabile anche il salvataggio in corner della figura di Jackson Pollock, che stava per essere ritratto come nei peggiori luoghi comuni sull'arte contemporanea: Gagnor recupera proprio alla fine riconoscendo la sua furia creativa, selvaggia ma consapevole e riproducendo per i lettori la creazione di una delle sue opere. De Lorenzi ai disegni fa un gran lavoro utilizzando anche una tecnica particolare in cui gli sfondi sembrano realizzati a parte e poi ad essi sono sovrapposte le figure in primo piano dei personaggi. Il risultato è visivamente affascinante, anche se a volte si nota troppo un certo distacco tra i due elementi e nel complesso la vignetta dà un'impressione di artificiosità.
La seconda storia di Gagnor ospitata sul numero è invece una fin troppo facile e leggera satira dei palinsesti del digitale terrestre con un occhio di riguardo per i personaggi del momento e cioè i cuochi (veri o improvvisati che siano!). Per chi conosce i vip e i programmi parodiati, "Filo & Brigitta e il giallo della telecucina" (disegni di Held) sarà occasione per una risata ma sono comunque ben lontani i tempi del duo Filo & Brigitta di Scarpa: forse si è andati troppo oltre, spremendo più del dovuto, inflazionandolo, un filone che doveva essere piuttosto centellinato.
"Paperino Paperotto e i segreti fatati del bosco" di Camerini e De Lorenzi è una classica storia del paperotto, praticamente canonica nel suo svolgimento, mentre con una nuova puntata di "Le leggi di Paperino viaggiatore", Panini e Zanchi continuano a presentarci situazioni in cui più o meno tutti ci siamo trovati.
Diversa dalle altre della stessa serie ("Andiamo al cinema?") è quella di Bosco: stavolta, anzichè una parata di situazioni, mette su una vera storia, un piccolo giallo umorstico che ricorda molto "I mercoledì di Pippo" e che non manca di diverse trovate divertenti. La chiusura è affidata ad una avventura di Indiana Pipps scritta da Panini e disegnata da Gatto, "Indiana Pipps e il tesoro del palazzo sommerso": curiosa la presenza di Eurasia Tost, creatura di Casty e per di più legata ad un progetto di grande respiro dello stesso autore e che dovrebbe essere stato abbandonato. In ogni caso la partecipazione dell'archeologa non aggiunge molto ad una storia piuttosto semplice e in fondo prevedibile.
Per quanto riguarda l'apparato redazionale, a corredo della storia di apertura troviamo un bell'articolo che presenta la figura di Peggy Guggenheim oltre ad una breve ma efficace panoramica di alcuni degli artisti a cui era legata. In più, alcune pagine dedicate al ritorno nella sale del pesciolino Nemo in 3D e un approfondimento (con interviste agli elementi più rappresentativi) sulla nazionale italiana di basket.

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La storia di punta del numero è "Sottopolinia" scitta da Alessandro Sisti che torna così sul settimanale dopo oltre un anno. E' una storia che, pur nella sua semplicità, ha un certo fascino, grazie soprattutto alle enigmatiche figure degli sglit e a dei toni leggermente fantasy. L'inizio in realtà prefigura per Topolino una classica avventura poliziesca, salvo poi virare improvvisamente. Sisti decide saggiamente di non spiegare mai troppo, lasciando per il finale il tassello rivelatore (che non era comunque difficile da immaginare) e concentrandosi di più sulle sequenze di azione pura. Una storia sufficiente insomma, che forse sarebbe risaltata meglio con un disegnatore più adatto. I disegni di Sciarrone hanno un loro perchè quando si tratta di ambienti moderni o fantascientifici, ma non sono altrettanto efficaci in questi contesti "naturalistici", apparendo freddi e piatti, e il suo Topolino, troppo spesso, viene reso in maniera assai poco accattivante (a cominciare da quello di copertina).
"Paperino e la storia a staffetta" è invece opera dei due Panaro in forza alla disney, Carlo e Ottavio: la caratteristica di essere un racconto inventato dai protagonisti costringe a (o, per meglio dire, suggerisce di) passar sopra ad alcuni passaggi poco chiari, ma bisogna comuqnue attendere l'entarata in scena di Paperoga, e cioè i due terzi della storia, per sorridere un po'.
Dopo un intermezzo firmato Panini e Cherchini che un sorriso comunque lo strappa, la chiusura è affidata alla penna di Matteo Venerus e ai disegni di Amendola: leggendo la prima parte di "I bassotti e i rimpiazzi metallici" la tentazione di definirla con una frase dello zione ripresa dalla storia stessa, e cioè "una delirante accozzaglia di fanfaluche", è assai forte. Però poi si finisce per abituarsi all'idea che degli automi di metallo diventino senzienti grazie ad un infuso di tè e il buon finale con annesso colpo di scena, regala la giusta dose di dignità ad una avventura che sembrava essersi persa per strada già poco prima dell'inizio.
Torna la buona abitudine di approfondire il tema della storia principale con un articolo, purtroppo abbastanza scarno e di fatto ridotto ad un breve elenco con poche informazioni. Oltre a ciò, troviamo alcune vaghe anticipazioni sulla presenza Disney a Lucca e un pezzo che farà la gioia di tutti i lego-maniaci

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Inizia nel migliore dei modi "Paperinik e il ritorno di Mad Ducktor": Enna ha più volte mostrato il suo amore per il cinema di genere e le prime tavole, ottimamente disegnate da Mastantuono e in cui pare di vedere il diabolico dottor Griffin de "l'uomo invisibile", fanno pregustare un'avventura di quelle che lasciano il segno. Purtroppo il tutto prende abbastanza subito una piega meno dark e più ironica: non mancano dei buoni momenti, dal rimpianto per il battipanni paperinesco che non c'è più (con una piccola punzecchiatura alla politically correctness), alla presa in giro dei contorti piani dei villains, ma il tono è appunto molto più leggero di ciò che si poteva presagire. E nel finale si perde ancora tensione, grazie ad una macchina semplicemente troppo potente per essere anche credibile. Insomma non una brutta storia, ma certo sembrava avere le carte in regola per essere molto di più.
"Zio Paperone e il duplice anniversario", nonostante l'autore (Bruno Sarda, disegni di Antonello Dalena) e delle guest star d'eccezione come Beatles e James Bond è talmente esile da non reggersi in piedi. Già la scarsa fantasia dei nomi parodiati (paperbond, beatduck, duckston martin,...) non attira molto e si rivela essere una storiella messa su giusto per omaggiare due eventi che casualmente cadono nello stesso giorno, ma che non rende un buon servizio a nessuno dei due.
Con "Paperino Paperotto e il segreto dei funghi giganti" ritroviamo le classiche storie di Quack Town e dei suoi scatenati monelli, con quelle atmosfere a metà tra realtà e fiabesco che ne contraddistinguono gli episodi migliori. Ancora una volta il tema è la ricerca di una felicità (o meglio di un momento di felicità), con un protagonista che assomiglia a Camilleri (!) e una conclusione forse un tantino troppo "inspiegabile", ma tant'è, Macchetto e Tosolini comunque riescono a tenere desto l'interesse del lettore nonostante non ci si discosti molto da altre storie simili. "Tip & Tap e i complotti del web" è la seconda, soddisfacente prova di Jacopo Cirillo, che riprende un tema più volte usato come la rivalità tra ragazzini (tip e tap o qui, quo e qua) per una storia tagliata su misura per i lettori più giovani, ma che si lascia leggere anche dagli adulti. Ai pennelli un Mazzarello tanto bravo negli sfondi e nei particolari, quanto anonimo nel caratterizzare i personaggi. Una spruzzata di internet e new media, un pizzico di vintage (con i richiami, azzeccati, a "Topolino giornalista"), un minimo di suspense, persino un po' di emancipazione femminile contro i luoghi comuni! Una storia carina, non diventerà un classico, ma fa il suo dovere in chiusura di albo.
In più grande spazio alla nuova testata dedicata a Paperinik, "Appgrade", anche se di anticipazioni vere non ce ne sono, e un resoconto dai luoghi del terremoto in Emilia, incentrato stavolta su una piccola scuola elementare in provincia di Bologna che riuscirà a riprenderele lezioni in un edificio prefabbricato nuovo di zecca.

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Il bicentenario della nascita di Charles Dickens è l'occasione colta in Disney per presentare la parodia del suo primo (e tra i primi per successo ottenuto) romanzo, "Il circolo Pickwick". In realtà la storia di Bosco, tranne il quartetto di protagonisti interpretati da Pico De' Paperis, Paperino, Paperoga e Gastone e il loro girovagare per l'Inghilterra, ha dei legami molto labili con l'opera originale. Alla fin fine l'unica parte parodiata è quella delle elezioni di Eatanswill che si riduce alla solita rivalità Zio Paperone-Rockerdcuk, non particolarmente originale, nè particolarmente divertente. Mancano del tutto quelle che sono le caratteristiche del romanzo di Dickens: l'umorismo appunto (se non vogliamo considerare umorismo la gag del brontolio dello stomaco di Ciccio scambiato per un tuono, che ormai dovrebbe essere vietata per decreto legge), sottile e carico di ironia e la variopinta "fauna umana" qui ridotta ai soliti personaggi con i loro clichè di sempre. L'impressione è che un'opera come "Il circolo Pickwick" avrebbe potuto generare una storia decisamente migliore soprattutto, considerando che non è una vicenda unica ma più una raccolta di racconti, se articolata in più di due puntate.
Si sorride di più con "Paperina, Paperino e le sorprese del marketing emozionale" di Riccardo Secchi e Alessandro Gottardo: lo spunto su cui si regge il tutto è molto esile, ma almeno qualche momento divertente c'è e poi introdurre concetti relativamene "sofisticati" (come quello del marketing emozionale) è sempre una nota di merito.
Due riempitive che non lasciano alcun segno ("Indiana Pipps e l'inosservanza forestale" e "Andiamo al cinema - il film storico") e il fascicolo si chiude con "Paperinik, Dinamite Bla e la minaccia dallo spazio profondo" scritta da Mazzoleni con i disegni di Gula. Una storia dal target decisamente infantile, che tira in ballo Paperinik in maniera del tutto gratuita per farlo agire in coppia col burbero montanaro. Non è la prima volta della "strana coppia", ma il risultato non è felice: fondamentalmente noiosa, con alcuni passaggi poco chiari, il peso di tutto grava sulle spalle di Fiuto Joe!
Completano il numero, oltre alle consuete rubriche, un'intervista ad Alessandra Amoroso e un servizio sull'E3 di Los Angeles (la fiera dei videogames). Un peccato che non si sia approfittato per parlare un po' di più di Charles Dickens e del suo romanzo al quale sono dedicate soltanto poche righe in apertura

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Conclusione scoppiettante e con il consueto doppio finale per DD. Con "Pole position", Gagnor dimostra di essere a suo agio con la serie e soprattutto capace di non annoiare. Si premura anche di farci sapere che il glorioso "Papersera" non si chiama più così, ma più pomposamente (e telematicamente) "Duckburg Herald online"! Intini può sfogare tutto il suo talento, tra architetture audaci e "montaggio" adrenalinico.
Dopo una storia dal ritmo serrato, Topolino e l'enigma fulminante al confronto è quasi soporifera. Bosco, con i disegni di Palazzi imbastisce quello che sembra un classico giallo con protagonista Topolino, con un certo sottofondo martiniano (l'hobby di Pippo creato per l'occasione e che sarà la chiave di tutto), però la vicenda appare non molto avvincente, a tratti abbastanza tirata per i capelli e, soprattutto nel finale, inutilmente prolissa.
Non va meglio con Paperino e il pallino del golf, di Hansegard e Pujadas: per storie estere così anonime in fondo esiste Disney Comix, per quella che dovrebbe essere l'ammiraglia fra le testate Disney italiane sarebbe il caso di operare una selezione un po' più accurata. Qualche risata le strappa "Le leggi di Paperino viaggiatore - Il treno", sorta di rivisitazione delle leggi di Murphy cucita addosso al simpatico papero da Panini e Lorenzo Pastrovicchio e l'albo si chiude con quella che sembra essere una nuova serie, stavolta dedicata alle antenate di Minni: "Victorian ladies - Minni e lo stile degli antipodi", ad opera di Venerus e Soldati. Iniziative simili ce ne sono state già diverse in passato, dedicate sia alla stessa Minni che a Paperina e con risultati alterni. Riguardo questo episodio, non va molto oltre il classico clichè della ragazza di buona famiglia ma tendenzialmente ribelle che rivendica la sua indipendenza, perdendo anche l'occasione di sfruttare appieno quella che poteva essere l'aspetto più interessante e cioè l'insolita ambientazione nell'Australia di fine '800. Vedremo come saranno le successive puntate.
Oltre ai fumetti spazio ancora e soltanto a "Ribelle - The brave", che per fortuna sta per uscire nelle sale

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Ad appena un mese dalla conclusione della precedente avventura in quattro parti torna sulle pagine del settimanale Double Duck: c'è da chiedersi se possa essere conseguenza di un buon successo riscosso, magari anche grazie al gadget relativo. Sembra difficile spiegare altrimenti la sovraesposizione di una serie che, pur con la recente ripresa qualitativa, è costretta a riutilizzare quasi sempre lo stesso canovaccio, la solita apparecchiatura da recuperare in lotta contro il tempo e contro l'organizzazione. Pole position ci trasporta quindi nel mondo della formula 1, con la consueta passerella di caricature più o meno riuscite e, appunto, con un futuristico e potenzialmente rivoluzionario marchingegno da trovare. L'intreccio costruito da Gagnor, per quel che si può vedere da questa prima parte, sembra interessante, anche se la scrittura è nettamente meno briosa della saga olimpica di Artibani, Intini è uno spettacolo ai disegni.
Discreta delusione riserva invece l'ultima puntata di Dove osano le papere, la "soap" architettata da Bosco e Silvia Ziche: era ovviamente scontato che le quattro amiche prima o poi sarebbero "ritornate nei ranghi". Quello che non era scontato è che l'avrebbero fatto in questa maniera veloce, banale ed ecumenica. Tutte le sottotrame si risolvono in quattro e quattr'otto, senza nessun vero colpo di scena, senza un approfondimento e anche con una certa faciloneria (vedi ad esempio la vicenda di Paperina o quella di miss Paperett). Certo, si può pensare che questa sia una di quelle avventure dove il percorso conta più della destinazione, ovvero dove il piacere di narrare prende il sopravvento sul cosa narrare e difatti le quattro puntate precedenti hanno fornito un bel ritratto della vita di un gruppo di amiche alle prese con un cambiamento radicale della loro esistenza. Proprio per questo però si sarebbero meritate, forse, una conclusione più appagante.
Completano il numero una breve di Bosco e Gatto, una storia di Indiana Pipps che sembra non finire mai e "Paperino e il pezzo da collezione" scritta da Figus e disegnata da Lucci, storiellina come se ne vedono a decine, senza particolare originalità.
Apparato redazionale consistente questa volta: oltre l'ennesimo servizio dedicato a "Ribelle - The brave", un reportage fumettato dedicato (almeno così è presentato) al campionato di calcio ma che è monopolizzato da Marcello Lippi, che allena a qualche decina di migliaia di Km da qui e una interessante intervista a Francesco Guccini, di cui sono noti da sempre i suoi ottimi rapporti col fumetto (anche se il simpatico Francesco non sembra molto aggiornato sull'offerta editoriale odierna)

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Casty è indubbiamente uno di quegli autori che, in un certo senso, obbligano all’acquisto del settimanale e le aspettative sono sempre alte. Diciamo subito allora che "Topolino e il congegno di Zweistein", con i disegni di un sempre in forma Massimo De Vita, è una bella storia: una spy-story con simpatiche strizzate d’occhio (lo smoking-man di X-files che diventa chewing-man) che ricorda molto i meccanismi intricati ma precisi dei migliori film di hitchcock. Il consueto finale moraleggiante dell’autore goriziano è forse un po’ troppo insistito e ad esso viene sacrificato qualche passaggio logico, ma si tratta a ben vedere di difetti lievi. Le storie di Casty hanno il pregio di farsi leggere sempre e di coinvolgere, nonostante tutto e in fondo cos’altro chiede chi, ogni settimana, si reca in edicola per comprare un piccolo pezzetto di fantasia?
Su "Dove osano le papere" poco da dire se non che Bosco, coadiuvato da Silvia Ziche continua perfettamente a portare avanti le avventure delle quattro papere dosando sapientemente umorismo e colpi di scena. Qualche scelta appare un po’ forzata (a cominciare da Brigitta passata, in men che non si dica, da semplice smanettona a provetta cracker), ma la vicenda sicuramente tiene vivo l’interesse dei lettori.
Il resto delle storie dice ben poco: l’ecologica ed educativa (nelle intenzioni) "Paperino e il fantastico rimedio ecoplastico" si regge davvero sul nulla e la disegnatrice Roberta Migheli continua ad avere problemi con le proporzioni. La danese "Paperino re dei tornado" dei coniugi Shaw e disegnata da Pujadas, è una ennesima variante delle lotte tra Paperino e i suoi rivali (vicini o chi per loro) e non riserva nessuna particolare sorpresa.
Completano il numero, oltre alle consuete rubriche, una ricca anteprima del film "Ribelle – the brave" e otto simpatiche gag di Silvia Ziche dedicate al campionato di calcio

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Sul settimanale torna Dinamite Bla ad opera di Gabriele Mazzoleni e Giorgio Cavazzano: "La notte delle rape cadenti" non raggiunge però il livello umoristico delle storie di Vitaliano. Quest'ultimo ha riscritto il personaggio e, da situazioni puramente slapstick (quindi essenzialmente "primitive" ed immediate), si è passati ad una comicità più verbale che garantisce sicuramente un maggior ventaglio di spunti di partenza, ma che ha bisogno anche del giusto ritmo per risultare davvero coinvolgente. In questo caso ci si limita a prese in giro di programmi e personaggi televisivi (voyager & c.) e a citazioni cinematografiche (E.T. ma anche X-files, invasione degli ultracorpi, etc.) mentre per il resto si sorride ma senza esagerare. Ineccepibili i disegni di Cavazzano.
Comincia ad entrare nel vivo invece "Dove osano le papere", la nuova storia a puntate realizzata da Marco Bosco e Silvia Ziche. Dopo la parte introduttiva della settimana scorsa, vanno ora delineandosi quelli che saranno i destini delle quattro amiche, ciascuna alle prese con un lavoro e ciascuna (presumibilmente) alle prese anche con dei "nemici". E' ancora presto per capire se i loro percorsi finiranno per confluire in qualche maniera o se proseguiranno parallelamente fino alla fine, però decisamente è piacevolissima da leggere e un grande contributo è ovviamente dato dai disegni della Ziche, "impietosa" con le papere disneyane almeno quanto lo è con la sua Lucrezia!
La straniera della settimana, scritta da Per Hedman e disegnata da Antoni Bancells Pujadas, è forse la peggiore del numero: "Paperino e il barzellettiere sregolato" non è originale, non è divertente, non è avvincente.E anche sui disegni ci sarebbe da ridire, non fosse altro per un inquietante personaggio con la testa da papero e i piedi da uomo.
Conclusione affidata a Carlo Panaro che, con i disegni di Franceso D'Ippolito, rispolvera uno dei personaggi della mitologia classica: in "Zio Paperone e il sogno di Pigmalione" ci viene quindi narrata la storia del grande scultore e re cipriota che si innamorò di una statua da lui scolpita. Ma l'autore non si limita a ciò, raccontandoci anche il proseguio, finora sconosciuto, della vicenda e mette in scena un intreccio dal sapore decisamente classico (per i lettori di più lunga data, il colpo di scena finale non sarà così inaspettato) ma godibile e soprattutto con sullo sfondo, finalmente, un piano criminoso degno di questo nome (non aspettatevi quindi il fin troppo consueto cattivone macchiettistico). Bella prova di D'Ippolito che rende ancor più meritevole questa avventura.
Le rimanenti pagine sono occupate di consueto da barzellette, giochi, posta e una intervista alla cantante Noemi, coinvolta nella colonna sonora del nuovo film di animazione della Pixar, "Ribelle - the brave", in uscita sugli schermi

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La nuova prova dei coniugi Turconi (Stefano e Teresa) è la perla che impreziosisce il numero corrente del settimanale. Zio Paperone e l'isola senza prezzo può sicuramente essere vista come un'ennesimo atto d'amore verso il vecchio cilindro eppure, a riflettere bene, ciò che rende davvero preziosa questa storia non è tanto il finale romantico-nostalgico-cuore tenero a cui in fondo non solo siamo abituati ma che è diventato praticamente inevitabile, men che meno il colpo di scena finale, visto che l'identità del misterioso miliardario appare ovvia dal primo momento in cui entra in scena. Sono altri due gli aspetti che meritano di essere evidenziati:
- l'uso di Paperoga: personaggio ormai banalizzatosi negli anni (con poche eccezioni) nella figura dello strampalato combinaguai, qua è assolutamente protagonista. Di più, mentre nella maggior parte delle sue avventure è proprio la sua "originalità" ad alzare di fatto un muro tra lui e il resto del mondo, che non lo capisce e non vuole capirlo e che di fatto lo emargina (anche se il papero col pon-pon non se ne rende assolutamente conto!) riesce ora senza alcun problema ad integrarsi nella comunità, a diventarne una parte attiva e per farlo non deve rinunciare a nulla del suo particolare modo di essere. Una originale soluzione della premiata coppia che dimostra ancora una volta di saper "entrare" nei personaggi.
- tutta la parte dedicata alla Grecia, ai suoi usi e costumi: un paese (o parte di esso) che è stato probabilmente vissuto in prima persona e riportato con il potere evocativo caratteristico dei due autori in grado davvero di fare immergere il lettore in quei paesaggi, in quelle realtà che descrivono sempre con leggerezza e poesia. Forte poi, in alcuni momenti, l'impressione di leggere una delle classiche avventure di Asterix in visita a popoli lontani: il tratto di Turconi, l'idioma reso graficamente con l'alfabeto greco, i tanti ritratti "folkloristici" degli abitanti, tutto fa pensare che Stefano e Teresa abbiano tenuto ben presente anche la lezione della coppia d'oltralpe.
Una storia che merita di essere letta e riletta, per fuggire un po' dalla monotonia e immaginare di trovarsi davvero in una piccola e sperduta isoletta greca ad abbuffarsi di suvlaki.
Per il terzo episodio di Codice Olimpo di Artibani e D'Ippolito cosa dire in più rispetto alle scorse puntate? La storia prosegue ottimamente mescolando con bravura intrigo e humour, solo un suicidio dell'autore nell'ultima puntata potrebbe rovinare quella che si è rivelata finora una delle migliori storie di DD, una delle poche che hanno dato davvero un senso a questo personaggio.
La breve ma simpatica Crèpes a gogo di Bosco e Gatto fa da anticamera alla storia conclusiva in due tempi: Topolino e la bussola del coraggio, scritta da Silvia Martinoli e disegnata da Graziano Barbaro. Non molto avvincente, due tempi sembrano davvero troppi per questa avventura, ma il difetto maggiore è un altro: ormai gli autori utilizzano la macchina del tempo quasi come un pretesto per scrivere storie in costume. E il tutto si risolve con lo stra-abusato meccanismo in cui sono gli stessi protagonisti a creare o determinare l'evento che dovevano investigare. Il che tra l'altro cozza fastidiosamente con le puntuali raccomandazioni di non alterare il passato. La coerenza narrativa, insomma, spesso va a farsi friggere.
Per il resto, oltre le storie a fumetti, il nulla assoluto.

Recensione di piccolobush


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Nomi di ottimo livello quelli impegnati sul numero attualmente in edicola e in effetti il risultato è decisamente positivo.
L'avventura di Double Duck, "Codice Olimpo", continua esattamente come era iniziata, Artibani mantiene alto l'interesse per la vicenda e dispensa risate al momento giusto. Ad essere perfetta è anche la scelta dei disegnatori: ottimo Cavazzano nel primo episodio quando c'era da sbizzarrirsi con le panoramiche di Londra, indovinato Mottura per questa seconda puntata, con scene decisamente più notturne e cupe in cui l'artista piemontese si trova a meraviglia.
Topolino e il club degli spettri è un'avventura in cui sembra difficile definire quali siano stati i singoli contributi di Casty e Faccini: una storia dal sapore molto castyano (che comunque non può non richiamare alla mente le atmosfere di alcuni classici di Gottfredson) sicuramente, eppure non sorprenderebbe se fosse stata scritta anche da Faccini. Oltre a ciò i disegni tipicamente asimmetrici di quest'ultimo danno un tocco di inquietudine in più ad una trama che già da sè si muove sul filo dell'imponderabile. Poi con estrema disinvoltura vengono presentati tentativi di omicidio a ripetizione, una eterea femme fatale e, per concludere, un colpo di scena finale che ribalta improvvisamente la prospettiva ingannevole in cui era stato attirato il lettore. Decisamente una prova interessante di una coppia di autori che piacerebbe vedere più spesso lavorare insieme.
La nuova serie di Marco Bosco, Vignette golose, si presenta con un simpatico primo episodio disegnato da Andrea Lucci, mentre è alquanto deludente la straniera Gastone e l'importanza di essere sfortunato, opera di Hansegard e Pujadas, perchè vista e rivista molte volte e non aggiunge nulla alla serie delle finte "eclissi" di fortuna di Gastone.
Ancora il binomio fortuna/sfortuna nell'avventura che conclude il numero. Stavolta a cimentarsi con la P.I.A. è Gabriele Mazzoleni supportato da Lorenzo Pastrovicchio: la vicenda alla base di Paperino, Paperoga e la formula sfortunata è assai labile e si rivelerà ancor di più tale alla conclusione. Però, vuoi perchè la jella (degli altri) fa sempre ridere, vuoi perchè ci sono comunque alcune sequenze divertenti, vuoi perchè i disegni di Pastrovicchio sono sempre un valore aggiunto, in fin dei conti si fa leggere e risulta migliore di tante altre della stessa serie.
Deludente invece l'apparato redazionale che ormai va scomparendo: le rubriche non esistono più (se si eslcudono giochi e barzellette), articoli o reportage vengono proposti col contagocce e tolta la pubblicità (peraltro tutta "interna") e le anticipazioni varie, non rimane nulla. Si potrà anche discutere se sia meglio il nulla di un'intervista all'ennesimo vip televisivo, però è anche vero che così il settimanale sembra perdere un po' il suo status di rivista per ridursi ad essere quasi un successore dei vecchi fumetti Bianconi!

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Inizia questa settimana l’iniziativa legata al gadget estivo, dedicato a Doble Duck, che si protrarrà per quattro uscite ed è accompagnato, come da consuetudine, da una storia che avrà la stessa durata. Sceneggiatore della nuova avventura di DD è Artibani che già alla sua prima prova con l’agente segreto aveva subito rinvigorito e ridato sostanza ad una serie che si stava avvitando pericolosamente su se stessa. Ovviamente un giudizio complessivo si potrà esprimerlo solo alla conclusione, comunque da questa prima puntata "Codice Olimpo" sembra un ottimo lavoro, una storia avventurosa e divertente, con due nuovi personaggi ben caratterizzati, con strizzatine d’occhio a tutto l’immaginario "spionistico" da Roger Moore (Daniel Sinclair) a James Bond (il cappuccino zuccherato ma non girato sarebbe da chiedere al bar!) e con i disegni di un Cavazzano in gran forma. Insomma si ride e si mantiene alta la curiosità sulla vicenda, non si potrebbe volere di più.
"L’oro delle Cicladi" è il secondo episodio della serie "Zio Paperone e i tesori del grande blu" ideata da Sisto Nigro e disegnata da Nicola Tosolini. Come il primo capitolo, anche in questo caso la caccia al tesoro non è molto avvincente, forse per la non perfetta alchimia tra i due protagonisti: il capitano Pato, creato appositamente per queste storie, non aggiunge granchè e come "spalla" è abbastanza insipido. Curiosamente le parti meglio riuscite e più spassose di queste avventure sono quelle che vedono protagonisti Battista e miss Paperett, che in effetti si ritagliano frammenti abbastanza cospicui e divertenti
"Paperino in: cerco casa ostinatamente" riporta sul topo Silvio Camboni al lavoro su una sceneggiatura dell’esordiente Jacopo Cirillo: storia non originale come idea di fondo (l’ennesimo peregrinare tra parenti e amici per scoprire come la convivenza sia impossibile con ciascuno di loro) però è abbastanza divertente e con un finale in cui ancora un volta si vede quanto siano saldi i legami tra Paperino e i suoi nipotini.
"Topolino e la telefonata fuori tempo" di Panini e Asteriti è francamente evitabile e l’abo si chiude con una storia Egmont, "Archimede e l’aiuto di troppo" scritta da Michael T. Gilbert e disegnata da Antoni Pujadas, che vuole mostrarci le conseguenze pericolose della pigrizia (oltre che anche le lampadine hanno dei sentimenti!). Morale corretta, svolgimento così così: la trama sembra scritta con troppa faciloneria, la metamorfosi dei protagonisti è troppo rapida, forse qualche pagina in più avrebbe aggiunto maggior credibilità. Resta l’analisi del rapporto tra Edi e Archimede, ma non è certo una cosa nuova, anche se vederlo ribadito non può che fare piacere.
Oltre il fumetto, grande spazio alla nuova saga di DD, con interviste a tutti gli autori coinvolti nella sua realizzazione (Artibani, Cavazzano, Mottura, D’Ippolito, Gervasio) e ai realizzatori del game online (Pochet e il programmatore Sirago)

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Il numero in edicola vede la conclusione della saga olimpica scritta da Gagnor e disegnata da Mazzarello: Londra 2012 - caccia all'oro termina, come prevedibile, con il consueto richiamo ai nobili valori che ispira lo sport, ma l'idea alla base e tutto lo svolgimento sono davvero macchinosi e arzigogolati. Chissà che quell'espressione di Battista, "vi offendete se vi dico che non ci ho capito nulla?", non sia stata messa apposta per consolare il lettore perdutosi nei meandri dello spazio-tempo.
In apertura di albo ci si era comunque immersi in una classicissima storia di Panaro, con i disegni di De Lorenzi: in Manetta e la maschera della verità la ribalta è tutta per l'ispettore che, fin troppo emancipato anche rispetto al modello faraciano, svolge un'indagine e arriva ad arrestare il colpevole senza aiuti esterni, come farebbe Topolino! La storia comunque è gradevole anche se non originalissima (il compagno di scuola ritrovato e creduto un fuorilegge è un plot abbastanza comune, vedi "Pippo e il compagni di prima" di Savini/De Vita per citare un esempio), ma la lunghissima (e in gran parte inutile) spiegazione finale appesantisce parecchio la lettura.
Due brevi riempitive, funzionale quella dedicata a Eurodisney di Limido, un po' risaputa Paperino e il riposo sfiancante di Panini e Amendola e finale con una danese scritta dai coniugi McGreal e disegnata da Falmming Andersen. Avventura adrenalinica Paperino e il pallone da un milione, con caccia all'oggetto all'ultimo respiro: Andersen stupiva di più nei lavori passati quando, a storie con questo ritmo, i suoi disegni "schizzati" davano quel qualcosa in più. Ora il suo stile è più tranquillo e anche la storia, non eccelsa per inventiva e per umorismo, ne risente.
Da segnalare nella parte extra-fumetto, una intervista al celebre paleontologo americano John Horner, novello John Hammond, e un articolo olimpico che rievoca la vicenda di Dorando Petri, oltre a presentare il campione italiano e olimpico di marcia, Alex Schwazer.

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Casty apre il numero di questa settimana con un bella storia che prende garbatamente in giro tutte le tematiche legate agli avvistamenti di ufo, teorie del complotto, uomini in nero e via dicendo. Disegnata da Lorenzo Pastrovicchio, "Topolino e i segreti dell'area 52" possiede caratteristiche tipiche dell'autore goriziano: inizia con un registro brillante e pur mantenendosi su di esso, la tensione sale pian piano quasi senza darlo a vedere fino a coinvolgere tutti, Topolino compreso. Il finale è forse abbastanza prevedibile, era intuibile che i vari segnali sparsi dall'autore fossero dei falsi indizi, ma la storia resta molto godibile grazie alla verve di Casty.
L'altro pezzo forte del numero è la penultima puntata della saga olimpica, "Londra 2012 - caccia all'oro" scritta da Roberto Gagnor e disegnata da Marco Mazzarello: c'era una certa curiosità, vista l'ambientanzione durante i giochi olimpici del 1936, sugli argomenti e su come sarebbero stati trattati. Beh, Gagnor non si nasconde dietro un dito e parla esplicitamente di razzismo e di dittatura senza usare mezzi termini. Jesse Owens (sì, proprio lui) è discriminato perchè nero, i nazisti fanno i nazisti con la giusta prepotenza, compaiono diversi aspetti e personaggi tipici dell'epoca (ad esempio la regista Leni Riefensthal interpretata da Brigitta, che strappa anche un bacio a Paperone) insomma offre diversi spunti su cui riflettere e si passa anche sopra ad uno svolgimento non sempre ottimale. La rivelazione, nell'ultima pagina, dell'identità del nemico poi, in realtà non è una sorpresa, visto che lo stesso autore aveva abbondantemente fatto capire chi fosse. Incuriosisce semmai il voler chiamare la Germania con il nome di Zirconia: può anche essere stato un omaggio al "Casablanca" di Cavazzano (anche Gambadilegno come ufficiale nazista riprende la medesima caratterizzazione) ma è comunque strano visto che nella storia compaiono personaggi realmente esistiti e si fa riferimento esplicito a Berlino!
Il resto delle storie non aggiunge molto al valore dell'albo. Dimenticabile "Commessi paperi - home video" di Panini e Amendola. Il ritorno di Chierchini avrebbe meritato qualcosa di meglio rispetto a "Zio Paperone e la piuma di Dudu" scritta da Chantal Pericoli: abbastanza noiosa e con una certa incongruenza di fondo (l'avarizia è un'indole, la fortuna no!).
E anche la conclusione (ma si annunciano nuove storie della stessa serie) di "Street soccer squad - un mistero da campioni" non è all'altezza della prima parte, pur tenendo conto del target giovanile a cui fa riferimento.
Interessanti invece i troppo brevi articoli a corredo della saga olimpica, che ci raccontano Jesse Owens e Yelena Isimbayeva. Un argomento, quello olimpico, che potrebbe dare materiale per tanti ottimi interventi, ma ahimè, i Wind music awards incalzano!

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Tempo di europei di calcio e quindi tempo della consueta storia a tema su "Topolino". E’ Carlo Panaro ad occuparsi della ricorrenza con una storia illustrata da Alessandro Perina: Paperino e il mistero eurocalcistico è una gradevole avventura che dà modo di omaggiare la nazionale impegnata in Polonia e Ucraina, seppure presenti una Amelia insolitamente poco sensibile ai colori azzurri e anzi disposta ad affossarli pur di prendere la numero uno. Probabilmente sarebbe risultata ancora più piacevole se si fosse insistito di più sull’intrigo e sulla suspense (il tutto viene scoperto in poche tavole) a dispetto di una prima parte abbastanza lunga ma che serve solo a far fare "passerella" alle caricature dei calciatori. Comunque, considerando che è un prezzo che in queste occasioni si deve pagare, resta una buon lavoro.
Casty torna sul settimanale attingendo al suo repertorio più "leggero" con una storia incentrata sulla poca simpatia di Topolino. Per l’occasione, coadiuvato da Marco Mazzarello, rispolvera un vecchio rivale dell’eroe dalle orecchie a sventola, Topesio, stavolta meno interessato a Minni ma sempre intenzionato a mettere in ridicolo il nostro. E’ curioso che a scrivere una storia sugli aspetti più borghesi e "grigi" di Topolino sia proprio colui che prima di tutti e più di tutti, negli ultimi anni, ha contribuito a riportarlo agli entusiami delle origini, ma forse è proprio questo che lo rende il più adatto a prenderlo garbatamente in giro con questa avventura. C’è da dire che le battute di cui sono infarciti i daloghi non brillano per "sganasciamento" né per novità, come ci si sarebbe aspettato conoscendo Casty, ma almeno ci viene presentato un bel confronto tra un Topolino beota e un Pippo saggio che da solo vale tutto il resto!
Continua la serie Pippo on line scritta da Giorgio Salati che resta una delle più riuscite tra quelle recenti, forte anche dei disegni di Stefano Intini. Vacanze solitarie assolve perfettamente al suo compito regalando diversi sorrisi e una panoramica di vecchi e meno vecchi comprimari dei topi che farà felice i lettori più affezionati.
Paperinik e l’altro Paperino ancora di Salati (che cita Martina e la sua prima avventura con Paperinik) con i disegni di Michele Mazzon, inizia con l’ennesima crisi esistenziale del papero mascherato per poi sfociare in un classico caso di dimensioni parallele. Se si aggiunge il finale sentimentale quanto basta si ha l’impressione di un qualcosa visto molte volte. Ma è un qualcosa che si rivede sempre volentieri, ecco perché la lettura non stanca ma anzi alla fine si spera che sia proprio come ci si immaginava, senza nulla che arrivi a turbare quello che ormai è una certezza consolidata: la ricchezza più grande di Paperino è la sua famiglia.
Chiude l’albo il prologo della saga olimpica di Roberto Gagnor e Marco Mazzarello che inizierà nel prossimo numero.
Oltre ai fumetti molto spazio per Cesare Prandelli e per il salone del libro di Torino.

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Un numero non indimenticabile, nonostante i nomi coinvolti, quello che troviamo in edicola questa settimana. Carlo Panaro è presente con due storie: la prima, a cui spetta aprire l'albo, è "Topolino e l'aquila d'oro" e vede ai disegni nientemeno che Massimo De Vita. Visto il tema archeologico non può non ricordare le grandi storie scritte dall'autore milanese con Zapotec trenta e più anni fa come "l'eniga di Mu" o "la citta di Psathura". Il confronto però è tutto a favore di queste ultime: l'avventura odierna procede in maniera abbastanza prevedibile e non trasmette molto pathos. Il definitivo colpo di grazia viene dato dal disegnatore che, come sua abitudine, raffigura i "villains" con un profilo abbastanza caratteristico, cosicchè anche l'unico flebile colpo di scena non arriva inaspettato ad un lettore di vecchia data. La speranza è che il pubblico più giovane ne esca maggiormente sorpreso anche se la storia in sè non è comunque memorabile.
La seconda storia di Panaro, "Paperinik e l'enigma delle nebbie" è disegnata da Ettore Gula e presenta i difetti di molte storie lunghe più o meno recenti dell'autore spezzino: un bel primo tempo in cui la tensione cresce nella giusta maniera parallelamente all'interesse del lettore e poi tutto si sgonfia in un secondo tempo decisamente fiacco con una risoluzione insoddisfacente e alquanto sbrigativa.
Ancora un nome eccellente per la terza storia lunga del numero: Giorgio Cavazzano disegna "Paperino e la caccia ai colori scomparsi" su testi dei coniugi Mc Greal. I due autori però non brillano per originalità con un plot tra i più usati, in varie versioni, nelle storie dei paperi (la ricerca di cose di varia natura ai quattro angoli del mondo): più che mai in questi casi, la differenza deve farla la sceneggiatura ma le vicende narrate non sono particolarmente divertenti nè emozionanti. Restano almeno i sempre pregevoli disegni di Cavazzano.
In fin dei conti la storia più gradevole del numero è la piccola "Affari di famiglia" della serie "Pippo on line" ad opera di Giorgio Salati e Stefano Intini, giunta al terzo episodio: una riempitiva che però ha il pregio di ripresentare con il giusto ritmo e con divertimento la vulcanica Zia Tessie oltre ad una classica parata di "pippidi". Un semplice intermezzo che regala più intrattenimento delle sue "sorelle maggiori".
Riguardo l'aspetto redazionale oltre a una veloce carrellata delle divinità greche, spazio alla messa in opera del progetto "Cenerentola" con anche un'intervista a Carlo Verdone.
In definitiva un numero che si colloca un po' al di sotto della media dell'ultimo periodo.

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Commentare una storia come il Dracula di Enna e Celoni non è semplice. Non è semplice perchè ci sarebbero tante di quelle cose da dire che il rischio è di annoiare e magari rovinare la lettura a chi ancora non la conosce. E’ una storia dove c’è davvero di tutto: angoscia (fondamentali in questo caso atmosfere e colori), orrore (sepolture camuffate da "messe a dimora"), sangue (spacciato per succo di barbabietola), sensualità (mordicchiamenti di lobi auricolari!), umorismo (a bizzeffe), satira (sociale, ma non solo), romanticismo, insomma tutto e tutto nelle giuste dosi, calcolate col bilancino affinchè non si vada troppo oltre, ma non si resti nemmeno troppo sul sicuro (ovvero sul bambinesco).
Poi si può parlare di quanto ricordi il film di Coppola piuttosto che il romanzo originale, di quella citazione di tizio piuttosto che di come gamba sia forse il personaggio più debole, etc… ma sarebbero tutte chiacchiere in più, l’unica cosa che si deve dire è: leggetela! Potrà anche non piacervi, è legittimo, ma dovete leggerla perché è di quelle storie che non si possono non conoscere.
L’altro tema principale del numero sono le parole e la loro salvaguardia, argomento già alla base di un concorso e di una precedente storia. Stavolta tocca a Macchetto cimentarsi in una avventura a tema, Topolino e il mistero del silenzio in coro, e il risultato è qualcosa di molto più riuscito rispetto alla "carta riciclassificata". I toni delicati e leggeri dell’autore sono al servizio di una trama abbastanza convincente seppur dallo svolgimento non originale (la solita caccia al tesoro) e a ritmo molto (troppo) sostenuto: non viene neppure presentato il coprotagonista. Sciarrone illustra con il suo inconfondibile tratto computerizzato anche se si ha l’impressione di un certo autocompiacimento nell’uso degli "effetti speciali" visto ad esempio i ripetuti giochi di luce (quasi uno per tavola).
Il numero è completato da una divertente filler di Salati e Soffritti, Paperino telecomandato, sul problema dei telecomandi che angustia un po’ tutti noi, da Paperina e Brigitta e la controestate antisportiva (Gagnor/Panaro), classica avventura delle due papere in versione Thelma & Louise molto soft con tanto di tormentone preso in prestito da "A qualcuno piace caldo" e la chiusura con l’usurato filone P.I.A., guest star l’ennesimo scienziato demente (non pazzo, pazzo sarebbe stato una gran cosa, è proprio demente).
Nella parte redazionale spicca ovviamente il mini-dossier dedicato a Dracula, con delle brevi interviste ad autori e colorista e qualche bozzetto che ovviamente non rende al massimo nel formato tascabile. La speranza è in una qualche edizione di maggior pregio che renda giustizia a tanto sfoggio di bravura.

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Dracula di Bram Topker è il pezzo da novanta del numero 2945: commissionata nientemeno che dalla direttrice in persona (almeno a quanto si evince dall'editoriale), la rilettura dell'immortale romanzo di Stoker è una storia che riesce a stare perfettamente in equilibrio tra atmosfere brillanti e tragiche alternandole con gran sapienza. Molto forti i richiami sia al libro che al film di Coppola e non mancano i momenti di grande pathos come la sequenza del "morso" fra Dracula e Claralucilla, tanto da far quasi dimenticare, a volte, che si sta leggendo una storia disney. Ma Enna sa come stemperare i toni ogni volta che sembra ci si stia spingendo un po' troppo oltre e come gestire un gran numero di personaggi senza lasciarne in secondo piano nessuno. A questo proposito la composizione della banda dei topi è quasi perfetta per interpretare questa parodia, stante la presenza di due amiche come Minni-Mina e Clarabella-Lucy, il fidanzato della prima, Topolino-Jonhatan, e i pretendenti della seconda tra cui, nemmeno a farlo apposta, c'è un perfetto texano spaccone, Rock Sassi- Quincey Morris! Il lavoro migliore però è stato fatto su quello che poteva apparire come l'abbinamento più difficile: il Pippo-Van Helsing che vediamo in azione è perfetto nel suo essere a metà tra un istrionico ciarlatano e un sapiente luminare, proprio come l'Hopkins del film. Applausi a scena aperta infine per Celoni, che ha fatto un lavoro straordinario con disegni di una rara bellezza, fuggendo spesso la soluzione più banale: non c'è una tavola che non sia una gioia per gli occhi e in cui non si respirino le atmosfere del racconto originale. C'è solo da augurarsi che la seconda parte sia all'altezza della prima per avere così un nuovo grande classico.
Abbagliati dalla storia iniziale le rimanenti riportano sulla terra, ma è un ritorno tutto sommato indolore: Paperone, Rockerduck e i consigli incrociati (Nicolai/Gottardo) e I bassotti e la caccia al dolce premio (Palmas/Amendola) sono basate su due plot ultra sfruttati, tuttavia sono ben sceneggiate e si fanno quindi leggere con piacere regalando qualche minuto di buon svago.
Pollice verso invece per la straniera Paperino e il planetoide attraente scritta da Michael Gilbert e disegnata da Flemming Andersen: spesso queste avventure fanno della propria strampalataggine il vero punto di forza, arrivando a vette inesplorate del nonsense. In questo caso però il meccanismo, più che bizzaro, appare illogico e gira a vuoto. Vale comunque la pena leggerla per la scena in cui Paperino corregge i calcoli dei professoroni!
Riguardo il comparto redazionale, alquanto deludenti le pagine dedicate alla storia principale: un brevissimo cenno alla genesi del romanzo e una carrellata dei personaggi. Ben poca cosa per quello che era uno dei lavori più attesi dell'anno. Speriamo ci sia qualcosa di più ricco in concomitanza con la seconda parte.

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Dopo sette anni di assenza Pezzin torna su "Topolino" e subito sembra di fare un tuffo indietro di decenni: Paperino e il disperso ritrovato contiene tutti gli elementi caratteristici delle grandi storie papere dell'autore, l'evento memorabile annunciato tramite televisione, Zio Paperone che "vede" l'affare, la rivalità con Rockerduck, l'imprevisto bassottesco... ad ogni pagina si respirano le atmosfere del settimanale anni '70 quando la coppia formata dai due "Giorgi" veneti, divertiva e si divertiva a più non posso. E chissà se è un caso se oggi troviamo ai disegni il redivivo Lucio Leoni, forse il più adatto tra gli attuali artisti disneyani a richiamare in qualche modo l'esuberanza del Cavazzano di quel periodo. Comunque l'avventura è divertente e Pezzin, come al solito, non si limita ad intrattenere ma prova anche ad insegnare qualcosa, in questo caso criticando l'uso spesso carnascialesco e assai limitato che facciamo di strumenti che avrebbero ben altre potenzialità, televisione ed internet su tutte. Il finale poi è meno banale di quanto si possa immaginare, dato che non viene rivelato quasi nulla e il misterioso ospite decide di tornare lì da dove era venuto portando con sè i suoi segreti. Una storia classica nel senso migliore del termine.
Fanno da contorno a questa gradita rentrèe (di cui non è ancora dato sapere se avrà un seguito) una serie di storie tutto sommato non trascendentali.
Paperinik e l'assistente impertinente scritta dai coniugi Mc Greal inizia facendo quasi temere una sorta di Scassonio Strarompi in versione baby (anche se, visto lo scambio di battute tra i due, il pensiero va piuttosto al Topin di Ratman!), poi vira verso il mèlo e sembra quasi trovare la sua giusta dimensione, quanto meno quella che avrebbe dato maggior interesse e spessore al tutto. Finchè l'autore decide di prendere la strada più scontata, quella del gangster dalla faccia da bimbo (non certo una novita in ambito disney), per il più telefonato dei colpi di scena. E non aiuta il finale dove entrano in gioco tre paperini mascherati per aiutare il nostro eroe (ma chi saranno mai?). I bei disegni di Freccero avrebbero meritato ben altro.
Non va meglio con Papergerone e le guerre tuniche di Michelini, alquanto frammentata e poco scorrevole alla lettura. Più che una storia sembrano degli spezzoni incollati malamente l'uno dopo l'altro, ma ci si consola col ritorno ai pennelli di un Del Conte in buona forma.
E se si spera di rifarsi con un bel giallo topolinesco di quelli che mancano da un po' non sarà l'episodio Topolino ricercato speciale scritto da Gabriele Panini a permetterlo: una caratterizzazione di Manetta ormai superata, l'idea di svelare da subito l'unico (peraltro labile, quando c'è di mezzo macchia nera si è pronti a tutto) mistero, alcune trovate troppo semplicistiche per risultare davvero credibili (modificare un filmato in quattro e quattr'otto!) tolgono ogni interesse alla lettura di una storia tutt'altro che riuscita. Per la parte redazionale, esclusa la pubblicità degli avengers (per fortuna, finalmente in uscita nei cinema), davvero nulla da segnalare. E al proposito è presente una mini-intervista a Fabio Volo.

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Il topolino n. 2943 è quello dell'addio a Rodolfo Cimino, scomparso poco più di due settimane fa dopo 51 anni di carriera disneyana a livelli pressochè sempre eccellenti. Al ricordo personale e sentito di Valentina De Poli nell'editoriale si aggiunge un piccolo servizio di 4 pagine all'interno: un po' didascalico a parte il bel disegno dedicato da Cavazzano al suo amico, ma la direttrice si è già impegnata per un omaggio ben più importante e consono alla grandezza dell'autore (e tutto sommato molto più gradito ai lettori, orfani ora di una delle penne più fiabesche ed evocative del fumetto), si tratta solo di aspettare.
Detto ciò, la copertina lascia intravedere già quale sarà il tema portante del volume, ovvero l'ecologia e infatti la prima avventura, "Archimede e la trovata della carta riciclassificata" è una classica storia ecologica in cui Macchetto e Perina tessono le lodi del riciclaggio della carta. Trama assolutamente inconsistente e vicenda che cerca di essere simpatica pur sapendo di essere noiosa. Il messaggio è giusto ma c'è da chiedersi cosa offrano in più storie come questa, senza nerbo, rispetto a un articolo come quello che la segue: la leggerezza nella lettura forse? Probabilmente sì, ma anche la forza del messaggio però viene alquanto alleggerita.
In "Topolino e la conchiglia di Kunguroa" (Sarda/Soldati) torna zio Jeremy: Sarda non prova nemmeno a sorprendere i lettori, l'ennesima caccia al tesoro segue pedissequamente il classicissimo copione delle avventure passate, se si conoscono quelle è quasi inutile leggerla. Si salvano però le tavole iniziali e quelle finali dominate dall'istrionismo dello zio e dai divertenti scambi di battute tra lui e il suo antagonista.
La breve storia di Gagnor e Perissinotto, "Risorsa ospiti" della serie "Zapping - dietro le quinnte a Telequack" introduce le ultime due storie lunghe dell'albo. "Quel gran genio di Manetta", scritta da Bosco è forse più lunga di quel che meriterebbe, non particolarmente divertente, nè in grado di evocare il Manetta faraciano degli anni '90, però merita comunque una menzione visto che non è da tutti i giorni vedere citate sul settimanale opere come "La critica della ragion pura" di Kant! Il disegno di Asteriti è invece nettamente migliore delle sue ultime prove anche se la sua resa di rock sassi continua a lasciar parecchio a desiderare.
La chiusura è affidata a quella che è la storia migliore del numero, "Paperino e la verità della frottola" una straniera ad opera di Gilbert e Pujadas che prende in giro, criticandole, una serie di ipocrisie che molti di noi perpetriamo tutti i giorni anche se non vogliamo ammetterlo, oltre ad un certo modo di fare giornalismo (se così si può chiamare). Forse un po' ingenua, ma divertente e fresca quanto basta e con un finale che educa senza essere stucchevole. E poi gli appassionati della fantascienza anni '50-'60, nel rivedere la sequenza iniziale (e finale) dell'invasione degli ultracopri interpretata da Paperino non potranno non esserne compiaciuti.
Il comparto redazionale, oltre all'omaggio a Cimino, conta il servizio "ecologico" a cui fa da traino la storia di apertura e il resoconto di una giornata in redazione dei lettori di un passato concorso. A questo proposito, visto che il premio consisteva nel far scoprire come nasce una storia a fumetti, piuttosto che una inutile carrellata di foto dei vincitori con la direttrice o con gli autori e la cronaca dell'avvenimento, sarebbe stato più interessante illustrare veramente come nasce una storia a fumetti a beneficio di tutti quei piccoli (ma anche grandi, perchè no?) lettori rimasti al di qua del banco. Il premio dei vincitori non ne sarebbe certo stato sminuito (avere gente come Artibani che ti spiega il suo mestiere dal vivo non è certo come leggerlo) e avrebbe al contempo incuriosito e interessato molte altre persone.

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Un numero sulla falsariga di quelli immediatamente precedenti, quello attualmente in edicola, con storie potenzialmente interessanti ma che finiscono per non convincere mai del tutto.
Darkenblot arriva alla sua conclusione ed è un finale leggermente al di sotto di ciò che le prime due puntate avevano fatto presagire. Casty e Pastrovicchio si congedano con uno showdown piuttosto fracassone che è sicuramente in linea con il nuovo Macchia Nera tratteggiato dal duo ma l'impressione che ci sia più fumo che arrosto è abbastanza forte: la pecca degli autori (forse più di Casty) è stato nell'aver promesso nelle puntate precedenti più di quanto avessero intenzione di mantenere. Resta comunque una storia di ottimo livello che sicuramente avrà un seguito visto l'ultima tavola.
Sisto Nigro e Nicola Tosolini inaugurano con Il galeone vagabondo una nuova serie incentrata sui tesori sommersi e sulla voglia di avventura di Zio Paperone, deciso ad evadere per un po' da un mondo degli affari abbastanza noioso per riassaporare le emozioni di un tempo. L'idea non è certo nuova e la storia è alquanto noiosa, si trascina per oltre trenta tavole senza che accada qualcosa di veramente interessante.
Dinamite Bla, irascibile celebrità (Mazzoleni/Gottardo) è simpatica e divertente fino circa alla metà e si sarebbe potuta chiudere perfettamente dopo una decina di tavole: la seconda parte è del tutto pretestuosa e non aggiunge nulla finendo anzi con l'appesatire la lettura con gag piuttosto stiracchiate.
La chiusura dell'albo è ad opera di Savini (con i disegni di Barbaro): Zio paperone e la corsa al deposito ha uno spunto davvero gracile però la sceneggiatura è divertente quanto basta per poter riporre l'albo con un sorriso.
Pubblicità, giochi e barzellette riducono sempre più lo spazio che il comparto redazionale può dedicare a dei servizi di rilievo: questa volta però tra le schede dei vendicatori presto al cinema e le battute dei lettori spicca un bell'articolo sulla filiera del riciclo, lettura interessante non solo per i ragazzini.

Recensione di piccolobush


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Una copertina dedicata ai 20 anni di Disneyland Paris apre il nuovo numero del settimanale.
Si inizia con la seconda parte di Darkenblot che Casty porta avanti egregiamente, non deludendo affatto e suscitando molta curiosità circa quelli che saranno gli sviluppi. In effetti (come dice lo stesso Topolino) nello svolgimento della vicenda si accumulano una serie di indizi che non lasciano però vedere con chiarezza il disegno globale. Una menzione merita il "nuovo" Macchia Nera: è sempre il criminale geniale e machiavellico che tutti conosciamo, ma la cura Pastrovicchio si fa ammirare soprattutto dal punto di vista estetico. Vederlo aggrappato ai palazzi o volteggiare tra i grattacieli della città non può non far venire in mente il Venom marvelliano mentre, nelle sequenze più "calme", l’incedere sicuro avvolto in nuovo cappotto ricorda non poco il Darth Vader di Star Wars: una caratterizzazione comunque che non snatura affatto il personaggio originale come si poteva forse temere ma anzi ne accentua la "maestosità" e la megalomania.
Faccini tira fuori dal cilindro una delle sue ormai classiche storie mute a metà tra il surreale e il demenziale, Paperino & Paperoga in poker d'assi: ancora una volta l’impressione è quasi di trovarsi di fronte a un cartone animato, impressione resa ancora più forte dal fatto che i due cugini si danno battaglia come due Wile E. Coyote l’uno contro l’altro armati!
Come intermezzo sono decisamente molto migliori storie così piuttosto che la successiva, Paperinik in uno sporco lavoro firmata da Faraci/Panaro, una breve di Paperinik che alla fine è poco più di un ciak allungato. Insomma da uno come Faraci, considerando anche la frequenza ridotta con cui si fa vedere sulle pagine del settimanale, è lecito aspettarsi molto di più di qualche tavola-strappa sorrisi.
Simpatica assai invece la prova da autore completo di Carlo Limido: il suo paperoga alle prese con la macchinazione di Paperkranz è forse eccessivamente "tonto", ma alla fine dei conti, la vicenda è divertente e ben disegnata e l'antagonista, comunque di un certo spessore, meriterebbe anche un ritorno, se i futili motivi che lo hanno portato a tessere la sua vendetta non fossero appunto così... futili!
Chiude l’albo Zio Paperone e l'ombra del passato una due-tempi di Carlo Panaro e Michele Mazzon, che riporta lo zione nei luoghi della sua gioventù, a Dawson City. L’intreccio è abbastanza classico e non regala particolari sorprese, la risoluzione del mistero poi è un po’ troppo veloce e improvvisa e Mazzon non sembra molto ispirato, soprattutto nel ritrarre i paperi. Resta comunque una storia gradevole che non sfigura a chiusura dell’albo.
Comparto redazionale invece totalmente anonimo: nonostante l’anniversario di Eurodisney, non ci sono servizi in tema da segnalare, nè altri interventi veramente interessanti. Un po’ di fastidio per l’organizzazione del concorso legato al parco divertimenti: sarà una minuzia ma non era possibile coinvolgere in questa specie di caccia al tesoro le pagine non a fumetti? Inserire delle candele, che compaioono a volte nei posti più assurdi e con dimensioni anche ragguardevoli, all’interno delle tavole è una mancanza di rispetto verso gli autori e verso il pubblico

Recensione di piccolobush


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Numero intrigante il 2940 ma che in parte delude le aspettative. Sicuramente l'interesse maggiore era per la nuova storia di Casty, Darkenblot (con i disegni di Lorenzo Pastrovicchio, co-autore del progetto) che intende rinnovare la figura dello storico rivale di Topolino, quel Macchia Nera creato e subito "dimenticato" da Gottfredson e poi adottato dagli autori italiani. In effetti la curiosità riguardo come sarà il nuovo Macchia (un personaggio quasi perfetto nella sua essenziale caratterizzazione) è molto alta, anche se ovviamente questa prima puntata è solo di preparazione e non svela molto. Comunque la storia scorre via bene tra atmosfere alla Asimov e le solite piccole prese in giro per l'eroe dalle orecchie a sventola ("Ho letto di voi! Risolvete casi, salvate il mondo e cose del genere, vero?") e non resta che aspettare il seguito per capire se il tentativo dei due autori sarà coronato dal successo.
"Paperinik e il fantasma fantatronico" (Pesce, Vian) inizia abbastanza bene, pur con il ritorno di un cattivo non certo memorabile come il cavaliere analogico: atmosfere adatte al papero mascherato, un mistero apparentemente intrigante ma la storia si perde in un finale tra il cervellotico e l'eccessivamente didascalico (inserire cinque tavole in cui il cattivo di turno spiega il perché e il percome delle sue gesta non è buon modo per tenere desta l'attenzione del lettore). Resta una certa velata satira di fondo sulle nuove tecnologie (o almeno alcuni passaggi possono essere interpretati come tali) ma è poca cosa per una storia di quasi trenta pagine.
"Paperi palindromi" di Bosco e Sciarrone è poco più che un divertissement e non una storia vera e propria: come le frasi palindrome a cui è ispirata, non ha un gran significato ma si nutre esclusivamente della propria particolarità. Rimane un simpatico esperimento, un qualcosa da citare nelle rubriche di curiosità e, perché no, una lettura- gioco da fare da soli o con i propri bambini.
Dopo un altro episodio de "I miti di Paperogate" (Gagnor, Gottardo), tocca ad un'avventura particolare, "Paperino e la minaccia in miniatura" (Agrati-Held), giocata sul filo dell'indeterminatezza: non è divertentissima, ma almeno si riserva il tocco di classe di non svelare nulla fino in fondo.
La chiusura dell'albo è affidata alla coppia Pesce/Palazzi con "Topolino e il ricercatore ricercato", una storia dal sapore un po' antico, un mix di giallo e avventura quasi vecchia maniera per il piccolo topo guastato però da un paio di particolari poco credibili tutt'altro che secondari: innanzitutto l'apparizione, praticamente dal nulla, di un'isola popolata da una specie di assiri futuristici (espedienti del genere dovrebbero essere messi al bando se non introdotti in maniera plausibile) e poi nel finale l'idiozia gratuita di Gambadilegno che lascia al suo nemico la possibilità di fare la mossa decisiva. Insomma quella che poteva essere una buona storia finisce per essere una chiusura deludente per l'albo.
Per quanto riguarda l'apparato redazionale, in mezzo ad una corposa doppia sezione di giochi (di cui una dedicata alla storia sui palindromi) spicca lo speciale relativo a "Darkenblot" con un dettagliato racconto sulla sua genesi e anche qualche bozzetto inedito (purtroppo sacrificato dal piccolo formato). Una bella iniziativa che varrebbe la pena riproporre più spesso: svelare anche sul settimanale qualche retroscena sulla creazione delle storie può sicuramente contribuire ad avvicinare i lettori più giovani (che difficilmente hanno accesso alle testate per collezionisti) all'affascinante mondo del fumetto.

Recensione di piccolobush


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Negli anni '90 una storia firmata Sarda/De Vita avrebbe fatto la felicita' di qualsiasi lettore ma Topolino e l'isola di Bombracem si rivela ben al di sotto delle aspettative che una tale coppia di autori fa sorgere. Sul comparto grafico nulla da dire anche se De Vita da' l'impressione di essere molto meno "esplosivo" di un tempo (in particolare continua a rappresentare le bocche dei topi in maniera abbastanza sgradevole) ma è la trama il tallone d'achille: zio Jeremy sa di gia' visto, un incrocio tra Digging Bill, Corto Maltese e Indiana Jones/Pipps. La vicenda scorre via senza imprevisti, l'indizio risolutivo è nascosto in modo strarisaputo e il finale è gia' scritto dall'inizio nelle fisionomie fin troppo esplicative dei protagonisti (e qui il disegnatore potrebbe avere una buona dose di colpa). Insomma una storia buona per un lettore minore di 10 anni, ma il pubblico più navigato difficilmente rimarra' a bocca aperta.
Su La storia dell'arte di Topolino bisogna essere chiari: è ovviamente una iniziativa didattico-promozionale. Fin ora i due episodi pubblicati fanno il loro dovere, cioè illustrare con un sorriso e senza essere troppo pesante, i diversi tipi di scrittura: pretendere di più da storielle di una ventina di tavole gravate da tale fardello non è giusto, non è evidentemente richiesto loro. Meglio accontentarsi della timida risata che Il romantico papiro di Paperinubi di Gagnor/De Lorenzi riesce a strappare e approfittare dell'articolo a corredo per imparare/ripassare qualcosa sulla scrittura geroglifica.
Anche la storia della new entry Chantal Pericoli non è di quelle che lasciano il segno: in Zio Paperone e le salsicce vecchio stile non si ride, l'accoppiata Paperino/Paperoga non va oltre i propri stereotipi e la risoluzione è tutt'altro che chiarificatrice forse perchè l'intera vicenda è stata orchestrata in maniera leggermente confusa. I disegni di Luciano Gatto a tratti alquanto appannati non contribuiscono certo a risollevare il tutto.
Chiude il numero Paperino e la gigantesca discordia dei coniugi Mc Greal e disegnata da Cavazzano: una sorta di citazione dei viaggi di Gulliver (almeno di una parte, quelli ambientati a Lilliput), gradevole ma anch'essa con un finale abbastanza telefonato.
In definitiva, dopo diverse uscite di ottima fattura, un numero abbastanza deludente, almeno per il lettore che ha svariati anni di militanza disney alle spalle.

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Due storie per così dire 'didattiche' in questo numero di 'Topolino', affrontate in due modi completamente diversi ma entrambe con risultati soddisfacenti. Ambrosio (con la collaborazione di De Lorenzi, Vian, Limido, Dalena e Gervasio) rende omaggio all'anno della chimica imbastendo una storia prettamente didascalica, approccio rafforzato dalla presenza di Pico in qualita' di professore e dalla struttura ad episodi. Qui quo qua e la grande storia della chimica dei paperi è un discreto lavoro che spiega alcuni aspetti della materia in questione senza essere particolarmente pesante. C'erano sicuramente aspetti della chimica più affascinanti che avrebbero potuto essere illustrati, così come il contributo allo sviluppo di questa scienza da parte dei componenti della banda dei paperi appare a volta un po' forzato, ma in fin dei conti si lascia leggere con piacere. Di tutt'altro stampo è 'Tip & Tap in: operazione tazza rossa': qui l'evento da celebrare è il World Food Day e i coniugi Turconi (Teresa Radice e Stefano Turconi) preferiscono 'inserire' l'argomento in questione all'interno della storia, fondendolo con essa, come accadeva ad esempio nelle storie del 'telefono azzurro' di diversi anni addietro. In questo modo il messaggio è altrettanto evidente e diretto ma la lettura è meno didascalica e più coinvolgente. E poi c'è sempre il tocco poetico dei due autori che è un valore aggiunto non da poco (anche se continuare a vedere un Gambadilegno cuor d'oro rischia di stancare presto!) e che permette di parlare di argomenti molto seri anche su un settimanale per ragazzi, senza perdere nulla in efficacia. Una breve di Gagnor senza infamia e senza lode funge da intermezzo e subito ci si ritrova al cospetto delle due storie medio/lunghe di chiusura. La prima, Zio Paperone e l'idolo di Wabonga, tutta sviluppata da Del Conte è esattamente come ci si aspetterebbe un'avventura scritta da uno dei disegnatori più classici, più longevi e più 'dimenticati': nulla di particolarmente sorprendente, tutto abbastanza prevedibile, però ha quel sapore da evergreen (merito anche dei disegni) che non si può non rimanere quantomeno soddisfatti della lettura. La storia conclusiva di Martinoli/Held è una classica (dis)avventura di Paperino e Paperoga non particolarmente divertente e che ha il difetto di lasciar capire subito l'equivoco che ne è alla base: intuito anzitempo questo piccolo mistero, il resto non ha molto da dire. Numero completato dai consueti redazionali anche se stranamente gli interventi legati alle storie sono liquidati in una paginetta scarsa mentre ampio spazio è dedicato all'anniversario dell'esplorazione dell'Antartide che cadra' solo in dicembre. Peraltro, come gia' fatto notare sul forum da alcuni utenti, il resoconto sulle due spedizioni che si sfidarono, quella di Amundsen e quella di Scott, è monco, non spiegando cosa accadde a quella inglese, ma evidentemente sul 'Topolino' edulcorato d'oggidì non c'è più spazio nemmeno per la verita' storica

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Il 2910 è aperto da una coppia di autori che ha sempre fornito ottime prove in passato, Alessandro Sisti e Giorgio Cavazzano, eppure non si resta soddisfatti fino in fondo di Topolino e il naufrago dell'abisso, principalmente per quanto riguarda la sceneggiatura: il dottor Enigm mancava da una storia ''vera'' da almeno una quindicina d'anni, ripescarlo dopo tanto tempo per concedergli un ruolo non solo abbastanza marginale, ma di fatto anche al di fuori del suo ambito non gli rende giustizia. Lo svolgimento poi presenta alcuni punti poco chiari, soprattutto riguardo gli effettivi piani del villain di turno. E a voler essere pignoli anche la presenza di Topolino e Pippo è abbastanza gratuita trattandosi inizialmente di una semplice spedizione scientifica (nessuna indagine, nessuna richiesta d'aiuto) per la quale non risulta abbiano particolari referenze da poter essere preferiti a degli scienziati veri e propri. Ma se in quest'ultimo caso si tratta di una forzatura obbligata (anche se con qualche tavola in più si poteva dargli un senso), gli altri rimangono dei punti interrogativi a tutti gli effetti. Pregevole però l'idea della società sottomarina alternativa a quella di superficie e ovviamente i disegni di Cavazzano, in questa occasione decisamente ispirato.
Wom, dopo aver fatto ben sperare nella prima puntata, torna subito agli antichi dolori: è che manca completamente della trasversalità che dovrebbero avere le storie Disney. Sicuramente i lettori più piccoli possono apprezzare questa saga e non si fa fatica a crederlo: Ambrosio, come una sorta di Dan Brown fumettistico, mette in campo una serie di classici elementi di facile richiamo, che colpiscono, fanno scena e hanno buon gioco con il pubblico più giovane. Però ad un lettore più navigato non offre molto: l'ennesimo oggetto da recuperare, ovviamente con dei guardiani a sorvegliarlo, sequenze viste e riviste un po' dovunque, qualche passaggio molto forzato o quantomeno poco chiaro. Insomma le idee non mancherebbero ma è la loro traduzione su carta che il più delle volte lascia delusi. Ciò che non accade invece per la parte grafica dove Pastrovicchio bissa l'ottima prova precedente.
Chiude il numero un lavoro del 1996 ad opera Michael Gilbert e Flemming Andersen, Paperino e l'a.a.i.u.t.o.o.o. nel passato. La vicenda ruota attorno ai viaggi nel tempo e ai paradossi che possono aver luogo: non si può certo definire rigorosa da un punto di vista scientifico, ma d'altra parte aspettarselo da una storia del genere, è del tutto fuori luogo. Il registro narrativo è impostato decisamente sul farsesco, sul demenziale puro. E' un divertissement condotto a ritmi parossistici con il solo scopo di far ridere e ci riesce pienamente. I disegni di Andersen, pur tradendo qualche imperfezione, contribuiscono fortemente al ritmo isterico della vicenda e nel finale c'è anche spazio per una piccola dose di suspense. Una storia divertente, di quelle che si rileggono sempre con piacere e senza impegno.
Il resto del giornale è occupato da una breve di Macchetto/Uggetti e da una serie di strip a tema calcistico di Vitaliano/Gula (l'intenzione era omaggiare l'avvio del campionato, come è stato anche scritto nella presentazione: peccato che dovendo preparare con discreto anticipo il giornale, siano stati presi in contropiede dallo sciopero dei calciatori!). In effetti da diversi numeri ormai il comparto redazionale (articoli, news, etc) è latitante, limitandosi ai giochi e alla posta: nessuna traccia di quegli articoli e/o reportage (anche fumettati) che pure nei numeri pre-restyling si erano fatti interessanti. E questo non può non essere un elemento a sfavore considerando che stiamo parlando di un magazine e che dovrebbe avere quindi una giusta commistione tra fumetti e parti più ''giornalistiche''.

Recensione di piccolobush


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Non è semplice parlare di un fenomeno come WOM che torna con la quinta serie nel numero in edicola: sembra riscuotere un gran successo tra i giovanissimi (si può ipotizzare un pubblico di riferimento ben al di sotto dei 15 anni), appoggiandosi anche ad una serie di iniziative collaterali (come le cards da gioco) che rafforzano e perpetuano l'eco delle avventure disegnate. E tutto sommato è questo ciò che è importante per un'azienda come la Disney: fare cassa. Poi se vogliamo guardarlo con un occhio più critico, quindi non con quello del bambino che si entusiasma per delle formule magiche recitate in una sorta di esperanto improvvisato, si possono fare altre valutazioni. Innanzitutto si percepisce una certa confusione come trama della saga in generale con alcuni elementi quali la presenza della magia e dei draghi che non è ben chiaro come si sposino con quanto detto in passato (ma magari è solo un reboot parziale della serie! Ambrosio in fondo è uno "specialista" del genere). Venendo poi all'episodio in questione, Lemuria (Ambrosio/Pastrovicchio), non è nulla di trascendentale ma si fa leggere abbastanza piacevolmente pur se i personaggi non emergono prepotentemente ma risultano un po' passivi. Peccato che quello che appare come il momento migliore e più evocativo della puntata, la comparsa del robot nel finale, ha le potenzialità per trasformare il tutto in un ennesimo minestrone senza capo né coda. Ma non è giusto fare processi alle intenzioni: aspettiamo l'uscita della puntate successive, certi che almeno i disegni, da sempre vero punto di forza della serie, difficilmente deluderanno.
Faccini invece con Paperoga e la gara di equitazione omaggia, anzi riscrive abbastanza fedelmente, una vecchia avventura del Topolino gottfredsoniano, quella con lo struzzo Oscar. L'intento citazionistico è evidente al punto che usa persino il vecchio villain dell'epoca, il signor Dinero, lasciandogli inalterato il look anni '30. Iniziativa simpatica e non nuova per l'autore genovese, anche se non raggiunge le vette di delirio puro di alucne perle della sua produzione.
Dopo l'ormai abituale e in fondo piacevole intermezzo delle cronache dal regno dei due laghi (Faraci/Ziche) anche se pure Faraci ci aveva abituato a ben altro umorismo, ecco la storia più indecifrabile del numero,Zio Paperone e il metallo alchemico (Vitaliano/Chierchini). Un'avventura che come soggetto è abbastanza interessante, ma in fase di sceneggiatura non appare sviluppata nel migliore dei modi. Sembra una storia sospesa tra due epoche fumettistiche, echi martiniani (rafforzati dal tratto immutabile nei decenni del disegnatore) che si sovrappongono all'estro più moderno di Vitaliano. Probabilmente anche i disegni contribuiscono a creare un certo spaesamento nella lettura, almeno per il lettore più vecchio che ha negli occhi e nella mente ogni singola piroetta e ogni singola narice sbuffante dei paperi di Chierchini. Una storia che forse varrebbe la pena veder disegnata da qualcuna delle matite più nuove della Disney.
Chiude l'albo Paperino e la vacanza mordi e fuggi (Laban/Carrion), una straniera abbastanza insipida nei testi e con dei disegni assolutamente sgraziati.
Particolarmente povero l'angolo dei redazionali, nessun approfondimento, nessun articolo, solo l'inserto giochi e le rubriche istituzionali come la posta, un numero abbastanza misero quindi anche sotto questo aspetto

Recensione di piccolobush


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Un numero notevole il 2907, sicuramente il migliore dopo il restyling, illuminato da un gioiello della coppia Radice/Turconi. Topolino e il grande mare di sabbia è una storia dove la trama è l'ultima cosa che conta, dove l'effetto sorpresa finale è in fondo alla scala delle priorita' (alzi la mano chi non ha intuito prima della conclusione chi fosse Trevor Traveller). Ciò che conta sono le suggestioni che questa storia riesce a trasmettere, suggestioni profuse a piene mani dalla perfetta fusione tra testi e disegni che crea una sorta di incantesimo: quando i protagonisti si ritrovano ad ascoltare le storie del nomade vicino al fuoco sembra quasi di essere davvero in mezzo a loro tale è l'evocazione di quelle sequenze. La narrazione è ottima, portata avanti con lo stratagemma del diario e spezzata, quando necessario, da divertenti siparietti umoristici. Soprattutto i personaggi non subiscono nessuno stravolgimento: pur se a inizio novecento e in mezzo al deserto, non c'è uno snaturamento della loro personalita', che anzi emerge come raramente accade nelle storie più recenti. I disegni sono poi altrettanto vitali per la riuscita: Turconi sfoggia inquadrature bellissime, composizioni meno canoniche della tavola ma non fini a se stesse, cartoline paesaggistiche, piccoli quadri o istantanee, tutto sempre funzionale al racconto a testimonianza di una simbiosi pressochè unica nel fumetto disney attuale. Una storia che meriterebbe una ristampa a sè.
Dopo tanto splendore la bella storia di Panaro, Paperino e l'elmo degli dei, contribuisce a mantenere alto il livello del numero. Finalmente un taglio più dinamico e trascinante rispetto ai ritmi un po' flemmatici a cui l'autore ci ha abituati ultimamente. Una abbastanza classica caccia al tesoro ma appunto con più verve e a cui conferiscono un valore aggiunto non indifferente i disegni di Freccero, al quale sarebbe da chiedere se la resa grafica del personaggio del professore sia un omaggio al suo maestro disney, Giovan Battista Carpi.
Flemming Andersen sta diventando una piacevole consuetudine sulle pagine del settimanale e anche Paperino ficcanaso per (un) caso, avventura simpatica ma non eccelsa, trae giovamento dal suo stile schizofrenico (talmente schizofrenico, che Paperino spesso sembra disegnato da altre persone anzichè dalla stessa mano! A meno che non ci sia stato qualche intervento in redazione). L'aggiunta dei piccoli enigmi (commisurati alla fascia d'eta' di riferimento) e un simpatico di più.
Chiude il fascicolo Paperoga e la migliore delle scuse, di Vitaliano/Gottardo, abbastanza strampalata. Si sorride, più che ridere a crepapelle come sarebbe stato lecito aspettarsi per compensanzione essendo la storia basata su un'idea veramente striminzita.
Stavolta c'è spazio anche per un piccolo ma interessante articolo sui grattacieli, mentre al solito l'inserto "giochi sotto l'ombrellone" si prende il resto delle pagine. A questo proposito sarebbe interessante scoprire quando finalmente si accorgeranno che i simboli dei punteggi dei giochi sono al contrario!

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Una storia estera si prende il ruolo di protagonista del numero 2906 del settimanale. Non deve neanche faticare molto: i richiami a classiche avventure barksiane sono evidenti ma i veri pregi sono ritmo, dinamismo, divertimento (degli autori in primis), persino demenzialita' ai limiti dell'assurdo; tanto di questa roba c'è in queste poco più di trenta tavole di 'Zio Paperone e l'abominevole vacanza sulle nevi', quanto scorre su binari risaputi e privi di copi di scena quella di apertura ,'Topolino e la stella della buona sorte' (Panaro/Mazzarello), giallo di piccolo cabotaggio con classici depistaggi troppo malcelati e finale moraleggiante quel tanto che basta.
Di 'Paperino e la soluzione vacanziera' (Secchi/Gula), è curioso il ritratto che viene offerto del protagonista: in Disney si sta attenti ormai da anni a impedire (e a cancellare, sulle storie vecchie) che compaiano aspetti troppo forti o comunque considerati diseducativi, rasentando e anzi talvolta sconfinando persino nel ridicolo eppure qui abbiamo un Paperino infingardo e machiavellico, che non si fa problemi nel tentare di far accusare i bassotti di qualcosa che non hanno commesso soltanto per salvarsi dall'ira dello zio. E non si può non provare un certo 'imbarazzo' nel vedere oggi una caratterizzazione del genere che, nonostante le nostalgie martiniane dei più vecchi e la tanto sospirata abolizione della politically correctness a tutti i costi, risulta alquanto datata oltre che off-character. La coppia Faraci/Ziche ci regala invece un nuovo minicapitolo delle 'cronache del regno dei due laghi': troppo breve per incidere in maniera rilevante sulle sorti del numero, però è divertente, è solo un intermezzo umoristico ma almeno è di qualita'. Non si poteva pretendere di più, per una storia di altro respiro sarebbe stato necessario uno spunto di maggior sostanza, ma la speranza è che i due autori compaiano più spesso sul settimanale e con prove di ben altro peso.
Il resto del numero offre poco d'altro, la presenza di un inserto estivo di giochi riduce le pagine a disposizione di articoli e/o redazionali di un certo interesse: si segnala solo, per gli appassionati, un servizio dedicato allo scrittore per ragazzi Jeff Kinney. In definitiva un'uscita abbastanza modesta con l'eccezione della storia danese e del piccola filler faraciana

Recensione di piccolobush


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Il 2905 era un numero atteso per diversi motivi: la conclusione della saga di Vitaliano, la prima vera prova di Gagnor con il personaggio di Dinamite Bla e una storia con protagonista Macchia Nera ad opera del duo Radice/Turconi, tra i più amati nel gruppo degli autori attualmente all'opera sul settimanale.
Per prima cosa è giusto dare spazio alla conclusione delle cronache dal pianeta T (è però prevista un'appendice nel prossimo futuro), essendo finalmente possibile dare un giudizio all'opera nel suo insieme. Sicuramente il progetto presentava dei punti di forza, in particolare durante la lettura del prologo pubblicato qualche tempo fa, che facevano immaginare un lavoro di primissimo livello ma alla fine non tutto sembra essere andato come avrebbe dovuto. Dire ora cosa possa essere successo per determinare un così progressivo 'sgonfiamento' della storia è impossibile agli esterni; si può però individuare cosa, nell'economia dello svolgimento, non ha funzionato e cosa invece è stato meritevole. Cominciamo dagli aspetti positivi: la voglia dell'autore di fare qualcosa che lasciasse il segno, qualcosa di importante, è palese in ogni sequenza. Vitaliano costruisce la sua piccola dimensione parallela all'interno del mondo disney, la sua personale mitologia tillanica, con un'attenzione maniacale per dargli il più possibile una sensazione di concretezza e di realtà. La trama è, almeno nelle prime puntate, ricca di riferimenti sociali, di spunti critici non scontati e c'è tutto per sperare che i personaggi siano ben caratterizzati. Poi però succede qualcosa, la storia improvvisamente sembra quasi accusare la parentesi di alcuni mesi di inattività (non c'entra nulla, è ovvio, ma l'impressione è proprio quella) e riparte senza vigore, con un ritmo lento, con episodi che sembrano "estranei" alla storia stessa, quasi a volerla allugare più del dovuto; a tratti, in particolare nel finale, è abbastanza confusa. Soprattutto molti personaggi si banalizzano, di più, scompaiono: Pippo, Orazio, Minni, Basettoni fanno solo numero e poco più e Gambadilegno, dopo una buona partenza, ridiventa in breve il bonaccione degli ultimi venti anni. Si percepisce anche un'atmosfera troppo 'seria', intentendo che manca quel tocco di ironia/sdrammatizzazione che serve a ricordare al lettore, anche inconsciamente, che ha davanti un fumetto Disney. Le classiche battute a metà tra il sarcastico e lo strampalato tipiche dell'autore avrebbero probabilmente dovuto assolvere a questa funzione, ma sembrano più che altro stridere nel contrasto col resto della storia. In definitiva una operazione riuscita a metà: leggendo la didascalia conclusiva si può anche capire come a Vitaliano forse, più che sorprendere con un finale ad effetto (inquinato infatti da uno spiegone in puro stile bonelli), importasse di più raccontare una bella storia: peccato che non tutto abbia 'quagliato' alla perfezione, comunque è giusto apprezzare il coraggio di chi ha saputo mettersi in gioco in maniera pesante, perchè non è da tutti. Una nota sui disegni di Sciarrone: belli gli sfondi, bellissimi i colori, ma la resa dei personaggi a volte è davvero deficitaria e non c'è scenario spettacolare che possa compensare una testa di topolino disegnata letteralmente (e ripetutamente) con tre cerchi perfettamente tondi!
Sulla storia di Dinamite bla non c'è molto da dire, comicità di pancia (dita nel naso e melanzane) e ottimi disegni di Freccero che contribuiscono prepotentemente all'effetto umoristico. Vitaliano ha costruito nel tempo un microcosmo quasi autosufficiente intorno al vecchio bisbetico (gli altri personaggi della banda dei paperi fungono ormai solo da spunto o da comparsa) con ottimi risvolti satirici, questa di Gagnor invece è più una storia di alleggerimento, ma nel complesso delle avventure del simpatico hillibilly ci può stare.
Pregevole il lavoro della coppia Radice/Turconi, che mescola con sapienza realtà e finzione (gli scacchi di Lewis sono realmente uno dei misteri archelogici insoluti e chissà che il John Belzon menzionato non sia ispirato al vero egittologo John Wilson*) e mette in scena un Macchia Nera convincente, e anzi a suo agio, nei panni del dandy londinese (un po' meno negli obiettivi, un 'misero' tesoro archeologico, lui abituato a far tremare il mondo!). Ottima anche la scelta di svecchiare un po' il look di Topolino e Minni con un tocco civettuolo ma non stravagante (e finalmente i personaggi si cambiano il vestito durante una stessa storia! Non portano gli stessi abiti per giorni e giorni!).
Il numero è chiuso da una simpatica straniera ad opera dei coniugi MacGreal e disegnata da Andersen, Zio Paperone e lo sfuggente bufalo inverso: echeggiano richiami dello skirillione barksiano e non è certo sorprendente nello svolgimento, ad ogni accadimento è facile intuire quale sarà il successivo, però scorre bene, diverte e i disegni di Andersen, seppur meno personali e un po' involuti rispetto ad altre storie pubblicate sul settimanale, hanno sempre il classico taglio isterico che diverte.
Riguardo i contenuti delle rubriche e dei redazionali, nulla da segnalare, se non la pubblicazione abbastanza gratuita della rivisitazione dell'albero genealogico di Don Rosa uniformato alla nuova grafica del settimanale: un motivo vero per riprodurlo non c'era, la leggibilità è pessima (per uno che non le conosce già, non è immediato ricostruire le parentele non essendo disegnati i rami dell'albero e dovendo basarsi sui colori) e vengono descritti, nelle pagine successive, solo alcuni personaggi, probabilmente scelti a caso: c'è la scheda di Paperoga, di Gastone, di Qui Quo Qua e non di Paperino!
Il resto del numero è abbastanza dimenticabile anche se le storie avrebbero offerto, come già in passato, buoni spunti per degli articoli di approfondimento (per quello che è possibile approfondire in un settimanale pensato per un pubblico così giovane, ovviamente).
Nel complesso un uscita non memorabile come ci poteva aspettare, ma comunque sufficiente.

*Errata corrige: il personaggio di Belzon è sì ispirato ad un vero egittologo ma non si tratta di John Wilson bensì di Giovanni Belzoni

Recensione di piccolobush


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Il numero di "topolino" in edicola segna il ritorno di uno degli autori della "penultima" generazione più amati e rimpianti. La storia di Artibani, "Zio Paperone e la sequoia del capitano" (che dovrebbe essere solo la prima di una nuova e speriamo lunga collaborazione con la disney) porta una ventata di classicità in un settimanale che a volte spiazza un po' il lettore proponendo versioni gratuitamente alternative di alcuni personaggi. La storia di apertura, affidata ai disegni di Perina, vede Zio Paperone alla caccia dell'ennesimo tesoro, i nipoti fedelmente al suo fianco che lo aiutano in base alle proprie capacità (c'è persino il ritono del manuale delle GM in forma cartacea), i bassotti che cercano di intromettersi, ancora lo zione che dà l'ennesima e non stucchevole prova del suo buon cuore. L'abc della banda dei paperi insomma, forse con un finale un po' ingenuo che risolve frettolosamente la minaccia bassottesca, ma disseminato di divertenti gags che hanno anche il compito di alleggerire la parte didattica lasciandone trasparire quanto basta. Non ci resta che apettare la nuova storia di Artibani, speriamo sollevata dal fardello degli intenti promozionali/ecologici. Nell'universo dei topi, proseguono invece "Le cronache dal pianeta T" serie ideata da Vitaliano: su questa mi riprometto di tornare solo alla fine per un giudizio complessivo, credo sia l'opzione più giusta. Certo, il prologo costituito dalle prime due puntate mi aveva fatto ben sperare, mentre l'episodio scorso risultava sorprendentemente lento e pesante nel ritmo. Qua torniamo a livelli decisamente più coinvolgenti pur se continuano a lasciarmi perplesso sia i disegni di Sciarrone (alcune rappresentazioni di topolino e minni sono davvero poco attraenti, diciamo così, in compenso i colori danno al tutto un'atmosfera davvero pregevole), sia la caratterizzazione dei personaggi tranne Macchia Nera, che giganteggia sempre più sugli altri (e senza troppa fatica ad onor del vero). Ma proprio in questa puntata c'è un sussulto di Gambadilegno! Insomma, più che mai è necessaria la lettura dell'ultimo capitolo. Paperoga, Paperino e la minaccia dell'O.r.s.o. fa parte di una serie di cui non se ne sentiva proprio il bisogno: dopo la p.i.a., l'ennesima pessima dimostrazione di come sprecare il talento dei due cugini, in una storia verbosa all'inverosimile (sì, ok, la storia si basa proprio sulla logorrea e questo dovrebbe dare l'idea dei picchi di noia che riesce a raggiungere) e che non riesce a strappare una risata che sia una. Una piccola parentesi romantica di Macchetto e Gottardo (per carità, lasciamo perdere continuity e cavolate simili, apprezziamola per quello che è, un piccolissimo spaccato della complicità esistente tra zio e nipote) e arriva Rodolfo Cimino a chiudere l'albo con un nuovo episodio dei diari segreti di Zio Paperone: Il deserto nero e lo uadi giallo". Una serie che potrebbe essere interessante, purtroppo la necessità di una discreta introduzione e di una coda, unite al numero sempre minore di tavole totali penalizzano non poco le avventure (e aggiungo a malincuore un certo appannamento sempre più evidente dell'autore), che risultano assai compresse e dallo svolgimento un po' "meccanico": dispiace perchè Cimino, pur dando l'idea di scrivere sempre più col pilota automatico, ogni tanto riesce sempre a piazzare qualcuno dei suoi tocchi di classe e di pura poesia (e mi auguro che tanti bambini facciano come me e siano spinti dalla curiosità di sapere se "uadi" è una parola vera). Infine due parole sul restyling: è solo il secondo numero ma già posso dire di essere contento per il contenuto degli articoli, decisamente non fanciulleschi, ma anzi interessanti. Peccato per l'aspetto grafico generale, certo più pulito e leggibile del precedente, ma dà anche un'impressione un po' anni '80, insomma abbastanza datato. Considerando che hanno sposato in pieno la multimedialità mi sarei aspettao qualcosa di più innovativo

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La testata dei grandi classici Disney fornisce un altro ottimo numero: storie non rare ma di grande qualità che rendono l'albo più che appetibile. Si parte subito forte con "Paperoga e il peso della gloria" direttamente dal periodo d'oro della coppia Pezzin/Cavazzano con la travolgente demenzialità del primo resa graficamente dagli iperbolici disegni del secondo. "Paperino principe di Dunimarca", pur se già vista in tutte le salse, è comunque un capolavoro, Dalmasso è stato uno dei più raffinati sceneggiatori Disney e con la collaborazione del tratto grottesco di Carpi riesce a trasporre in chiave disneyana la tragedia di Shakespeare. Altri due pezzi da novanta sono "Paperino e il nullintimismo astratto" (Barosso/De Vita, P.), satira forse un po' sui generis ma esilarante sull'arte moderna e sui suoi esponenti e "Minni e il pianeta Rhubarhape" allucinante (in senso buono) prova della "meteora" Ciceri che rielabora le tematiche inquietanti dell'invasione degli ultracorpi e si avvale dei disegni quasi psichedelici ma adattissimi di Scala. E c'è ancora spazio per una storia forse un po' misconosciuta di Scarpa, "Topolino e il campionissimo" appartenente al primo periodo del maestro ed infatti sembra sbucata fuori dritta dalla produzione di Gottfredson degli anni '50. Completano il numero "Paperino re carnevale" di Martina/Bottaro, tre storielle della produzione disneyana firmate tra gli altri da Strobl e Hubbard e riunite sotto il titolo "Tempo di scuola", una ten-pages di Barks ("Archimede e la strega a reazione") e "Pippo e la coppa rococò", simpatica storia poliziesca firmata da Gazzarri e Massimo De Vita. Insomma un numero certamente ricco e che merita l'acquisto, ma con alcune note negative che vale la pena sottolineare. La prima riguarda le storie preziose: se con questa definizione si intendono storie belle e poco ristampate, nessuna delle due di questo mese risponde ai requisiti, "Paperino re carnevale" infatti non è certo memorabile, "il principe di Dunimarca" è stata pluriristampata. Altro appunto riguarda gli adattamenti dei dialoghi: i GCD, anche per la maggior cura nella scelta delle storie che si sta avendo da due anni a questa parte, è sicuramente una testata rivolta più all'appassionato che al bimbo. Alcune riscritture allo scopo di eliminare riferimenti scomodi risultano allora alquanto fuori luogo oltre che, bisogna ammetterlo, abbastanza ridicole nel risultato.

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13 storie dedicate a Paperino sono il contenuto della ventiduesima uscita delle imperdibili, decisamente sufficiente anche se molto disomogenea nei contenuti. Guest star del numero è "Paperino e la fondazione De' Paperoni", certo non rarissima, ma che ci mostra ancora oggi uno dei migliori "Paperoni" italiani. Ed è un peccato che la redazione sbagli incredibilmente i credits attribuendone il testo al Walt Disney Program, mentre è interamente opera di Scarpa. Altra storia di spicco è "Paperino cabalista" di Martina/Chierchini, che aspettava una ristampa dal '63. Interessante il confronto con la precedente per valutare come i due autori avessero una concezione assolutamente differente della famiglia dei paperi e dei rapporti fra i componenti: intimamente barksiana quella di Scarpa, già con tutte le caratteristiche tensioni e isterie della produzione del professore quella scritta da Martina.
La storia più rara del numero è però "Paperino e il pianeta piatto", di Barosso/Gatto praticamente mai ristampata se si esclude una pubblicazione destinata come omaggio ai soli abbonati nel 1980. Ricalcata sulle avventure fantascientifiche di quegli anni al cinema ("l'invasione degli ultracorpi" su tutte) è comunque una buona prova degli autori.
Tra le storie degne di nota inserirei anche "Paperino e le manovre navali" scritta con l'abilità di sempre da Dalmasso e disegnata da De Vita sr. e "Paperino e il camaleonte elusivo" prova completa e al solito riuscita di Carlo Gentina. Speriamo solo che, come accadde già per il "Nuovo Almanacco Topolino", le storie estere non prendano il sopravvento: in questo numero sono tre e tutte irrilevanti compreso un tardo Barks (autore della sola sceneggiatura) del 1971.
Una nota per la redazione: un po' più di attenzione non guasterebbe. La testata viene presentata come rivolta a collezionisti e appassionati, lo strillo di copertina "le più belle storie di una volta" parla chiaro (che poi lo sia davvero è un altro paio di maniche) e ai collezionisti ed appassionati dà fastidio vedere sbagliare le attribuzioni delle storie. L'errore può ci può sempre scappare, ma tre in una volta sola (e anche clamorosi) sono un po' troppi.

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Il numero 228 dei Grandi Classici Disney si presenta con una grande ed inaspettata novità: una classica avventura di Gottfredson, "Topolino e il ritorno di Davy crockett" scritta da Bill Walsh, ospitata in una nuova sezione del giornale intitolata "I Grandi Classici Superstar" che prende il posto delle "Storie Preziose". L'avventura del piccolo ed enigmatico trapper, naturalista ante-litteram, è una piacevole sorpresa, oltre ad essere una delle storie di punta del numero. L'altra è indubbiamente "Paperino presenta il doppio mistero di Slim Magretto e la casa degli svedesi" (di Martina/Scarpa/Cavazzano) non rara ma bellissima nella sua particolarità, con un intreccio surreale e strampalato tipico del professore. Altre storie degne di nota sono un classico della coppia Cimino/Cavazzano ("Zio Paperone e la moltiplicazione degli affitti"), l'ormai consueto gioiellino di Kinney/Hubbard, inarrivabili nella loro comicità ("Paperoga pompiere di emergenza"), "Pippo e la depressione da inquinamento", atto d'accusa delirante, ma non privo di fascino, contro lo stress della vita cittadina ad opera di Andrea Fanton e Sergio Asteriti. Ma al di là del contenuto del presente numero ora la curiosità è chiaramente rivolta a quelli futuri ovvero a cosa sottintende la nuova sezione appena inaugurata. Forse è l?occasione per una ristampa dell'opera di Gottfredson, che non ha mai avuto molta fortuna editoriale e in questo caso i grandi classici potrebbero essere la sede ideale (pur con il difetto del formato).
Purtroppo il minimo comune denominatore delle storie sembra essere ancora la preventiva pubblicazione sul Topolino Libretto e questo escluderebbe praticamente il primo ventennio di attività del cartoonist americano, costringendo alla riedizione delle sole storie più note. Sarebbe inoltre un peccato se l'esperimento "storie preziose" (rivolto principalmente ai Disney italiani d'annata) fosse davvero già concluso, ci sono ancora storie rare e meritevoli che aspettano di essere ripubblicate e dopotutto nei GCD c'è tanto spazio... Non resta che aspettare i prossimi numeri per capire come evolverà la situazione, intanto questo attuale è un buon numero che vale decisamente l'acquisto.

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Ancora un'uscita discreta per la collana delle "Imperdibili" che ha almeno il merito, rispetto al predecessore "Almanacco", di insistere al 90% sulle storie italiane. Protagonista di questo numero è Paperino, con avventure tra l'altro quasi tutte degli anni '60, impegnato per lo più in situazioni quotidianamente umoristiche. Due ottimi esempi, entrambi dello specialista Barosso, sono le divertenti "Paperino e la pernice perniciosa" illustrata da Carpi e "Paperino e le zanzare za-za" con i disegni di Massimo De Vita. Simpatiche anche "Paperino e la sfida leale" (Pavese/Chierchini) e "Paperino e gli elettrodomestici" di Chendi/Bordini. Non sarebbe un granché "Paperino e Marzipan della giungla" attribuita al Walt Disney Studio ma il probabile intervento del professor Martina sulla sceneggiatura e i disegni di Carpi, la rendono comunque gradevole. Tra le storie con matrice più avventurosa, due sono firmate da Perego, "Paperino e il diavolo della Tasmania" scritta da Pavese e "Paperino e l'odissea del pinco 'Pallino'" ancora di Barosso: l'infaticabile disegnatore di redazione potrà avere i suoi detrattori, ma certo alcune sue caratterizzazioni non si dimenticano facilmente (vedi il mammifero del titolo nella prima o l'apparizione dei nipotini ipnotizzati nella seconda). Chiude "Paperino e lo sprint fulminante" in cui Pavese riprende un tema sviluppato un paio di anni prima da Barks, con Paperino impegnato in una gara sportiva contro un campione molto più forte di lui. Stesso antagonista, seppure cresciuto, stessa dieta (o quasi), stesso colpo da k.o., per?? finale partorito da un Barks ormai quasi in pensione resta molto migliore, nonostante gli ottimi disegni di Romano Scarpa. In conclusione, forse non un fascicolo imperdibile, ma comunque una raccolta di storie divertenti e piacevoli, il che non è poco. Mi chiedo solo se 4,50 Euro non siano troppi quando, ad esempio, i grandi classici (circa lo stesso numero di storie) costano un euro di meno.

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Un leggero ritocco nell'impostazione grafica è la novità principale del nuovo numero dei Grandi Classici Disney: cambia la copertina con il logo e il sommario si adegua alla formula già usata su altre riviste "per collezionisti" come "Zio paperone" o "Le impedibili", ovvero con titolo, data e testata di prima pubblicazione e autori. Resta immutata invece la qualità delle storie ripresentate, sempre molto buona. In particolare questo mese, nella sezione "storie preziose" abbiamo la riproposta di "Paperino e la scuola dei guai", non particolarmente rara essendo stata ristampata diverse volte, ma di indiscusso valore e soprattutto esemplificativa del talento di Martina (affiancato ai disegni da Romano Scarpa) che da uno spunto minimo riesce ad imbastire praticamente due storie diverse per poi fonderle nelle tre tavole finali. Abbiamo poi Topolino e le sfere degli olmechi una storia (opera di Dalmaso/Scala) più seria di quello che si potrebbe pensare, visto che le sfere suddette esistono veramente, come sono esistiti veramente tutti i popoli elencati dal professor Digger, che mandano in confusione il povero Pippo. Interessante (anche se probabilmente casuale) l'accostamento tra "Paperoga maestro di karate", classica perla di Kinney/Hubbard e "Paperino e l'esperto del bosco": in questa vediamo infatti all'opera un Carpi ormai già stella della Disney, che per le espressioni di Paperoga si rifà dichiaratamente al suo collega americano, anche se la differenza nel trattare il personaggio tra Kinney e i fratelli Barosso è piùmarcata. Altre storie degne di nota sono "Zio Paperone e il drakkar volante" di Martina/Scarpa, "Topolino contro l'anonima vecchietti" di Pavese/Bramante e una delle poche storie con Topolino disegnate da Bottaro (su testi di Dalmasso), "Topolino e il raggio fusore". Meno riuscite a mio parere "Eta Beta e il commando marziano", anche per la colorazione molto pesante dei disegni di De Vita Senior e "Archimede Pitagorico e l'uomo medio" di Chendi/Capitanio.

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Secondo numero per la collana edita dal corriere della sera e secondo giudizio positivo. Due le storie che dominano il fascicolo in questione: "Paperino e il tesoro dei vichinghi" di Barks e "Topolino e le sansoformiche" di Bill Wrigth, autore che meriterebbe di essere riscoperto. La contemporanea presenza di queste unita alla seconda parte dell' "Inferno" fatalmente esaurisce (o quasi) le non tantissime pagine a disposizione: rimangono così fuori, pur in un periodo in cui la produzione italiana è ancora ridottissima, storie di valore che certo avrebbe fatto piacere rivedere, ma tutto sommato penso si possa essere d'accordo con la scelte dei curatori. Giusto, a mio parere, il sacrificio della coppia Walsh/Gottfredson (anche se un po' di rimpianto c'è, come spiegherò più avanti ) che all'epoca si stava esprimendo ad altissimi livelli nelle avventure con Eta Beta a favore della storia di Wright, non fosse altro perchè non so quante occasioni potremmo avere per apprezzare l'opera di questo valentissimo cartoonist. La pur valida giustificazione di Luca Boschi per la storia lunga di Barks, ovvero la presenza di un Gastone finalmente più personaggio rispetto alla macchietta delle prime apparizioni, non può non far rimpiangere invece "Paperino e la sposa persiana" ma resta comunque un classico del maestro dell'Oregon. Vanno a completare il sommario una ten-pages di Barks (la divertente "Paperino e le rane") e alcune storie di Fratel Coniglietto, Buci e il Lupo Mannaro, comunque sempre piacevoli ad leggere. Ancora più che buoni i redazionali che introducono ciascuna avventura e soprattutto la sezione "come eravamo" praticamente irrinunciabile per una pubblicazione del genere. Peccato solo che proprio la corposa presenza di apparati critici faccia risaltare ancor di più l'esiguo numero di pagine dei fascicoli: sarebbe stato perfetto affiancare al pezzo sui fumetti e la guerra fredda la pubblicazione di "Eta Beta e il tesoro di Mook", ad esempio. Prezzo 6,90 Euro

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Un numero discreto il 18 dedicato a Topolino: precisiamo subito che non è nulla di veramente "Imperdibile", per??spetto alle ultime uscite è sicuramente acquistabile. Merito anche del tema comune delle avventure selezionate, tutte classiche detective-story che tengono viva la lettura fino alla fine, anche se magari molti spunti, a vederli oggi, potranno sembrare risaputi. In particolare voglio sottolineare "Topolino e il flagello grigio", bella prova d'autore completo di Chierchini che sforna una storia inquietante (sentire Basettoni che chiama "topo" il suo amico non è da tutti i giorni) con inevitabili richiami al grande Bill Walsh e un villain quanto mai enigmatico, con un finale facente sperare in un ritorno che però non mi risulta ci sia mai stato. Da segnalare ancora "Topolino e l'anatema del faraone", scritta da Concina e a cui i disegni di Lostaffa conferiscono, nei flash back, la giusta dose di atmosfera, "Topolino e la teiera dei ming" classica storia di Murry (su testi WDP), "Topolino e i rapiti rapati" di Concina/Asteriti, altra bonaria presa in giro degli hippies dopo quella del numero scorso e "Topolino e il raggio scarlatto" dove Barosso (affiancato da Luciano Gatto) (auto)critica già nel '63 la mancanza di fantasia degli sceneggiatori! Il resto delle storie è gradevole pur se non di livello elevatissimo nonostante la presenza di autori come Scarpa, Scala, Rebuffi, Amendola. L'unica nota davvero negativa può dirsi la sola "Topolino e la primavera rubata", per una sceneggiatura forse un po' confusa di Lugli e i disegni decisamente poco accattivanti dello studio Bonnet che pure si rifanno a Paul Murry. In definitiva non un numero epocale, ma certamente una serie di storie che si lasciano leggere con piacere, dando quantomeno un senso a i 4,50 euro del prezzo.

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Numero interlocutorio il diciassettesimo delle imperdibili: a una veloce lettura del sommario balza subito all'occhio la presenza di numerosi autori di prim'ordine, che farebbero sperare in un acquisto azzeccato. In effetti troviamo schierati Cavazzano, Barks, Massimo De Vita più la scuola ligure quasi al completo con Bottaro, Chierchini, Carpi, Rebuffi, Scala e ai testi Martina, Salvagnini, Gazzarri, Cimino..... Insomma sulla carta un numero davvero "imperdibile". In realtà, quando si passa ad esaminare le storie, ci si trova di fronte all'ennesima delusione della collana, che proprio non riesce a decollare come qualità. Se nulla o quasi si può obiettare sul livello dei disegni (possiamo tranquillamente passar sopra ad un incerto Zemolin che imita Barks o allo studio Bargadà), le note dolenti arrivano con le sceneggiature. Si va da una storia simpatica ma senza capo nè coda ("Zio Paperone e i capricci della numero 1", WDP/Cavazzano) a una storia decisamente "alimentare" di Barks ("Zio Paperone e la moda della parrucca"), da una caccia al tesoro priva di vere sorprese ("Zio Paperone e la magica taralla", WDP/Rebuffi) a un Martina e un Cimino sottotono (rispettivamente "Zio Paperone e il nipote spendereccio" e "Zio Paperone e i fantasmi alati"). A conti fatti restano "Zio Paperone e la psicosi della metempsicosi" (WDP/Bottaro), un pò tirata per i capelli ma spassosa, "Zio Paperone e l'impronta chiave" (Gazzarri/Chierchini) e "Zio Paperone e le tele numeriche", simpatica presa in giro della pop art e del fenomeno hippy: un pò poco per 4,50 Euro. Speriamo che i curatori, per il futuro, tengano a mente il sottotitolo della collana, "le più belle storie di una volta", il che vuol dire scegliere con cura e non ristampare pedissequamente tutto quanto apparso in passato. Una linea editoriale simile era già costata la chiusura al redivivo almanacco, che almeno tengano a mente quell'esperienza.

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Prosegue il nuovo corso dei grandi classici iniziato qualche mese fa e che sta rendendo onore al nome della testata dopo che negli ultimi anni si era trasformata in una pubblicazione abbastanza al di sotto delle aspettative e, come dimostrano proprio gli ultimi numeri, delle sue possibilità. La sezione "storie preziose" è il fiore all'occhiello, per così dire, della nuova linea intrapresa ed anche questo mese non delude ripubblicando un gioiello come "Paperino e l'oro di Reno ovvero l'anello dei nani lunghi", apparsa per l'ultima volta nella colanna delle grandi parodie (era il 1994) ma che in totale pu??ntare tre sole ristampe. Giusto quindi dare spazio a questo delirio martiniano, un suo tipico prodotto degli anni '50 dove come al solito confluiscono personaggi un po' da tutto l'universo Disney. E ad esaltarne il tono surreale ci sono i disegni di Pierlorenzo De Vita. Non inserita nella sezione ma ugualmente preziosa, "Topolino e il bip-bip 15", anch'essa con tre sole ristampe all'attivo. Forse non il miglior Scarpa a livello di sceneggiatura, ma comunque degna di nota. Tra le altre storie del volume, da segnalare ancora la bella "Zio Paperone gli alimentautomi molecolari" di Michelini/Cavazzano e l'accoppiata Dalmasso/M. De Vita per "Paperino e la torta al maraschino". Completano il tutto due storie con Cip & Ciop, "Topolino nell'iperspazio" di Concina/Dotta, "Paperino e il commesso di successo" (Barosso/Perego), "Pippo e il luna park stregato" (Staff di if/Asteriti) ed infine una storia di Barks: "Zio Paperone e la Banda Bassotti", con la prima apparizione della "numero uno"

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L'ultimo volume della serie "Paperino e...." non si discosta molto, per la qualità delle storie che lo compongono, dagli altri che lo hanno preceduto: due storie "d'annata" di Cimino con molti degli elementi caratteristici della sua produzione ("Paperino e il totem cantastorie", disegni di M. De Vita" e "Paperino e il pesce trombettiere" disegni di Gatto), una bella storia disegnata da un Guerrini in gran forma ("Paperino aiuto vice I.C.S., testi di Michelini), un'avventura firmata da Panaro e resa irresistibile dai disegni della Ziche e poco altro. Meglio allora approfittare per un bilancio complessivo. Sicuramente non stupisce il fatto che una tale iniziativa sia stata tributata a Paperino: il simpatico papero resta il personaggio più amato nella penisola poiché nelle mani degli autori italici ha finito per assumere quelle caratteristiche (individualismo, resistenza passiva, ironia) tipicamente nostrane che lo rendono simile all'italiano medio ("Mondo Paperino" è li a dimostrarlo!). E questo ha determinato anche il limite della collana: Paperino piace a tutti e i volumi dovevano essere per tutti. Risultato: otto numeri che ristampano in maggioranza storie recenti, nessuna cura filologica, nessun supporto critico. Insomma una classica lettura balneare, che mira ad entrare nelle case con l'aiuto delle riviste a cui è abbinata e dell'immagine del papero in copertina. Il cultore non vi troverà molto di interessante, ma per il lettore che da tempo era lontano dal mondo disney o per il ragazzino che ancora deve muovervi i primi passi, potrebbe essere un buon acquisto. In fondo, se vogliamo, è giusto così, ma a noi appassionati chi ci pensa? Prezzo: 4,90 Euro

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La magia è il filo conduttore del penultimo volume di questa collana. Magia vera, come nelle due storie con Amelia, "Paperino apprendista stregone", di Pavese/M. De Vita e "Paperino e il tocco di Mida" di Chierchini (curiosamente "Il tocco di Mida" è il titolo originale della prima storia di Amelia di Barks!), magia presunta come nella simpatica "Paperino e i poteri telepatici" di Panaro/Guerrini, illusionismo ("Paperino e l'illusionista" di Chendi/Carpi e "Paperino prestigiatore" di Nigro/Held) e incantesimi ("Paperino e il magnete finanziario", tipica storia molto "pensata" di Siegel disegnata da Bordini). Completano l'uscita "Paperino mago temporaneo" spassosa (almeno nella prima parte) avventura ad opera di Russo/Sciarrone, "Paperino e Paperoga e le matite magiche", poco convincente storia di un Cimino più concentrato ad inserire un insegnamento morale che a scrivere e tra le ultime prove di Scala, visibilmente sotto tono (ma il maestro merita sempre il massimo rispetto) e chiude "Paperino e la gara dei desideri" di Concina/Cavazzano, che pur avendo un soggetto tutt'altro che elaborato contiene dei momenti davvero esilaranti. Nel complesso un numero più che sufficiente che non resterà certo nella memoria dell'appassionato, ma che assolve sicuramente a quello che è il suo vero scopo e cioè far trascorrere piacevolmente un po' di tempo. Giunti ormai quasi alla fine non ha più senso lamentarsi per la scelta delle storie (che se non altro in questo numero coprono un discreto arco temporale) o per la cura editoriale o per qualsiasi altra cosa. D'altra parte basta leggere cosa viene scritto nell'articolo introduttivo ("Amelia si sa vuole la numero uno. La vuole per certe sue faccende magico/alchemiche che non è poi importante chiarire") per capire che o all'iniziativa collaborano persone poco preparate o che tali volumi sono rivolti a tutti meno che all'appassionato! E se l'autore è davvero Augusto Macchetto, ovvero uno degli sceneggiatori più attivi della disney di oggi, penso si spieghino anche molte altre cose relative all'attuale produzione! Prezzo: 4,90 Euro.

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La collana celebrativa dei 70 anni di Paperino si avvia alla conclusione così come aveva iniziato, con un numero ancora una volta abbastanza deludente e come in quasi tutte le uscite precedenti, è sempre di più la selezione delle storie a lasciare perplessi. Con il tema dei cugini come denominatore comune, le storie presenti non sono tutte da buttare via per??ngono da domandarsi molte cose: perché, una volta deciso di pubblicare Barks (e perché solo ora?), scegliere una storia ("Gastone e la prova del lavoro") tutto sommato minore della sua produzione? Perché inserire una dimenticabile storiella di Vicar ("Paperino e il cugino conteso") per presentare un ignoto cugino di cui non si è mai sentito parlare e mai più se ne sentirà? Perché non pubblicare una storia di Paperoga di Kinney per illustrare al meglio le caratteristiche di un papero oggi quasi sempre male interpretato dagli autori? Perché delle diverse, catastrofiche ed esilaranti storie della coppia Pezzin/Cavazzano, come "Paperoga e il peso della gloria" o Paperoga e l'isola a motore", preferire una ("Paperino e il croccante al diamante") delle meno riuscite, con un finale fin troppo prevedibile, seppure sostenuta dagli iperbolici disegni del maestro veneziano? Restano allora "Paperino e i paperi drammatici" divertente episodio scritto da Salvagnini che gode del tratto particolare ma efficacissimo di Intini, "Paperino e Paperoga soci spericolati", ordinaria prova di Bordini, "Sgrizzo il più balzano papero del mondo" di Scarpa, che non poteva mancare assolutamente, "I paperi della valle solitaria" storia senza un perché di Cordara/Gervasio, "Una fidanzata per Paperoga", classica commedia degli equivoci, genere in cui Russo fornisce sempre buone prove (disegni di Barbucci), "Poker d'oro per 3 paperi" di Sarda/Held ed infine la sempre divertente "Zio Paperone e l'amuleto su misura", scritta da Chendi e disegnata da Scarpa, con co-protagonista lo iettatore Oscar in rappresentanza di tutti i cugini "di passaggio" del nostro papero. Insomma ancora una volta un'uscita dove il rimpianto è più grande del risultato finale. Prezzo: 4,90 Euro

Recensione di piccolobush


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L'iniziativa varata da "Panorama" e "Tv sorrisi e canzoni" arriva alla quinta uscita con l'albo intitolato "Paperino e i supereroi", argomento che può portare a qualche confusione o errata interpretazione anche da parte degli stessi curatori. E' normale che il pensiero vada subito a Paperinik, meno normale che il papero mascherato la faccia da padrone dalla copertina fino all'articolo di accompagnamento in un albo il cui tema centrale avrebbe dovuto essere il rapporto tra Paperino e gli individui in calzamaglia. Bisogna anche dire che tale argomento, se si esclude proprio Paperinik, non offre certo un'ampia scelta di storie: la più indicata, e per fortuna presente nel volume, è la divertente "Paperino aspirante supereroe" di Chendi/Cavazzano. Le rimanenti pagine sono state riempite alla meno peggio, scegliendo storie gradevoli (ma tutt'altro che eccelse) come "Paperino e l'incredibile Paperhulk" di Corteggiani/Lavoratori, o "Paperino e Superduck il riequilibratore" di Salvagnini/Gervasio, altre decisamente modeste come "Paperino e l'incubo di Paperopoli" di Panaro/Comicup e con una massiccia dose di Paperinik: "Paperinik e la minaccia al rifugio" di Savini/Cavazzano, "Paperinik divo del cinema" (Staff di If/De Vita M.), "Paperinik e l'inganno del successo" (Enna/Gervasio) ed un trittico di mini-avventure firmate dalla coppia Artibani/Barbucci. Tutte storie dove del binomio supereroe-superproblemi sono evidenziati solo i secondi. C'è da chiedersi infine, visto che dopo cinque settimane hanno aperto anche alle storie estere, perché pubblicare un'anonima storia di Strobl piuttosto che "Paperino e il superdinamo" di Barks che sarebbe stata non solo adatta ma anche migliore. In definitiva, un albo che lascia abbastanza insoddisfatti, forse sarebbe stato meglio (e magari più semplice) dedicarlo in toto a Paperinik, pubblicando storie sia delle origini, sia delle nuove serie a lui dedicate, dando così risalto ad una componente della vita di paperino decisamente più importante del suo giocare all'incredibile Hulk. Prezzo: 4,90 Euro

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La quarta uscita della collana "Paperino e...." regala finalmente un volume degno di nota. Del resto era prevedibile trattandosi del numero dedicato alle parodie, genere che ha regalato quasi sempre ottime storie e spesso dei veri capolavori. Sei sono le parodie rivisitate e tre fanno la parte del leone: "La leggenda di Paperin Hood", inusuale per lo spunto che gli dà il via (la banda dei paperi è impegnata in un film che rievoca le gesta del leggendario bandito), offre un saggio della bravura come autore completo dello Scarpa degli anni '60. Oltre alla fantasiosa rielaborazione e alle tante gag disseminate, vanno segnalate alcune belle soluzioni narrative, come l'attacco alla fattoria da parte dei Bassotti, dal forte sapore cinematografico e di grande effetto. "I promessi paperi" credo sia uno dei migliori esempi di parodia, per la grande opera di riscrittura operata dalle sceneggiatore (in questo caso Edoardo Segantini): le vicende narrate dal Manzoni e quelle tipiche dei paperi camminano l'una a fianco all'altra intrecciandosi continuamente, ottenendo così Paperino/Renzo e Paperina/Lucia che vorrebbero sposarsi, Paperone/don Rodrigo assillato da Brigitta/Gertruda e capo dei Bassotti/bravi, etc... Il valore aggiunto della storia è poi rappresentato dai disegni di Chierchini, bravo non solo nel rendere l'atomosfera dell'epoca ma anche nella caratterizzazione dei personaggi: i gabellotti d'assalto o il papero mascherato dell'"ufficio torchiatura", anche se appaiono in pochissime vignette, non si dimenticano facilmente. Ancora Chierchini è l'artefice unico dell'ultimo pezzo da novanta, "l'inferno di Paperino", storia che non può non ricordare la più celebre "L'inferno di Topolino", ma che merita comunque di brillare di luce propria per la grande realizzazione grafica (e il suo stile, sempre un p??quietante, qui è davvero il massimo) e per le terzine che la accompagnano. Completano il volume altre tre storie tutte gradevoli ma forse troppo brevi (circa 15 tavole ciascuna) per soddisfare pienamente il lettore, anche se due di loro sono impreziosite dai disegni di Giovan Battista Carpi: "Paperino di Bergerac" di Martina/Carpi, "Paper-dames e Celest'Aida", di Martina/De Vita P., "Paperin Caramba y Carmen Olè" di Martina/Carpi. Due righe almeno per la prima, per via della bella "interpretazione" di Paperino, a suo agio nei panni dello spadaccino squattrinato, scontroso, insofferente e romantico di Rostand e per quel malinconico non-lieto fine. Prezzo: 4,90 Eur.

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Terza uscita per la collana "Paperino &...." e diciamo subito che questo nuovo numero è inferiore ai suoi già non eccelsi predecessori. La causa credo possa essere individuata nel tema di turno: il rapporto tra Paperino e la sua amata. Potrà sembrare strano come la storia d'amore tra i due personaggi, che dura ormai da da più di sessant'anni, abbia raramente regalato vicende di un certo spessore, mentre invece ben più memorabili sono quelle che hanno coinvolto il nostro Paperino e varie sue "amanti", Reginella, Bi-a,.... Forse anche per i personaggi di carta le cose vanno come per le persone reali: dopo tanto tempo subentra la routine e a quel punto non c'è più molto di entusiasmante da vivere e da raccontare (a questo va aggiunto anche che Paperina, come personaggio, non si è mai evoluta). Ci si deve accontentare di piccole spigolature, di quadretti simpatici, di disavventure da soap-opera. Ed è quello che troviamo in questo volume: dodici racconti sulla quotidianeità di P&P, frammenti della loro condizione di eterni fidanzati, con i battibecchi, le gelosie, i riappacificamenti. Insomma una serie di vicende normali pur nella loro singolarità. Fra tutte spiccano per la simpatia "Paperino e l'anello perduto", un classico dell'accoppiata Chendi/Bottaro, "Il club più.... più di Paperopoli", di Concina/Intini, "Paperino e la guida cosciente" di Pavese/De Vita M. Le altre, devo dire, sono abbastanza deludenti, nonostante vedano all'opera, tra gli altri, Scarpa, Faccini (testo e disegni), Lara Molinari. Infine è giusto ribadire la non grandissima cura realizzativa: questa volta il punto dolente sono i credits delle storie che compaiono in alcune e non in altre e mai nella stessa posizione. D'accordo, si tratta di dettagli (e comunque sono riportati tutti nel sommario), per??munque denotano una trascuratezza che un'iniziativa del genere non lasciava immaginare. Prezzo 4,90 Euro.

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Il secondo appuntamento con la collana "Paperino e...." conferma le impressioni suscitate dal precedente volume: si tratta di un prodotto medio, destinato non al collezionista incallito, che non avrà particolari sussulti nello sfogliarlo, ma piuttosto ai nuovi fans o a quelli da tempo digiuni dei fumetti Disney e magari desiderosi di una "rimpatriata". Passando in rassegna le storie abbiamo: "Paperino e il disidratatore disidratato", piacevole più che per il soggetto in alcuni punti un po' lacunoso, per le tante gag disseminate da Martina (un classico la scenata melodrammatica di Zio Paperone sull'orlo del fallimento) e per i disegni di Massimo De Vita; "Paperino e le fotocopie R.R." gustosa anch'essa, scritta da Michelini e disegnata da un Mastantuono quasi agli esordi ma già capace; "Paperino e l'ombrello elettronico", tipico prodotto della ditta Cimino/Bordini, inconfondibile ma al tempo stesso indistinguibile da tanti altri; "Paperino e la bistecca spray", uno dei tanti attacchi satirici di Pezzin, ma non il più riuscito, alla nostra società (o meglio, a quella dell'epoca!), disegni di Gatto; "Paperino e il magazzino dei mondi", storia in parte inconsueta per Michelini, che sembra non dire nulla di particolare, fino alla lettura della sorprendente ultima tavola, peccato per i disegni non eccelsi di Ongaro; seguono due storie divertenti, ma simili nell'idea di base, "Paperino e la macchina delle scuse" di Artibani/Soldati e "Paperino e il Multivox 2222" di Michelini(ancora!)/M. De Vita; chiude "Paperino e il visore virtuale" ad opera di Panaro/Barbaro, probabilmente la più debole fra tutte, sia per i testi che per i disegni. In conclusione si tratta di storie tutte relativamente recenti, nessuna chicca che possa scatenare entusiasmi, ma sufficienti nel complesso. Nessun supporto critico, com'è ovvio aspettarsi visto il target del volume, ma l'articolo introduttivo è abbastanza interessante. Speriamo solo migliori la cura redazionale, un errore come la stampa errata delle tavole di "Paperino e la bistecca spray" è grave anche per una pubblicazione destinata ad un pubblico di lettori occasionali. Prezzo 4.90 Euro

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Gli albi speciali, destinati a festeggiare determinate ricorrenze, sono sempre attesi con curiosità dagli appassionati, speranzosi che siano "speciali" sul serio. Purtroppo si ha l'impressione che spesso tali albi siano mandati in edicola con la logica di accalappiare il lettore occasionale, più che con l'intenzione di costituire un premio per i fans e una celebrazione per il personaggio (o l'evento) in questione. Con questo volume la Disney sembra riuscita (non saprei quanto volutamente) in una via di mezzo, pescando sia tra i classici (tra l'altro con storie non inflazionatissime), sia tra le nuove leve. Se le intenzioni erano quindi buone, il risultato finale pu??rsi invece riuscito solo a metà e la causa va ricercata nei titoli selezionati. La prima stonatura salta subito all'occhio leggendo le date di pubblicazione: Paperino compie settant'anni e con lui anche la sua carriera nei fumetti, eppure delle 12 storie dell'albo la metà hanno meno di quindici anni. Si spera che non abbia vissuto (quasi) invano per i primi 55! Un modo ideale di festeggiare il nostro papero avrebbe potuto essere quello di scegliere storie di diversi periodi per vedere la sua evoluzione, non solo grafica ma anche "caratteriale". Da questo punto di vista sono sicuramente indicate "Paperino 3D" (non fosse altro per la rarità), "Paperino missione Bobfingher" (quando Paperino era veramente la parodia di James Bond, e non un generico agente segreto scapestrato come nella P.I.A. odierna), "Paperino e l'eroico smemorato" (con Pezzin al top della sua vena comico-grottesca e Cavazzano nella sua personale e bellissima reinterpretazione dello stile disney). Buone anche "Paperino e l'autocontrollo massacrante", "Paperino e la triplice contesa", "Paperino e il sinistro dottor Murdy", che hanno il merito di presentare tre artisti (due anche in veste di autori completi) che sono il presente e, speriamo, il futuro della disney e tra i più personali fra quelli delle nuove generazioni. Abbastanza inutili le altre tre storie recenti. Parziale delusione anche per Barks e De Vita junior che certo non potevano mancare in una simile occasione, ma fra tutta la loro produzione credo non sarebbe stato difficile scegliere qualcosa di più significativo. Insomma un albo sicuramente gradevole ma che con qualche attenzione in più sarebbe stato davvero prezioso.

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La scala di votazione utilizzata è la seguente:

  •  Spendete meglio i vostri soldi...
  •  Bof.... giusto se già collezionate la testata...
  •  Nella media: non passerà alla storia, ma...
  •  Buono! Acquistatelo e non vi pentirete!
  •  Da acquistare, senza esitazioni!

Da tener presente che i voti non sono da intendersi in maniera "assoluta", ma vengono dati coerentemente con quello che ci si aspetta di trovare in una testata: ad esempio Paperino e Tesori Disney sono testate molto diverse tra di loro: la prima contiene esclusivamente ristampe di storie già apparse sulla testata, la seconda presenta storie di difficile reperibilità o addirittura qualche inedito (oltre, ovviamente, a tutta una serie di articoli). Il voto dato a due numeri di queste testate deve prendere in considerazione quello che ci si aspetta di trovare all'interno del fascicolo: un Paperino con ristampe di Bottaro, Scarpa, Carpi, Cavazzano e cosi' via, sarà giustamente ben valutato, e se anche dovesse prendere 5 stelle, non significa che in assoluto è migliore di un numero di Tesori che ne prende solamente 4!

 

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