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Massimo Marconi

 

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Abramo e Giampaolo Barosso

 

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Intervista a Massimo Marconi


Massimo Marconi, un pezzo importante della storia del libretto.

Quanti anni fa hai iniziato a collaborare con Topolino?
Nel marzo del 1971, quando sono entrato a far parte della Redazione del giornale.

Quanti anni fa hai iniziato a collaborare come sceneggiatore?
Ho aspirato fin da subito a scrivere sceneggiature, ma inizialmente c'era poco spazio. La mia prima sceneggiatura è stata pubblicata nel maggio del 1973 (Topolino e la sparizione dei noci, su Almanacco Topolino 197), però il soggetto non era mio ma del Disney Studio. Quella che considero la mia prima storia è Zio Paperone e l'esenzione di Venceslao, pubblicata su Almanacco Topolino 212 dell'agosto 1974 e disegnata da Massimo De Vita. A dire il vero, nel gennaio di quello stesso anno, su Topolino n. 946, era uscita un'altra mia storia che però avevo scritto successivamente all'altra.

Per quanti anni sei stato capo servizio sceneggiature?
Ufficialmente, per tredici anni (mi pare dal 1983 al 1996), anche se fin da subito mi sono occupato dell'editing delle storie.

Per diventare sceneggiatore hai seguito un corso "normale" o hai frequentato un corso "specifico"?
Nessun corso, solo molta pratica e allenamento. Oltre alla conoscenza dei personaggi (e all'amore per loro) come lettore fin dall'avvento del formato tascabile. Quando sono arrivato in redazione non ne avevo perso nessun numero.

In che modo sei stato "arruolato" (cioè hai partecipato ad un concorso simile a quello più recente del 2014 o hai fatto un colloquio oppure collaboravi già con altri fumetti e sei stato chiamato per Topolino)?
L'arrivo a Topolino fa parte della mia carriera professionale di giornalista, iniziata casualmente nel 1968 in attesa di discutere la tesi di laurea in Giurisprudenza. In effetti, volevo fare il giudice… e in un certo senso l'ho fatto davvero. Ho cominciato con Nevesport, glorioso periodico di sport invernali (l'unico al mondo con frequenza settimanale); poi, nel 1970, sono passato in Mondadori, prima a Bolero Teletutto, giornale di spettacolo, televisione e fotoromanzi, e successivamente a Topolino. Una curiosità: il creatore e direttore di Bolero (oltre che l'inventore del fotoromanzo) era Luciano Pedrocchi, fratello di quel Federico figura storica del Topolino d'anteguerra

Qual è la storia scritta da te a cui sei più legato?
Mi è difficile fare preferenza. Per una ragione o per l'altra, mi sono tutte care. Quella cui sono più affezionato, perché piaceva tantissimo ai miei figli, è Qui Quo Qua e il tempo delle mele. La, anzi, le meglio riuscite, invece, credo siano le due del "ciclo della spada": Topolino e la spada invincibile e Topolino e la spada del tempo. A dire il vero, ne ho scritta anche una terza (con due puntate su tre già sceneggiate), ma non è passata al vaglio dei responsabili Disney, perché il protagonista (che non è Topolino!) ha un figlio.

Qual è la storia in generale a cui sei più legato?
Anche qui è difficile rispondere. Comunque, da lettore, quelle che mi hanno affascinato maggiormente sono state Paperino e la leggenda dello Scozzese Volante, di Scarpa, e Paperino e il tesoro delle Sette Città, di Barks. Quella che invece mi colpì di più per l'imprevedibilità del finale fu Topolino e il gigante della pubblicità, sempre di Scarpa.

Qual è l'autore/autrice a cui sei più legato?
Sicuramente Romano Scarpa, Carl Barks e Floyd Gottfredson, soprattutto perché mi hanno accompagnato fin dall'infanzia e ho letto le loro storie un'infinità di volte. E reggono ancora, nonostante il trascorrere degli anni.

Qual è il direttore tra quelli con cui hai lavorato a cui sei più legato?
Sicuramente Gaudenzio Capelli: grazie a lui sono riuscito a dare il meglio di me.
Apprezzo molto anche Valentina De Poli, ma quando lei è diventata direttrice io non ero più già da tempo (1996) in forza a Topolino, con il quale ho tuttavia collaborato esternamente fino all'anno scorso.

A quale epoca della rivista sei più legato?
Da lettore, a quella della mia infanzia e giovinezza (fino agli Anni 60). Come "lavoratore", invece, gli anni di Capelli e, in particolare, quelli con la Disney come editore. Sgobbavo per quattro (60-70 ore alla settimana), ma era un piacere farlo!

Qual è il personaggio in cui ti identifichi di più? E qual è il tuo preferito?
Non ho mai pensato di identificarmi in qualche personaggio. Credo che sia perché li ritengo tutti migliori di me; con più personalità. Il mio preferito è Topolino, ma solo quello "giusto", con le sue virtù e le sue doti, ma anche con i suoi limiti e le sue debolezze. Per intenderci, non certo il detective da quattro soldi di troppe e troppo banali storie.

Quanto tempo impieghi mediamente per scrivere una storia?
Per le prime - fra brutte, rifacimenti e ripensamenti - anche un mese. Poi, anno dopo anno, ho acquistato mestiere (ma senza diventare trasandato, spero) e ho ridotto di moltissimo i tempi. Mi è capitato di scrivere una storia anche in un giorno. Quello che invece mi ha sempre portato via tantissimo tempo è stato il soggetto: per inventare, il mestiere non basta. Mi è successo di accantonare per anni dei soggetti che non mi convincevano pienamente (uno addirittura per quasi dieci anni!).

Come è nata quella che forse è tra le tue storie più famose "Topolino presenta 'La strada'"?
Su Diamond Edition trovi la risposta. Casomai non lo avessi sottomano, ti mando il commento alla ripubblicazione della storia, dal quale puoi estrapolare la vicenda:
Amo il cinema e, complice anche la pochezza della tv della mia giovinezza, ne ho passata buona parte nel fantastico buio delle sale. E al cinema, quando mi capita l'occasione, mi piace rendere omaggio, con storie ispirate anche solo al titolo (come Qui, Quo, Qua e il tempo delle mele), a un personaggio (o addirittura due, per esempio Fantozzi e Fracchia in La tragica avventura di Paperon de' Paperozzi), talvolta più o meno alla trama (Pluto e l'invasione dei replicanti si rifà a Gremlins, che a sua volta omaggia la disneyana Biancaneve e i Sette Nani in una scena memorabile). Tutti impegni tranquilli, con soggetti relativamente facili da far quadrare e sceneggiature che in un certo senso sembrano scriversi da sé. Ma non sempre è stato così.
Quando mi viene proposto di scrivere una storia ispirata a La strada di Federico Fellini (oltretutto un film che ho sempre amato, fin da quando l'ho visto per la prima volta a 12 anni) è tutta un'altra musica.
La strada è una favola, senz'altro, ma è una favola triste, addirittura tragica. E non basta. Sponsor della storia sono personaggi che non si possono deludere: il giornalista Vincenzo Mollica, grande amico di Topolino, sulle cui pagine ha più volte vestito i panni del suo alter ego Paperica, il suo abituale… complice Giorgio Cavazzano, e Fellini stesso, entusiasta oltre ogni dire dell'iniziativa. E non a torto. I protagonisti della pellicola, premiata con l'Oscar nel 1956 come miglior film straniero, sembrano pensati fin da subito per una trasposizione disneyana. Chi ha visto il film (e chi non l'ha visto, lo veda, anche se trovarlo non è facile) non potrà non notare la straordinaria aderenza di Gambadilegno alla personalità del brutale Zampanò, o scoprire che Minni è una perfetta Gelsomina e che solo il duttile, tenero Topolino con i pantaloncini corti può interpretare al meglio il Matto e la sua poesia.
Ma il vero problema sono le tante cose che vanno inserite nella storia, che non deve (e non può) essere una semplice trasposizione fumettistica del film, o tantomeno una "Grande Parodia". I committenti mi chiedono giustamente di corredare la narrazione con fatti (alcuni reali, alcuni forse solo leggendari) vissuti dai protagonisti in carne e ossa, Fellini, sua moglie Giulietta Masina e un altro grande amico di Topolino, di cui non posso svelarvi il nome per non rovinare la sorpresa. Topolino presenta "La strada" deve, insomma, presentare il film e, nello stesso tempo, un particolare dietro le quinte.
A più di vent'anni di distanza ricordo ancora perfettamente tutte le strade alternative percorse per far quadrare il soggetto, disperare di farcela e trovare infine quello giusto nella semplicità del racconto dei fatti, reso scorrevole e credibile con pochi espedienti di sceneggiatura. L'esperienza conta pure qualcosa, ma che sudata!

Nel 2016 è uscita la raccolta Diamond edition, contenente le tue storie più importanti e famose: sei soddisfatto delle storie scelte? Ne avresti messe alcune al posto di altre? Pensi che ne siano state "scartate" alcune che tu ritieni particolarmente importanti o di cui sei particolarmente 'soddisfatto'?
Le storie le ho scelte io, in piena libertà… a parte i tanti paletti di cui tener conto, come il numero di pagine, ripubblicazioni troppo recenti, qualità dei disegni, provenienza da Topolino (mi hanno concesso un'eccezione per Paperinik, ma mi sarebbe piaciuto inserire altre storie, per esempio una di Topolino Sport) eccetera. La scelta, comunque è stata assai difficile, come puoi immaginare, e come ho spiegato sempre in Diamond, di cui ti fornisco uno stralcio:
Spero che non mi venga mai più chiesto di fare una cosa simile: scegliere solo alcune delle mie storie (che vuol dire scartare tutte le altre) e, tra queste, indicare la migliore. è una sofferenza non da poco, e non perché i miei lavori sia tutti di qualità: fossero anche irrimediabilmente modesti tentativi di sceneggiatura, sono comunque "figli" della mia fantasia e, come tutti sanno, "ogni scarrafone è bello a mamma soia". Dentro ogni storia ci sono fatica, dubbi, scelte, pensamenti e ripensamenti, blocchi che avresti detto insuperabili e poi sequenze di vignette che sembra si scrivano da sé. Quanta storia in una storia! Di ciascuna ricordo qualche particolare, anche ad anni di distanza e sicuramente non ho dimenticato la prima sceneggiatura: due mesi di lavoro di certosina precisione, un giorno per scriverla a macchina (se fossi arrivato prima, pc!) e poi è andata persa e naturalmente non ne avevo fatta nessuna copia. Ma questa è un'altra storia.

Quale periodo della rivista pensi sia stato il più importante?
Non lo so. E penso che non lo sappia nessuno, perché la risposta sarà sempre soggettiva: quello della proprio giovinezza.
Dal punto di vista della storia dell'editoria, credo che l'invenzione stessa del Topolino formato tascabile abbia fatto storia. Per certi versi, Topolino e gli altri periodici a lui ispirati sono stati un po' come la TV: hanno contribuito ad accrescere la cultura, hanno insegnato divertendo.

Da chi e come vengono scelte le storie da inserire in un determinato numero di Topolino? E da chi e come per un numero di una raccolta (tipo I classici, I grandi classici, Paperino...)?
Quando ero in Redazione, la composizione del numero è sempre stata prerogativa del Direttore, in base al materiale disponibile e tenendo conto di elementi oggettivi, come l'alternanza dei personaggi, il bilanciamento della qualità, l'attualità (quando c'era; per esempio, le storie natalizie), eventuali obblighi contrattuali (per esempio, le storie sponsorizzate). Praticamente, succede così in tutti i giornali (naturalmente con la collaborazione dei vari responsabili) e credo che anche nel Topolino attuale sia così.
Per quanto riguarda le pubblicazioni di ristampe se ne sono sempre occupati i vari responsabili, prima interni alla redazione e poi - quando il numero delle testate è aumentato - esterni. Io stesso ho curato per anni Classicie Grandi Classici e poi, da collaboratore, Mega Almanacco, Paperino, Pocket Love, Paperinik. Oltre alle cosiddette compilation, cioè quelle pubblicazioni in qualche modo tematiche e, naturalmente, alle Topostorie, le raccolte con storie di collegamento sulla falsariga dei primi Classici Walt Disney; un lavoro decisamente difficile e di cui vado particolarmente fiero.
Oggi mi risulta che tutti o quasi questi lavori siano stati - per ragioni economiche - riportati in casa (vengono cioè curati dalla Redazione).

Come funziona l' "affidamento" del disegnatore per una storia?
Come in tutte le case editrici, credo. Ai miei tempi, quando si producevano (solo in Italia) quasi 400 storie all'anno, l'assegnazione - tranne per qualche motivo particolare - era spesso casuale: il disegnatore consegnava la storia e gli veniva affidata immediatamente una nuova sceneggiatura. L'assegnazione la faceva il Direttore. Io, che ero l'unico responsabile della discussione, aggiustamento e scelta dei soggetti, mi limitavo a passare le sceneggiature al Direttore con qualche indicazione sul tipo di disegnatore a cui affidarla.
Adesso, e in genere da quando che ci sono più editor a svolgere il lavoro, credo che le assegnazioni non siano più di competenza del Direttore, ma dei vari responsabili.

In questi anni hai sicuramente vissuto a pieno la "vita" di questo giornale: come la puoi raccontare?
Per certi versi, un lavoro come tanti. Per altri, un lavoro speciale. Ottimo ambiente sempre, ma, nei primi anni, con poco orgoglio professionale e un certo distacco dalle storie, che invece sono e sempre saranno la forza del giornale. Oggi le cose mi sembrano cambiate e c'è più partecipazione alla creazione del giornale, amore per i personaggi e spirito di gruppo.
I miei figli mi rinfacciavano di voler più bene ai personaggi Disney che a loro: non era vero... ma tuttavia per me era un complimento.

Quanto pensi sia importante la rivista per le persone?
Non dire mai "rivista". Come sosteneva Luciano Pedrocchi, la rivista è quella che si fa su un palcoscenico.Topolino è un giornale e, se ti serve un sinonimo, ti concedo "periodico".
Tornando alla domanda, l'importanza deve valutarla ciascuno in base a quello che ha ricevuto dalla lettura diTopolino. Per quanto mi riguarda, per esempio, mi ha stimolato curiosità per la cultura, l'interesse per la ricerca, la conoscenza dell'italiano corretto (ahi, ahi, sgrammaticato e vandalico popolo degli SMS!). Spesso è stato anche un amico nei momenti difficili dell'adolescenza, facendomi compagnia e dandomi conforto.
Come amo ripetere, senza Topolino, il Mondo sarebbe pressappoco lo stesso, però un po' più povero.


Cosa pensi sia necessario per mantenere un Topolino di qualità?
La qualità, appunto. Ma la qualità costa e oggi, con il calo delle vendite (di tutti i giornali, non solo di Topolino, l'editore non può permettersi tutta quella che vorrebbe. Sempre che la voglia davvero o sia in grado di riconoscerla
Tuttavia, la qualità non basta: il successo e la somma di tanti fattori, la maggior parte dei quali imprevedibili.

Cosa pensi riservi il futuro a questa rivista?
Spero il meglio, ma temo il peggio. Se non cambia qualcosa nella società contemporanea a livello di stili di vita e di fruizione dei mezzi di divertimento, Topolino è destinato a diventare un prodotto di nicchia. Ma non è detto che sia un male: un prodotto di nicchia, infatti, lo fu già per molti anni nel formato tascabile, prima di raggiungere i traguardi che tutti sappiamo.
Non ci sono limiti alla provvidenza. E nemmeno a Topolino.

- Matteo Gatti




 

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