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Intervista a Carlo Panaro


Carlo Panaro, recordman di sceneggiature pubblicate.

Quanti anni fa hai iniziato a collaborare con Topolino?
Ho iniziato nel 1985. La mia prima storia, "Zio Paperone e il cibo del futuro", risale al periodo maggio/giugno, anche se la prima pubblicata è "Topolino e il mistero ortofrutticolo" (la terza che ho scritto cronologicamente), uscita nel giugno 1986.

Quanto pensi sia importante la rivista per le persone e per l'editoria?
Tantissimo! Topolino è una pietra miliare del fumetto, non solo umoristico, italiano. Una sorta di icona a cui poi, nel corso degli anni, a partire dal 1949, molte altre pubblicazioni si sono ispirate. Ha fatto e continua a fare compagnia a generazioni di lettori... sono moltissimi coloro che hanno incominciato a leggere proprio con Topolino.

Qual è la storia scritta da te a cui sei più legato?
"Zio Paperone e la formula della ricchezza", disegnata splendidamente da Romano Scarpa. E' una storia che ho nel cuore perché è dedicata ai miei genitori.

Qual è la storia in generale a cui sei più legato?
A parte la mia che ho nominato sopra, direi "Storia e gloria della dinastia dei paperi", la prima grande saga che ho letto nel 1970. All'epoca fu un vero evento, accompagnato dalle monete dei vari protagonisti (di cui, purtroppo, me n'è rimasta soltanto una). Martina era abilissimo a fare sognare i lettori con le sue trame fascinose, ed i bellissimi disegni di Scarpa e Carpi impreziosivano quella storia che mi colpì davvero molto.

Qual è l'autore/autrice a cui sei più legato?
Ne ho conosciuto tanti nel corso degli anni, alcuni, purtroppo, non ci sono più. Una menzione speciale la dedicherei a Romano Scarpa, non solo perché è stato uno dei grandi maestri Disney, ma proprio perché avevamo "legato" anche dal punto di vista umano e questo, secondo me, rende il rapporto tra sceneggiatore e disegnatore davvero speciale.

Qual è il personaggio in cui ti identifichi di più? e qual è il tuo preferito?
Paperino. Non lo vedo semplicisticamente come un perseguitato dalla sfortuna ed un pelandrone, ma lo preferisco più "alla Barks", cioè come un papero pronto a vivere mille avventure e ricco di un suo personalissimo ingegno. Con lui ho in comune la voglia di mettermi sempre in gioco e di rialzarmi dopo le inevitabili cadute della vita.

Cosa pensi sia necessario per mantenere un Topolino di qualità?
Tante belle storie! Chiarisco che, a mio parere, i capolavori sono pochi, l'ossatura di Topolino sono quelle che vengono chiamate storie di piacevole lettura, quelle storie cioè che regalano una boccata di buon umore, un sorriso, una piccola emozione... magari non restano negli annali del fumetto, ma alcune di queste sopravvivono nel cuore dei lettori più giovani e non solo.

Quanto tempo impieghi mediamente per scrivere una storia?
Dopo più di trent'anni, sono diventato piuttosto veloce. Per una storia di lunghezza media direi una decina di giorni.

Quale periodo della rivista pensi sia stato il più importante?
Be', i primi anni sono stati quelli che ne hanno caratterizzato l'evoluzione ed il successo. Personalmente, ho amato molto le storie di fine anni '60, inizio anni '70 da lettore, e poi quelle degli anni '90, quando Topolino vendeva davvero tantissimo, come sceneggiatore.

A quale epoca della rivista sei più legato?
Gli anni '90, come ho scritto sopra.

Qual è il direttore tra quelli sotto cui hai lavorato a cui sei più legato?
Un po' tutti, per diversi motivi. Se devo dare un "più" lo riservo a Gaudenzio Capelli per il semplice motivo che è stato il direttore con cui ho iniziato la mia attività.

Cosa pensi riservi il futuro a questa rivista?
Viviamo anni in cui il fumetto, non solo Disney, è un po' in calo, in parte a causa della tecnologia che occupa molto tempo libero dei bambini, i primi destinatari a cui Topolino si rivolge. Basta fermarsi ad osservarli per notare che, spesso, hanno un cellulare in mano, una volta accadeva con i fumetti. Non ho la capacità di divinare il futuro, coltivo però l'auspicio che Topolino resti radicato nei gusti dei lettori: la sua caratteristica principale, quella che l'ha fatto amare per generazioni, è che è sempre stato il giornale della famiglia... lo prendeva il bambino, ma lo leggevano anche i genitori e persino i nonni. Oggi, forse, questo accade meno, non a causa della qualità della rivista, ma perché il mondo, le stesse famiglie, non sono più quelle di una volta. Tuttavia, nonostante ciò, io credo che ci sia ancora spazio per i sogni che i personaggi Disney possono e sanno regalare!

Per diventare sceneggiatore hai seguito un corso "normale" o hai frequentato l'Accademia Disney?
Nel 1985, quando ho iniziato, Topolino era ancora Mondadori e l'Accademia Disney non esisteva. All'epoca occorreva avere soprattutto qualità intrinseche di narratore, sapere cioè raccontare storie. Io avevo alle spalle oltre 15 anni da lettore ma, soprattutto, l'attitudine ad inventare, creare storie: fin dall'età di 7 anni, raccontavo avventure, le scrivevo, le disegnavo e realizzavo un vero e proprio giornalino (c'erano perfino i giochi e le rubriche, ovviamente inventate da me!) che regalavo a mia sorella Patrizia. Così, in seguito, è stato quasi uno sbocco naturale passare a scrivere trame per Topolino, visto che lo leggevo da una vita. E' bastato qualche semplice ma utilissimo consiglio di Massimo Marconi, in quel periodo responsabile delle storie, per riuscire a scrivere sceneggiature: ripeto, per me è stato quasi istintivo, senza scuole alle spalle se non le mie numerose letture di fumetti umoristici, non solo Disney.

In che modo sei stato "arruolato" (cioè hai partecipato ad un concorso come quello più recente del 2014 o hai fatto un colloquio oppure collaboravi già con altri fumetti e sei stato chiamato per Topolino)?
Inizialmente avevo scritto a Marco Rota: mi piaceva molto come disegnava perciò volevo complimentarmi con lui e chiedergli un disegno con dedica (che conservo ancora gelosamente). Approfittai della circostanza per domandare come fare a propormi come soggettista e sceneggiatore di Topolino. In seguito, riuscii a parlare telefonicamente con Massimo Marconi che mi chiese di spedirgli una sceneggiatura di prova. Seguirono altre telefonate ed un incontro in redazione, durante il quale gli esposi alcuni soggetti. Fra questi, vi era quello di "Zio Paperone e il cibo del futuro" che, come ho già scritto precedentemente, poi è diventata la mia prima storia scritta.

- Matteo Gatti




 

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