Topolino 3301

05 MAR 2019
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Nel commento al numero 3301 non si può non iniziare con “Il conte di Anathram” che si chiude questa settimana dopo cinque puntate. Marco Bosco si è prodotto in un lavoro davvero riuscito, una storia corale nel senso più completo del termine, in cui tutti i personaggi sono assolutamente indovinati, mantenendo le loro caratteristiche peculiari e risultando sempre credibili: ne sono un esempio un Rockerduck vecchia maniera, senza scrupoli e tutt’altro che pivello e un’Amelia correttamente priva della sua natura stregonesca ma quanto mai a suo agio nella parte cucitagli addosso dallo sceneggiatore.

Ma tutti sono ben caratterizzati, compresi quelli che hanno poco spazio per mettersi in mostra.

Non meno importante è la storia che viene tessuta episodio dopo episodio, storia che si arricchisce di diverse sottotrame che l’autore porta avanti in maniera precisa fino alla conclusione, evidenziando anche tanti elementi di interesse: dalle lotte sindacali e le guerre dei prezzi che, per una curiosa coincidenza, vanno a quasi a sovrapporsi ai fatti di cronaca odierni, al ruolo in società delle donne proprio negli stessi anni e negli stessi luoghi in cui prende vita il movimento delle suffragette.

Immagino che, a volerlo fare, si potrebbero anche trovare dei difetti, ma è una cosa che “Il conte di Anatrham” non si merita, perché è prima di tutto una storia scritta bene e che, nonostante le apparenze, non fa affidamento tanto sui colpi di scena (non è difficile immaginare, anche solo per esclusione, chi siano i due personaggi misteriosi che vengono rivelati nell’ultima parte) quanto sul suo saper raccontare senza annoiare. Dopo cinque puntate si finisce con l’affezionarsi a questi personaggi e alle loro vicende e allo stesso modo si è finito per apprezzare anche il lavoro di Picone, magari non adattissimo al tipo di storia, ma comunque efficace.

Insomma un ottimo lavoro, adatto a un pubblico di ogni età, l’esempio di qualcosa che dovrebbe essere la normalità su una rivista come “Topolino”.

La storia di apertura invece è firmata da Sisto Nigro e Alessandro Perina e, sotto l’ambientazione carnevalizia, nasconde un giallo dei più classici. Godibile, anche se alcuni passaggi avevano fatto pensare ad una trama un pelo più elaborata di ciò che si rivela invece alla fine.

Sull’ennesimo episodio de “La Storia dell'Arte di Topolino”, ci sarebbe poco da dire: la cifra umoristica di Roberto Gagnor è ormai ben nota e quindi non stupisce vedere i soliti ammiccamenti a un pubblico giovane condotti in maniera abbastanza pretestuosa, così come è noto che l’arte viene circoscritta in poche didascaliche vignette, come un dazio da pagare al più presto per poi non pensarci più. In realtà c’è però un fatto nuovo: chi scrive non è proprio un ignorante ma al tempo stesso non è così versato in storia da potersi rendere conto di errori in date e dettagli così particolareggiati come quelli trattati in questa avventura. Però tra i lettori della rivista c’è anche chi queste conoscenze le ha e, giustamente, le dimostra. Allora spiace venire a conoscenza che, sia la storia sia il redazionale che la accompagna, contengono imprecisioni che non rendono giustizia al prestigio del giornale. Un po’ di attenzione in più non sarebbe una cattiva idea, soprattutto in questa tipologia di operazioni.

Oltre a una simpatica storia con zio Paperone di Zemelo e Rigano, l’altro elemento degno di nota è la ristampa di “Zio Paperone bianco papero” scritta da Kinney e disegnata da Strobl, la prima della serie ambientata nella redazione del Papersera. L’obiettivo è lanciare la collana omonima che ospiterà proprio le ristampe di queste storie, oltre ad altro materiale.
Sempre riguardo questa operazione, troviamo allegato alla rivista una copia del “Papersera”, riproposizione di una analoga iniziativa di svariati anni fa. Si tratta di un simil-tabloid di impronta prettamente umoristica e poteva essere più interessante se avesse contenuto anche qualcosa di realmente utile: ad esempio veri consigli di lettura o una reale panoramica sul funzionamento di una redazione giornalistica

Autore dell'articolo: Gianni Santarelli

Abruzzese, ingegnere elettronico riconvertito in quel che serve al momento. Il mio rapporto con i fumetti segue tutta la trafila: comincio a cinque anni con le buste risparmio della Bianconi (sovvenzionato da mia zia), poi Disney, i supereroi Corno, i Bonelli (praticamente tutti, anche se abbandonati man mano). Verso i 18 anni scopro le riviste della Comic Art, leggo "Stray toaster" di Sienkiewicz e inizio un giro del mondo fumettistico che ancora non termina. Fumetto franco-belga, argentino, americano, autori celebri e sconosciuti, tutto finisce nella mia biblioteca, molto aspetta ancora di essere letto, nel frattempo dilapido una fortuna. Su due cose sono profondamente ignorante: il fumetto supereroistico "classico" (ad eccezione di Batman, per cui ho una venerazione, non leggo una storia dell'uomo ragno & c. dagli anni 80) e il fumetto giapponese. Per il Papersera, collaboro all'annuale premio, scrivo qualche articolo quando necessario e mi occupo, con puntuale ritardo, del settimanale "Topolino"