Topolino 3315

11 GIU 2019
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Il 18 maggio scorso, nelle vesti dell'Associazione Papersera, abbiamo premiato Enna riconoscendo il grande lavoro che ha fatto con i personaggi Disney e la capacità di scrivere storie che, oltre a coinvolgere, sapessero anche emozionare. Ora, a meno di un mese di distanza, mi trovo a commentare la conclusione di una lunga storia (ben 5 puntate) dove della sua bravura c'è solo qualche eco, una storia che si percepisce come non sia nata da lui, non in questa forma che ha raggiunto le edicole almeno.

L'intento di celebrare il cinquecentenario leonardesco si perde un po' per strada, l'ambientazione italiana, che poteva e doveva essere il valore aggiunto, non viene praticamente sfruttata: l'interesse si mantiene vivo solo per l'identità del misterioso finanziatore che pure non ci vuol molto a indovinare dato che, anche in questo, non si hanno sorprese.

Ma l'ultima puntata appare la più debole perché l'autore è costretto a tirare le fila di una avventura che, per qualche motivo, non ha potuto scrivere come forse avrebbe voluto.

Francamente abbastanza risibile la grande invenzione oggetto di questa caccia al tesoro, una macchina in grado di stampare fumetti… a patto di disegnarli e scriverli manualmente al loro interno! (Ma chissà, forse Leonardo voleva solo stimolare la fantasia dei suoi contemporanei, fornendogli delle pagine pronte da completare in base al proprio estro). Cosa dire poi del vero tesoro che viene “inaspettatamente” trovato e che permette di concludere la storia con tutti felici e contenti? Anche qui, dopo che a ogni pagina o quasi, vengono ricordate le difficoltà del ristorante del professore non ci vuol molto a indovinare come si sarebbe conclusa (stessa conclusione di tante altre storie simili, tra l'altro).

Insomma, sembra sia mancato qualcosa, forse l'ispirazione, forse la possibilità di scrivere liberamente, ma davvero appare come una occasione mancata. Fosse stata una storia di una o due puntate massimo, poco male. Ma una storia così lunga e con un obiettivo così impegnativo avrebbe meritato qualcosa di meglio.

Dai, in fondo è il numero celebrativo di Paperino, con tutte le storie dedicate a lui e ai tanti aspetti della sua vita, non mancherà  occasione per leggere qualcosa di valido.
Questo ho pensato, prima di leggere la storia successiva.

È che non mi aspettavo “Paperino contro Paperino”. Una battutina sarcastica fa ridere, tre fanno sorridere, 40 pagine dello stesso umorismo stile “Zelig” sono una tortura. Vitaliano mette in atto il suo solito schema: nessuna trama, confusione voluta e cercata con pervicacia, affastellamento di personaggi, di situazioni e di battute per non dar modo al lettore di fermarsi a riflettere. Perché se ti fermi un attimo, vedi subito che ci sono mille cose che non vanno. L'ammucchiata di nemici per esempio, convocati dal nulla, per competere con i vari alter ego di Paperino, come se fossimo a “Giochi senza frontiere”.

Coerenza narrativa, credibilità, tutto sacrificato sull'altare della tesi finale, tra l'altro intuibile sin da subito. Si dirà, è una storia umoristica, va letta con lo spirito giusto. Probabile, ma faccio fatica a trovare lo spirito giusto quando lo sceneggiatore comincia a giocare con i suoi stessi cliché (i millemila sinonimi ripetuti all'eccesso, il sarcasmo sulle proprie battute…) fingendo un'autoironia che è solo di facciata.

Una storia che può anche essere divertente, ma non è una storia di Paperino.

Buona l'avventura che chiude l'albo, scritta da Buratti e disegnata da Danilo Barozzi che si concentra sulla sfortuna del festeggiato. Originale non lo è, e ci mette anche parecchio a entrare nel vivo (per una metà circa si ha l'impressione che il protagonista debba essere Paperoga), però è simpatica.
E simpatico, anche se non lo avrei mai detto, è anche il ritorno di Cip & Ciop sulle pagine del settimanale. Una breve di 10 tavole, firmata da Stabile e Marini, che fa il suo dovere meglio di tante altre.

Il resto del giornale è dedicato per lo più a Paperino, con una paginetta introduttiva per ogni storia e poco altro. A proposito di tali pagine introduttive, non sono “85 anni che combatte contro la sua proverbiale sfortuna”. Questa è l'immagine che ormai si è imposta: d'accordo che in poche righe non si può fare un trattato e spiegare da dove nasce tale caratterizzazione, ma sarebbe bastato restare sul vago per non scrivere inesattezze.

Autore dell'articolo: Gianni Santarelli

Abruzzese, ingegnere elettronico riconvertito in quel che serve al momento. Il mio rapporto con i fumetti segue tutta la trafila: comincio a cinque anni con le buste risparmio della Bianconi (sovvenzionato da mia zia), poi Disney, i supereroi Corno, i Bonelli (praticamente tutti, anche se abbandonati man mano). Verso i 18 anni scopro le riviste della Comic Art, leggo "Stray toaster" di Sienkiewicz e inizio un giro del mondo fumettistico che ancora non termina. Fumetto franco-belga, argentino, americano, autori celebri e sconosciuti, tutto finisce nella mia biblioteca, molto aspetta ancora di essere letto, nel frattempo dilapido una fortuna. Su due cose sono profondamente ignorante: il fumetto supereroistico "classico" (ad eccezione di Batman, per cui ho una venerazione, non leggo una storia dell'uomo ragno & c. dagli anni 80) e il fumetto giapponese. Per il Papersera, collaboro all'annuale premio, scrivo qualche articolo quando necessario e mi occupo, con puntuale ritardo, del settimanale "Topolino"