Topolino 3330

23 SET 2019
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Un curioso intreccio si è materializzato in queste settimane su Topolino: da una parte Ambrosio e Artibani (con Alessandro Ferrari) “ringiovaniscono” Paperino per poterci raccontare alcune sue avventure adolescenziali, dall’altra Enna “invecchia” Qui, Quo e Qua, scegliendo di andare oltre la caratterizzazione di comodo che dura da decenni per mostrarceli finalmente come personaggi veri e soprattutto calati in una quotidianità fatta non di zii milionari e viaggi ai confini del mondo ma dei tanti aspetti che riguardano ragazzi della loro età.

Siamo di fronte quindi in entrambi i casi a un tentativo di avvicinare i personaggi a quello che dovrebbe essere il pubblico di riferimento e favorire da parte di esso una più facile identificazione.

Tuttavia i due prodotti risultano assai differenti, come approccio  e come risultato finale (Young Donald Duck si protrarrà comunque ancora per qualche puntata).

Probabilmente sul primo pesa non solo la presenza di sceneggiatori diversi per background, capacità e sensibilità, ma anche il fatto di essere pensato per un pubblico differente da quello italiano. Finora quello che abbiamo visto è stato proprio un’alternanza di qualità negli episodi e un’alternanza anche nel modo in cui i singoli episodi “parlano” al lettore. Si passa quindi da un Paperino che lotta contro imposizioni e regole rivendicando la propria autonomia in un “sistema” che lo vorrebbe omologato (come nel quinto), a un Paperino improvvisamente tornato fanciullesco nei modi e nella testa come il paperotto di Quacktown (episodio di questa settimana) a episodi senza capo né coda (vedi il quarto).

In un lavoro così lungo e scritto a diverse mani sono cose che ci posson stare ma il punto è che non si capisce bene dove vorrebbero arrivare gli autori.

Ciò che non succede questo con il lavoro di Enna che, puntata dopo puntata, ha proceduto in maniera organica e puntuale, dividendo i tre fratelli, approfondendo la personalità e gli interessi di ognuno e portando avanti contemporaneamente due vicende parallele ma comunque connesse, ben scritte e mantenendo sempre desto l’interesse del lettore.

Il resto del numero è piuttosto sconfortante.

Dopo queste due storie (pur con i loro difetti), la lettura di “Paperin Sanspeur e l’unicorno d’alabastro” e “Orazio e il cugino degenere” fa fare un salto indietro di trent’anni a livello di testi e di disegni.

Riguardo la storia di Paperinik, sto ancora cercando di capirne il senso.

Il resto della rivista presenta un articolo dedicato ai gemelli (a corredo della storia di apertura) e la nuova puntata della rubrica “Topoviaggi” (questa settimana riflettori sul deserto del Gobi)

Autore dell'articolo: Gianni Santarelli

Abruzzese, ingegnere elettronico riconvertito in quel che serve al momento. Il mio rapporto con i fumetti segue tutta la trafila: comincio a cinque anni con le buste risparmio della Bianconi (sovvenzionato da mia zia), poi Disney, i supereroi Corno, i Bonelli (praticamente tutti, anche se abbandonati man mano). Verso i 18 anni scopro le riviste della Comic Art, leggo "Stray toaster" di Sienkiewicz e inizio un giro del mondo fumettistico che ancora non termina. Fumetto franco-belga, argentino, americano, autori celebri e sconosciuti, tutto finisce nella mia biblioteca, molto aspetta ancora di essere letto, nel frattempo dilapido una fortuna. Su due cose sono profondamente ignorante: il fumetto supereroistico "classico" (ad eccezione di Batman, per cui ho una venerazione, non leggo una storia dell'uomo ragno & c. dagli anni 80) e il fumetto giapponese. Per il Papersera, collaboro all'annuale premio, scrivo qualche articolo quando necessario e mi occupo, con puntuale ritardo, del settimanale "Topolino"