L’opera omnia di Romano Scarpa

27 SET 2019

Introduzione

Romano Scarpa è stato un fumettista a tutto tondo. Vero continuatore delle daily strips di Floyd Gottfredson, vero cantore del Paperone di Carl Barks; l’ultimo dei maestri americani ha portato avanti la cifra stilistica dei predecessori fin dagli anni Cinquanta e per oltre mezzo secolo, innovando dove richiesto con verve e affabulazione tipicamente nostrane. La sua costanza nel lavoro e la sempre ottima qualità d’insieme lo hanno reso meritevole di numerose onorificenze. Uno Yellow Kid alla carriera (nel 1990), svariate mostre in tutta Italia a cavallo del nuovo millennio e, a quasi dieci anni dalla scomparsa, la ristampa filologica del proprio operato in 51 volumi di pregio. Stiamo parlando de Le Grandi Storie Disney.

La storia

Il primo numero della collana.

La collana approda in edicola nel gennaio 2014 con cadenza settimanale. L’obiettivo era ridare continuità al progetto di estensione del “canone” disneyano nel Bel Paese, dopo il buon successo de Gli Anni d’Oro di Topolino (raccolta completa delle strisce di Gottfredson) e della Grande Dinastia dei Paperi (ristampa integrale di tutte le storie di Barks). Con questa particolare tipologia di testate si era abbozzata una linea “evolutiva” delle avventure di Topi e Paperi, un loro percorso di crescita iniziato con le prime sperimentazioni dei due pilastri americani (chi a Paperopoli, chi a Topolinia) e sincretizzato giusto con Scarpa, l’autore che più di ogni altro ne aveva rafforzato il cast.

La nuova testata dimostrava però alcune discrepanze a partire dal coraggioso sottotitolo: l’opera omnia di Romano Scarpa. Rispettandolo in toto, i prodi filologi Alberto Becattini e Luca Boschi s’impegnavano a riprendere, oltre alla mole di capolavori scritti e illustrati dall’artista, anche le numerose storie da lui soltanto disegnate dietro testi altrui (oltre 450, a fronte delle “sole” 127 come autore completo) e perfino quelle in cui è intervenuto solo come rifinitore dei suoi allievi. Un’idea illuminata, ma decisamente rischiosa, che avrebbe finito col soffocare la fragile continuità della produzione puramente scarpiana, scoraggiando il lettore alle prime armi. Inoltre, così facendo si sarebbe chiuso ogni spiraglio alla pubblicazione di altre opere integrali, come quelle per Guido Martina e Rodolfo Cimino, con i quali il maestro aveva instaurato proficui sodalizi. Dietro machiavelliche premesse del genere, il fandom risultava spaccato in due, fra echi alla disperazione e inni votati al ringraziamento, ma serpeggiava grande interesse nei riguardi di un’iniziativa stimolante a prescindere.

La copertina dedicata alla storia delle “Lenticchie di Babilonia”.

Con l’uscita del primo numero, avvenuta il 20 gennaio, si delineavano poi altre importanti caratteristiche che facevano intendere come la raccolta centrasse la mission solo per metà. Innanzitutto la cronologia delle storie: per Gottfredson e Barks si era deciso di partire da un picco lavorativo già abbastanza avanzato (l’ottavo anno di attività per il primo, il quinto per il secondo), forse allo scopo di migliorare l’impatto sui mercati e facilitare l’approccio con qualsiasi lettore. Nel caso di Scarpa tuttavia il problema non si era posto: i suoi esordi, stilisticamente molto alti, costituivano un punto perfetto dal quale prendere il via. Storie come “Paperino e i gamberi in salmì” oppure “Zio Paperone e le lenticchie di Babilonia” parlano tutt’oggi da sole.

Eppure, nonostante l’ottima premessa, il risultato finale era evidente: indici dei volumi sottosopra, filologie interne stravolte, omissione degli anni di riferimento dalle costine… Emblematico in tal senso proprio il numero d’avvio, con il superclassico “Topolino e il doppio segreto di Macchia Nera” (del 1955) posto in apertura a dispetto di quella che in realtà era la prima storia raffigurata da Scarpa (“Biancaneve e verde fiamma“), più anziana di due anni. Stesso discorso per il fronte censorio: si andava dalle poche storie interamente ripristinate alle molte lasciate com’erano, rimaneggiate, nelle edizioni di Zio Paperone o dei Grandi Classici, al contrario di quanto assicurassero Boschi e Becattini lungo tutta la fase di gestazione. Le Grandi Storie non a caso hanno in parte pagato dazio anche per questo.

Struttura e contenuti

Le Grandi Storie Disney si presentava in edicola come buon esempio di settimanale filologico: polifruibile e adatto a tutte le età. Un semplice ma efficace design e una font di copertina accattivante erano tra i punti di forza della serie, con tanto d’intestazione simmetrica e un disegno quasi sempre tratto dalla storia di punta dell’albo. In quarta di copertina un breve sunto dei contenuti facilitava la gestione dei volumi, ognuno dei quali conta 364 pagine, compresi i credits e la legenda finale.

Il volume dedicato alla ristampa – finalmente – completa delle Paperolimpiadi.

Tutt’oggi basta sfogliare un numero a caso per accorgersi di cosa veramente RCS MediaGroup volesse lanciare in edicola: in media, venticinque pagine di approfondimento su luoghi, persone, fatti e aneddoti significativi per la lunga vita del maestro accompagnavano dalle sei alle diciotto storie per numero che, nell’ordine semi-filologico cui accennavamo, erano facilmente classificabili in quattro segmenti “genetici”:

  • 127 storie interamente realizzate da Scarpa dagli albori al 2007, tutte contraddistinte da un’ottima coerenza globale e inerenti sia l’universo dei Paperi che quello dei Topi. Ne è un esempio “Paperino e lo scozzese volante“.
  • 262 lavori commissionati dalla redazione, dal 1953 fino a fine carriera su soggetto e sceneggiatura di altri autori italiani dei vari periodi. Da Guido Martina (sua la memorabile “Storia di Marco Polo che scrisse il Milione“) a Rodolfo Cimino, passando per Catalano, Dalmasso, Pezzin, i fratelli Barosso e tanti altri.
  • 67 storie realizzate per il mercato estero in diverse epoche, dal 1968 al 2008, con preferenza per le testate francesi, danesi e americane (le cosiddette S-Coded dello Studio Disney) come “Zio Paperone e la grande caccia al tesoro“.
  • altre 11 storie concepite per universi extra-Disney negli anni Sessanta come Angelino di Max Garnier e Yoghi, a sottolineare la versatilità di Scarpa.

Il volume contenente l’unica – sinora – ristampa di “Topolino in: Ciao Minnotchka”.

Venivano pubblicati anche dei veri e propri inediti, come la prima versione di “Topolino e le dolcezze del Natale” ancora in bianco e nero e in francese, con l’impostazione originale pensata dal maestro, oppure la semibreve Egmont “Paperino e l’oggetto misterioso“. Tutto questo faceva poi il paio con la mole notevole di bozzetti, schizzi e storyboard integrali (alcuni dei quali perfino a matita!) via via raccolti in ampi portfolio, posti a sostegno nelle pagine finali dei tomi.

Non mancavano schede apposite per descrivere i colleghi della redazione e i vari personaggi inventati da Scarpa, anch’esse corredate da materiale iconografico, omaggi di artisti stranieri e interessanti note in appendice. Ogni storia fra l’altro era preceduta da due elementi di pregio, oggi difficilmente rintracciabili: un pannello a tutta pagina costituito da una serie di vignette salienti ordinate sulla falsariga delle “pizze” cinematografiche e un agile scritto introduttivo, opera degli stessi Boschi e Becattini, quasi sempre efficace e ricco di spunti.

Dulcis in fundo, ciascun volume era introdotto da ulteriori articoli di critica (più lunghi e descrittivi) inerenti le più disparate tematiche: dal particolare rapporto con l’America agli… eredi di Romano Scarpa, offrendo una visione a pieno titolo dell’artista e del suo inusitato universo.

Il volume con “Pippo e i parastichi di Olympia”.

Molti sono i numeri di indicativa rilevanza, a riconferma di quanto questa testata abbia rivoluzionato il marketing disneyano. Impossibile dimenticare il 26esimo, dove appare per la prima volta “Pippo e i parastichi di Olympia” integralmente e tutta a colori. Oppure il 42esimo, in cui per la prima volta viene pubblicata in maniera completa “Paperolimpiadi”. La 46esima uscita, invece, ha il decoro di ricondurre in auge la strip-story “Topolino in: ciao Minnotchka“, sino ad allora mai riproposta perché incentrata su fatti e metafore politiche facilmente censurabili. Nota di merito a parte, infine, per il 51esimo e ultimo volume, del tutto dedicato al risvolto filologico in tre distinte cronologie: una riservata alle storie, una ai lavori perduti e un’altra alle illustrazioni generali, fra animazione, copertine, storyboard e quanto di “sperimentale” aveva prodotto nel tempo il fumettista veneziano.

Conclusioni

Le Grandi Storie Disney, al netto delle possibili critiche, ha rappresentato per molti l’esempio ideale di “opera omnia”. In relazione alle precedenti iniziative, il gruppo RCS si era fatto carico di un artista ancor prima di un cosmo o di un personaggio, dando maggiore spazio all’apparato critico e semplificando la cronologia.

Da un punto di vista pratico, spiace solo notare la scarsa maneggevolezza dei numeri, così voluminosi e ingombranti da risultare poco fruibili in fase di consultazione. Per il resto, solo punti di forza. Il discreto successo commerciale, se paragonato ai fasti delle raccolte precedenti, era figlio di un semplice “errore” di fan service: ristampare tutto ciò che Scarpa aveva disegnato, intento che finiva con indebolire l’approccio di insieme e lo sforzo di worldbuidling che l’autore veneziano ha compiuto in tempi non sospetti. A conti fatti, comunque, l’opera presenta sicuramente più pregi che difetti. La scelta operata in fondo accontentava chiunque, invogliando il lettore alla scoperta di un grandissimo artista, tramite propri percorsi e metodi d’approccio personali. Un risultato già di suo notevole e tuttora meritorio di alta considerazione.

Curiosità e statistiche

La versione francese della collana.

  • Il primo volume è stato venduto in edicola al prezzo speciale di 1,90 €.
  • La collana inizialmente si componeva di 48 volumi. A dicembre 2014 l’editore aveva annunciato che, visto il buon ricavo generale, sarebbero stati pubblicati altri tre numeri aggiuntivi volti a completare l’opera.
  • Escludendo Scarpa, lo sceneggiatore più presente è Rodolfo Cimino con 85 storie. Seguono Guido Martina con 69, e i fratelli Barosso con 35 titoli a testa.
  • A dividersi l’onore della copertina, ben 18 personaggi della banda Disney, di cui quattro concepiti da Scarpa. Dei più classici l’ordine di presenze: Topolino è in testa con 22 copertine, seguito da Zio Paperone (21) e da Paperino (a quota 15). Saldamente quarto Pippo, apparso in 11 occasioni.
  • Una ritraduzione fedele della raccolta è cominciata in Francia nel 2018, stesso design stessi articoli a corredo, con l’aggiunta dell’anno di riferimento sulla costa. La ristampa è ancora in pieno atto sotto il marchio Glénat e dalle prime impressioni manterrà una cadenza quadrimestrale.

Autore dell'articolo: Topolino08