Topolino 3333

13 OTT 2019
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Il traguardo dei 3333 numeri è occasione per una mini-celebrazione approfittando del pretesto offerto dalla particolarità del numero in questione. A esso sono infatti dedicati una piccola raccolta di curiosità e una storia a fumetti .

Tuttavia è preferibile andare in ordine di importanza e quindi non si può non partire dalla conclusione della seconda storia del nuovo ciclo di Paperinik firmato da Gervasio.

La prima parte era stata indubbiamente intrigante anche se la sensazione di già visto continua ad essere non esattamente un valore aggiunto. E’ comunque innegabile che l’autore romano, con un grande aiuto fornitogli dai disegni di Lorenzo Pastrovicchio, stia portando avanti un recupero molto fedele delle atmosfere delle prime avventure del vendicatore mascherato. Era dunque lecito aspettarsi un finale all’altezza, cosa che invece non avviene, non del tutto almeno. La mimesi con il personaggio martiniano arriva fin dove oggi è consentito e forse anche un po’ più in là: vediamo infatti Paperino/Paperinik arrivare a commettere ben due furti, eseguiti tra l’altro per difendere quello che era stato, a sua volta, un primo atto disonesto (la presa di possesso di Villa Rosa “scippata” al legittimo proprietario, Gastone).

Certo, in questa occasione mostra qualche scrupolo (necessario oggi, ma che suona beffardamente ipocrita proprio per il pregresso a cui si fa riferimento) ma sarebbe un ben piccolo prezzo da pagare se… se non fosse per il finale. Un finale che appare non solo un poco “disonesto”, sono sempre fastidiosi questi deus ex machina che spuntano all’improvviso per aggiustare magicamente le cose, ma che di fatto invalida tutta a vicenda.

Paperone e Rockerduck si sono combattuti per nulla, Paperino si è macchiato di almeno due reati per nulla, tutto quanto è accaduto viene reso inutile da una semplice legge, perdipiù ignota alle stesse istituzioni.

E’ come se all’improvviso si fosse deciso che Paperino si era davvero spinto un po’ troppo in là e allora bisognava assolutamente fare in modo che le sue gesta non venissero percepite come troppo audaci (“ah, ok, ha rubato per riprendersi la villa, ma tanto era sua comunque, quindi non è così grave”).

Al di là del fatto che, se così fosse, sarebbe sbagliato comunque, credo fosse lecito invece aspettarsi qualcosa di diverso, soprattutto qualcosa di meno “comodo”, per dare maggior rilevanza a un intreccio che per buona parte dello svolgimento si è rivelato comunque efficace.

L’altra storia che sembrava essere un pezzo da novanta del numero si rivela invece una semplice avventura umoristica ben diversa da come era stata anticipata. “Topolino e il condomini dei fantasmi”, diversamente da quanto annunciato dal direttore nell’editoriale e poi ribadito nel sommario, non è affatto il remake di “Topolino nella casa dei fantasmi”, bensì una storia del tutto differente che della storia di Gottfredson ha solo qualche richiamo (il trio di protagonisti, i sette spettri) e qualche suggestione grafica. Per il resto è una avventura autonoma, carina e in più occasioni divertente ma certo nulla di epocale. Interessanti la resa grafica e le ambientazioni di Luca Usai.

“Qui, Quo, Qua e la realtà troppo reale” parte invece da un soggetto tutt’altro che nuovo adattandolo a quanto offerto oggi dal settore dei videogiochi. Al netto di questo “aggiornamento”, non dice molto di più delle precedenti storie sull’argomento. Perplessità sulla rappresentazione degli elementi videoludici, presentati con un aspetto curiosamente pixelloso, piuttosto lontano dall’alta definizione degli odierni videogiochi e che invece richiama alla mente la grafica di vecchie avventure anni 80 (a dir tanto).

Delle restanti storie merita una citazione la breve di Vito Stabile che, come in altre occasioni, parte da un piccolo spunto, quasi banale nella sua normalità, per costruire una lenta escalation di disastri e nonsense: divertente.

Completano il volume, tra le altre cose, un servizio sul triathlon e uno sull’iniziativa del regista Wes Anderson e di sua moglie Juman Malouf, arrivati a Milano con il progetto espositivo “Il sarcofago di Spitzmaus e altri segreti”

Autore dell'articolo: Gianni Santarelli

Abruzzese, ingegnere elettronico riconvertito in quel che serve al momento. Il mio rapporto con i fumetti segue tutta la trafila: comincio a cinque anni con le buste risparmio della Bianconi (sovvenzionato da mia zia), poi Disney, i supereroi Corno, i Bonelli (praticamente tutti, anche se abbandonati man mano). Verso i 18 anni scopro le riviste della Comic Art, leggo "Stray toaster" di Sienkiewicz e inizio un giro del mondo fumettistico che ancora non termina. Fumetto franco-belga, argentino, americano, autori celebri e sconosciuti, tutto finisce nella mia biblioteca, molto aspetta ancora di essere letto, nel frattempo dilapido una fortuna. Su due cose sono profondamente ignorante: il fumetto supereroistico "classico" (ad eccezione di Batman, per cui ho una venerazione, non leggo una storia dell'uomo ragno & c. dagli anni 80) e il fumetto giapponese. Per il Papersera, collaboro all'annuale premio, scrivo qualche articolo quando necessario e mi occupo, con puntuale ritardo, del settimanale "Topolino"