Topolino 3347

20 GEN 2020
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Se si pensa ai personaggi secondari del cosmo fumettistico disneyano ci si accorge che quasi sempre sono protagonisti unicamente in virtù delle peculiari caratteristiche che possiedono, senza cioè arrivare ad essere dei personaggi a tutto tondo. Gastone, Paperoga, Archimede (per limitarsi a Paperopoli) difficilmente hanno qualcosa da dire che non sia, rispettivamente, la fortuna, la strampalaggine, le invenzioni. E quando qualche autore decide di approfondirli, la direzione in cui ci si muove è sempre la stessa: le questioni di cuore. È successo, di nuovo, con Gastone, Paperoga, Archimede. In pratica, non si evolvono.

Un merito di Mastantuono sceneggiatore, che forse risulta poco evidente, è stato quello di liberare Archimede dal clichè dell’inventore bislacco seppur geniale, un personaggio sicuramente utile per far partire o risolvere storie in cui i protagonisti sono altri, ma la cui importanza sulla scena dura quanto i suoi macchinari e rispetto a essi è molto minore. Ora finalmente Archimede ha una vita vera, fatta di amici, di serate alcoliche trascorse a giocare a poker (sì, ufficialmente giocano a rubamazzo e bevono tamarindo, ma sappiamo che non è così, chi passerebbe mai una serata del genere?), di scherzi e normali disavventure quotidiane.

Poi leggendo Bum Bum e il cappello fortunato ci si accorge di un’altra cosa: che in una storia che parla di sfortuna e amuleti, non si fa cenno minimamente alla ormai proverbiale sfortuna di Paperino. Tant’è che a muovere le gesta del papero in questa avventura non è il desiderio di sconfiggere la jella ma una ben più prosaica ed umana invidia – oltre che l’esigenza di pagare le bollette, problema che lo angustia da sempre. Insomma, eliminata la sfortuna, ritrovati la giusta cattiveria e il gusto della competizione, chissà, magari col tempo (e se gli autori si applicano sul serio) potremmo persino avere delle nuove storie di Paperino scritte come si deve.

Ho parlato molto dei due co-protagonisti della storia lasciando in disparte colui che ha l’onore del titolo perché in questa occasione la sua presenza è meno interessante di altre volte. Bum Bum è un bellissimo parto creativo di Mastantuono e le storie in cui maggiormente viene fuori il suo essere personaggio molto border-line sono quelle più “introspettive”, quelle in cui spesso fa a pugni anche e soprattutto con sé stesso. Questa invece è decisamente più leggera, ma comunque divertente, dinamica e ben disegnata, sicuramente la migliore dell’albo.

Termina Corto circuito, nuova impresa spionistica di Double Duck. Pensavo di poter usare altre parole, soprattutto dopo le prime due parti che avevano apparecchiato una vicenda comunque interessante, nonostante direttive redazionali e ridicoli interventi (non mancano neanche in questa occasione) che inquinano la credibilità del tutto, ma così non è. Il cattivo (o buono, o qualunque cosa sia Kay K) che rivela tutto all’eroe per poi scoprirsi fregato è uno degli espedienti narrativi più usati e al tempo stesso più implausibili che ci siano. Il piano organizzato dai due per sconfiggere Actinia è alquanto semplicistico, molto poco credibile e porta ad una conclusione scialba e senza pathos. Forse c’era bisogno di una puntata in più per orchestrare una vicenda maggiormente intrigante o forse è il caso di chiedersi se c’è davvero bisogno di Double Duck se poi le storie, per motivi non tutti imputabili agli autori, finiscono per assomigliare a quelle della P.I.A.

Scacchi in piazza è una storia che normalmente avrei ignorato per non dare risalto a quello che è un simbolo dello svilimento di un filone che un tempo si scomodava solo per avventure importanti e che è stato invece sacrificato e profanato ripetutamente per ovviare a una cronica mancanza di idee. Ciò che mi obbliga a parlarne è l’umorismo da cabaret di cui è pervasa, un umorismo che si è ormai innestato nelle storie Disney grazie a una serie di autori che, a questo punto, dovrebbero rivedere un attimo i modelli a cui si ispirano per scrivere sul settimanale. Una cosa buona però devo riconoscergliela: mi ha fatto scoprire i veri nomi dei personaggi alla cui vicenda la manifestazione è dedicata e che in un primo momento ho pensato fossero invece un’altra gag in stile Zelig (ma, sotto sotto, sono convinto che Valentini contasse proprio su questo).

Anche su Zio Paperone, Rockerduck e la sfida salva club si potrebbe tranquillamente glissare… E invece no! Perché in sette tavole riesce a mettere insieme uno spunto iniziale stiracchiatissimo ed illogico, uno spot per gli alcolisti anonimi (i personaggi devono specificare a chiare lettere che stanno bevendo aranciata), nessuna gag o battuta divertente (e se stai scrivendo una riempitiva vuol dire che lo stai facendo nel modo sbagliato) e una conclusione modello “graziarcà” (ve la spoilero: Paperone vince perché baratta un preliminare d’acquisto di un immobile con… la sua azienda petrolifera! A occhio direi non esattamente una dimostrazione di innata abilità negli affari, come rivendicato nella storia).

Questo deve essere evidentemente il numero delle storie di cui “non servirebbe parlare, ma…”. Zio Paperone e la ruberia incondizionata, oltre a continuare l’introduzione al coding con relativo articolo di approfondimento, in effetti non ha motivi di interesse. Però guardando i disegni di Soldati mi viene da chiedermi cosa stia succedendo nel reparto grafico del settimanale. Da tempo ormai ci sono disegnatori che sembrano avere stravolto il proprio tratto, perdendo la loro riconoscibilità. Non si tratta solo di giovani artisti, per i quali un tutoring se non addirittura delle correzioni fanno parte del processo di crescita. La cosa riguarda anche disegnatori con oltre vent’anni di attività come Soldati in questo caso che, dal nulla, comincia a evocare quasi dei calchi di Carpi con risultati ridicolmente posticci. Non so per quale motivo si spinga ad uniformare il tratto dei disegnatori, spersonalizzandoli, spero solo che questo periodo di transizione finisca presto e che il risultato finale sia meglio di quanto visto finora.

Anche Il mistero del Jolly Roger, della serie Young Indiana, è una storia di cui si potrebbe non parlare… e questa volta non ci sono “ma”.

Nel resto del giornale trovate alcune curiosità sulle maglie delle squadre di calcio, un’intervista a Tiziano Ferro e un articolo sul coding che aggiunge ben poco a quanto detto nelle storie a fumetti (riferimenti pochissimi e poco evidenti).

Autore dell'articolo: Gianni Santarelli

Abruzzese, ingegnere elettronico riconvertito in quel che serve al momento. Il mio rapporto con i fumetti segue tutta la trafila: comincio a cinque anni con le buste risparmio della Bianconi (sovvenzionato da mia zia), poi Disney, i supereroi Corno, i Bonelli (praticamente tutti, anche se abbandonati man mano). Verso i 18 anni scopro le riviste della Comic Art, leggo "Stray toaster" di Sienkiewicz e inizio un giro del mondo fumettistico che ancora non termina. Fumetto franco-belga, argentino, americano, autori celebri e sconosciuti, tutto finisce nella mia biblioteca, molto aspetta ancora di essere letto, nel frattempo dilapido una fortuna. Su due cose sono profondamente ignorante: il fumetto supereroistico "classico" (ad eccezione di Batman, per cui ho una venerazione, non leggo una storia dell'uomo ragno & c. dagli anni 80) e il fumetto giapponese. Per il Papersera, collaboro all'annuale premio, scrivo qualche articolo quando necessario e mi occupo, con puntuale ritardo, del settimanale "Topolino"