Don Rosa, Maestro del fumetto o autore di fan fiction? (prima parte)

02 GIU 2020

Introduzione

Un Maestro oppure un autore di fan fiction? Il più grande sceneggiatore di fumetti a cavallo di due secoli, colui che ha reso canonico un mondo disegnato in cui mancava continuity nel periodo d’oro del rinascimento disneyano (come titolava un omonimo libro edito da Comic Art nel lontano 1997)? Oppure un fanatico appassionato di Barks che ha piegato la genealogia dei paperi alla sua visione dogmatica e unilaterale?

Questi dubbi amletici sulla figura di Don Rosa sono stati, per anni, il pane della critica disneyana, e non solo.

Spulciando tra la posta di Zio Paperone, la rivista nella quale venivano pubblicate le storie inedite dell’autore del Kentucky, possiamo leggere lettere del genere in apertura del n. 149: «Che fine hanno fatto le storie di Don Rosa? Posso mai credere che la casa editrice che vi fornisce il materiale abbia chiuso i contatti con voi? Perdurando così la situazione», continua tale Alessandro da Reggio Calabria, «chissà quanti potenziali collezionisti perderete». Ma la missiva immediatamente successiva è di ben altro tenore: «Siete rinsaviti, finalmente! Era ora che faceste sparire dalle ineguagliabili pagine di ZP le storie di Don Rosa», afferma Roberto da Milano.

Gli italiani, più realisti del re!

Due tendenze antitetiche alla stessa materia: c’è chi Zio Paperone lo compra per Don Rosa e chi per tutto ciò che non è Don Rosa. Ma Alessandro non è solo: le lodi sperticate alla rockstar della rivista per collezionisti per antonomasia sono tante e tali che forse si potrebbe anche pensare che la chiusura della stessa dieci numeri dopo la pubblicazione dell’ultima storia del fumettista americano, La prigioniera del Fosso dell’Agonia Bianca (2006), non sia una pura coincidenza.

D’altra parte c’è chi, su Zio Paperone, aveva chiesto l’indirizzo di casa di Rosa (n. 195, ma si veda già il n. 121: «Per favore… NON chiedete gli indirizzi privati degli artisti (come Barks e Don Rosa). La redazione non può fornirli»), e chi aveva inscenato, ironicamente, un rapimento di Lidia Cannatella, con tanto di richiesta di riscatto, qualora non avessero più ripubblicato storie dell’autore (n. 172).

Don Rosa idolo di masse di lettori. Un mito che è sopravvissuto per anni e con cui molti suoi colleghi, a fronte di un evidente apprezzamento generale per le sue storie, hanno dovuto fare i conti. Non si può, infatti, a quattordici anni dalla pubblicazione della sua ultima prova fumettistica, negare il contributo dell’autore nella percezione generale della “canonicità” disneyana, quale che sia l’opinione sulla qualità della sua opera. Giudizi di valore, d’altra parte, sono ad uso personalistico. Ciò che qui interessa maggiormente è cercare di comprendere l’origine della deificazione e del culto di questo insolito ingegnere occhialuto prestato al fumetto Disney per poco meno di vent’anni. 

L’appassionato di fumetti

Quando nel 1987 esce Zio Paperone e il figlio del sole, Rosa non è un fumettista professionista, ma ha alle spalle due elementi chiave che servono ad inquadrare la sua figura in questa disamina socio-fumettistica che mi propongo di portare avanti: è un grande appassionato di fumetti e ha già scritto e disegnato alcune strisce e tavole in gioventù.

Il giovane Don Rosa in una foto scattata da Bud Kamenish per The Courier-Journal di Louisville (30 agosto 1970, copyright dell’immagine agli aventi diritto)

Il suo nome non è infatti del tutto nuovo: dal 1971 al 1979 Rosa aveva già realizzato i Pertwillaby Papers, una serie di strisce a fumetti, per il giornale dell’Università del Kentucky. Inoltre, da buon collezionista di fumetti, scrive articoli su diverse fanzine. Dopo l’esperienza con i Papers, Rosa viene ingaggiato da un giornale locale per il quale pubblica le strisce quotidiane di Captain Kentucky a partire dal 6 ottobre 1979. Entrambe le serie sono una sua creazione personale, ed addentrandosi tra queste pubblicazioni è possibile scorgere alcune peculiarità del Rosa fumettista: la prima riguarda i disegni.

Dai Pertwillaby Papers ad Accadde al Grattacielo de' Paperoni è un attimo

Dai Pertwillaby Papers ad Accadde al Grattacielo de’ Paperoni è un attimo

Spesso Don Rosa è stato criticato per la “legnosità” del suo tratto e per una cura al dettaglio maniacale non sempre, a detta dei critici, riuscita. Tuttavia è proprio in queste pubblicazioni che emergono il collezionista di fumetti supereroistici e il fruitore di fumetti horror di serie B. Nell’anarchico mondo del fumetto underground degli anni Settanta Rosa non fa eccezione, anzi. Il suo tratto non è tanto lontano da quello dei suoi colleghi autoprodotti: dopo una breve parentesi imitativa dei disegni barksiani, il suo stile di disegno lo distinguerà nettamente dal fumetto Disney europeo e brasiliano. A livello contenutistico, poi, emerge già un’ironia di fondo che diventerà espressione peculiare della tessitura narrativa di Rosa sceneggiatore.

Molti espedienti narrativi, così come anche molte idee a livello di disegno, saranno da lui direttamente importate nel fumetto Disney fin da Il figlio del sole, che è, in fondo, una riscrittura di una sua storia per i Pertwillaby Papers: Lost In (an alternative section of) the Andes, un chiaro riferimento, fin dal titolo, alla famosa storia di Carl Barks Paperino e il mistero degli Incas). A tal proposito, Don Rosa arriverà a dire che la storia sui Papers era stata inizialmente pensata con protagonisti i paperi. Del resto, gli omaggi al Maestro dell’Oregon sono ben visibili a partire dalla prima tavola, dove troviamo diversi pezzi da museo provenienti dalle avventure che Paperone ha vissuto nelle sue storie.

Dunque Don Rosa porta con sé una rivoluzione parziale nel momento in cui si affaccia al fumetto Disney: carico delle sue esperienze di appassionato lettore di fumetti fin dalla giovane età, nonché delle sue precedenti esperienze da fumettista, il suo materiale narrativo risulta legato a diversi filoni. Spesso ci si è dimenticati di questo punto fondamentale, nell’analisi dell’opera di Rosa: non c’è solo l’ombra di Barks dietro i suoi paperi, ma anche quella dei Pertwillaby Papers, di Captain Kentucky, del fumetto Marvel e di quello horror. Volendo, si potrebbe dire che il fumetto di Don Rosa è un ibrido che non si adegua, fin dal principio, all’uniformità che aveva investito il fumetto Disney nei decenni appena precedenti, esauritasi la spinta innovatrice del Topolino di Gottfredson e dei paperi di Barks.

Il fumetto Disney di fine secolo

Barks smette di scrivere e disegnare fumetti per la Disney nel 1966, anno del suo pensionamento. Si lascia alle spalle una produzione quantitativamente e qualitativamente impressionante, che ha influenzato per sempre il mondo fumettistico e pop.

Quando, vent’anni dopo, Don Rosa approda in Disney, la situazione non è delle migliori. Il mercato dell’animazione, che era stato uno dei traini della Company, ha alle spalle i fasti di un’epoca d’oro conclusasi ormai troppi anni prima.

Nostalgie barksiane nel rilancio di Uncle Scrooge da parte della Gladstone Publishing

Nostalgie barksiane nel rilancio di Uncle Scrooge da parte della Gladstone Publishing

L’America dei fumetti, d’altro canto, ha dovuto innovarsi per non soccombere. L’Uomo Ragno non combatte più contro il cervellone della sua scuola: ora deve fronteggiare Kingpin, un criminale potente e privo di scrupoli. Il Batman di Miller si destreggia in un universo narrativo dove anche la politica gioca la sua parte. Il fumetto, uscito dalla stagione dell’underground, è maturato ed è divenuto più adulto.

Quello Disney, da parte sua, impossibilitato a sviluppare temi adulti, non se la passa benissimo. In America è praticamente diventato marginale, e quando nel 1986 la Gladstone Publishing prende a pubblicare materiale Disney lo fa in funzione di una riedizione delle storie e degli olii di Barks. Ci si aspetta, a questo punto, che una ripresa dei temi barksiani da parte di un autore giovane ed entusiasta possa riportare al successo un ambito fumettistico che ha ormai esaurito la propria innovatività proprio laddove era nato.

Nel frattempo, in Europa il fumetto Disney è ancora decisamente popolare. Volendo generalizzare, si potrebbe dire che esistono tre filoni principali: la produzione Egmont, che produce fumetti principalmente per il mercato scandinavo e mitteleuropeo; quella della Disney italiana, fino al 1988 legata all’editore Mondadori, e poi, successivamente, indipendente; quella francese di Hachette, per cui lavorerà anche Rosa in futuro.

Volendo continuare in questa schematizzazione, utile a capire il contesto nel quale Don Rosa opera, si potrebbe dire che mentre il fumetto Egmont è ancora legato, sia stilisticamente che contenutisticamente, ad una resa classica del mondo dei topi e dei paperi, quello italiano si è evoluto diversamente nell’arco di circa quarant’anni. Barks, ancora popolarissimo nei paesi del Nord Europa, ha trovato da quelle parti diversi epigoni che mantengono il suo stile di disegno e il suo modo di narrare storie.

Diversamente, il conflitto paperopolese (inevitabile in un universo narrativo dominato dalle parentele, ambito che gli italiani conoscono molto bene) è molto marcato in Italia. Per cui, da una parte abbiamo un Paperone cinico e sfruttatore, emblema di un capitalismo truffaldino e senza scrupoli, così caratterizzato da Guido Martina, dall’altra, invece, un Paperone più dinamico e avventuroso, figlio di una concezione nata principalmente con Rodolfo Cimino. Tra i due, Romano Scarpa, che riprende a modo suo il Paperone di Barks.

Il fumetto Disney italiano, staccandosi dall’ambito della Mondadori, affronta, a partire dai primi anni Novanta, una serie di sfide che vedono un rilancio narrativo e stilistico sempre più eterogeneo, a causa, soprattutto, di una spiccata indipendenza editoriale.

Don Rosa alla conquista dell’Europa

Nonostante l’animazione stia riemergendo e macinando successi di pubblico e botteghino e, soprattutto, nonostante il rilancio del fumetto Disney tramite la ripubblicazione di Barks e dei suoi epigoni proceda alacremente, Don Rosa rimane ancora un nome marginale in America, conosciuto ai pochi appassionati collezionisti rimasti.

La Saga di Paperon de' Paperoni parla danese

La Saga di Paperon de’ Paperoni parla danese

Diversamente, la sua natura dogmaticamente barksiana porta il giovane autore ad un rapido successo nei paesi dove Barks è ancora un nome davvero di punta tra gli appassionati di fumetto. Per capire le ragioni del successo è bene tenere a mente, a mio avviso, la natura ibrida del lavoro di Don Rosa: diviso tra conservatorismo ed innovazione, tra stringente legame con il mondo dei paperi di Barks e sua declinazione in un fumetto dal taglio supereroistico e stilisticamente legato all’underground, egli è una novità nel mondo del fumetto Disney. Quello stile emerge soprattutto con i lavori successivi di Don Rosa: affrancatosi dalle prime prove autoriali ancora molto legate, nei disegni, ai paperi barksiani, trova la cifra stilistica che caratterizzerà il suo lavoro futuro nei primi anni anni Novanta.

Quando, nel 1992, il mercato danese gli commissiona la Saga di Paperon de’ Paperoni, Don Rosa ha appena cinque anni di carriera alle spalle. Il lavoro, che lo consacrerà definitivamente, porta l’autore a mettere “ordine” all’universo narrativo disneyano, dominato da una mancanza di continuity che egli, cresciuto, come si è visto, nella lettura appassionata dei fumetti supereroistici, non può accettare. Per cui, messi insieme tutti gli indizi lasciati da Barks sulla vita di Paperone, in un’ossessiva ricerca filologica Rosa imbastisce un’opera monumentale, divisa in dodici capitoli più alcuni extra a venire, che stravolge completamente la percezione del mondo dei paperi.

La continuity, si è detto. E si è parlato a lungo della maturazione di un fumetto sempre più adulto e sempre meno legato all’autoconclusività episodica che in passato aveva caratterizzato gran parte di questo mondo fumettistico. Ecco la vera novità che Don Rosa importa nel fumetto Disney: non più un mondo narrativo fatto e finito, dove Paperino vede estinguere la sua lista di debiti per poi ritrovarla ancora in piedi nella storia successiva.

La storica copertina di Zio Paperone 70

La storica copertina di Zio Paperone 70

Qualcosa, piuttosto, di ben piazzato temporalmente. Paperone, per Don Rosa, ha una data di nascita, affronta eventi storici definiti e specifici, e, presumibilmente, muore. Per la prima volta il fumetto Disney offre un’ottica a temi maturi: il tradimento, l’amore mancato, la morte. Una rivoluzione che in Italia arriva con un leggero ritardo, prima eccezionalmente su Mega 2000 e Paperino Mese e poi, soprattutto, su Zio Paperone.

Abbiamo avuto un assaggio del tipo di lettere che venivano inviate su quest’ultima rivista nei primi anni del 2000. Quella che avete letto nell’introduzione era solo una selezione: di Don Rosa i lettori parlavano spesso. Ma prima del 1994 dell’autore, in Italia, non c’è ancora traccia. Fino al n. 69 (l’ultimo albo della cosiddetta “serie colorata”) Zio Paperone aveva pubblicato quasi esclusivamente Carl Barks, con l’intento di rendere organica una produzione che, fino ad allora, era stata proposta su pubblicazioni differenti.

Un’opera monumentale che aveva finalmente permesso il riavvicinamento dell’appassionato di materia Disney al mondo americano data, fino ad allora, la presenza prevalente di storie italiane sulle principali testate di casa nostra. A partire dal n. 70, nel luglio 1995, la testata si trasforma e con la “serie bianca” si apre anche ad altri autori. E lo fa proprio con il primo capitolo della Saga, L’ultimo del Clan de’ Paperoni, pubblicato in apertura del volume. È l’inizio di una fortunata iniziativa editoriale, che troverà presto riscontro in ampie ed accese discussioni all’interno della stessa rivista.

[continua…]

Autore dell'articolo: Alberto Biscazzo

Appassionato di fumetto, tra intrattenimento e sua semiosi.