Carl Barks, una cavalcata nella Storia (prima parte)

25 AGO 2020
Carl Barks nel suo studio nel 1963

Carl Barks nel suo studio nel 1963

Quando pensiamo all’opera di Carl Barks sono molti i grandi temi che emergono dalle oltre 500 storie realizzate come autore completo in poco più di vent’anni, dal 1942 al 1966: dalle gag formidabili e fulminanti che hanno caratterizzato la maggior parte delle sue ten-pagers alle grandi cacce al tesoro guidate da Zio Paperone nei luoghi più remoti del globo terracqueo (e non solo), fino alle scene di vita quotidiana a Paperopoli. Si potrebbe parlare a lungo di ciascuno di questi spunti data la ricchezza del materiale che abbiamo ereditato dall’Uomo dei Paperi.

Molto è stato detto, ad esempio, sulla fonte che Barks prediligeva come ispirazione per i luoghi più o meno esotici in cui ambientare le avventure dei paperi, il National Geographic, la storica rivista di cui il Maestro dell’Oregon era affezionato lettore e collezionista. Altrettanta attenzione, naturalmente, è stata dedicata alle sue fonti letterarie, a partire dall’influenza di Dickens nella creazione dello stesso Paperone.

La Storia, invece, quella con la S maiuscola, sembra un po’ schiacciata in questo contesto. Quale visione ne aveva Barks? Quali furono i suoi punti di riferimento? E quale ruolo svolge il contesto storico nella sua produzione? In questo articolo in due parti, con cui diamo avvio a una rubrica volta a celebrare il genio scomparso esattamente venti anni fa, cercheremo di trovare delle risposte a queste domande.

Le fasi narrative di Barks

Scorrendo la vastissima produzione barksiana, possiamo ridurre le sue storie di argomento o evidente ispirazione storica a circa una settantina di esempi. Non si parlerà naturalmente di ciascuna di loro (dovrebbe essere oggetto di tesi, altrimenti!), ma cercheremo di delineare alcuni fili conduttori all’interno dell’interpretazione che Barks ha dato alla Storia dell’umanità.

This Dollar Saved My Life at Whitehorse (1973): storia e memoria della dinastia dei paperi barksiani

This Dollar Saved My Life at Whitehorse (1973): storia e memoria della dinastia dei paperi barksiani

In primo luogo, va fatta una divisione tra le fasi della sua carriera nelle quali, evolvendo il suo approccio alla materia paperopolese, Barks elaborò delle piste narrative a volte molto diverse ma, nel quadro globale, estremamente coerenti. La satira, elemento fondamentale per comprendere l’opera del Maestro dell’Oregon, è il grande filo conduttore del suo sterminato contributo al fumetto Disney. I paperi, soprattutto prima dell’arrivo di Paperone nel cast, seguono i ritmi della vita quotidiana del secondo dopoguerra e, storia dopo storia, Barks riesce a collocarli in una intelligente parodia della società del tempo. Contemporaneamente, però, comincia a inserire Paperino e i nipotini in avventure di più ampio respiro nelle quali la Storia fa capolino e sulla quale, spesso, si può ironizzare. Nonostante si respiri il clima della grande avventura a fumetti, gli attori sulla scena riescono a ricondurre spesso il discorso a logiche alla portata dell’uomo medio. Tutto sommato l’umorismo regna sovrano, a prescindere dalle dinamiche più profonde (ed eventualmente rischiose per le piume dei nostri paperi).

Successivamente, con la presenza sempre più costante del vecchio zio, Barks fa un passo in più. Avendo introdotto quello che a tutti gli effetti è un ottuagenario o giù di lì, si apre evidentemente una nuova strada da percorrere per raccontare più direttamente il passato prossimo degli Stati Uniti d’America: l’epopea giovanile che ogni tanto emerge dalla memoria di Paperone, e che avrebbe costituito l’ossatura quasi mitologica della Saga realizzata negli anni Novanta da Don Rosa, permette di operare sul binario del ricordo personale riconnettendolo costantemente con l’attualità; al contempo, Paperone è stato protagonista della Storia e, in vecchiaia, la riprende per dare vita a qualcosa di nuovo, riuscendo a far dialogare i grandi eventi con i suoi interessi, che spesso consistono in mirabolanti cacce al tesoro. All’inizio degli anni Cinquanta, insomma, Paperino diventa ormai una sorta di comprimario di lusso almeno per quanto riguarda le avventure pubblicate su Uncle Scrooge nelle quali gli elementi storici sono presenti con una certa costanza, da qui fino al pensionamento di Barks.

Infine, nel pieno della sua terza età, l’Uomo dei Paperi affianca ad una considerevole produzione pittorica sui paperi qualche eccezionale intrusione di carattere storico, dedicandosi ad un profondo ragionamento sul tempo che scorre e che consegna, come una inesorabile livella, le opere degli uomini alla sabbia. Ne parleremo nella seconda parte dell’articolo.

Ciò detto, comunque, possiamo procedere con un’analisi di alcune delle storie più esemplari ai fini del nostro discorso, adattandoci alla più classica delle periodizzazioni storiografiche.

L’antichità: è tutto falso!

Finire nel

Finire nel “passato” raggiungendo il tempio di Hatshepsut

In Paperino e l’anello della mummia Barks sposta per la prima volta i paperi dall’ambiente urbano in un contesto realistico, evocativo e verificabile, costruendo una storia che appare, nel corso del suo svolgimento, lontana non solo in termini spaziali, ma soprattutto temporali: per motivazioni che non intendiamo svelare, Qui viene rapito e portato suo malgrado nella terra dei faraoni; Paperino, Quo e Qua riescono a raggiungerlo introducendosi nella nave che trasporta, per volere dell’emiro El Dagga, i sarcofagi di due antiche mummie verso la loro terra d’origine. Una volta a destinazione, i paperi assistono a una particolare liturgia: nel corso della chiusura dei sarcofagi, l’emiro, gli armigeri e i sacerdoti mascherati da Anubis proiettano la scena in una rappresentazione realistica di una cerimonia funeraria dell’antico Egitto.

Sappiamo che Barks ebbe come riferimento due articoli pubblicati sul National Geographic nel 1940 e nel 1941 sia per l’ambientazione, sia per la ricostruzione di vesti e paramenti antichi. In questa occasione, dunque, la storia si articola in una sorta di ibrido tra finzione e realtà: il piroscafo con il quale i paperi arrivano sul Nilo lascia presto spazio alle feluche, i vicoli oscuri del Cairo vengono dimenticati quando, nelle ampie scene fluviali, appaiono landmark decisamente riconoscibili come il tempio monumentale di Hatshepsut e i colossi di Memnone, nella Valle dei Re. Nel 1943, insomma, un Barks ancora alle prime armi, ma con interessanti fonti soprattutto iconografiche alla mano, fa dialogare passato e presente sullo sfondo di una storia d’avventura abbastanza classica e lineare. La satira è ancora lontana, per ora ci si limita a suggestioni paesaggistiche e ad alcune piccole nozioni sul mondo degli egizi, che insieme ricreano un contesto abbastanza didascalico.

Ricostruzioni credibili grazie al fondamentale National Geographic

Uno spiccato interesse per il grottesco e l’occulto si manifesta in modo ancor più esemplare in Paperino e la sposa persiana. In quest’altro caso, sempre con il fido National Geographic a disposizione, Paperino e i nipotini tornano nell’ambiguo Medio Oriente, rapiti da uno scienziato pazzo che rimarrà fino alla fine senza nome. La destinazione è una località del deserto dell’antica Mesopotamia dall’evocativo nome di Itsa Faka, retta dal redivivo sovrano Nevvawaza (vale a dire, rispettivamente, “It’s a Fake” e “Never Was-a”, chiaro sberleffo da parte di Barks alle regole del sovrannaturale).

La copertina di Four Color 275 del 1950 in cui compare La sposa persiana: Paperino è già calato nella parte del satrapo

La copertina di Four Color 275 del 1950 in cui compare La sposa persiana: Paperino è già calato nella parte del satrapo

La documentazione è evidentemente sopraffina: la rappresentazione del palazzo mesopotamico è realistica e contrasta, tocco di genio, con il libro che Paperino legge nella prima vignetta, intitolato Guff and Stuff, letteralmente Fandonie e roba (del genere). Quello che i paperi hanno vissuto è insomma un salto nel passato in un tetro contesto catacombale rimanendo saldamente nel presente. L’atmosfera onirica, i riferimenti alla Caldea, all’Assiria, alla Persia stessa sono funzionali a evocare (nel lettore americano del 1950, ricordiamolo) un senso di vertigine: esiste davvero tutta questa roba vecchia e polverosa?

Arriva Paperone e il cambio di marcia si fa sentire. I paperi tornano in Egitto nel 1959 per scoprire le piramidi nella «terra del cotone, dei datteri e della Storia!». L’avventura è molto breve e divertente, i monumenti e l’archeologia sono un pretesto per prendersi gioco bonariamente dei personaggi e della passione paperoniana per i tesori nascosti, niente di più. Un anno prima, invece, i paperi avevano scoperto nientemeno che le miniere di Re Salomone in un altro viaggio in Medio Oriente, ma il riferimento storico (o meglio, biblico) si esauriva lì.

Per il resto, il discorso sull’evo antico non va molto oltre in Barks. L’impero romano è del tutto assente, nonostante il fascino esercitato sull’immaginario collettivo, specie hollywoodiano; la civiltà greca fa capolino, in un certo senso, in poche occasioni. In Zio Paperone novello Ulisse, Amelia riesce ad attirare i paperi in Italia, nell’antro della maga Circe: si rivelerà una messinscena, dato che nell’immaginario barksiano la fascinosa antagonista non è una strega dotata di particolari poteri propri. I nipotini scoprono che è tutta una farsa e che i gioielli esibiti da Amelia non sono altro che imitazioni made in Hong Kong. Tuttavia, l’antro si svelerà celare il vero rifugio di Circe e da lì il transfert con la mitologia omerica sarà maggiore. Ma, per l’appunto, non c’è la Storia, c’è l’immaginario collettivo occidentale.

Un’ennesima caccia al tesoro, stavolta quello appartenuto a Priamo, costituirà l’ultimo escamotage narrativo per inserire un altro po’ di letteratura antica nella storia che dà il titolo a questo articolo, scritta da Barks nel 1994 e disegnata da William Van Horn. Fine della questione, però. Non c’è alcuna intenzione di approfondire più di tanto le logiche dell’antichità, semmai di ricorrere ad atmosfere sufficientemente esotiche da giustificare la scelta dei temi e dei luoghi: è un’antichità di maniera. Diversamente, la questione relativa alla mitologia e alle leggende più disparate sarà essenziale in altre storie, dissacrando ad esempio le antiche credenze sulle divinità olimpiche e norrene in Zio Paperone e il Valhalla cosmico.

Il Medioevo: tesori vichinghi, tetri manieri e vuote cattedrali

Dimenticate il Medioevo nella sua declinazione disneyana più zuccherina tramandata dai detrattori della Company californiana. Per Carl Barks non esiste la magia, la fiaba non è presa in considerazione se non per farne una parodia, ci si affida alla realtà il più possibile. In questo senso, l’attenzione all’elemento macabro, gotico e grottesco, già ampiamente presente nella produzione artistica di Walt Disney, è essenziale: presunti fantasmi, cimiteri, scheletri, rievocazioni lugubri. Barks, specialmente nel periodo 1947-50, attinge in maniera massiccia da precise suggestioni di epoche remote per imbastire le sue sceneggiature. In questo modo, il vecchio castello dei de’ Paperoni è archetipo dei minacciosi manieri feudali. Come già avvenuto per l’evo antico, l’obiettivo è anche in questo caso uno: usare la Storia come luogo d’elezione per il mistero, piegato però dalla dissacrante ironia barksiana.

La tetra atmosfera scozzese con le sue vestigia medievali

In Paperino e il segreto del vecchio castello, che coincide peraltro con il primo viaggio in assoluto dei paperi in Europa, il maniero di Colle Fosco è il diretto discendente di tanta letteratura horror-gotica sviluppatasi da Horace Walpole in avanti. Del resto, al di là delle inquietanti vicende che si susseguono nelle 32 tavole della storia, sono la nebbia della brughiera scozzese, l’oscurità dei corridoi del castello, il sinistro rumore metallico delle armature e l’umidità pregnante delle gallerie nascoste sotto il cimitero a rendere multisensoriale l’esperienza che i paperi d’Oltreoceano fanno all’interno di un autentico manufatto di epoca medievale: il Vecchio Continente, in un certo senso, sa di muffa.

Realismo neogotico

Realismo neogotico

Molti anni più tardi, nel 1966, il Medioevo monumentale sarebbe tornato in una maniera del tutto atipica: per tacere del castello calisotiano del Duca Pazzo, un evidente falso storico che ricorda le mansion patrizie dell’altissima borghesia WASP di fine Ottocento, è la cattedrale di Paperopoli a fare da sfondo a una delle ultime storie di Barks. Certo, non stiamo parlando di vero Medioevo, è naturale: la chiesa principale della città dei paperi è un’ennesima costruzione neogotica – scelta inevitabile guardando al gusto anglosassone degli americani – nella quale è riprodotto l’ordine trascendente dell’architettura bassomedievale, ci sono i banchi, le altissime volte a crociera e addirittura le catacombe(!). Tuttavia manca completamente l’elemento religioso: Dio in Barks non è presente, a differenza di qualche raro accenno al cristianesimo (a Notre Duck c’è un affresco che raffigura San Giorgio e il drago), figuriamoci ritrovarlo in un mausoleo un po’ kitsch, calco dei monumenti di un’epoca segnata profondamente dalla spiritualità. L’ultimo importante contributo del Medioevo nell’opera barksiana, insomma, coincide con la pietra tombale su un’epoca che, dal punto di vista di un americano, rimaneva comunque oscura, superstiziosa e tenebrosa, senza distinzione tra castelli e cattedrali.

Un discorso a parte, invece, va fatto per l’interesse – questo sì puramente storico – che Barks mostra per i popoli della Scandinavia medievale, soprattutto per quanto riguarda l’esplorazione dell’Atlantico settentrionale, tra Groenlandia e Terranova. Nel 1949 Barks realizza una delle sue migliori storie per Four Color, Il tesoro dei Vichinghi, nella quale il viaggio è un pretesto per far interagire il protagonista con l’odiato Gastone: uno scherzo si ritorce contro lo stesso Paperino che, roso da un tremendo senso di colpa, decide di correre in soccorso del cugino che immagina già divorato da un orso nelle gelide lande del Polo. Alla fine, la vicenda si risolverà a bordo di un autentico dreki incastonato nel ghiaccio, colmo di monili e armi d’oro.

Pochi anni dopo, nel 1952, la questione degli esploratori scandinavi torna di nuovo, ancor più prepotentemente, in Paperino e il cimiero vichingo. Tra un improbabile sacco della lavanderia di Lady Godiva e l’autentico toupet del cavaliere senza testa, il museo di Paperopoli custodisce una nave vichinga del X secolo, a sua volta nascondiglio di una mappa delle coste del Labrador, esplorate da un tale Olaf l’Azzurro nel 901. La corsa per la salvezza della libertà dell’America da parte di Paperino per contrastare l’avido Azure Blue e il suo mefistofelico avvocato Sharky rientra tra le più note avventure barksiane. Il contesto storico, autentico e realistico, delle esplorazioni vichinghe è qui essenziale: Barks approfondisce quanto basta la questione per fare una profondissima riflessione sull’ebbrezza sconsiderata di chi mira al potere e al controllo dei suoi sottoposti, dalla quel nessuno può dirsi immune.

Le radici della storia americana

Un altro tipo di Medioevo che affiora in alcune ten-pagers, infine, è quello più burlesco e farsesco: Paperino e la cavalleria sfrutta il contesto teatrale per gestire il solito triangolo Paperino-Gastone-Paperina, risolvendo la questione in un ridicolissimo duello tra i due cugini; sempre di maschere si tratta in una successiva breve del 1957 in cui il nostro si vede nei panni di Lancillotto. Per una volta gli andrà bene, ma a costo di sberleffi verso la sua anacronistica difesa dell’onore del vero spirito cavalleresco. Spirito che tuttavia finirà decisamente nell’ignominia con i cavalieri delle slitte volanti: è il 1960, ragazzi, basta con queste fole da tavola rotonda!

L’età moderna: l’Europa vincitrice e le sue degenerazioni

L’espansione degli europei una volta aperte le rotte dell’Atlantico è il cardine attorno al quale ruota l’evoluzione in senso egemonico del Vecchio Mondo nei confronti delle terre vergini da conquistare e colonizzare. L’incontro (e più spesso lo scontro) con le altre culture è un tema che desta l’interesse di Barks, sempre pronto a mettere a confronto le storture del progresso e del capitalismo rampante con le esigenze, molto più semplici e spesso a contatto con la natura, degli eredi delle popolazioni che vivevano nelle Americhe sin dalla preistoria. È un’impostazione abbastanza classica, quella in cui c’è da fare un po’ di morale sui buoni e i cattivi, ma Barks tiene conto dell’inevitabile scala di grigi. Possiamo quindi ridurre il discorso a due tematiche fondamentali: la riscoperta dei popoli precolombiani e l’avanzata del colonialismo europeo.

Alla scoperta di antiche civiltà sopravvissute

Alla scoperta di antiche civiltà sopravvissute

Nel primo caso, è impossibile non citare una delle storie di Barks più famose in assoluto, Paperino e il mistero degli Incas. Anche qui la Storia si mostra ai protagonisti trasfigurandosi in reperti archeologici, le celeberrime uova quadre. Sulle Ande i paperi si imbattono prima in una feroce rappresentazione degli autoctoni moderni, pronti a buggerare gli ignoranti “turisti” americani con dei veri falsi d’autore, e poi con la tribù dei Testaquadra. Il tutto richiama un po’, naturalmente senza bagni di sangue, le dinamiche intercorse tra conquistadores e indios al momento dell’incontro: atteggiamenti considerati sacrileghi («Tondeggiamento!»), condanne a morte, scambio di doni evidentemente non equo (ai paperi le preziose galline quadrate, mira dei produttori di uova statunitensi; agli indigeni, invece, delle innocue canzonette country). La vis satirica di Barks riporterà tutto ad un feroce status quo con «la più umiliante umiliazione della mia umiliata vita», per citare Paperino.

Con l’avvento ingombrante di Zio Paperone il paradigma muta sensibilmente: è la sua brama di tesori a muovere l’azione e, contestualmente, la Storia torna presente sotto forma di antichi insediamenti incontaminati o come preziosi manufatti, addirittura – e di nuovo – attraverso la presenza di comunità sopravvissute alla conquista spagnola. In un altro caso, invece, al posto degli indigeni troviamo due autentici soldati dei tempi di un “certo” Poncey de Loon, sopravvissuti nel corso dei secoli perché custodi della fonte della giovinezza.

L'epopea del ridanciano conquistador

L’epopea del ridanciano conquistador

Ma parliamo dei vincitori. «Stanotte è la notte!» è il sinistro avvertimento che si scambiano gli affranti abitanti di un’isola caraibica nella quale i paperi hanno messo su una piccola attività di raccoglitori di alghe: ogni cinquant’anni un bambino della piccola comunità viene rapito e non fa più ritorno. Naturalmente, in Paperino e il fantasma della grotta, sarà uno dei nipotini a subire questa sorte e toccherà agli altri recuperarlo. Alla fine, ecco qui un bell’esempio di microstoria che racconta qualcosa di più grande: dalla fine del XVI secolo una serie di bambini, crescendo, ha perpetuato la tutela di un tesoro destinato ai forzieri di Elisabetta I, a costo della vita in caso di fallimento. Il vecchio in armatura che vediamo scontrarsi con i paperi vive nella paura che, una volta mancato il compito, Sir Francis Drake in persona possa condannarlo a morte. I paperi agiscono insomma come liberatori, affrancando il rapitore da questa anacronistica fossilizzazione storica e facendo sbarcare la contemporaneità del 1947 nella vita di una persona plagiata: al diavolo Drake, ora è tempo di dedicarsi agli hamburger. La Storia è quindi sovrana, ma in una versione completamente sballata rispetto alla realtà: la finzione, seppur creduta l’unica verità, è il motore della fideistica azione di generazioni di ex bambini.

Sempre al tempo di Elisabetta I risale infine la suggestione che Paperone vive indotto da una seduta di regressione ipnotica: nei panni di un suo antenato, Malcolm de’ Paperoni, il nostro scopre il nascondiglio di un tesoro trafugato agli spagnoli nel contesto delle guerre di corsa. Qui Barks fa un ulteriore salto nella sua decostruzione, in un certo senso chirurgica, del passato: il falso diventa sì vero, il tesoro esiste, ma la suggestione è più potente della realtà. L’impressione di aver vissuto una vita altrui solo per qualche minuto di ipnosi non permette certamente di conoscere a fondo il resto degli eventi. È una mera (e truffaldina) illusione.

[continua…]

Autore dell'articolo: Davide Del Gusto

Sono cresciuto a pane, letteratura, storia e fumetti. Paperseriano dal remoto 2004, colleziono, leggo e recensisco. I miei indiscussi numi tutelari tra i fumettari sono Carl Barks, René Goscinny e Albert Uderzo, Floyd Gottfredson, Hergé, Vittorio Giardino, in rigoroso ordine sparso.