Carl Barks, “colui che leggerissimo era”: uno scintillante magistero di arguzia (prima parte)

26 NOV 2020

Paperi che volano

“Leggerezza” paperoniana

Approcciando un discorso generale sullo stile di Carl Barks non si possono che compiere delle scelte; non potendo abbracciare tutto se non con la lunga onestà di un saggio, ognuno si concentrerà su ciò che più gli è rimasto in mente dalle letture, sui tratti distintivi magari più affini al proprio carattere o alla propria storia di lettore. Insomma, ognuno ha un’immagine mentale di Barks, quella che gli è più cara, più istintiva. Chi scrive queste righe, quando pensa a Barks, pensa ai Paperi che volano.

Non proprio che volano, insomma: che sfrecciano per strade, moli, prati, tratturi, scale, nevi, navi, ponti, dorsi di balene, giungle, balze montane, ma sempre con la curiosa caratteristica di essere sollevati dal suolo quel tanto che basta da comunicare una irripetuta sensazione di dinamismo e leggerezza al contempo. Sembrano lievitati a puntino, i Paperi di Barks, proprio come i distruttivi bignè di quella assurda storia che è Paperino e la pizza pazza; e di sicuro, se non lievitati, levitanti.

È – quella di Barks – una leggerezza pervasiva, capace di informare di sé le scene più spensierate ma anche quelle più dense e cupe, riuscendo a fissarle indelebilmente come gli scatti di un fotografo di guerra. La sospensione dei personaggi in corsa, l’uso parco e micidiale di linee cinetiche (peraltro fattosi ancora più economo negli anni) e segni di espressione, il congelamento maestoso delle “scene madri”, in cui i piccoli Paperi fanno quasi tenerezza: tutto collabora a quell’irripetibile “effetto Barks” che fa uscire il lettore dalla storia con un senso di avvincimento ordinato e appagato, leggermente straniato talvolta.

Né si dimentichi – astraendoci un attimo dai disegni – la consueta fulminante dose di battute, gag, arguzie varie. La leggerezza di Barks è intelligente, pregnante, concisa, duratura, soave. Mi viene in mente, cercando di descriverla, quella novella del Decameron in cui si mette in scena un brillante quanto sottile Guido Cavalcanti che, con un motto arguto e un salto da funambolo, beffa certi cavalieri fiorentini che lo avevano rozzamente offeso: per chi la volesse recuperare – è brevissima – è la nona della sesta giornata.

E proprio come “colui che leggerissimo era” – tale è appunto l’appellativo speso da Boccaccio – Barks “salta l’ostacolo”, trasportando il lettore nella sua fluidità narrativa, servendosene come miglior veicolo dell’avventura… o viceversa? Non si fraintenda però: questa leggerezza barksiana non è semplicemente quella comune a tutti gli autori umoristici, né tantomeno è da leggersi come frivolezza. Parlerei piuttosto, per dare una idea più precisa, di levità. L’obiettivo di questo articolo, di cui vi proponiamo oggi la prima parte, è per l’appunto spiegare ed esemplificare questo concetto nell’opera barksiana – questa perfetta misura del peso e del ritmo che ha firmato la sua duratura magia.

Cominciamo con una scena classica, forse la più paradossale fra le numerose e frenetiche cacce al tesoro barksiane. Storia-miracolo, impressa affezionatamente nei miei ricordi di lettore – era il 2005, e all’età di dieci anni si acquistavano i primi numeri dei Grandi Classici -, Zio Paperone e il tesoro sottozero mette in scena una ansiosa rincorsa per il possesso di una misteriosa palla di ghiaccio: il bombastium (dall’inglese bombastic, pomposo, altisonante). Ed ecco la partenza di questa corsa forsennata, riprodotta qui sotto.

Un triliardo di dollari e sei lavandini!

Ci interessa in particolare la prima vignetta (della seconda basti notare il trucco sopraffino di far inciampare Paperone senza fargli toccare i gradini, producendo così un effetto di un realismo impressionante). I nipotini, sulla destra, camminano ancora, Paperino inizia a prendere velocità in coda al suo matto zio, e Paperone in preda alla preoccupazione ha già spiccato il volo – salvo poi inciampare rovinosamente nella vignetta successiva. Una topica sequenza, quella delle cinque familiari sagome in corsa, che punteggia molte storie di Barks, e strascina il lettore in un connubio di tensione e di brio che risulta completamente magnetico.

Qui di seguito un altro esempio, più calmo e senza Paperone, impreziosito dal celebre uso delle silhouettes, cui abbiamo dedicato un articolo proprio il mese scorso.

Già interessante peraltro il confronto con una tavola della stessa storia – Zio Paperone e il vello d’oro – in cui il momento si è fatto teso: solo i nipotini stavolta, consci di lottare contro il tempo, filano come torpediniere verso il porto nel disperato tentativo di salvare i loro zii. La fretta delle piccole sagome, contrapposta però alla calma assoluta dell’imbarcadero stesso, con una piccola nave isolata nel mare piatto, pochi gabbiani placidi in volo, e soprattutto la totale assenza di linee cinetiche. Un tocco sopraffino questo, tipico della assoluta pulizia delle tavole di Barks, in grado di restituire completamente la calma notturna e l’isolamento dei tre nipotini, i quali però arriveranno troppo tardi.

Ecco già che questa levità barksiana ci mostra il suo lato meno confortante, dimostrando di saper dipingere i momenti più drammatici dell’azione. Si pensi ad una scena decisamente accorata – di nuovo dal Tesoro sottozero – in cui Paperone perde per l’ennesima volta il suo bombastium. C’è un piccolo miracolo compositivo in questa vignetta: il pericoloso rollare della nave, con Paperino e i nipotini – due addirittura sul parapetto -, l’ardita curva del capodoglio, il cui sorriso involontario ed astratto fa da contraltare al dramma che si consuma sul suo dorso, il solito affannato Paperone e il solito rotolante bombastium e, infine, due eterei uccelli marini sulla destra, perfetto contrappeso compositivo alla nave e al dramma dei personaggi. Una scena dalla vividità uderziana, ma realizzata senza il minimo ausilio delle linee cinetiche, se non di quelle fornite dall’acqua in movimento attorno al corpo del cetaceo che ne emerge. Ecco, se Uderzo è stato il poeta di una placidità al fulmicotone, Barks è viceversa il regista di una paranoia serafica.

Ma torniamo a noi, e alla disarmante capacità di Barks di sospendere cose e persone a proprio vantaggio. Ecco una scena amplissima, addirittura cruciale, in cui Barks fa volare nientemeno che un galeone, il celeberrimo Olandese Volante. Si contemplino il ruolo dei Paperi – perfettamente intagliati senza toglier loro un briciolo di nitidezza -, la chiarezza dell’azione, il senso di tremenda sospensione di tutta la scena. Un momento in cui la levitazione dell’elemento antropico nel contesto naturale (l’Olandese nella tempesta, la nave dei Paperi tra i flutti impazziti) si fa leggerezza volutamente innaturale e inquietante, presagio di disgrazie e straniamento assoluto della normalità.

Ma non si venga tratti in inganno: lo stesso, ineludibile, senso di tremenda compostezza che nonostante tutto agita la scena è in fondo il preludio a quella spiegazione del tutto scientifica che i Paperi troveranno in fondo alla storia per la risoluzione dell’impressionante fenomeno. Ciò è spia di un umorismo tipicamente barksiano che gioca con l’incredulità, il senso critico e il coinvolgimento dei lettori.

I vispi Teresi

I vispi Teresi

Ma questo procedimento di sospensione e straniamento riesce talvolta a mescolare paradossalmente momenti di tensione con momenti di spensieratezza: è il caso, ad esempio, della scena di apertura di Zio Paperone novello Ulisse. Qui Paperone e Paperino, ipnotizzati dal profumo di una lettera di Amelia, decidono di partire per l’Italia per comprare il tesoro di Ulisse. I nipotini, che hanno avuto cura di non avvicinarsi al foglio traditore, tentano inutilmente di farli ragionare. E qui Barks mette in scena una vignetta di una comicità irresistibile, facendo danzare dei buffissimi Paperone e Paperino in preda alla felicità per l’incredibile occasione apertasi, e lanciando i nipotini (ancora una volta) inutilmente al loro inseguimento.

Qui il procedimento è duplice: da una parte Qui, Quo e Qua, proiettati in uno slancio orizzontale potenziato dal contrasto con l’inclinazione della passerella su cui corrono, escamotage tipico in Barks, perfettamente motivato dai principi dinamici dello slancio in corsa; dall’altra i due zii, altrettanto sospesi in aria ma in un modo completamente diverso: del tutto speculari fra loro, festanti, con le coppie di arti opposte levate in alto a dare moto al giocondo slancio, l’immagine stessa della ingenua felicità.

In uno scatto, responsabilità e spensieratezza, lucidità e illusione, presente gioventù e delirante vecchiaia, tensione e comicità, i due termini perfetti dell’arte dei grandi autori disneyani e, dunque, di Barks per primo. Due poli però non contrastanti, ma capaci di fluire l’uno nell’altro all’interno dell’azione proprio grazie a questa innaturale sospensione che si avvera a pochi centimetri da terra. Ultimo particolare, i becchi: quelli dei nipotini, la voce retta e dinamica della preoccupazione, hanno la parte superiore perfettamente orizzontale, nella direzione del moto. Quelli dei pazzi zii sono spalancati iperbolicamente, e la linea orizzontale della vignetta li biseca perfettamente.

E con questa deliziosa scena chiudiamo la prima parte della nostra indagine. Nella speranza di avervi divertiti ed appassionati alla lettura del “peso” nelle vignette di Barks, e fatti affezionare come me a quella eterea agitazione che si respira in tante sue storie, vi do appuntamento fra qualche settimana per la seconda parte.

Autore dell'articolo: Guglielmo Nocera

Ecumenico studente di dottorato in matematica (e incallito lettore di tutto il resto), mi sono formato su I Grandi Classici Disney, che acquisto tuttora recensendoli insieme all'amico Davide Del Gusto, e Topolino Story prima serie. Venero la scuola Disney classica, dagli ineguagliabili vertici come Carl Barks e Guido Martina ai suoi meandri più riposti come Attilio Mazzanti e Roberto Catalano (l'inventore della macchina talassaurigena). Dallo sconfinato affetto per le storie di Casty sin dagli esordi (quando lo confondevo con Giorgio Pezzin) deriva il mio roboante nome d'arte. Scarso fan della rete, resto però affezionato al mondo del Papersera. Lo reputo anzitutto e soprattutto un luogo di approfondimento distensivo, e nei ritagli di tempo cercherò di contribuire il più possibile a renderlo tale, nella convinzione che la distinzione tra esegesi e nerdismo sia salutare e perseguibile. Attendo sempre con imperterrita fiducia la nomina di Andrea Fanton a senatore a vita.