Solo un povero vecchio papero. L’evoluzione del Paperone di Carl Barks

25 FEB 2021

Calzoni corti e cappello da marinaio

È proprio lui?

È proprio lui?

Un libro, secondo un noto detto, non si giudica dalla copertina. Volendo, possiamo aggiungere che l’abito non fa il monaco. Questo è tanto vero per i personaggi Disney: Paperino vive in una casa ad un piano con tre nipoti talvolta pestiferi, talvolta saccenti, talvolta neutri. E, nonostante le sue continue occupazioni lavorative di modesto successo (o, nell’interpretazione di molti autori nostrani, nonostante la sua pigrizia), indossa un abito nella maggioranza dei casi non consono alle situazioni che vive: il papero è vestito da marinaio.

Si può leggere una storia a fumetti disneyana senza domandarsi perché Paperino indossi abiti che non gli spettano. Oppure si può scavare nel suo passato, a ritroso, e scoprire così che Paperino, nel primo corto che lo vede protagonista, La gallinella saggia, è effettivamente un marinaretto. Indolente come il suo amico Meo Porcello, poi archiviato nei meandri dei personaggi meno fortunati del mondo dei fumetti e dell’animazione, certo. Ma pur sempre un marinaretto. D’altra parte gli autori si devono essere divertiti un mondo ad immaginare una papera, che notoriamente predilige gli ambienti umidi, nella professione del marinaio.

Siamo nella prima metà degli anni Trenta, i personaggi Disney sono perlopiù macchiette. Topolino è, in fondo, un piccolo topo di campagna. E Gambadilegno gli è nemico solo perché gatto e topo non vanno molto d’accordo: agli autori Disney questa dicotomia l’aveva insegnata George Herriman con il suo allora fortunato Krazy Kat, e sarebbe poi stata replicata da Hanna e Barbera nei corti di Tom & Jerry. I personaggi degli anni Trenta, insomma, pur antropomorfizzati, rispondevano ancora a bisogni e situazioni dettate dalla loro essenza animalesca. Nei fumetti, come nei corti, ben presto questi stessi personaggi cominciarono a perdere la loro parte istintiva per vivere situazioni sempre più ancorate alla quotidianità di lettori e spettatori, creando così un’identificazione che andasse ben al di là dello sfuggente topo di campagna e del papero acquatico. Floyd Gottfredson per i topi e Carl Barks per i paperi ebbero un ruolo di primo piano in questa trasformazione rapida e netta.

L’estetica dei primi anni Trenta, da Krazy Kat a Donald Duck

Barks, che aveva cominciato a lavorare con i paperi nei corti animati, dovette presto trasporre contingenze routinarie papere-umane sulla carta stampata. Il mondo dei topi e quello dei paperi erano nettamente diversi, e questo Barks lo sapeva, tanto che evitò accuratamente di utilizzare Topolino (se non in una singola occasione, nel 1945). La sua inclinazione per l’umorismo e per la satira si confaceva bene ad un personaggio estremamente comico come Paperino, mentre Topolino, almeno nei fumetti, stava sempre più divenendo un topo di città, afflitto da uno spirito d’avventura che metteva in serio pericolo la sua vita e quella dei suoi cari, scontrandosi non solo con bande criminali, ma anche con governi stranieri di dubbia rettitudine morale, contro cui l’ineffabile spirito americano di democratizzazione repubblicana entrava in collisione.

Barks preferiva i Paperi, si è detto. Lo dice esplicitamente al pittore americano Gottfried Helnwein: «I preferred to work with the duck – I could push Donald around, let him get into an accident, I could let him fall off a cliff, or whatever I wanted. It was lots of fun with Donald. With Mickey that would have been dangerous, because he always had to be loved and had to be victorious in all situations. With Donald I had a comedian who I could treat badly and who I could make fun of»[1].

Il Paperino delle primissime storie di Barks è ancora pienamente in linea con la sua nevrotica versione animata

Il Paperino delle primissime storie di Barks è ancora pienamente in linea con la sua nevrotica versione animata

Barks gioca, dunque. Sceglie i paperi perché sono propensi agli errori. C’è ancora, forse, un lascito animalesco: il papero è fastidioso, aggressivo, rumoroso. Le sue bizzarre zampe palmate gli infondono una camminata claudicante e ridicola. Barks si diverte a tratteggiare dei paperi impazienti, impulsivi, che si cacciano in situazioni di pericolo, incapaci di gestirle pienamente. Il cartoonist dell’Oregon, che col tempo è diventato un emblema di ciò che significa fare fumetto, e non solo Disney, giocava molto con lo spirito umoristico. Le sue opere sono sempre state intrise da una profonda dose di comicità, da un marcato spirito parodistico e satirico dei diversi aspetti umani e animaleschi (si confronti, a tal proposito, Calgary Eye Opener, volume che raccoglie molte sue opere extra Disney dal sapore erotico e caustico).

Così, quando nel 1947 crea il personaggio di Paperon de’ Paperoni, questi non è altro che una macchietta dello spirito imprenditoriale e capitalistico del secolo precedente. Paperone non è solo vecchio anagraficamente: la sua vecchiaia si riflette anche nei vestiti che indossa. Si è detto all’inizio che l’abito non fa il monaco, ma per comprendere l’origine dei personaggi Disney, il vestiario ci fornisce un’informazione importante. Lo abbiamo visto con Paperino, lo vediamo ora con Paperone.

1947: il Natale di Paperone nella sua villa

La prima rappresentazione estetica di Paperone è ormai iconica: chiuso in una stanza della sua villa, seduto su di una poltrona con i pugni ben stretti e i denti serrati, mentre si lamenta del Natale.

Nel mondo anglosassone Dickens è fondamentale. Sebbene la sua prosa non abbia riscontrato un successo di tipo accademico, a fronte di altri artisti dell’epoca che si sono mostrati più originali, o più conformi all’idea di canone letterario del mondo occidentale novecentesco, i suoi romanzi e le sue novelle hanno contribuito a creare un immaginario ben definito di ciò che ha significato l’età vittoriana per la popolazione del Regno Unito. In Ebenezer Scrooge, personaggio creato per il Canto di Natale nel 1843, Dickens tratteggia quell’umanità estremamente materialista e positivista che sta emergendo in quegli anni. I figli degeneri dell’illuminismo, coloro che hanno sostituito, alla ragione umana, il vil denaro. Ebenezer Scrooge non è meno macchietta della sua controparte papera, che Barks tratteggia poco più di cento anni dopo ne Il Natale di Paperino sul Monte Orso.

Un Natale dickensiano

Ma c’è un secolo, di mezzo. E un papero che si comporta come un affarista d’epoca vittoriana aggiunge dell’umorismo dove, in Dickens, era sostanzialmente assente. Non che la cosa importasse granché: nella sua assurdità, Paperone sarebbe dovuto presumibilmente nascere e morire nella stessa storia. Un personaggio secondario pensato per una semplice storia natalizia. Non bisogna aspettarsi grandi cose, da questo papero con vestaglia, bastone e occhiali, che guarda fuori dalla finestra tenendo una mano sulla schiena. Quando Don Rosa, quasi cinquant’anni dopo, dovrà razionalizzare la trasformazione di Paperone da derelitto di un’epoca lontana ad avventuroso “supereroe” comico, deciderà di ambientare l’ultimo capitolo della SagaIl papero più ricco del mondo, il giorno dopo gli accadimenti della sua storia d’esordio: segno piuttosto marcato della differenza che c’è tra il Paperone delle origini, pensato probabilmente per una singola vicenda umoristica, e quello successivo, avventuroso comprimario e/o protagonista delle storie successive.

Per ora, comunque, Paperone è uno stereotipo. Barks non ne tratteggia tanto l’aspetto legato all’avarizia, che sembra invece assente, quanto piuttosto la sua misantropia. Scrive Francesco Manetti, per l’appunto, che «In questa sua prima apparizione, non si può parlare di avarizia di Scrooge, ma piuttosto di forte misantropia»[2], una caratteristica che sarà ben marcata per diverse storie a venire. Lo stesso uso del personaggio letterario di Scrooge, fa notare Jared Gardner, non era infrequente nei fumetti del tempo[3].

Il titolo italiano ha Paperino come protagonista, e non potrebbe essere altrimenti: Paperone compare in otto tavole su venti della storia. Ma c’è di più: il Paperone derelitto delle prime tavole non sembra coincidere con quello presente nelle ultime. Il cambio d’abito è netto. Via la flanella: nelle ultime tavole Paperone indossa un elegante abito nero con tanto di papillon. Non solo: il personaggio sembra anche aver ritrovato quella vivace attività di cui sembrava deprivato nelle prime pagine. Insomma, Don Rosa poteva, volendo, anche evitare di trasformare quel Paperone, perché ci aveva già pensato Barks nella stessa storia. Ma cosa significa tutto ciò? Ad avviso di chi scrive, è probabile che, non avendo riflettuto profondamente sulla caratterizzazione del personaggio, Barks gli abbia dato una personalità mutevole ed instabile. Non c’è da stupirsi: l’importanza di questa storia nel canone disneyano sarebbe arrivata in un secondo momento, quando, a posteriori, è divenuto necessario e dilettevole ricercare le origini di uno dei personaggi più amati del mondo Disney.

Un cambiamento radicale nel giro di venti tavole

1948: l’avventuroso castello scozzese e il cambio di paradigma

Qualcuno deve aver scritto alla Disney e mostrato apprezzamento per quello strano papero cangiante, un po’ burbero, un po’ goliardo. Forse più di qualcuno, tant’è che tra la storia d’esordio, in cui Paperone era stato pensato come unicum secondario, e Paperino e il segreto del vecchio castello passano appena sette mesi. Paperone è comunque, per Paperino, ancora il misconosciuto “ricco zio” che “mi telefona”. Il ricco papero ha ancora la sua vestaglia addosso, ma i suoi occhiali, che talvolta Barks dimentica di disegnare, sono privi di stanghette. Paperone, pur spinto da ragioni economiche pressanti, mostra il suo spirito avventuroso invitando i nipoti a perlustrare il castello di famiglia, in Scozia, elemento che poi sarà fondamentale per il suo biografismo.

L'umanità e la paura di un vecchio papero

L’umanità e la paura di un vecchio papero

Il papero con il pince-nez diventa, così, un mediatore fondamentale tra il mondo animato dei paperi e quello, sempre più complesso e articolato in ambito familiare, dei fumetti. Si può forse dire, senza peccare di anacronismo retrospettivo, che la creazione di Paperone da parte di Barks sia stata la tappa fondamentale nell’articolazione dei fumetti Disney così come li possiamo leggere oggi.

Il Paperone del Vecchio castello è già umano. Non è più il papero piuttosto sadico degli esordi: ora anche lui ha paura, e si nasconde in un barile per sfuggire ai fantasmi. È un papero che non rimugina più sul senso del Natale, ma è piuttosto preoccupato dai suoi affari. Ma soprattutto è un papero coerente: non cambia dalla prima all’ultima tavola, com’era accaduto con la storia originale.

Nel 1948, insomma, Paperone è già alla sua seconda apparizione: non è più un personaggio usa-e-getta da utilizzare per delle semplici gag. Barks lo ha già definito, sebbene rimanga ancora acerbo.

1948-1949: cercando un’identità tra volpi e scavatrici

Barks sta comunque sperimentando. Nello stesso anno del Vecchio castello esce la terza storia con Paperone come personaggio comprimario di Paperino, Qui, Quo e Qua: Paperino e la caccia alla volpe. Le due storie si aprono in maniera del tutto simile: i nipoti vengono coinvolti dallo zio in una nuova avventura. Paperone è ancora un estraneo, tanto che Paperino ha bisogno di presentarlo («l’uomo più ricco del mondo»), e la percezione che si ha della vicenda è di un coinvolgimento “esterno” al mondo dei paperi. Barks sta giocando fuori dagli schemi dell’animazione e, senza poterlo immaginare, sta dettando la linea per le future storie a fumetti con Paperone protagonista, dove, tutt’ora, il ricco papero è spesso un agente esterno che prorompe nelle vite tranquille dei nipoti. D’altra parte, i nipotini di Barks non sono più quelli di Taliaferro, discoli e ribelli: è necessario ora speziare diversamente la pietanza.

Imbrogliare non è un problema

Imbrogliare non è un problema

A livello estetico, siamo sempre più vicini alla forma finale: gli occhiali di Paperone sono ancora grandi, ma, come nella storia precedente, non hanno più le stanghette. La palandrana, inoltre, è sempre più simile a quella che conosciamo. Il carattere del papero più ricco del mondo è stavolta ben più arrogante e superbo: «Questi sono affari. Non m’importa di come prenderai la volpe, ma devi prenderla. Magari con l’imbroglio!», urla ad un Paperino entusiasta di partecipare alla caccia.

Paperone fa da motore primo ad una vicenda incentrata, però, esclusivamente su Paperino. Tuttavia, la faccenda prende una piega storta e nel finale (in silhouette, classica marca grafica di Barks) Paperone rincorre Paperino che a sua volta rincorre i nipotini. Scrive a tal proposito sempre Manetti: «d’ora in poi Paperone, che in chiusura insegue feroce un Paperino che l’ha deluso (o danneggiato economicamente) sarà una costante, soprattutto nelle storie dei Disney Italiani»[4].

Nel 1949 la presenza di Paperone nella vita dei suoi nipoti si fa più marcata: quattro storie in cui il personaggio è ancora appannaggio di Barks. In Paperino e l’isola misteriosa l’apertura è differente: stavolta, nella prima tavola, troviamo Paperino e Gastone, anch’esso una creazione dello stesso Barks. Non ci soffermeremo sulla vicenda, lunga e articolata, dove Paperone vive principalmente in absentia, essendo scomparso. Basti qui sapere che il ricco papero, nelle mani di Barks, diviene sempre più inviso al carattere tendenzialmente opposto di Paperino. «Caro Paperino», gli fa sapere in una lettera, «nella speranza che tu veleggi fino all’altro capo del mondo così che non possa vederti mai più, ti regalo un battello!». Scopriamo, per giunta, alla fine, che Paperone si era rifugiato su un’isola per sfuggire proprio ai parenti, Gastone compreso. A livello estetico, il Paperone di questa storia ha ripreso in parte il vestiario della parte finale del Monte Orso, presente poi anche nella storia successiva, L’eredità di Paperino, vicenda che ha ancora al centro il difficile rapporto tra zio e nipote nella gestione economica dei beni.

Tra Paperino e l’isola misteriosa e L’eredità di Paperino si consuma lo scontro generazionale tra zio e nipoti

La terza storia del 1949 è Paperino e il feticcio. Paperone, stavolta con una nuova palandrana, riacquista le stanghette degli occhiali e torna a divertirsi a spese del nipote, stavolta indirettamente, essendo la maledizione stata scagliata proprio nei suoi confronti da giovane da uno stregone di un villaggio africano da lui depredato in gioventù. Ancora una volta Paperone ci presenta una storia del suo passato, un tassello che si andrà ad aggiungere ad altri, che saranno sviluppati in futuro e che non sempre mostreranno un’organicità coerente nel corpus vivendi del ricco papero. Paperone ha, in questa storia, un ruolo per lo più esplicativo della vicenda, che sarà poi vissuta esclusivamente dai suoi nipoti.

Titanomachia disneyana

Titanomachia disneyana

L’ultima storia dell’anno, Paperino e la scavatrice, segna un profondo punto di svolta nella caratterizzazione del personaggio. Se finora Paperone è stata perlopiù una macchietta divertente e spregiudicata, motore delle azioni dei veri protagonisti delle vicende, e talvolta comprimario di queste, qui acquisisce un ruolo ben più marcato. Ancora una volta, al centro dell’azione, c’è il suo terribile rapporto con il nipote; ancora una volta Paperino subisce vessazioni ed angherie da parte del ricco zio.

C’è, in tutte queste storie, la volontà da parte di Barks di dare spessore morale ad un papero povero ma onesto, contrapponendolo ad uno zio materialista e speculatore. Ma in quest’ultima storia del 1949 Paperone ha finalmente un ruolo di primo piano. La sua arroganza è marcatissima: di fronte al giudice davanti cui sono portati i due paperi, Paperone minaccia di comprare la città e di licenziare l’ufficiale. Paperone ha un potere immenso: può portare la giustizia dalla sua parte. Ma, condannati i due a risarcire un milione di dollari ciascuno, Paperone paga entrambe le multe con estrema indifferenza; inoltre, segnala Manetti, per la prima volta notiamo effettivamente la ricchezza di Paperone[5]. Siamo ancora lontani dal Paperone tirchio, e d’altra parte il suo aspetto, sempre più vicino a quello che conosciamo oggi, è parimenti ancora poco definito. Il contrasto tra i due non si placa nemmeno alla fine della vicenda, in cui interviene, come mediatore, Babbo Natale in persona.

1950: l’anno del papero più ricco del mondo

Tra il 1947 e il 1949 le storie in cui compare Paperone sono sette, tutte ad opera di Barks. Nel solo 1950 Paperone arriva ad essere presente in otto storie, di cui solo quattro sono del suo creatore. C’è da pensare che il 1949 abbia dato i suoi frutti, e che il Paperone che Barks ha tratteggiato piace non poco.

L’anno si apre con Paperino cercatore di tracce e Paperino e le arance polariNon possediamo i nomi degli sceneggiatori. Nella prima, disegnata da Bob Moore, Paperone è semplice motore della vicenda, che vede Paperino protagonista; idem per la seconda, disegnata da Riley Thomson.

E che ci vuole?

E che ci vuole?

La prima storia dell’anno firmata da Barks con Paperone è Paperino e il sentiero dell’unicorno

Esteticamente parlando, questo Paperone è già quello che conosciamo noi, non fosse per gli occhiali, ancora troppo grandi e con stanghette. Di nuovo una storia si apre con una sua telefonata, e ancora una volta i nipoti hanno bisogno di presentarlo. Paperone torna ad essere il principale motore della vicenda, ma non il suo protagonista. E, nonostante la sua sfrenata brama di ricchezza, risulta meno pungente rispetto ad altre storie precedenti dello stesso Barks, finendo per mettere in cattiva luce principalmente il cugino Gastone. Notano Francesco Stajano e Leonardo Gori: «In “Trail of the Unicorn”, it’s Donald and his nephews who venture forth, but in future stories it will be Barks’s own Scrooge who drives such intrepid expeditions»[6].

In Paperino e il pappagallo contante Paperone non ha più bisogno di presentazioni iniziali, tipiche delle prime storie. Qui Paperino cerca di trovare un’idea per fargli un regalo. Cosa regalare ad una persona che ha già tutto? Un pappagallo! Paperino trova un Paperone asserragliatosi nel suo denaro, esteticamente ormai definito, pronto a far fuoco con un cannone (un futuro classico di Barks, e non solo) e, ovviamente, in netto contrasto con il nipote. Paperone è il protagonista della vicenda, e la sua ricchezza è messa in pericolo da dei proto-Bassotti che serviranno a Barks da ispirazione per la creazione dei primi veri nemici del papero più ricco del mondo.

In Paperino e la clessidra magica Paperone è ancora in vena di regali discutibili: «Non sono disposto a tenermi la roba che non vale niente! Quel peschereccio avrà un nuovo proprietario», cioè Paperino. Paperone è ampiamente coinvolto, come sta ormai diventando prassi, nella vicenda vissuta da Paperino e nipoti, dall’inizio alla fine.

Ancora due storie non barksiane con Paperone alla fine dell’anno: Paperino pompiere, disegnata da Paul Murry, e Nonna Papera e la trappola, disegnata da Thomson. In entrambe Paperone ha un ruolo prevalentemente marginale e macchiettistico. Diversamente, in mezzo alle due, Paperino e i doni inattesi di Barks definisce ulteriormente il carattere di Paperone, questa volta meno propenso ad elargire denaro rispetto alla vicenda della scavatrice: «Se costa soldi», dice ai nipoti, «vi avverto che non posso permettermelo!», il tutto mentre ha in mano una pala piena di denaro. «Non so mai cosa vuole la gente per Natale!», afferma irato: «I regali costano! E costano soldi!». Paperone non è il motore della vicenda, né è il coprotagonista.

Con Paperino e il pappagallo contante e Paperino e i doni inattesi il look di Paperone è ormai definito, così come le sue abituali occupazioni monetarie

Tirando le somme, si può dire che il 1950 è l’anno di Paperone. Non è ancora definito nella maniera in cui abbiamo imparato a conoscerlo, ma ha già acquisito diversi tratti, più o meno grezzi, di ciò che sarà in futuro. Soprattutto, il suo utilizzo da parte di altri autori lo ha quasi definitivamente consacrato come personaggio canonico. Quasi, perché c’è ancora un salto da fare. Quel salto è il 1951.

1951-1952: Paperone è canonico

Nel 1951 Paperone è ormai un personaggio affermato. Le storie dove compare sono raddoppiate e ad esse bisogna aggiungere le strisce di Taliaferro, nonché la prima copertina in cui compare il papero più ricco del mondo su Albi Tascabili di Topolino 136, una pubblicazione italiana (segno che Paperone è ora noto e riconoscibile anche fuori dai confini patri).

Le sane abitudini di un miliardario

Le sane abitudini di un miliardario

Non ci soffermeremo sulle storie non-barksiane, ormai sempre più numerose, quattro delle quali aprono l’anno: l’unica annotazione da fare è che Paperone è finalmente protagonista in alcune di queste. Insomma, è un personaggio pienamente canonico. Ma il suo creatore? Come ne sta raffinando il carattere?

La prima storia di Barks del 1951 con Paperone è Paperino esattore. Scrive Manetti in proposito che «I grandi autori disneyani italiani potrebbero essersi ispirati anche a questa storia del 1951 per tratteggiare il loro Paperon de’ Paperoni ben più avido, taccagno, cinico e cattivo dell’originale barksiano»[7]. Paperone si scopre allergico ai soldi, ma, poco prima, di fronte ad un Paperino allibito, si tuffa nel suo denaro.

La sua seconda storia con Paperone è Paperino e il serpente di mare. Inutile insistere sull’aspetto estetico: il vecchio papero ormai è disegnato esattamente come lo conosciamo oggi, con palandrana e occhialetti. Da un po’ di tempo Barks lo disegna circondato dal suo denaro: la villa assomiglia sempre più al futuro deposito. Il papero più ricco del mondo è ora subissato da un interesse per gli affari sempre più marcato, e lontano dall’urgenza di dimostrare il proprio potere, scialacquando parte delle sue ricchezze, ai nipoti. In questa storia Paperone non è protagonista, ma è fondamentale nel dispiegamento di una storia particolarmente comica che vede, ancora una volta, sulla scena i suoi nipoti.

Sempre più sommerso dal denaro e sempre più motore dell'azione (altrui)

Sempre più sommerso dal denaro e sempre più motore dell’azione (altrui)

In Paperino e la pioggia d’oro Barks accentua ulteriormente il contrasto familiare tra Paperone, Paperino e Gastone. Il finale caratterizza ulteriormente il ricco papero. «Tu dici che il denaro è senza valore, eppure ne hai arraffato tanto! Come te lo spieghi?», chiede Paperino allo zio. E Paperone, tuffandosi nel denaro, gli risponde: «Io amo il denaro! Mi piace tuffarmici dentro come un delfino! E scavarci sotto delle gallerie come una talpa! E farlo tintinnare sulla testa come una pioggerella!».

Ricorda qualcosa? Siamo insomma giunti ad un Paperone che va oltre il mero materialismo danaroso, e che utilizza le sue finanze come svago personale. Non è il Paperone di Don Rosa, però: bisogna prestare attenzione a non confondere l’amore di Paperone per il suo denaro con quello per i suoi ricordi. In Barks, i ricordi di Paperone, che d’ora in poi diverranno sempre più frequenti, sono funzionali al dispiegamento della storia. Don Rosa ne tratteggerà, invece, l’importanza emozionale e nostalgica nella vita del vecchio papero.

Paperino e il pezzo da venti delinea ulteriormente il contrasto tra Paperino e suo zio, portato ancora una volta su questioni finanziarie. In Paperino e la banda dei segugi, invece, il nipote è al servizio di suo zio per 30 centesimi l’ora, un classico in divenire. Paperone fa qui ampio uso del cannone, che è parte integrante della storia. E a derubarlo delle sue ricchezze ci pensano, stavolta, i Bassotti, quelli veri, alla loro prima apparizione nell’ultima tavola.

Il nuovo coprotagonista dell'epica paperoniana: il deposito

Il nuovo coprotagonista dell’epica paperoniana: il deposito

Siamo arrivati alla fine dell’anno, a cavallo tra il 1951 e il 1952. Barks scrive due storie, una pubblicata in dicembre, l’altra in gennaio. Sono due vicende fondamentali, che non solo consacrano definitivamente il personaggio di Paperone con le maggiori caratteristiche che oggi gli attribuiamo, ma anche lo stesso Barks, come autore di punta del decennio.

La prima è Paperino e la ghiacciata dei dollari. Nella prima tavola i nipoti si chiedono cosa sia quell’insolito edificio cubico sulla collina. «Quello, ragazzi, è il nuovo deposito blindato di Zio Paperone», gli risponde Paperino. Fa qui la sua prima apparizione l’edificio asettico e megalomaniaco di Paperone. La sua posizione è presto spiegata da Paperino: «Lo Zione […] vede benissimo tutto ciò che succede in giro». Protezione dai ladri: non solo il contrasto con i nipoti, dunque. Barks ha già presentato i Bassotti, che qui vengono ulteriormente approfonditi. Ben presto introdurrà, però, altre nemesi per il ricco papero. La vicenda narrata da Barks è perfettamente in linea con le sue future storie con Paperone protagonista.

La seconda è Paperino e il ventino fatale, ripubblicata in Italia nel 1964 anche con il titolo di Zio Paperone e il trenino della felicità. Ancora una volta è il Natale a fare da sfondo alla vicenda, nelle sue crude diramazioni consumistiche che Barks ha già descritto ampiamente in passato. Scrive R. Fiore: «While Carl Barks was no rebel, his one great dissent with his society was in the matter of Christmas»; questa storia, in particolare, «was perhaps his most significant concession to the season that he viewed with distaste as a festival of greed, materialism, and false sentiment»[8].

Una tragedia annunciata

Una tragedia annunciata

Ma se il Paperone della Scavatrice era ben disposto ad utilizzare il proprio denaro per curare la sua immagine agli occhi dei nipoti, arrivando a pagare, con estrema indifferenza, due milioni di dollari di multa, stavolta non ha alcuna intenzione di spendere 50 dollari per i bambini poveri di Shacktown.

Come nella Ghiacciata dei dollari, anche qui il deposito si dimostra non particolarmente adatto a contenere tutto il denaro di Paperone. Alla fine della vicenda Paperone si ritrova ad essere benefattore suo malgrado dei bambini di Shacktown.

Bastone, pince-nez e cilindro

Siamo infine giunti alla conclusione. Ciò che accadrà, a partire da quel 1952, e fino al 1967, sarà per Barks una riproposizione di un personaggio ormai completamente stabilito e delimitato entro le sue manie, le sue ossessioni e le sue paure così come sono andate evolvendosi nel corso del tempo.

Ad esacerbare il carattere misantropico e avaro del vecchio papero saranno nuovi nemici, sempre più complessi: abbiamo visto i Bassotti, dei semplici ladri di quartiere, tutti uguali e uniformi. Nel 1956 sarà poi il turno di Cuordipietra Famedoro, rivale in ricchezza, e nel 1961 apparirà Amelia, un’ulteriore sfida “magica” alle sue liquidità.

Tra il 1947 e il 1952 Paperone cambia. Cambia d’aspetto, cambia di carattere. Cambiano i suoi interessi primari e il suo rapporto con la famiglia. Cambia esattamente come, con il tempo, sono cambiati Topolino o Paperino. A differenza di questi ultimi, però, Paperone nasce direttamente sulla carta stampata, e avrà solo delle sporadiche riproposizioni animate prima di arrivare a DuckTales. Saranno poi soprattutto i Disney Italiani, in seguito, a definirne ulteriormente il carattere, talvolta alterandone i fondamentali. Ma Paperone è in un certo senso la pietra miliare del fumetto Disney: attraverso di esso, Barks si discosta completamente dall’animazione, facendo vivere ai paperi un sempre più complesso sistema di relazioni (non solo familiari) che creerà conflitto e, dunque, narrazione.

Se Paperone non nasce già “bell’e fatto”, come invece accadrà ad altri personaggi, è perché Barks, che lo aveva probabilmente creato per una singola storia, ha poi dovuto sperimentare su un personaggio complesso ed estremamente popolare tra i lettori. L’abito, forse, non fa il monaco, e un libro, magari, non si giudica dalla copertina, ma il successo di Paperone si deve forse anche alla sua presentazione estetica, nonché alla sua stereotipizzazione caratteriale, che Barks farà evolvere gradualmente fino a raggiungere la forma a noi oggi conosciuta.


Note

[1] «Mi piaceva lavorare con il papero [Paperino], perché potevo riempirlo di botte, fargli male, farlo cadere da un precipizio. Mi divertivo un sacco con Paperino. Con Topolino sarebbe stato un po’ pericoloso, perché Topolino deve sempre aver ragione. Col papero avevo un personaggio comico e potevo trattarlo male e prendermi gioco di lui». Per la traduzione ci si è affidati a: https://it.wikiquote.org/wiki/Carl_Barks

[2] F. Manetti, Introduzione a Il Natale di Paperino sul Monte Orso, in Paperino Carl Barks n. 7, Comic Art, Roma 1997, p. 73.

[3] J. Gardner, Story Notes: Christmas on Bear Mountain, in The Complete Carl Barks Disney Library n. 5, Fantagraphics Books, Inc., Seattle 2013, p. 194.

[4] F. Manetti, Introduzione a Paperino e la caccia alla volpe, in Paperino Carl Barks n. 8, Comic Art, Roma 1997, p. 82.

[5] F. Manetti, Introduzione a Paperino e la scavatrice, in Paperino Carl Barks n. 10, Comic Art 1998, p. 96.

[6] F. Stajano e L. Gori, Story Notes: Trail of the Unicorn, in The Complete Carl Barks Disney Library n. 8, Fantagraphics Books, Inc., Seattle 2014 p. 193.

[7] F. Manetti, Introduzione a Paperino esattore, in Paperino Carl Barks n. 13, Edizioni If 2002, p. 155.

[8] R. Fiore, Story Notes: A Christmas for Shacktown, in The Complete Carl Barks Disney Library n. 11, Fantagraphics Books, Inc., Seattle 2012, p. 207.

Autore dell'articolo: Alberto Biscazzo

Appassionato di fumetto, tra intrattenimento e sua semiosi.