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Topolino 3437 - Recensione di Guglielmo Nocera

Introdotto da una copertina alquanto (forse troppo?) dirompente ad opera di un Fabio Celoni che proprio questo mese si consacra copertinista sopraffino per la testata Paperinik, il numero di questa settimana può definirsi all’insegna della fantascienza… in senso allargato. Un’ottima notizia per un genere che ha avuto grandissimi momenti su Topolino sin quasi dagli albori. Certamente desta interesse il ritorno di PK, sul quale ci effonderemo più avanti, ma vale la pena menzionare la prosecuzione de La ciurma del Sole Nero, su testi del factotum Marco Gervasio e disegni del brillante (quasi)esordiente Cristian Canfailla. Il secondo episodio decolla dall’estremo didascalismo del primo e porta i la ciurma nello spazio aperto: il pregio della serie, al momento, sembra proprio risiedere nella varietà di personaggi, che in qualche modo danno continuo fiato all’azione. E starà forse a quelli non canonici, al momento in fase di precisazione caratteriale, determinare il quid in grado di differenziare il materiale narrativo. I dialoghi cominciano a scorrere (azzeccato il momento di confidenza tra Pippo e Minni, o la trovata del linguaggio numerico universale), complici anche alcuni graziosi tocchi “à la Martina” («non vorrà… Ulp! Vuole!»), mentre le battute talvolta cadono nell’evitabile («N-non rivedremo più la Terra!» «Né i nostri amici!» «Io avevo il biglietto per la finale di coppa!»). I disegni supportano molto bene la storia, a parte l’indiscriminata (ma forse meno che nel precedente episodio) applicazione dei retini, e offrono un virtuoso esempio di equilibrio tra vivacità e pulizia: la pulizia della vignetta, la gerarchia tra personaggi e ambienti, l’uso deciso e mirato delle linee cinetiche, elementi talvolta trascurati nella recente tradizione grafica del settimanale, eppure essenziali allo scorrere della storia. La resa dei personaggi è sempre molto indovinata, e poco importa se paga spesso pegno all’evidente ispirazione devitiana. Brutti incontri nello spazio Meno esplicitamente fantascientifica (essendo basata sull’uso degli indovinati retrocchiali) Zio Paperone e il centounesimo canto, di Alessandro Sisti e Alessandro Perina, che qui giunge alla sospirata conclusione. La storia è molto buona, pur forse trascinandosi troppo nei mille inseguimenti del finale. Inseguimenti cui il tratto rapido e nervoso di Perina rende un solido servizio, salvo proprio per questo sottolinearne un po’ la lunga giustapposizione. Sisti tratta Dante in modo convincente e tutto sommato inedito, scongiurando la ritualità di un omaggio più puramente letterarizzante ma allo stesso modo non sacrificando il personaggio alle logiche della ripetizione di un qualche cliché narrativo topolinesco: le motivazioni degli avversari del poeta, il suo comportamento, la sovrapposizione della trama con i reali spostamenti danteschi sono ottimamente congegnati. Potenza dei retrocchiali L’identità dell’antagonista nel presente, e il suo comportamento prima e dopo la rivelazione, non sono invece forse particolarmente ispirati e rappresentano il coté un poco più anonimo della trama. Dedichiamo uno sguardo anche alle due storie brevi del numero. Newton e Pico in viaggio nel sapere: Musica Maestro! (di Giorgio Fontana e Donald Soffritti) è un sotto tono rispetto ad altre del ciclo, che tuttavia si conferma di buon livello: accostare Pico non a un discolo qualunque, ma al volenteroso – benché generazionalmente sfasato – Newton è un’idea vincente. Fontana osa meno con la comicità e con i registri rispetto a Nucci, e il risultato un poco ne risente, stante anche il carattere marcatamente caricaturale di alcune frizioni tra i due protagonisti. Soffritti rivela un’attenzione per i dettagli insospettata e apprezzabilissima che corredano queste storie di una dose di precisione e moderazione tutta tipica di Pico. Meno da dire invece su Gambadilegno il maestro del terrore, di Tito Faraci e Marco Meloni. Gag verbali un po’ manieristiche si avvicendano per le sei pagine di storia, impreziosite giusto dalla maschera di Topolino. La storia, con il suo ricamare continuo sui cliché che Gambadilegno si porta dietro, appare con rispetto parlando fuori tempo, dato il carattere meno cerebrale del nuovo corso. I disegni appaiono del pari appartenere a un’altra epoca, in cui la ricerca di un apparato grafico uniforme e curato non era ancora fra le priorità della rotta editoriale. L’incontro generazionale continua Ed eccoci quindi al piatto forte del numero: Zona franca. PK torna su Topolino con un’altra storia di Alessandro Sisti (vero mattatore di questo inizio autunno topolinesco) e Lorenzo Pastrovicchio. Si tratta di una prima parte di due, constante di sole 24 pagine: se le si confronta con lo spazio dato alla storia su Dante e a quella del Sole Nero negli stessi numeri un po’ dispiace, considerando i molti spunti offerti da questa prima puntata. Sisti si conferma autore di un PK deliziosamente sobrio e pulito, in cui la densità dell’intreccio è genuina e non scaricata su pose preconfezionate, dialoghi pesanti o accentuazione dei toni. Viene introdotto un enigmatico nuovo personaggio, che porta con sé probabilmente la prosecuzione di interrogativi precedenti alla storia. Intelligenze artificiali di una certa classe Se da una parte queste storie sistiane appaiono come un’operazione di rifinitura della nuova stagione pikappica iniziata nel 2014 con Potere e Potenza, dall’altra sarebbe ingeneroso non apprezzarle in sé e per sé, anche in quanto portabandiera di un certo modo di scrivere l’avventura e la fantascienza su Topolino. Torreggia su tutti il ritrovato Uno, il grande assente ai tempi della coraggiosa soppressione in PK2, e la cui presenza collabora potentemente a restituire a PK quei toni anti-retorici che lo caratterizzavano nella sua fase eroica. Eccellenti i disegni, con un Pastrovicchio decisamente a suo agio nel proporre scorci della Ducklair Tower e, soprattutto, i nuovi personaggi: menzione speciale per l’enigmatica Lena Thorne, caratterizzata in maniera perfettamente ambigua fra il leggero e il pericoloso. Il vero “minus” della storia è forse il girare sempre (sebbene in maniera molto buona) attorno agli stessi ambienti e agli stessi filoni narrativi. La vera novità in questo senso era stata rappresentata da Moldrock, il personaggio creato da Artibani che però alla lunga aveva consumato attorno a sé ogni energia vitale in termini di trama, registri e ispirazione, portando via con sé anche la credibilità narrativa di un personaggio maiuscolo come il Razziatore. Se il progetto PK avrà nuove ali – cosa di cui è lecito dubitare – sarebbe molto bello vederlo espandersi su territori meno battuti; e tanto Sisti quanto Pastrovicchio sembrano non aver perduto lo smalto necessario per portarcelo.

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