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Topolino 3445 - Recensione di Matteo Gumiero

Il ruolo del recensore è sempre particolarmente delicato. Egli è spesso è ignaro dell’amore e dell’impegno che gli autori e i redattori mettono per produrre un numero di Topolino e, trovandosi davanti l’albo, crede di poter giudicare l’operato dell’autore “in generale”, di poter ipotizzare mancanze di tecnica o di zelo, di ergersi dunque non solo come giudice, ma come anche esecutore materiale di sentenze di condanna. Non è così ovviamente, e il ruolo del recensore, quando si trova costretto a non giudicare positivamente una storia o un albo, secondo l’opinione di chi scrive è solo di prendere atto del risultato più o meno soddisfacente e di individuare quali, a suo avviso, siano state le problematiche che non gli hanno permesso di elargire un giudizio positivo. Questa premessa si rende necessaria in quanto, purtroppo, quella che state per leggere sarà una recensione molto negativa, in controtendenza rispetto al felice periodo che il settimanale sta vivendo ultimamente, in cui, nonostante poche stonature, le storie sono mediamente appassionanti e soddisfacenti sia dal punto di vista dei testi che dei disegni.  Tra le caratteristiche del settimanale odierno è certamente riscontrabile una progressiva decompressione delle storie, di cui si è già trattato, ma che viaggia sempre pericolosamente sul filo del concetto di “allungamento del brodo”. Apre il numero Paperino e il sigillo di Papero Magno, coi testi di Carlo Panaro e i disegni di Marco Palazzi. La storia va a ripescare il cosiddetto “Ciclo Paperingio” con protagonista Paperino il paladino, uno dei picchi della ancora troppo sottovalutata produzione Disney del grandissimo Luciano Bottaro, aiutato nella sceneggiatura della prima avventura della serie da Carlo Chendi.  Essere all’altezza delle storie precedenti del ciclo era sfida ardua, sia nei testi che nei disegni. E, purtroppo, il confronto che già in principio sembrava ingeneroso si è rivelato ancora più impari di quanto preventivato.  Prospettive bottariane La prima tavola, raffigurante una bella veduta del castello di Papero Magno, lasciava ben sperare nel suo ricordare indiscutibilmente lo stile bottariano. Ma, già dalla seconda, un Rockerduck travestito male prende a sassate i sogni di lettore ancora in volo, riportando il tutto a una classica avventura in costume. La storia infatti non presenta particolari guizzi, e anzi i personaggi sembrano ricalcare pedissequamente un copione che li incasella nei loro tratti più caratteristici: Paperino fa danni, Ciccio mangia, Archimede inventa, i Bassotti bassotteggiano, eccetera.  La suddivisione in due parti (apprezzabile il fatto di averle pubblicate entrambe in questo numero) ha poi avuto l’effetto di dilatare la vicenda senza riuscire ad appassionare.  Per il resto, confrontare i disegni con l’opera del maestro di Rapallo sarebbe comunque fuori luogo, data la profonda differenza stilistica tra Bottaro e Palazzi. Quest’ultimo tuttavia si esprime al meglio in alcune inquadrature e vignette che richiamano molto la regia dell’originale epopea paperingia.  Il numero prosegue senza scossoni con la breve Le orripilanti bomboniere di Pico de Paperis della coppia Vacca/Surroz che, ipotizzando gusti discutibili in termini di pensierini da parte del plurilaureato disneyano per antonomasia, si dipana in maniera buffa e lineare ma presenta il rischio di non rimanere particolarmente impressa nel lettore.  I problemi veri però giungono con Topolino le origini: Con gli occhi del nemico. La storia, nell’opinione di chi scrive, presenta criticità su due fronti: quello della narrazione e quello dell’opportunità.  Un ricordo… inusitato Dal punto di vista narrativo la storia non decolla, il racconto è frammentato e sono molti, financo troppi, i riferimenti a storie precedenti della serie. Ma anche sorvolando su questo aspetto sembra mancare quel mordente in grado di catturare il lettore e farlo appassionare fino al climax finale.  I problemi relativi all’opportunità, invece, sembrano poter essere estesi, ancora una volta, alla serie nella sua interezza. Si è già detto in passato delle perplessità derivanti dal voler raccontare la giovinezza di Topolino: la pretesa di narrare fatti rilevanti, incontri, situazioni, al di là della qualità delle storie, ha da subito generato mormorii di disapprovazione tra il pubblico. Lo smacco supremo finora era stata la riscrittura dell’incontro tra Mickey e il professor Zapotec, che nella realtà avvenne in Topolino e l’enigma di Mu di Massimo de Vita. Delitto di lesa maestà.  In un Topolino che oggigiorno tende sempre più a ricercare una stretta continuity e la costruzione di un universo coerente questa serie ha indiscutibilmente fallito nello stabilire una base di appoggio per il passato di Mickey Mouse, risultando, in fin dei conti, un elenco non esaustivo di citazioni e personaggi. Da segnalare l’omaggio alla Collana Chirikawa, inserito nel contesto di questo tentativo quasi donrosiano di armonizzazione delle varie storie. Il problema è che il riferimento risulta scollegato, fine a sé stesso e peraltro non si capisce il motivo per cui Trudy debba ricordare un evento passato raffigurandolo con la “soggettiva di Topolino”, ricalcata maldestramente direttamente dalle tavole di Scarpa da Ottavio Panaro. Saranno i posteri a stabilire se Topolino le origini sarà ricordata o presto dimenticata. Certo è che il passato di un personaggio come Mickey viene comunque continuamente arricchito dalle storie e dalle avventure memorabili e di successo pubblicate nel corso degli anni. Va a finire, insomma, che la storia migliore del numero sia proprio una delle tanto bistrattate danesi.  Qui comincia l’avventura… Amelia in: Le origini di una fattucchiera ripercorre a modo suo il passato della strega, seppure certe situazioni non combacino con alcune storie italiane e con la famiglia attribuitagli in passato da Francesco Artibani e Lello Arena. Il racconto è piacevolmente convincente, anche commovente a tratti, e si ricollega nel finale direttamente con Zio Paperone e la fattucchiera, la storia d’esordio del personaggio.  La sceneggiatura di Maya Åstrup è aiutata dagli splendidi disegni di Giorgio Cavazzano che, soprattutto in alcune tavole, è sembrato particolarmente ispirato. Da segnalare infine la doppia intervista a Marco Nucci e Casty, autori della storia Il bianco ed il nero, in uscita la prossima settimana, che riporterà nuovamente Topolino alla mercé del più imperscrutabile tra i suoi avversari: Macchia Nera. 

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Voto del recensore:
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Topolino 3443

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Anapisa
Cugino di Alf
PolliceSu

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PolliceSu
    Re:Topolino 3443
    Risposta #30: Mercoledì 24 Nov 2021, 10:11:36
    Grosso guaio a Paperopoli non mi ha convinto del tutto.Si è fatta leggere, ma ho trovato Topolino fuori dal suo ambiente e mi è parso un personaggio in "difficoltà", la storia mi è parsa una normalissima storia che ha allungato troppo per me la presenza su troppi numeri.

    Perdonami, ma il focus della storia dovrebbe proprio essere che Topolino non si trovi nel suo ambiente e che per questo si trovo in difficoltà (ma è anche abbastanza ingegnoso da mettersi in gioco per cercare di superarle).
    Per il resto la divisione in tre atti è stata perfetta per mostrare le fasi del rapporto tra Topolino e Paperinik, mostrandone le differenze e le similitudini, mostrandoli prima in contrasto, poi alleati ma con riserve e infine alleati e in grado di fidarsi l'uno con l'altro. Poteva la storia essere asciugata? Probabilmente sì, visto che di per sé il mistero e il giallo è molto semplice e lineare. Ma che fine avrebbe fatto il punto di forza della storia?
    Ci può stare che non interessi e non piaccia ma alle storie più intospettive e intime diamogli il tempo di raccontarsi.
    La tua visione e suddivisione sui tre tempi ci sta tutta, purtroppo a me di questi tre tempi è rimasto poco, diversamente dalle  altre due storie lunghe del numero. Non è una brutta storia, è gradevole, ma questa, così lunga,io me la sono in parte scordata avendola letta in tre /quasi quattro settimane (l'ultimo numero mi è arrivato tardi)

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    Giona
    Visir di Papatoa
    PolliceSu

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    PolliceSu
      Re:Topolino 3443
      Risposta #31: Domenica 5 Dic 2021, 16:31:34
      Nella storia con Indiana Pipps mi ha sorpreso che, a pagina 110, la didascalia recitasse genericamente "Rive del mar Baltico" (vedi allegato). La vignetta quadrupla ritrae chiaramente la piazza del Mercato Lungo di Danzica.



      Il palazzo sede del museo, nella vignetta doppia inferiore, invece non lo riconosco: mi sembra un ibrido tra il castello del Belvedere di Vienna (il cui cancello, tra l'altro, compare sulla moneta da 20 c€ austriaci) e quello di Sans-Souci a Potsdam, in Germania. Forse il nome di Danzica è stato omesso proprio perché quest'edificio non ne rispecchia uno reale di quella città.

      Non mi è piaciuta, nella storia L'esperimento che pure mi ha divertito, la parodizzazione del nome di Galileo Galilel, tanto più che non si tratta nemmeno di una storia in costume.
      « Ultima modifica: Domenica 5 Dic 2021, 20:18:33 da Giona »
      "Coi dollari, coi dollari si compran le vallate / Così le mie ricchezze saran settuplicate" (da Paperino e l'eco dei dollari)

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      Micio Nero
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      PolliceSu
        Re:Topolino 3443
        Risposta #32: Domenica 5 Dic 2021, 16:59:58
        Nella storia con Indiana Pipps mi ha sopreso che, a pagina 110, la didascalia recitasse genericamente "Rive del mar Baltico" (vedi allegato). La vignetta quadrupla ritrae chiaramente la piazza del Mercato Lungo di Danzica.

        Be', Danzica è pur sempre sulle rive del Mar Baltico... il disegnatore avrà forse usato un'immagine di Danzica giusto per rendere l'atmosfera delle città baltiche, senza che la storia si svolga necessariamente lì.
        Alla barba spaziale!

         

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