Per quanto riguarda il Topo settimanale, ci sono diverse ragioni personali per le quali apprezzo ciascuno dei decenni trascorsi e l'attuale. Dalla qualità delle sceneggiature (aldilà della qualità grafica) per quanto concerne il periodo '50-'60-'70, passando per la mia personalissima preferenza estetica per il periodo fine '70-'90 e arrivando ad una commistione dei due elementi sopracitati + quello spirito da
"periodo di passaggio ricco di speranze" che rappresentò la seconda metà '90-primo decennio del 2000. Di quest'ultimo ricordo vividamente i primi tentativi di contaminazioni con elementi non propriamente Disney (a partire dalle stesse copertine che
[1] richiamavano l'estetica pop di quegli anni: si veda la copertina del n. 2202 e
[2] andavano verso un tipo di ironia più sarcastica e leggermente meno classicamente disneyana: si vedano il 2257, il 2360 e il 2814). Inoltre, rimane per me affascinante quel generale richiamo ad un mondo internet ormai scomparso, fatto di misteriosi siti, parole esoteriche, vuoti siderali e immagini di un cyberspazio squadrato, tutto nero e verde/giallo o rosso scuro e bianco, stile Tron, insomma; ben lontano dal tondeggiante, affollato e lampeggiante internet post-social (si veda la copertina del 2217 o il leggendario Topo Byte).
Il periodo anni '10 e attualità, seppur caratterizzati da due diversi Direttori, sono andati verso quella linea di contaminazione tracciata dalla seconda metà degli anni '90. E qui mi collego ad un discorso che esula dal semplice Settimanale, ovvero quella che alcuni (e io compreso) chiamano la Golden Age di Disney Italia, ovvero il periodo che va dalla fine degli anni '90 e percorre il primo decennio del 2000, caratterizzato da sperimentazioni inedite come PK, il coraggiosissimo MMMM, il meno coraggioso X-Mickey, ma soprattutto progetti esterni come W.I.T.C.H. o Monster Allergy. Quest'epoca d'oro (e orgoglio tutto italiano) ha funzionato in modo doppio e opposto:
1) Da un lato, ha dato forza propulsiva alla contaminazione del mondo Disney classico con elementi non-Disney, rompendo la stagnazione di un cosmo che aveva pescato, ai suoi esordi, dalla realtà e dalla contemporaneità, ma che — divenuto sistema semi-chiuso — s'era accomodato sui suoi propri interni equilibri (cosa abbastanza visibile nel periodo del finire degli anni '80-inizi '90).
2) Dall'altro, ha generato un "effetto spavento" per via del fallimento (in termini di vendite e in termini di consensi dall'alto) del progetto più coraggioso e sperimentale, ovvero MMMM, il quale diede inizio ad un generale affievolirsi della carica sperimentale, già con X-Mickey (pure apprezzabile per certi versi), oltre che coi progetti successivi.
Affievolirsi che divenne anch'esso sistema semi-chiuso: quell'aprirsi,
"ma non troppo" si assestò come nuovo ordine cosmologico nel mondo Disney italiano, diventando sistema di gestione generale sia del Settimanale che di tutte le altre testate collaterali.
Myckey Mouse Mystery Magazine fu visto (a torto o a ragione) come la prova che non bisognasse tirare troppo la corda e che il generale entusiasmo suscitato da PKNA non andasse interpretato come un suggerimento, bensì come un miracolo pressoché irripetibile. Si era toccato Topolino in persona, lo si era immerso in dinamiche molto poco disneyane (che, poi, non è nemmeno troppo vero, basti vedere "Topolino giornalista" del 1935, con giri di racket etc; piuttosto, "poco disneyane" rispetto all'affievolirsi della carica degli esordi) e non aveva funzionato.
Si era osato, più che in PKNA, e i lettori avevano progressivamente disertato le edicole (lasceremo stare i perché di ciò). Questo si unì al fatto che il progetto non era poi visto molto di buon occhio dalla divisione francese, tanto che fu imposto lo stratagemma dei finali al cinema (attraverso cui si faceva intendere, nell'ultima pagina di ogni numero, che non si trattava del vero Topolino, ma di Topolino che guardava un film su se stesso lol), oltre che da vari segmenti della stessa Disney italiana; tutto ciò rese ancora più bollente quel fallimento di vendite, vissuto — da chi aveva proposto e spinto la serie — come una responsabilità e, forse, almeno in parte, una colpa. Un errore da non ripetersi.
Insomma, chiuse le varie testate non-Topoliniane, rimaneva unicamente la vecchia Banda Disney da gestire e si optò per una gestione, appunto, che cristallizzava, come in un eterno fermoimmagine, la ritirata post-MMMM, in quel generale
"aprirsi, ma non troppo" di cui sopra. L'horror, ma con le pantofole al mostro. Il Noir, ma con l'assassino pasticcione. L'Hard Boiled, ma con le pistole ad acqua. Un eterno ritirarsi. Un'interminabile ripiegata tattica. In cui il richiamo al nuovo, allo sperimentare e al contaminare è rimasto più sotto forma di formule retoriche ritualizzate — fossile di un entusiasmo legato ad un'epoca scomparsa e da celebrare – che come vero e proprio intento messo in pratica.
Una cifra che percorre anche i giorni attuali,
in una immobile ritirata stagnante, nella quale il "chiudersi", solo perché lascia un piccolo spiraglio e grazie al fatto di essersi dimenticati l'apertura dalla quale si era partiti, viene interpretato come un "aprirsi".Lo spiraglio rimane positivo ed è meglio di nulla e valuto favorevolmente, tutto sommato, il periodo attuale. Ma, tuttavia, rimane (almeno secondo me) caratterizzato da elementi che (specie a livello di sceneggiatura) scricchiolano proprio per via del proponimento di
"contaminare, ma non troppo". Cosa che genera uno spreco di forze, dato che lo sceneggiatore dovrà trovare un ennesimo modo per riscaldare la medesima pietanza di sempre, ma nascondendo la cosa dietro la maschera o il profumo del nuovo, del cool, della serialità stile Netflix, andando a togliere tempo e fatica su altri versanti della costruzione della sceneggiatura.
Però tutto ciò va guardato non isolatamente, bensì connesso cronologicamente alle sue cause e agli istanti da cui è stato prodotto, come conseguenza di un socchiudere un'apertura che sembrò ricca di speranze.
[La profetica primissima pagina del n. 0 di MMMM]