Il volumone Zero Barra Trenta è meraviglioso. Un must to have per gli appassionati ma anche per chi non conosce PK. Con tutti i suoi piccoli difetti classici di un prodotto amatoriale, il libro si legge con passione e trasporto e con quel sorriso ebete di un adulto che si ritrova improvvisamente proiettato nel passato. Quel passato che è laggiù e che non tornerà. Un libro/tributo che mi ha portato anche a ragionare su un aspetto che spesso ha causato frustrazioni, arrabbiature, anatemi: l'emancipazione dal PK 1996-2001. E che mi ha portato a dire che tra i disegni tributo a PK degli autori storici, quello più sincero e con il vero mood pikappiano è lo sketch di Alberto Lavoradori. Ora mi spiego meglio, ma non sarò breve...
Ci sono fumetti che leggiamo e fumetti che, senza quasi accorgercene, diventano parte della nostra crescita. PK, per molti di noi, è stato proprio questo. Non soltanto una serie di storie, ma un appuntamento atteso, una scoperta continua, una finestra aperta su un universo che sembrava nuovo, audace e sorprendentemente vicino al nostro modo di immaginare il futuro.
Eravamo giovani quando arrivò, almeno io, altri erano poco più che bambini o ragazzini. Avevamo negli occhi la meraviglia di chi sentiva di trovarsi davanti a qualcosa di diverso: atmosfere più intense, personaggi complessi, misteri, viaggi nel tempo, tecnologia, emozioni e racconti capaci di andare oltre i confini ai quali eravamo abituati. PK ci parlava con un linguaggio nuovo, fuori da ogni canone disneyano e, forse proprio per questo, riuscì a conquistarci così profondamente. Ci fece capire che anche il fumetto poteva crescere, osare, cambiare prospettiva e raccontare storie capaci di restare dentro di noi.
Quelle pagine hanno accompagnato un periodo della vita in cui tutto sembrava avere un'intensità particolare. Ogni uscita era un piccolo evento, ogni nuova storia diventava materia di discussione, ogni personaggio sembrava appartenere a un mondo che avevamo scoperto insieme. E, nel tempo, quella passione ha formato nuovi lettori, ha generato entusiasmo, affetto, memoria condivisa. Ha creato una comunità che ancora oggi continua a riconoscersi in quelle emozioni che ha anche un nome ben preciso, i Pkers, coccolati e vezzeggiati in quegli anni dagli autori, dagli sceneggiatori, dalla irriverente redazione con editoriali e redazionali surreali, la pkmail in eterno perculamento.
Forse è proprio perché PK ha significato così tanto che, con gli anni, attorno alla saga si è sviluppato un seguito che si avvicina molto al culto. Un amore così forte può, però, trasformarsi, talvolta, in una difesa rigida del passato. Si comincia a cercare nelle storie nuove il riflesso esatto di quelle vecchie, a misurare ogni cambiamento con il metro di un'epoca ormai lontana, a considerare autentico soltanto ciò che riesce a riprodurre le sensazioni di allora.
Ma quelle sensazioni non appartenevano soltanto alle storie. Appartenevano anche a noi. E noi, 30 anni fa eravamo altre persone, eravamo diversi. Avevamo un'altra età, un altro sguardo, un altro modo di aspettare e di stupirci. Le storie arrivavano in un tempo differente, in un mondo che non conosceva ancora la velocità, la connessione permanente e l'abbondanza di contenuti che oggi consideriamo normali e che spesso ci saturano le sinapsi. Cercare di ritrovare identico quel passato è comprensibile, perché la nostalgia ha il potere di riportarci per un istante in un luogo in cui siamo stati felici. Ma quel luogo non può tornare esattamente com'era, perché anche noi, nel frattempo, siamo cambiati.
Crescere significa forse imparare a custodire senza pretendere di ricostruire. Significa conservare il ricordo di quelle letture, delle attese, delle emozioni e delle discussioni, senza trasformarle in un recinto dal quale non può uscire nulla di nuovo. Il romanticismo del passato è prezioso, ma può diventare limitante quando ci impedisce di guardare avanti e di accettare che le storie, per restare vive, abbiano bisogno di cambiare.
E questo vale soprattutto per gli autori. Non possiamo chiedere loro di restare per sempre fermi in un momento storico che non esiste più. Hanno il diritto di sperimentare, di cercare nuove strade, di modificare i linguaggi, di raccontare personaggi e mondi attraverso sensibilità diverse. Hanno il diritto di evolversi, perché la creatività non può vivere soltanto di ripetizioni e di ritorni. Pretendere che tutto resti identico significherebbe trasformare ciò che un tempo fu una grande novità in una formula immobile. E ciò, soprattutto per chi fa arte, oltre ad essere limitante, è sconfortante e porta sovente ad una perdita di motivazione e di ispirazione che genera o la sindrome del foglio bianco, o, peggio, quello che gli inglesi chiamano jumping the shark.
Per questo forse dovremmo provare a far evolvere anche il nostro sguardo. Non per dimenticare ciò che PK è stato, né per ridimensionarne l'importanza, ma per riconoscere che il valore di quelle storie non dipende dalla loro possibilità di essere riprodotte all'infinito. Il loro valore è già dentro di noi, nelle emozioni che ci hanno lasciato, nelle idee che hanno acceso e nei lettori che hanno contribuito a formare.
Il passato merita rispetto. Merita memoria. Merita anche un po' di sana nostalgia. Ma non può essere costretto a tornare, perché il tempo non ripercorre i suoi passi e le storie non possono vivere soltanto guardandosi alle spalle.
Forse il modo più bello per restare fedeli a quel ragazzo che aspettava con entusiasmo una nuova avventura di PK, non è pretendere che tutto sia ancora come allora. È conservare quella meraviglia, ma avere la maturità di accettare che oggi possa assumere forme diverse. E lo dico da Pkers esigente, uno che ha ancora la collezione, uno che ha odiato frittole, uno che tra traslochi, costruzioni di famiglie, separazioni, trasferimenti in città diverse ha perduto molti gadget e che poi con il tempo ha cercato di recuperare (e qualcosa sto ancora cercando). Uno che ha molto apprezzato PKNE, a cui non è piaciuta la run di Gagnor e poi ad una seconda lettura (dovrebbe essere la prassi per tutto), l'ha leggermente rivalutata, uno che continua a detestare frittole, e che ha invece apprezzato le storie del 30ennale (quella dello spillato, quelle di Artibani e Testi e considerato Very Cool come uno spin-off di frittole). Quello che, infine, aspetta la chiusura di alcune storie rimaste aperte e che non prenderebbe a male una conclusione definitiva, ma ragionata e ben strutturata, della saga di PK.
Ciò che abbiamo amato non scompare quando cambia. A volte continua a vivere proprio perché trova il coraggio di non restare fermo.
E forse il più grande omaggio che possiamo fare allo spirito innovatore di PK è questo: ricordare da dove siamo partiti, custodire ciò che siamo stati, ma non chiedere al futuro di assomigliare per forza al nostro passato.
Da tutte queste parole, penso si comprenda del mio giudizio iniziale sul disegno omaggio ai 30 anni di PK di Alberto Lavoradori. Conoscendo la sua storia artistica e la sua crescente evoluzione narrativa, che è andata ben oltre a PK, vi ho letto un messaggio a tutti gli appassionati e ai PKers storici (eccomi) che lo vedono come una delle "divinità" che ha creato il mito PK.
Lui che ha ideato e realizzato gli Evroniani, utilizza proprio una loro evoluzione per scrivere una lunga lettera ai lettori (che la potenza della sua arte visiva è riuscita a concentrare in una tavola e una frase) in cui il personaggio ritratto apre il torace e con un sorriso beffardo, ci spiega che quando la mente ha libertà di muoversi, esplorare, immaginare e aprirsi a nuove idee, a nuovi progetti, non si sta perdendo tempo, non si ozia, si continua a creare, riflettendo, crescendo, evolvendo. Quando invece non c'è la voglia o il coraggio di "spaziare", e si rimane in una sorta di comfort zone si resta fermi, chiusi, privi di stimoli, e si cade inesorabilmente nella perdita di idee, di motivazione e si lascia andare il desiderio dell'esplorazione per farsi investire da un inesorabile ozio mentale. PRDQP
Chi sa di aver già vinto non combatte. Solo chi deve rovesciare la sorte lotta fino all'ultimo.