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Post - Gladstone

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1
Le altre discussioni / Re:Un nuovo collaboratore
« il: Sabato 15 Gen 2022, 20:59:15 »
I vostri rallegramenti scaldano il cuore, grazie davvero.

Come detto, io cercherò di mettercela tutta. Gran parte di quello che so riguardo il fumetto e, più in generale, il mondo Disney l'ho appreso grazie a questa community, di cui faccio orgogliosamente parte dal remotissimo 23 agosto 2004: non avevo ancora compiuto tredici anni quando mi si spalancò sul monitor del pc questo piccolo mondo fatto di belle persone.
Adesso spero di poter restituire il più possibile di ciò che, negli anni, ho avuto generosamente dal Papersera.

Ah, e so che pagherà da bere al prossimo raduno! ;D ;D
Eccallà, tu sai troppe cose.

Ma nonostante tutto Fisbiacci non vede l'ora di stroncarti.
Fisbiacci, io da lei mi farei veramente stroncare. (semicit.)

Spero poi di collaborare con lui in progetti condivisi.
Siamo già alle minacce, vedo. :surprised:

2
Le altre discussioni / Re:Un nuovo collaboratore
« il: Venerdì 14 Gen 2022, 16:09:55 »
Grazie a Gumi per questa pubblica segnalazione e grazie a tutti per le belle parole di auguri e di incoraggiamento.  :heart:

Per ora mi vedrete ogni mese su Zio Paperone, in questo piccolo spazio con delle storie "Superstar" da me selezionate e commentate (felice che la scelta della prima abbia già trovato un buon riscontro: non si vedeva su una pubblicazione Disney italiana da quasi vent'anni!).
Per il resto, ci sono anche altre cose in cantiere che vedrete nel corso del 2022.

Spero di essere all'altezza del compito e di fare un buon lavoro.

3
Topolino / Topolino 3432
« il: Sabato 4 Set 2021, 17:56:03 »
Recensione Topolino 3432


 «La parte più difficile dello scrivere per mestiere è proprio la prima, quella più creativa, quella, cioè, in cui si ha la necessità di avere una buona idea e di lavorarci sopra per svilupparla. Quindi dove si trovano queste idee? Dappertutto». È con queste parole che Sergio Badino commentava le “fasi del fumetto” nel primo capitolo di un suo fortunato manualetto di sceneggiatura pubblicato da Tunué nel 2007.

 La missione di ogni autore, del resto, è comunicare al proprio pubblico qualcosa di eterno o perennemente reiterato, il classico, ma con uno sguardo nuovo e con l’attenzione a quel determinato particolare o a quella singola circostanza che possano ridestare l’attenzione dei più.

 Il ritorno dello sceneggiatore genovese, decisamente prolifico su Topolino nel primo decennio di questo secolo e poi quasi del tutto assente nel secondo, con una storia di copertina in quattro puntate, per di più disegnata da una delle principali firme disneyane di casa nostra, è da seguire con una certa attenzione. Se è vero, tornando all’assunto “badiniano”, che le idee sono dappertutto, è altrettanto assodato che le stesse debbano essere sufficientemente buone per poter essere ricordate in seguito.

 Date le avvisaglie, Siamo serie! sembra corrispondere appieno all’identikit: un’intuizione solida che si intreccia alla perfetta riconoscibilità dell’argomento trattato da parte del pubblico. In una precedente recensione, sostenevo che una delle parole d’ordine dell’attuale corso di Topolino fosse l’intraducibile relatability: settimana dopo settimana, questo concetto si rafforza e continua a costituire la base del progetto editoriale bertaniano.

 
Tenersi aggiornati e al passo è fondamentale

 Una parola “nuova” applicata ad una consolidata tradizione, dato che la necessità di parlare della società alla società stessa è uno dei cardini della pluridecennale vis satirica dei migliori fumetti Disney.

 Il legame stesso tra Topi e Paperi e il piccolo schermo è strettissimo, essendo l’intrattenimento televisivo una costante che ha unito diverse generazioni dai primi anni Cinquanta a oggi, con formule nuove e diverse, notevoli capacità di adattamento e di evoluzione.

 Ma, se negli anni Novanta l’esigenza era quella di prendere platealmente per i fondelli il mondo delle soap strappalacrime attraverso l’ormai iconica Papernovela o anche la pikappica Patemi, oggi il discorso si fa più complesso e articolato.

 In risposta ad un mercato fiorente che trabocca di serie TV, linee narrative orizzontali e verticali, lore e continuity, fedeltà alla linea da parte degli abbonati alle varie piattaforme streaming, Badino trova una buona idea e propone una vivace e per ora riuscita satira di costume, ben supportata dai disegni di Silvia Ziche.

 Il transfert con le vicende del Papero del mistero, però, sembra finire qui dato che l’interesse dell’autore si focalizza prevalentemente sul dietro le quinte del processo creativo, dalla scrittura alla messa in scena, e così via. Siamo quindi un po’ a metà tra la piacevole e azzeccata ironia – specie su due serie di grande successo popolare, qui opportunamente disneyanizzate in L’amaca geniale e Tanto ebbi – e la narrazione più o meno “didattica”.

 
Il classico scontro impari

 Nella prima puntata, infatti, dall’eloquente titolo Com’è dura la scrittura, si ritrovano i concetti che Badino esprimeva nel suo Professione sceneggiatore e si parla della difficoltà di mettere insieme più menti e sensibilità nella cattura e gestione delle idee. Non manca naturalmente il classico, e mai parco, uso del calembour alla disneyana, per cui ad esempio i buchi di sceneggiatura sono un concetto fisicamente visibile, ma alla fine il risultato è gradevole e, soprattutto!, incuriosisce spingendo a volerne sapere di più sulla produzione della serie TV targata PdP, passo dopo passo.

 La sinergia con la Ziche in questo caso funziona molto bene e riporta alla memoria i buoni risultati ottenuti da quest’ultima in collaborazione con Marco Bosco qualche anno fa. In un certo senso, affidare alla disegnatrice veneta una storia imbevuta di riconoscibile parodia della realtà è stata una scelta quasi obbligata, e non solo per il ricordo della Papernovela o della meno celebrata Rivondosa.

 
A caccia di sceneggiatori

Quello della Ziche del resto è un nome che automaticamente richiama il senso della satira. Resta solo da vedere, nelle prossime tre settimane, se lo scalcagnato gruppo di lavoro coordinato dalle showrunner Paperina e Chiquita raggiungerà il risultato cui sembra voler puntare già da ora. Da sottolineare, infine, un’attenzione non stereotipata ai personaggi femminili.

 Paperbridge di Marco Gervasio, nel frattempo, continua a rispondere al richiamo della continuity serrata, strizzando l’occhio a un certo tipo di lettori affascinati dalle citazioni, da Méliès a Barks.

 Giunti al secondo episodio di questa “seconda stagione”, a prevalere è una chiara volontà di approfondire le relazioni tra i giovani personaggi, mentre il villain recuperato e riadattato per l’occasione sembra ancora un po’ sacrificato, per quanto si stia comunque creando una discreta attesa nei suoi confronti. Il cliffhanger con cui si concludeva la precedente serie di Paperbridge aveva messo una certa curiosità per il “professor” Cuordipietra Famedoro, ma qui si è visto poco per ora, se non una sua scarsissima propensione all’insegnamento.

 La chiara copertura per biechi fini da parte dell’infido sudafricano, infatti, serve al momento a rimescolare le carte tra le amicizie e le rivalità interne al gruppo di paperi che ruotano attorno al giovane Quackett: l’inserimento di Roger Barkserville riporta alla mente un episodio della serie incentrata sulle gesta di Fantomius, ma bisogna ancora vedere dove si andrà a parare con questa relazione pericolosa tra il nerosopraccigliato(!) Cuordipietra e il rampollo in questione.

 Il sense of mystery se non altro è ben dosato nelle scene ambientate nel famigerato “lato oscuro” del college, specialmente per quanto riguarda l’intrappolamento di Quackett nella biblioteca segreta collegata alla scena del… Krimen (si passi la battutaccia); in più vari tasselli cominciano a posizionarsi. Ma ciò che è più interessante, come detto, sono le interazioni tra i giovani paperi su cui Gervasio sta costruendo una vera e propria mitologia, e su questo è forse d’uopo spendere qualche parola.

 
Biblioteche nascoste, passaggi segreti e buoni amici

 L’idea di Paperbridge strizza evidentemente l’occhio al successo che la narrativa young adult e gli stessi teen drama hanno avuto nel corso degli ultimi decenni: la sensazione di trovarsi in una sorta di Hogwarts disneyana è sempre più forte.

 Non ci sono «sventolii di bacchette o stupidi incantesimi» in questo caso, ma la quotidianità scolastica, i sospetti nei confronti di insegnanti più o meno loschi, le ali segrete e proibite della scuola, per non contare le frequenti avventure notturne in orari proibiti riportano tantissimo a Harry Potter.

 Il tutto, naturalmente, mutatis mutandis: l’opera di J.K. Rowling è stata epocale e quasi identitaria per la generazione dei millennial, mentre qui stiamo parlando di un progetto autonomo e indirizzato a un target potenzialmente diverso, più vicino ai nati dopo il 2000 e al loro modo di fruire i prodotti di intrattenimento.

 Ciò detto, però, Gervasio compie delle scelte intelligenti nell’attenzione al worldbuilding in cui fa muovere il giovanissimo Quackett, nel tentativo di sedurre anche chi viaggia sulla trentina e più. Il fatto stesso che ci sia stata questa “seconda stagione” è certamente indicativo del favore che Paperbridge ha riscosso nel 2020 tra i lettori di Topolino, senza particolari o nette distinzioni di età.

 Ma è proprio per questo motivo che, al contempo, stupisce un’affermazione di Bertani nel suo editoriale: è come se si intonasse un inaspettato De profundis con quel «mettere definitivamente la parola fine». È un fatto che sorprende, e molto, soprattutto perché siamo a un solo episodio dalla conclusione; lo stesso Cuordipietra, come si diceva, non si è ancora mostrato per quello che è davvero e queste due puntate suonano ormai come delle lunghe introduzioni volte prevalentemente a destabilizzare le acerbe e impulsive sicurezze di Quackett.

 Sicuramente Gervasio ha ancora le sue carte da giocare, ci sta abituando nel corso degli ultimi anni a piacevoli guizzi; a noi non resta che aspettare qualche altro giorno per leggere l’episodio finale, Il segreto di Famedoro, e per trarre un bilancio sull’esperimento Paperbridge.

 
Un nuovo mistero da risolvere…

 Ciò detto, guardando alle altre avventure in sommario, è impossibile non riflettere sul contesto in cui Topolino 3432 si ritrova. Ai fumettistici bagordi di agosto (in cui ci si è inebriati – si spera – anche di vino e di calore) risponde un settembre che principia, senza continuare con la citazione cantautorale, con un non troppo vago senso di transizione.

 La serialità che caratterizza più di ogni altra cosa la vision del nuovo Topolino è anche qui presente, lo abbiamo visto con le prime due storie, ma si impone in maniera meno preponderante rispetto ai mesi scorsi. Ed è anche giusto così: dopo un’estate densa di ritorni (Pezzin e Macchia Nera) e di addii (Reginella) bisogna rallentare il passo per riprendere un po’ il fiato in vista, ad esempio, dell’imminente Ducktopia.

 Ma si parlava di transizione: tutte le altre storie presenti in quest’albo vanno esattamente in quella direzione per confezionare un numero “nella media”, senza particolari virtuosismi, tradizionale nella sua impostazione scanzonata. Fa quindi piacere rivedere i nomi di due validi autori già pilastri del settimanale: Rudy Salvagnini e Alessandro Sisti sono gli sceneggiatori di due brevi intermezzi umoristici al centro dell’albo.

 
Topolino e le piccole verità della polka del fachiro

 Nel primo caso, Salvagnini mette su una gradevole vicenda che ruota attorno al solito cimelio di un altrettanto solito bis-bis di Pippo: un LP che, come effetto collaterale, fa dire verità altrimenti impronunciabili. Qualcosa di già visto nella terza storia di Mister Vertigo ma che, declinato in modo diverso e in poche tavole, risulta meno farraginoso e più coinvolgente: un cortocircuito di quartiere con Topolino, Orazio e lo stesso Pippo che, ignari, si arrabattano per ascoltare la Polka del fachiro.

 Da segnalare, oltre ai disegni di un ispirato Blasco Pisapia, l’umorismo sugli atroci cappellini di Minni, retaggio di un’antica e forse rassicurante ironia che trova le sue radici nelle strisce di Gottfredson. Idee semplici ed eterne, insomma, ma utilizzate con gran tecnica.

 Altrettanta abilità emerge con garbo dalla breve di Sisti disegnata da Federico Franzò. Zio Paperone e lo sperpero contagioso è il primo capitolo di una miniserie incentrata sul mondo dei social media e sulle insidie che la comunicazione digitale, nella sua immediata capacità di produrre fraintendimenti, può comportare. Ed è bene che si recuperi ogni tanto anche questo modo di usare i personaggi Disney per costruire storie in qualche modo educational che possano portare i lettori a ragionare sulla propria quotidianità ridendo delle sventure, in questo caso, del vecchio papero.

 I social media chiamano a gran voce le tecnologie digitali in un susseguirsi di rimandi tra una storia e l’altra, dato che il nuovo episodio della (non troppo amata) serie Young Donald Duck ruota attorno a magagne scolastiche con PC e database. Il registro utilizzato da Alessandro Ferrari in Errore di sistema vira però con decisione verso l’umorismo più genuino, supportato dalla sapiente regia di Stefano Intini.

 
Una recitazione da antologia

 La storia è di per sé molto semplice ma, seguendo una tendenza inaugurata in Quando il preside è in vacanza, porta la serie a un livello molto più alto rispetto a quanto letto in passato. I personaggi stessi, a partire dai giovanissimi Paperino e Topolino, sembrano molto più naturali nelle loro azioni e le gag che ne vengono fuori non suonano forzate o fuori luogo: è Disney puro e semplice pensato per un mercato internazionale, divertente, senza eccessive sovrastrutture e funzionale nella messa in scena.

 Il lungo percorso attraverso la riposante medietas dell’albo si conclude tornando alla più disneyana tra le città italiane, sempre più che celebrata sulle pagine di Topolino. È infatti Venezia, in perfetto sincrono con l’apertura della mostra del cinema, a fare da sfondo a una storia di Roberto Gagnor e Valerio Held, Minni gondoliera e la grande regata del doge. La trama è quasi tutta lì, nel titolo, ed è estremamente modulare e rodata nel suo svolgimento anche per via di un setting tutt’altro che raro da trovare sul settimanale.

 Seguendo un percorso legato alla riscoperta di antiche usanze della Serenissima, che va da Scarpa a Chendi, Gagnor muove a mestiere i personaggi, Minni in testa, in un susseguirsi di eventi che per vari motivi rimandano al suo approccio alla storia dell’arte: un contesto storico preciso, arricchito da elementi utili a rendere credibile il tutto come una certa attenzione a luoghi e scorci cittadini, al dialetto, alla società. Nel complesso è una buona avventura in costume nonostante alcune “gagnorate” nonsense, ormai una cifra stilistica, come il “polenta-break” o l’“hoverpipp”: trovate che possono lasciare… F4 durante la lettura.

 
 



Voto del recensore: 3/5
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https://www.papersera.net/wp/2021/09/04/topolino-3432-la-recensione-del-papersera/


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4
Topolino / Topolino 3424
« il: Domenica 11 Lug 2021, 18:44:43 »
Recensione Topolino 3424


 Relatability. Tutto sommato, se si dovesse individuare un termine specifico per descrivere il nuovo corso bertaniano di Topolino – rimanendo per di più al passo con un certo tipo di lessico altrimenti intraducibile –, sarebbe proprio questo. Molte volte, anche qui sul Papersera, è stato fatto notare come il progetto di legare le storie di Topi e Paperi al più ampio contesto attuale, trovando così un riscontro ancor più diretto con il target di riferimento della rivista, sia la stella polare dell’attuale Direzione.

 Target, del resto, è l’altro anglicismo che meglio identifica il Topolino degli ultimi anni, mese più mese meno. Fatta questa necessaria premessa, è sempre più evidente come il “totem del core target” sia da prendere in considerazione come primo fattore per la fruizione delle storie: dolersi, come talvolta accade, di alcuni contenuti troppo… giovanili non è l’approccio più corretto da utilizzare nei confronti di fumetti che poggiano scientemente sulla possibilità di immedesimazione dei lettori più piccoli nelle avventure dei personaggi Disney degli attuali anni Venti.

 Le avventure proposte su Topolino 3424 corrispondono esattamente e forse più che in passato a tutto ciò. Anzi, sembra che questo albo sia quello con più storie a tema teen in assoluto: ben quattro su sei, volendo includere anche il brevissimo e dimenticabilissimo raccontino notturno di Panini e Amendola. Forse è un caso, dato che già dal prossimo numero saranno di nuovo gli adulti a riprendere saldamente possesso delle pagine del giornale, da Bum Bum a Paperoga passando per Gambadilegno, Trudy e Sgrinfia. Se di semplice coincidenza trattasi, certamente è indicativa della grande attenzione a tematiche in qualche modo più familiari e quotidiane per la platea di giovani lettori.

 
La grande attesa

 L’assortimento, per quanto possa essere ritenuto troppo “targhettizzato”, è in realtà molto vario e mostra nel modo migliore possibile una gran varietà di approcci autoriali alla materia.

 Archiviata nel numero scorso la scalata al successo calcistico del 313 FC raccontata con criterio e passione da Nucci e Intini, sul 3424 sono le vicende musicali di Qua e dei Bumpers ad arrivare al traguardo. In Cornelius Day, infatti, Giorgio Salati e Nico Picone conducono il lettore alla meta paperopolese dopo aver presentato nuovi luoghi, contesti e abitanti di varie altre zone del Calisota.

 All’ombra di una statua di Cornelius Coot addobbata a festa, i nodi di questo piccolo romanzo di formazione vengono a sciogliersi, risollevando proprio in occasione del finale una lunghissima storia a puntate. In particolare, anche all’interno di una logica di (ri)costruzione delle relazioni tra i personaggi in nome della suddetta relatability, è il rapporto tra Paperino e Qua a rinsaldarsi dopo quanto accaduto nel quarto episodio.

 È un modo, nemmeno troppo velato, di ricollegarsi anche a Buona fortuna Qua di Gagnor e Sciarrone, nella quale però il tema dell’iniziale incomunicabilità tra zio e nipote si riallineava in maniera molto meno problematica alla capacità da parte di Paperino di capire e interpretare i pensieri del giovane paperotto.

 Sostanzialmente avviene la stessa cosa anche in questo caso, ed è effettivamente il risultato migliore raggiunto dalla storia di Salati, in particolar modo in una sequenza risolutiva che si svolge durante l’ultimo concerto dei Bumpers. Per il resto, gli aspetti più intimistici, che vanno avanti per pagine e pagine anche nell’epilogo, sono il centro di gravità permanente di una sceneggiatura volta alla ricerca di una rappresentazione più profonda dell’animo dei protagonisti, sconfinando però a volte in un eccesso di malinconia di maniera.

 
Colpo di scena!

 Un plauso va a Picone che, rispetto agli esordi in cui la mimesi dello stile intiniano si rilevava probabilmente limitante per la sua sensibilità artistica, sembra aver trovato la giusta dimensione in cui spaziare. Al di là della recitazione dei personaggi, è notevole la costruzione delle tavole, alternando con criterio ampie scene panoramiche a sequenze di puro dialogo.

 Ad alzare di più il tiro e a colpire nel segno è invece Roberto Gagnor con un episodio autoconclusivo di Area 15, Ray e il grande esperimento, cui è dedicata anche la copertina. Il dato macroscopico più evidente, in questo caso, è l’intitolazione a una delle giovani new entry dell’ultimo anno, presente del resto anche nel tour di Musicalisota: un modo ulteriore di arricchire il cast con elementi più che interessanti capaci di condividere la scena con gli standard character senza arrivare a rubarla e tenerla per sé.

 
C’è aria di crisi

 Diciamo subito le cose come stanno: Gagnor confeziona una delle storie migliori della sua produzione. Giocando sempre sulla questione della relatability, Qua e Ray sono due preadolescenti perfettamente credibili nelle loro emozioni, relazioni, ansie, aspettative, rinunce, silenzi, rivalità. In sole venti tavole si sviluppa una vicenda molto semplice dal punto di vista della trama, ma al contempo la tematica dell’amicizia è trattata con delicatezza e senza retorica, spesso e volentieri vuota e fine a sé stessa.

 Il ruolo di mentore e di “zio ad honorem” occupato stavolta da Archimede è necessario a far svoltare e rinsaldare il rapporto tra i due paperotti, e la stessa handbike non è altro che un pretesto narrativo: contrariamente a quanto si potrebbe immaginare anche solo guardando la copertina, infatti, non c’è in ballo l’ennesimo trofeo all’interno di una qualche competizione cittadina.

 Si sposano molto bene con i testi i disegni (e le ombreggiature digitali) di Libero Ermetti, un giovane autore da tenere sempre più d’occhio per la spiccata capacità artistica con la quale riesce a rendere vivissimi e credibili i personaggi. Inoltre, Ermetti dona in questa occasione quel pizzico di apprezzabile virtuosismo in più nella sequenza in flashback sul passato di Archimede, specialmente nella caratterizzazione vintage di alcune comparse.

 
I riferimenti grafici che mandano in brodo di giuggiole noi vecchiacci

 Ciò che comunque continuano a dimostrare le vicende, autoconclusive o meno, legate al ciclo di Area 15 è l’effettiva fecondità dell’idea di un club attorno al quale ruotano personaggi storici e nuovi coprotagonisti del cosmo paperopolese. La serie, inaugurata nel 2020, naviga con una certa sicurezza su una rotta che alterna strizzate d’occhio al mondo nerd – probabilmente un po’ più anagraficamente cresciuto rispetto ai nipotini e ai loro amici – a storie sull’amicizia più pura. In tal senso i giovani lettori possono contare su un’attenzione calibrata nei loro confronti da parte di autori che sembra sappiano trattare certi argomenti. E non era così scontato fino a poco tempo fa, quando sembrava bastasse un noioso riferimento al “Papernet” di turno per far finta di aver capito il proprio target.

 Una diversa sensibilità arriva naturalmente con l’ennesimo episodio di Young Donald Duck, che cerca di parlare a un pubblico più trasversale da un punto di vista geografico: le storie di questa serie, tutte pensate in origine per il mercato internazionale, presentano di conseguenza uno stile di scrittura sensibilmente differente rispetto alla media abituale di Topolino. È il caso di Quando il preside è in vacanza, di Chantal Pericoli e Marco Mazzarello. Ciò che continua a non tornare del tutto è l’effetto di straniamento nel vedere gli standard character in ruoli – forse – non adatti al loro spirito, piegandoli alle esigenze di trama.

 
Scambiarsi di ruolo… vera avanguardia?

 Certo, Paperino, Topolino & Co. sono stati giovanissimi come i nipotini e li abbiamo visti più di una volta muoversi bambini o ragazzini nel loro passato, ma il contesto fortemente attualizzante in cui sono calati li rende quasi fuori posto rispetto a ciò che si va a raccontare, senza riuscire a sfruttare fino in fondo le loro enormi potenzialità (a differenza della notevole sperimentazione proposta nella quasi omonima collana di romans graphiques editi da Hachette).

 È prevalentemente una questione di setting stabilito a priori in fase di studio della serie, non della qualità delle singole storie. In questo senso, infatti, l’episodio confezionato da Pericoli è abbastanza buono nell’economia più generale di Young Donald Duck, presentando delle scenette abbastanza gradevoli. Resta però uno scarto incolmabile con le “nostrane” e più genuine Area 15 e Calisota Summer Cup o con la stessa Musicalisota.

 
Il discorso sulla relatability riguarda anche i genitori dei lettori!

Molto più tradizionale è invece la vicenda in due parti Tip & Tap e l’invasione dei droni, di Pietro Zemelo e Luca Usai. Non vengono proposti discorsi preadolescenziali e non si fa di certo introspezione; si sceglie piuttosto di puntare sulla commedia disneyana più classica, legando il tutto alla sponsorizzazione del gadget estivo allegato a Topolino dal numero 3425, il Topodrone.

 Per certi aspetti sembra di essere tornati al 2011, quando sul giornale la tecnologia più in voga del momento diventava il pretesto per mettere in moto l’azione dei personaggi. Rispetto all’iPap, però, un piccolo drone è di sicuro più accessibile e forse più desiderabile dal solito core target, e la prima parte della storia con Tip & Tap scritta da Zemelo è al momento utile a far salire curiosità e hype per l’oggetto in questione.

 Non rimane che l’avventura mystery posta in apertura dell’albo. Va infatti in scena la prima puntata dell’epilogo(?) della saga di Mister Vertigo, personaggio “comparso” sulle pagine del settimanale all’incirca un anno fa. In Topolino e il principe della menzogna, Marco Nucci si riallaccia al finale della precedente Ombra di Mister Vertigo facendo interagire maggiormente il protagonista con Orson Kane, l’editore dal nome più parlante che sia mai esistito.

 La vicenda che prende avvio con Il mistero delle Mousinger sembra al momento costruita sugli stilemi più rodati e classici del giallo topolinesco, forte di una campagna pubblicitaria sufficientemente martellante legata a un concorso a premi: coinvolgere i lettori nella soluzione dell’enigma sembra essere al momento lo scopo principale dell’“operazione Vertigo”. Le premesse da cui si parte in questo caso sono abbastanza semplici: sette macchine da scrivere difettose, sette acquirenti che se le sono aggiudicate all’asta in passato, sette (o più) potenziali sospettati tra i quali potrebbe esserci proprio l’evanescente e imprendibile villain.

 Il tutto è portato avanti dall’ormai solita monomania ossessiva di Topolino per questo antagonista e per lo stato di angoscia collettiva nel quale Vertigo riesce, di quando in quando, a trascinare l’intera Topolinia. Per il resto si segnala l’introduzione di Eta Beta e Flip nella serie e, se l’esperienza insegna qualcosa, il loro coinvolgimento sarà in qualche modo più che risolutivo. La lunga cavalcata verso la conclusione(?) del dossier Vertigo procederà ancora per altri tre numeri, alternando ai disegni Ottavio Panaro, che è forse più sul pezzo rispetto ad altre sue prove recenti, e Fabrizio Petrossi, il primo autore coinvolto nell’ambizioso progetto di Bertani e Nucci.

 


Voto del recensore: 3/5
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5
Testate Regolari / Almanacco Topolino 1
« il: Venerdì 30 Apr 2021, 18:28:42 »
Recensione Almanacco Topolino 1


 Da tempo tra amici amiamo definire I Grandi Classici Disney con un eloquente appellativo: Unica Testata Seria. In un insieme di pubblicazioni eterogeneo e variegato come quello Panini, infatti, lo storico mensile dedicato alle avventure del passato di Topi e Paperi occupa un posto d’onore grazie alla cura editoriale con cui, dal lontanissimo 2004, ha trovato un’identità precisa e una dimensione ideale. Possiamo parlare in tal senso di “Cura Boschi”.

 All’epoca della sua trasformazione da semplice e disordinato contenitore di vecchie storie a stabile baluardo della tradizione a fumetti Disney, l’Unica Testata Seria era ancora felicemente affiancata da una serie di riviste di gran lunga più blasonate, dall’imprescindibile Zio Paperone ai ricercati Maestri Disney, senza contare tutta un’ampia batteria di ristampe che in alcuni casi erano di ragguardevole interesse. A tutto ciò, per una brevissima parentesi, si aggiunse nel 2006 quella che possiamo oggi contestualizzare come una piccola rivoluzione: la trasformazione del Mega 3000, già Mega 2000 e Mega Almanacco, in un contenitore più elegante e più simile come approccio e formato a Zio Paperone, il Mega. L’obiettivo di quel restyling fu quello di nobilitare in Italia quanto di meglio il resto del mondo avesse da offrire in quanto a fumetti Disney, migliorando sensibilmente la natura di fritto misto della sua versione precedente.

 L’esperimento non durò che una manciata di numeri, arrivando a una mesta chiusura nel gennaio 2008. Pochi mesi dopo venne a chiudere lo stesso Zio Paperone, che da tempo aveva iniziato a vivacchiare in una sorta di declino una volta esauritesi le attese storie di Don Rosa e la ristampa stessa del corpus barksiano. Per quanto le chicche e le rarità di altri autori non mancassero, il favore dei lettori per Zio Paperone andò scemando, e la rivista concluse la sua avventura ventennale dopo 216 numeri.

 
Il Mega nella sua ultima incarnazione, tanto interessante ed encomiabile quanto sfortunata…Il risultato fu una progressiva, inevitabile e generalizzata perdita di interesse per il materiale Disney non italiano da parte di lettori sempre più disabituati al sapore del pane altrui. Dal 2008 in poi, la produzione danese (delle altre se ne era persa nel frattempo ogni traccia) è stata somministrata col contagocce prevalentemente su Topolino limitandosi quasi del tutto a storie su tre strisce provenienti dal tedesco Lustiges Taschenbuch, dal danese Jumbobog o da altri tascabili della galassia Egmont sparsi per il Nord Europa. La percezione di meri “tappabuchi” per colmare gli indici del nostro settimanale di punta è tutto ciò che sembra essere rimasto nella memoria delle storie di autori comunque molto interessanti come Flemming Andersen o Massimo Fecchi, facendole sprofondare all’occorrenza in una visione stereotipata, senza suscitare un sentito interesse.

 Nel corso degli anni sono poi nate e morte diverse testate “per collezionisti”, ma nessuna di queste è mai riuscita a porre un focus specifico sulla produzione estera contemporanea come il Mega o Zio Paperone: Disney Anni d’Oro, Tesori Disney, I migliori anni Disney e Tesori Made in Italy hanno goduto di una buona se non addirittura ottima cura editoriale, pur potendo attingere alla solita riserva di ristampe in un processo che si autoalimentava. Possiamo individuare due sole eccezioni alla regola: Tesori International che, tuttavia, ha proposto solo in un caso qualcosa di inedito su ben quindici corposi volumi, e soprattutto Uack! che con interesse filologico ha pubblicato vari inediti dal sapore barksiano.

 Ed eccoci dunque al 2021, in un momento in cui il gusto dei lettori italiani per le storie straniere risulta probabilmente ancora compromesso da anni di rarefazione di quel tipo di materiale nella nostra lingua, specie dopo aver celebrato a più riprese, per contro, l’esportazione massiccia di avventure nostrane all’estero. Finalmente però, da questa primavera, I Grandi Classici dovranno cominciare a condividere il loro finora indiscusso status di Unica Testata Seria, che si vede a questo punto sdoppiato in una sorta di binomio editoriale di elevata qualità. Il nome dell’operazione ha il sapore dell’antico ma in una veste moderna: Almanacco Topolino.

 
La copertina di Almanacco Topolino 166 disegnata da Giuseppe Perego, della quale la versione di Emmanuele Baccinelli per il primo numero della nuova testata è una gradevolissima rivisitazioneNonostante la lunga crisi del potenziale consenso verso le storie straniere, indubbiamente alcuni segnali hanno portato nel corso degli ultimi due anni a una rinnovata curiosità per ciò che accade al di là dei patri confini. Al netto delle sempre centellinate proposte danesi su Topolino, su Zio Paperone e Paperino, dal 2019 la pubblicazione e la tenuta nel tempo di una collana monografica come Papersera ha provocato una prima crepa. Successivamente, la riapparizione delle Giovani Marmotte in un mensile dedicato ha a sua volta contribuito all’abbattimento del muro. Oltre la breccia, depositatasi la polvere, abbiamo trovato l’Almanacco.

 Uno degli imprescindibili messaggi dello storytelling disneyano si affida al meccanismo rodato dell’innovazione nel solco della tradizione, la ricetta di un successo planetario che dura da quasi un secolo. Con la riproposizione dell’Almanacco Topolino, dopo anni di vuoto o di plateali fallimenti, è nella tradizione di una grande testata italiana del passato che si trova l’innovazione della formula individuata da Luca Boschi per rilanciare nel miglior modo possibile le storie di produzione estera nel nostro paese. Riviste come Papersera e Il Manuale delle Giovani Marmotte hanno infatti mostrato come la combo equilibrata di ristampe e inedite sia di nuovo un’idea vincente e su questa lezione sembrano poggiarsi i presupposti del nuovo e giustamente ambizioso Almanacco Topolino.

 Boschi, già curatore dei Grandi Classici ed inesauribile motore dietro questa nuova testata fortemente voluta dal Direttore editoriale di Topolino Alex Bertani, tenta infatti l’esperimento miscelando sapientemente contenuti molto diversi tra loro. Dal primo numero dell’Almanacco possiamo già avere un’idea di quello che arriverà in futuro: accanto a un necessario ed esaustivo apparato redazionale, un terzo dell’albo è dedicato alle storie italiane in ristampa, un terzo alla riproposizione di storie americane del periodo classico dei comic book e, infine, un terzo alle storie inedite straniere contemporanee. Data questa ripartizione più che equa sembra quasi di assistere a una battuta cult del cinema italiano, con la speranza che in questo caso il binario porti effettivamente verso un futuro più stabile e luminoso possibile.

 Per quanto riguarda la scelta delle storie per il numero inaugurale bisogna subito dire che la suddivisione di cui sopra è funzionale: su 132 pagine complessive, alla produzione straniera inedita ne sono dedicate 47, a loro volta bilanciate in quanto a varietà e qualità. Nomi come César Ferioli e Kari Korhonen rappresentano un ottimo biglietto da visita, coadiuvati da un lato dalla solidità di un autore classico come Marco Rota – che speriamo di vedere direzionato il più possibile in questa sede, per quanto riguarda la sua produzione danese recente – e dall’altro dall’estro dell’olandese Mau Heymans. Rota a parte, gli altri non sono nomi così noti a chi, specie con qualche anno in meno rispetto a chi scrive, non abbia conosciuto l’età aurea della “serie bianca” di Zio Paperone tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. È da questa considerazione che dovrà partire l’intento di formare il gusto dei nuovi lettori, più o meno giovani, che finora hanno ignorato ciò che accadeva altrove nel mondo.

 
A Topolinia c’è qualcosa di strano

 La storia di Ferioli, su testi di un ottimo autore come l’americano Byron Erickson, è un perfetto esempio di scrittura di un Topolino calato in un contesto che richiama al contempo la fantascienza classica, il tema del doppio e ancora il legame tra le varie visioni del personaggio che, a seconda delle varie scuole di stile e di pensiero, sono state elaborate nel corso dei decenni. Complice l’arte raffinatissima del disegnatore spagnolo, ne Le terre parallele infatti non suona affatto stonata la compresenza di caratterizzazioni gottfredsoniane (Basettoni, Enigm e Manetta su tutti), di personaggi come Atomino e Doc Static, e di varie nature di Topolino stesso, da quella in braghette rosse a quella “in borghese” di Paul Murry. L’effetto è un cocktail di suggestioni molto diverse e variegate che tuttavia mostra un potenziale narrativo decisamente interessante. La trama è intelligente, ben congegnata e a suo modo abbastanza complessa, giocando su un canovaccio tutt’altro che innovativo come quello degli infiniti universi paralleli.

 
Destreggiarsi tra dotte citazioni e vignette dinamicissime in un perfetto chiasmo Al finlandese Kari Korhonen spetta invece un compito assai più delicato, se vogliamo, se non altro per l’importanza simbolica che la giovinezza di Paperone ha assunto negli ultimi trent’anni dopo lo straordinario successo dell’influentissima Saga di Don Rosa: il primo capitolo dei McDuck Journals, ambientato nel gelido Klondike, comincia a inserire i primi tasselli mancanti al più ampio affresco biografico che l’autore del Kentucky ha dedicato alla principale creazione barksiana.

 Rimanendo nell’ortodossia donrosiana ma senza finirne intrappolato, Korhonen rappresenta un Paperone energico e scattante nella disordinata e convulsa Skagway all’epoca della corsa all’oro. Il risultato è un susseguirsi di citazioni all’opera di Barks e alla Saga stessa senza però che il lettore subisca un carico eccessivo perdendosi in situazioni al limite del riferimento nerd. Ne emerge un episodio pilota che getta le basi per qualcosa di molto articolato e dottamente appassionato che darà ulteriori elementi alla configurazione della multiforme mitologia di Paperone.

 La “quota classica” delle storie inedite spetta invece al rassicurante tratto di Marco Rota su testi di Lars Jensen. Paperino e i nipotini sono coinvolti in una disavventura di Panchito Pistoles, un personaggio che da noi ha avuto uno scarsissimo successo pur continuando invece a mantenere un certo ruolo iconico nei fumetti esteri e nell’animazione, come nel reboot di DuckTales e in Legend of the Three Caballeros.

 
Messico e ombre Intrighi, pistole, señoritas, un po’ di folklore messicano e il gioco è fatto: Paperino, la spada e la rosa è ottima nella sua collocazione per riprendere fiato tra le ben più consistenti prove di Erickson, Ferioli e Korhonen. Altrettanto funzionale e interessante è la one page inedita di Mau Heymans, autore fin troppo sconosciuto da noi, che introduce in Italia il look “olandese” delle nipotine di Paperina.

 Il resto dell’albo è diviso in altre due parti, come si diceva poc’anzi. Gli autori italiani riproposti già in questa occasione sono rappresentativi del meglio che l’Almanacco Topolino abbia mai sfornato nella sua lunga vicenda editoriale. Il delicato ruolo di apertura è demandato alla ristampa di una delle prime prove di Romano Scarpa come autore completo: per molti anni erroneamente attribuita a Guido Martina, Paperino e l’antidollaròssera è invece la settima storia realizzata interamente dal Maestro veneziano, perfettamente in linea con la sua visione dei Paperi, antitetica a quella del Professore e in continuità e complementarità con l’originale versione di Barks.

 A dispetto del titolo, è Paperone il vero protagonista di questa avventura frizzante, messo in difficoltà dai Bassotti come già accaduto nelle storie pubblicate su Four Color e Uncle Scrooge; i richiami all’Isola del cavolo, ad esempio, sono abbastanza evidenti in alcune scelte narrative. Ulteriore nota a favore: la versione qui ristampata non è quella ricolorata per Zio Paperone 146, poi ripresa nel 2014 nella stessa omnia di Scarpa, ma l’originale con l’alternanza di pagine a colori e in bianco e nero, con l’opportunità di poter apprezzare la tecnica del retino.

 
Gli onirici cherubini scarpiani

 In coda troviamo invece Zio Paperone e le cianfrusaglie vittoriose dei due Giorgi, Pezzin e Cavazzano, coppia di inossidabile valore attiva negli anni Settanta. Quel che si propone nel dittico con Scarpa è un assaggio sia delle origini dell’Almanacco nel 1957, sia di una sua fase molto più avanzata nel 1978, due approcci molto diversi alla medesima materia paperopolese. Questa storia, molto poco ristampata a dispetto della sua gradevolezza, chiude perfettamente l’assaggio del primo numero, con un Cavazzano scatenato al servizio della sempre divertente poetica pezziniana.

 Il resto è infine occupato da ristampe di brevi americane con lo scopo specifico di dare la giusta ribalta al “carosello di vecchi amici” di cui si parla in un redazionale, cioè quei personaggi secondari capaci di godibili exploit narrativi. Dall’ottimo e insolito Archimede di Barks in coppia con Ciccio alla prima apparizione di Paperoga su un albo statunitense per le matite di Tony Strobl, la parte finale del nuovo Almanacco è ricca di spunti e le storie selezionate sono indubbiamente molto divertenti. L’effetto nella lettura è di un piacevole intermezzo comico tra le avventure di più ampio respiro, senza riscontrare un eccessivo saliscendi qualitativo: il meccanismo di questo primo albo è oliato alla perfezione.

 
La stranissima coppiaIl grande formato è poi come manna dal cielo per poter apprezzare maggiormente storie pensate per i comic book. Le stesse brevi americane classiche che al contempo continuano ad essere riproposte sui Grandi Classici, infatti, godono in questo caso del giusto spazio perché ne giovino la composizione della tavola e il ritmo della narrazione. Anche una vicenda solo all’apparenza semplice come Archimede Pitagorico nel paese dei sogni ritrova una sua dignità altrimenti sminuita da collocazioni potenzialmente non ideali, dove al massimo avrebbe potuto figurare come breve riempitivo cui non dare troppo peso. Figuriamoci poi il vantaggio di poter leggere una storia di Ferioli o di Korhonen su pagine di una grandezza simile a quelle del fu Zio Paperone. Tutto ciò non comporta altro che un’esperienza di lettura gratificante.

 In conclusione, cosa dobbiamo dunque aspettarci dal nuovo Almanacco Topolino? E soprattutto, quale gravosa responsabilità ha questa testata?

 Sperando in un eventuale aumento delle straniere inedite (magari in una ideale situazione di 50 e 50, sempre con le italiane in apertura e chiusura), il testimone raccolto dall’Almanacco è quello a suo tempo messo da parte dopo la chiusura delle vecchie testate di cui è stato necessario parlare all’inizio di questa recensione. È vero che la Storia non è maestra proprio di nulla, ma è altrettanto vero che i processi di vita di un qualsiasi prodotto vanno compresi il più possibile nel loro contesto e nelle loro evoluzioni per poter assicurare a nuovi tentativi una lunga prosecuzione e delle meritate soddisfazioni senza incappare in errori di valutazione, a volte fatali.

 Il nuovo Almanacco arriva forse in un momento necessario: dopo anni di vuoto e di timidi tentativi sembra che il terreno sia ideale per lo sviluppo di una nuova testata con memorabili prospettive di crescita. L’obiettivo, tutt’altro che semplice, di reintrodurre con criterio nel vasto panorama Disney italiano delle sensibilità narrative e degli approcci diversi rispetto al nostro è finalmente capitato con il progetto giusto al posto giusto.



Voto del recensore: 5/5
Per accedere alla pagina originale della recensione e mettere il tuo voto:
http://www.papersera.net/wp/2021/04/30/almanacco-topolino-1/

6
Topolino / Re:Topolino 3402
« il: Sabato 6 Feb 2021, 16:45:54 »
Forse perchè gli elementi così come li hai espressi non fornivano reali spunti di discussione visto che partivano dal presupposto che siccome la storia è ambientata nel 1930 ti saresti aspettato che...la situazione non è verosimile in quanto dal punto di vista storico...queste incongruenze storico- realistiche fanno si che  la storia non era credibile, come si può spiegare questo o l'altro fatto ec... Diverso sarebbe stato se lo spunto di discussione partiva dal fatto, chiaro a tutti, che semplicemente ha te la storia non piace perchè essendo uno studioso ed appassionato di storia avresti gradito che   questa essendo ambientata nel 1930 mostrasse una più realistica e storicamente verosimile sceneggiatura. E' questo è ragionevole i gusti sono gusti anche a me farebbe piacere che le storie "storiche" fossero precise e mostrassero solo elementi corretti e situazioni realistiche, ma nei fumetti Disney la cosa non funziona così. O meglio può anche accadere che per propria scelta un autore decida di creare una storia ambientata in un preciso periodo facendola coerente e corretta anche dal punto di vista storico, così come un autore potrebbe decidere di fare una storia coerente e realistica dal punto di vista tecnico-scentifico o della cultura materiale di un dato popolo., e saremo tutti contenti. Ma se questo non avviene non mi sognerei di razionalizzare il mio personale pensiero o i mie personali gusti con delle motivazioni di quelle espresse nei post precedenti per il semplice motivo che non c'è nessuna regola per cui un autore se vuole ambientare una storia nel 1929 non possa inventarsi elementi immaginari, situazioni storicamente inesistenti e se lo fa non significa che la storia non va bene, che questo non ha senso ec...  Queste critiche non sono costruttive sono solo fini a se stesse e non offrono nessuno spunto , tanto più che per alcuni dubbi le risposte sono state date, chiaramente sono giustificazioni inventate perchè la situazione è anche inventata perchè si tratta di un fumetto Disney e non della storia reale!  Se per  ci si domanda come mai il governo centrale Americano non è intervenuto, la domanda è legittima così come lo sono le possibili risposte in base alla visione che ognuno di noi ha di quel mondo immaginario. Non c 'è una risposta canonica in quanto la situazione non è storicamente reale . Quindi per alcuni la risposta potrà essere perchè il Calisota è una città stato (riferendoci ad una storia di Bark) per latri la risposta potrà essere perchè durante la crisi il governo aveva altro a cui pensare e siccome il Calisota gode di forte autonomia nessuno è intervenuto ec..Si può essere d'accordo o meno ognuno è libero di pensarla come vuole, non cè una risposta giusta o sbagliata, trattandosi di una avventura di fantasia e non ha senso continuare a cercare motivazioni storico-sociali per cercare di dimostrare il perchè Paperopoli non può essere una citta stato o perchè non ha storicamente senso che il governo non intervenga se questa è una citta USA. Questo lo sappiamo tutti che non sono cose realmente plausibili ma qui non si sta parlando di eventi reali  ma solo di fantasia , anche se locata in un preciso periodo storico .
Se dici non credo che Gervasio abbia immaginato che Paperopoli sia una città stato, stai dando per scontato un qualcosa che non puoi sapere immagini quindi di sapere cosa ha realmente pensato Gervasio. Altrimenti avresti detto... non ho idea di come la pensa Gervasio, qualcuno sa se ha detto o mostrato in qualche sua altra storia il suo punto di vista sulla questione? Questo è un discorso costruttivo!
Le mappe mentali altrui sono le cose che esponi e come le esponi quello che è il tuo sentito ed il tuo pensiero così come lo hai esposto, non è immaginare quello che pensi, quello sarebbe "lettura del pensiero" un altro atteggiamento che molte persone hanno , quindi è tuttaltro che infantile ma si basa esclusivamente su le tue argomentazioni e su come esponi il tuo pensiero.
Il fatto che un lungo post sia comprensibile in Italiano non significa che esponga con la giusta sintesi il proprio pensiero. Comunque tu lo hai espresso pur senza dirlo esplicitamente ed è quanto ho riportato sopra ...siccome sei uno storico appassionato non gradisci  l'idea che una storia ambientata in un preciso periodo mostri "inesattezze" ed incongruenze con la realtà storica. Ma questo è un tuo personale punto di vista non una valutazione oggettiva! Anche io sono un cultore della storia ma non provo particolare fastidio se una avventura Disney o una di Asterix pur riferendosi a ben precisi momenti della storia sono piene  di incongruenze ed errori , perchè mi rendo conto che nei fumetti funziona così e non li percepisco come "inesattezze" da spiegare o da trovare una motivazione , non mi domando ..ma come mai? ma lo sceneggiatore ha fatto degli errori!  ma questo non è possibile nel nel 1929!, ma la società american non era quella!  ma Washington non è intervenuta non è credibile! ec.. E se proprio voglio trovarne una semplicemente me la invento (tanto anche la storia è pura fantasia) ma non ritengo che il mio punto di vista sia quello giusto e non troverei strano che qualcuno la pensi diversamente da me.

Trovami un rigo, un singolo rigo, in cui ho affermato o fatto passare l'idea che l'ultima storia di Fantomius non m'è piaciuta.
Altrimenti sei cortesemente pregato di non giocare a indovinare i miei pensieri e di non ricostruire mappe mentali altrui sulla base di tue supposizioni rabberciate su pochissimi elementi che, in questo caso, nulla dicono a proposito dei gusti personali.

Allo stesso modo, non mi sarei aspettato nulla di tutto quello che ho posto come dubbio, legittimo e abbondantemente ragionato, se non ci fossero stati i presupposti logici per farlo. Avrei semplicemente archiviato la storia e via, avanti con la prossima, da diligente consumatore.

Per il resto, ho scritto più che chiaramente questa cosa qualche messaggio fa:
No, attenzione. Sono uno studioso rompiscatole, ma non ho mai preteso una "quanto più possibile aderenza alla realtà storica" da un fumetto Disney, tant'è che nell'ultima parte del mio precedente intervento ho sottolineato l'importanza della fantasia e della creatività. Quando voglio leggere un testo di saggistica storica so benissimo a chi e dove rivolgermi, sicuramente non a Topolino, che ha ben altra funzione.

Invece, per quanto riguarda Paperopoli città stato "secondo Gervasio", io ho detto questo:
Tornando a Gervasio, invece, io lettore non posso certo immaginare che, nella sua testa, Paperopoli sia effettivamente un'enclave americana giuridicamente scorporata dagli USA, quando ci sono per l'appunto più di settant'anni di storie che complessivamente fanno intendere l'esatto contrario: la logica e l'esperienza vorrebbero che, anche leggendo le gesta di Fantomius, si stiano seguendo un contesto e una logica verosimilmente statunitensi. E affermo ciò perché non mi risulta che nemmeno Gervasio abbia mai esplicitato lo status speciale della città e del suo territorio, sic et simpliciter.
Mi sembra molto diverso da "non credo che Gervasio abbia immaginato che Paperopoli sia una città stato", il pensiero che hai cercato di indovinare (per farla semplice, "non credo" ≠ "non mi risulta").

Sì, lo so. Non ho rispettato il mio precedente proposito di non intervenire più sulla questione, ma non ho potuto resistere davanti all'attacco frontale di chi predica il dialogo costruttivo con gli altri... giocando però solo con l'imposizione delle sue regole.


P.S. Consiglio comunque un'attenta e robusta revisione delle bozze prima dell'invio dei messaggi, pure se si scrivono di fretta o da telefono: è sempre molto utile.

P.P.S. Leggendo anche la tua risposta a Hero of Sky, sul patto tra autore e lettore non ho più parole. Evidentemente c'è un equivoco di fondo, perché io continuo a dire A e tu continui a rispondere Z. Con la retorica profusa nel tuo ultimo messaggio stai quasi facendo passare Gervasio per lo sprovveduto che in realtà non è, io te lo dico.

Non sono sicura di aver capito bene se tu davvero intendi un patto scritto e firmato a mo' di contratto, visto quante volte lo stai rimarcando come fosse una cosa negativa, comunque io quando penso a patto con il lettore penso a cose di questo genere
Grazie, Vale, santa donna.

7
Topolino / Re:Topolino 3402
« il: Sabato 6 Feb 2021, 12:06:56 »
Il fatto che Gervasio fa riferimenti a periodi storici non significa che ha "stipulato una sorta di patto con i lettori" questa è una tua libera interpretazione ed è quindi come ogni autore libero di inserire eventi storicamente non credibili ma plausibili nell'ottica Disney.
Su Moltissime storie Disney se si vuole ci si puo soffermare nel trovare errori storici, ed incongruenze varie se si decide di voler applicare la logica della plausibile storicità reale.
Devi separare la passione del fumetto e del mondo Disney (e della maggior parte dei fumetti vedi esempio di Asterix) con la passione storica perchè le due cose non potranno mai amalgamarsi. Ripeto sarebbe come se la stessa cosa la facesse un ingegnere per quanto riguarda la plausibilità delle tecnologie mostrate nelle storie
Cosa pensava Barks di preciso nessuno lo sa (a meno di dichiarazioni su articoli od interviste) forse la concepiva come città stato, forse non gli interessava più di tanto, quello che mostra in una storia era chiaro che lo fosse, in ogni caso visto che non lo possiamo sapere con certezza l'autore moderno è libero di scegliere o meno questa interpretazione.
Tu immagini troppo e immagini che la tua mappa mentale corrisponda a quella di altre persone. Come fai a supporre cosa immagina Gervasio? A meno che non te l'abbia detto lui di persona. Certo logiche Statunitensi in un contesto fantasioso dove una città di lingua usi e costumi statunitensi è però una città stato così come i San Marinesi hanno lingua e cultura italiane ma non dipendono dallo stato Italiano. Nella realtà storica Americana queste cose sono impossibili in quella Disney no sono plausibili!  Non mi pare ci voglia molto a capirlo!
Certo! il mio sito rispecchia la mia visione del mondo di Paperopoli, mica quello di altre persone o degli autori. Ho preso in considerazione le cose che dal mio punto di vista ho ritenuto piacevoli , non mi sono mica posto il problema di quello che poteva essere più o meno verosimile dal punto di vista storico/realistico. Non mi aspetto mica che una storia venga strutturata da un 'autore secondo il mio punto di vista.  Se alcune cose di una storia non aggradano la mia visione non le considero, mentre altre si indipendentemente se sono plausibili o meno nel mondo reale. Certo che altre persone o autori potrebbero non essere d'accordo con la visione del mio mondo Disney, ci mancherebbe altro, non posso mica indovinare o fare un sito che coincida con la mappa mentale dei vari lettori, ma solo con la mia!

Credevo di aver messo molti elementi utili e interessanti per lo sviluppo di una discussione di livello che non scivolasse nella logica del "questo pensiero è mio e lo gestisco io", ma devo rendermi conto di aver sprecato un po' del mio tempo se il risultato sono questi toni scomposti e quello che si può definire un arroccamento.
La questione del patto con il lettore è talmente basilare per quanto riguarda la fruizione di qualsiasi opera di narrativa o di fantasia che non mi sembra il caso dover spiegare ulteriormente quello che ho già ampiamente discusso nei messaggi precedenti parlando del rapporto tra l'autore (Gervasio), il lettore (chiunque di noi), l'oggetto in questione che si sta valutando (una storia di Topolino) e, aggiungo, la responsabilità che il prodotto finale si porta dietro in quanto pubblico, specie se ambizioso. Su quel tipo di legame si basa tutta la costruzione di ragionamenti o di semplici chiacchiere tra appassionati con tutte le sfumature e le evoluzioni del caso, dal sito internet come il tuo alla recensione sull'edicola del Papersera e così via. Senza il rispetto verso questa dinamica viene a crollare in primo luogo l'interesse stesso per l'argomento di cui si vorrebbe discutere, e sarebbe un peccato.

Inoltre, così come - legittimamente - mi chiedi di fare ciò che in realtà non mi sono mai sognato nemmeno di pensare (mettermi nella testa di qualcun altro e tirare a indovinare i suoi pensieri), ti chiederei di fare gentilmente altrettanto nei miei confronti, senza andare a sindacare sulle mappe mentali altrui o consigliando l'approccio più giusto per "separare la passione del fumetto e del mondo Disney [...] con la passione storica" - per non parlare di "Tu immagini troppo e immagini che al tua mappa mentale corrisponda a quella di altre persone", un commento irricevibile.
È un appiglio retorico francamente infantile, forse però utile per svicolare dalla discussione tra gentiluomini.

Oltretutto mi sembrava di aver scritto un lungo post in un italiano più che comprensibile.
 
Pazienza.

Non commenterò ulteriormente, quel che dovevo dire riguardo la storia di Fantomius - con i toni giusti e le argomentazioni necessarie - è tutto nei post di ieri sera.

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Topolino / Re:Topolino 3402
« il: Venerdì 5 Feb 2021, 23:39:50 »
I fumetti Disney sono un' universo immaginario non ha senso aspettarsi una  completamente "logica e plausibile aderenza ad una possibile realtà"  che sia questa storica, tecnica, o sociale. E' chiaro che tu come storico (per hobby mi occupo anche io di storia antica ed archeologia. Se ti interessa il periodo puoi visitare l'altro mio sito sui Greci dell'età del Bronzo o le mie pubblicazioni della Osprey Publishing basta scrivere Salimbeti micenei in google o Salimbeti su Amazon.com) vorresti una quanto più possibile aderenza alla realtà storica in queste vicende , ma anche un ingegnere vorrebbe una quanto più possibile aderenza ad una realtà tecnica, così un sociologo ad una situazione sociale realistica ec...
Ma questo non avrebbe senso,  non è una cosa che ci dobbiamo aspettare (anche se l'ambientazione storica è ben definita) o su cui dobbiamo soffermarci più di tanto. Se un autore immagina che Paperopoli è una città stato e per questo Washington non interviene va accettata nell'ottica del fumetto come una spiegazione plausibile, è una spiegazione Disneyana plausibile! Non ha nessuna rilevanza che nella realtà non sarebbe potuto succedere per vari motivi storico/politici. Se l'autore sceglie che Paperopoli è una città USA e che il governo centrale per qualche motivo non interviene è irrilevante cercare motivazioni storiche per cui la cosa nella realtà sarebbe stata improbabile o assurda e che Barks non era filologico e che si riferiva al Vietnam e quindi non poteva dire ambasciata USA ec... altrimenti si rischia di perderci in lucubrazioni mentali ossessive compulsive.  Se Fantomius vola con macchinari impossibili che violano le leggi della fisica e della meccanica non ha senso che un ingegnere (perchè specialista della tematica) si ponga il problema di come fanno a volare e che nella realtà non sarebbe possibile e che era meglio mostrare i velivoli degli anni 20 e che Barks mostrava anche lui velivoli strani, ma questo perchè negli anni 50 c'era Flash Gordon ec.. Per il Torneo Monetario ho già risposto sopra

No, attenzione. Sono uno studioso rompiscatole, ma non ho mai preteso una "quanto più possibile aderenza alla realtà storica" da un fumetto Disney, tant'è che nell'ultima parte del mio precedente intervento ho sottolineato l'importanza della fantasia e della creatività. Quando voglio leggere un testo di saggistica storica so benissimo a chi e dove rivolgermi, sicuramente non a Topolino, che ha ben altra funzione.

Ho tuttavia considerato e messo sul tavolo della discussione il punto che ritengo davvero dirimente, vale a dire la questione del patto stipulato tra autore e lettore, specialmente quando è l'autore a muovere per primo inserendo riferimenti storici precisi in ciò che scrive - e una data, perdonami, è forse in sé il riferimento storico preciso par excellence; a parte Gervasio e Don Rosa, non se ne sono viste moltissime nel fumetto Disney - o prendendo spunto da opere altrui - in questo caso il canone donrosian-barksiano, in quest'ordine.
Per cui, se l'autore tal dei tali costruisce un universo con delle fondamenta ben evidenti riferendosi a o creando dei precedenti narrativi, questi accorgimenti possono portare legittimamente i lettori a elaborare delle riflessioni più profonde che tu, e ciò mi dispiace per l'estrema facilità con cui hai fatto deragliare l'attenzione dal discorso principale, hai derubricato a "lucubrazioni mentali ossessive compulsive".

Questa mossa mi sembra, onestamente parlando, una scappatoia.

Il punto, semmai, non riguarda nemmeno più di tanto da chi Gervasio tragga ispirazione per creare il suo universo narrativo, quanto piuttosto quella che potremmo definire una certa "approssimazione" o "leggerezza" nel dare magari per scontate delle cose che non lo sono più di tanto, finendo più che altro per solluccherare il piacere effimero del fan nerdone che legge Fantomius solo per bearsi della citazione al Titanic o delle sorelle di Paperone in platea a teatro. Qui ci si perderebbe nel vortice del formalismo, nel maelström del solipsismo narrativo, ma io non credo che questo sia nei piani del Nostro. Tutt'altro.
Però, da lettore, è legittimo cercare risposte alle proprie domande, specie se la storia x ti porta per eterogenesi dei fini dalla parte del dubbio piuttosto che da quella del "non detto autoriale" che, di base, non ci si può mai prefigurare: come mai, in un setting verosimilmente statunitense e in un anno preciso - lo ripeto, specificare una data è un elemento più che importante, non dovrebbe essere accessorio per dare solo una patina di realismo, altrimenti si entrerebbe in una ulteriore contraddizione -, il governo per un anno intero non è intervenuto e/o non si è reso conto di quanto stesse accadendo in uno dei propri territori?

Stiamo parlando di una storia Disney, d'accordo. Ma con le altre storie Disney queste domande non affiorano quasi mai, un motivo ci sarà.
Più un prodotto diventa autoriale e complesso, come sta accadendo al Fantomius di Gervasio, più fa discutere - nel bene e nel male -, più diventa influente e importante nell'insieme di uno specifico ambito editoriale. A me sembra sinceramente una sequenza positiva e del tutto naturale, compreso il contributo intellettuale che spetta, da tacito accordo non scritto, al lettore.

Prima di tornare sull'"annosa questione" se Paperopoli sia o non sia negli USA, rimarrei ancora un attimo sul discorso delle "lucubrazioni" che, beh, tali non sono.
I miei sono ragionamenti fatti dall'appassionato di fumetto Disney prima ancora che dallo studioso di storia (per lavoro mi occupo di storia medievale e di territorializzazione; se ti interessano il periodo e l'argomento puoi visitare la mia pagina su Academia), da chi si pone delle domande e dei problemi cercando di elevare il dibattito su questo tema, da chi non si tira indietro se pensa sia il caso di mettere in discussione qualcosa, specie davanti alla trincea aprioristica del dogma del "volere di un autore" se c'è qualcosa che a conti fatti sembra non tornare, da chi cerca di capire e di approfondire, senza considerare quello che legge soltanto un divertissement, evitando al contempo di scivolare nella cupa seriosità. Allo stesso tempo, lo sottolineo nuovamente, questo atteggiamento serve a non sminuire la complessità del progetto e l'impegno che un autore come Gervasio sta indubitabilmente profondendo nella sua opera di costruzione di un contesto credibile non in quanto fotocopia della realtà - che sarebbe antidisneyano al massimo - ma come verosimile versione coi paperi di qualcosa che è esistito/che esiste - al contrario, quanto di più disneyano possibile.

Tornando al discorso di prima, a me sinceramente non risulta da nessuna storia che Barks abbia esplicitamente concepito Paperopoli come una pura città stato. Ma, anche se fosse, l'ho scritto nel mio post precedente: nelle sue storie Barks faceva e disfaceva a seconda di ciò che voleva raccontare, pur mantenendo dei parametri abbastanza stabili e definiti, quelli necessari; e poteva farlo, come detto, perché era l'effettivo creatore di tutto quel mondo su cui poi, per decenni, avrebbero lavorato le generazioni successive di autori provenienti da svariati paesi.
Tornando a Gervasio, invece, io lettore non posso certo immaginare che, nella sua testa, Paperopoli sia effettivamente un'enclave americana giuridicamente scorporata dagli USA, quando ci sono per l'appunto più di settant'anni di storie che complessivamente fanno intendere l'esatto contrario: la logica e l'esperienza vorrebbero che, anche leggendo le gesta di Fantomius, si stiano seguendo un contesto e una logica verosimilmente statunitensi. E affermo ciò perché non mi risulta che nemmeno Gervasio abbia mai esplicitato lo status speciale della città e del suo territorio, sic et simpliciter.

Per il resto, se posso permettermi una chiosa finale, giustamente anche il tuo sito è pieno zeppo di "lucubrazioni": è la tua versione dei fatti disneyani e personalmente la rispetto, come lettore, dal 2004 a questa parte. Ma come tutte le canonizzazioni è evidente che anche tu - per una chiara passione verso alcuni specifici aspetti del multiforme universo Disney - hai preferito dare la precedenza ad alcuni parametri piuttosto che ad altri, cercando dei riferimenti storici più che precisi e stabilendo una versione dei fatti che chiunque altro potrebbe questionare senza farsi troppi problemi.

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Topolino / Re:Topolino 3402
« il: Venerdì 5 Feb 2021, 19:43:12 »
Se proprio vogliamo trovare una spiegazione "plausibile" forse perchè dopo il periodo iniziale Paperopoli (Calisota), se ci rifacciamo alle storie di Barks, non fa parte degli Stati Uniti, è una Città stato come la nostra San Marino o Città del Vaticano. Con una propria bandiera, e le ambasciate nei vari paesi esteri. Quindi non dipende dal governo di Washington. Non sono sicuro che Don Rosa abbia anche lui questa visione Barksiana (alcune sue scelte infatti non coincidono con le indicazioni di Barks) di Paperopoli, probabilmente lui la considera parte degli Stati Uniti nell'immaginario stato del Calisota. Evidentemente Gervasio ha preso spunto da alcuni elementi di Don Rosa  altri di Barks ed altri di Martina ec... creando però una propria visione evolutiva di quel mondo immaginario. Il fatto che in alcuni casi si rifà ad "elementi DonRosiani " non significa che abbia aderito pedissequamente a tutte le indicazioni o le scelte di  Don Rosa o di Barks.
Per chi è interessato ad approfondire la storia di Paperopoli ed i suoi luoghi caratteristici, mappa ed evoluzione del Deposito di Paperone ec...
http://www.salimbeti.com/paperinik/city.htm

Grazie per la pronta risposta, sapevo che sarebbe arrivata in tempi rapidi.
Peraltro conosco molto bene il tuo sito, che ho tenuto spesso come riferimento nel mio passato più nerd, quando da ragazzino cercavo di gestire un qualche, personalissimo, headcanon sui paperi; l'ho trovato sempre molto interessante per la visione sincretistica che proponi.

Veniamo a noi.
Parlando appunto di sincretismo, ma del "Gervasioverso" e in particolare dei riferimenti precisi ripresi in primis da Don Rosa e Martina e poi anche da Barks, a questo punto credo si debba trovare una soluzione un po' più chiara e - lo vogliamo dire? - canonica per quanto riguarda Fantomius. E il punto sta nella formulazione di un universo coerente, soprattutto in virtù degli autori presi come fonte per quelle informazioni che contribuiscono a rendere "plausibile" il tutto.

Giustamente (e un po' me l'aspettavo sempre per via della pregressa - e approfondita - conoscenza del tuo sito) mi parli della concezione barksiana della "geopolitica del Calisota" con il riferimento all'ambasciata paperopolese nel Tesoro di Marco Polo. Come presupposto va però detto che, tra tutti, Barks fu decisamente l'autore più sciolto da qualsiasi vincolo... proprio perché demiurgo di quell'universo narrativo. A volte nelle sue storie si trova tutto e il contrario di tutto, compresa - apparentemente - una Paperopoli "città stato" o eterotopica nel più vasto contesto nordamericano, per cui non farei lo stesso gioco di Don Rosa prendendo qua e là elementi per costruire un canone fin troppo arbitrario e potenzialmente contraddittorio.
A questo punto devo fare una ulteriore considerazione, vestendo i panni dello storico - è il mestiere che mi dà di che vivere e so di essere un rompiscatole da questo punto di vista (*): per quanto Zio Paperone e il tesoro di Marco Polo sia una storia tra le più atipiche nella produzione barksiana ("they weren't my best stories", come ebbe a dire in un'intervista del 1999 riguardo la sua produzione di metà anni Sessanta), sarebbe stato comunque molto complesso riprodurre o anche solo citare espressamente la guerra del Vietnam in un fumetto Disney. Perché di questo si parla in quell'avventura dei paperi, né più né meno. Bisognava trovare un escamotage credibile: al di là delle motivazioni più profonde che portarono Barks a scrivere quella storia, Paperopoli diventa in quel contesto il referente simbolico per gli USA, così come l'Unsteadystan lo diventa per il paese del Sudest asiatico martoriato dal conflitto (pubblicità per pubblicità, ne ho accennato qui qualche mese fa: http://www.papersera.net/wp/2020/08/28/carl-barks-una-cavalcata-nella-storia-seconda-parte/).
Già solo attenendoci a questo caso esemplare, se vogliamo individuare qualche appiglio "plausibile" per stabilire dei cardini nella concezione dell'universo disneyano, Paperopoli dipenderebbe eccome da Washington pure se nella sua realtà narrativa la capitale federale si chiamasse - Dio non voglia - "Washingpaper". (**)

Ora, considerando l'epoca in cui sono collocate le avventure di Fantomius (che non è un generico "passato", visto che Gervasio fornisce date precise) e tenendo presente che anche nel liberissimo Barks l'ambientazione domestica delle storie dei paperi fu sempre statunitense fino al midollo, a me risulta molto difficile continuare a tenere in considerazione una situazione à la San Marino negli Stati Uniti della prima metà del Novecento, perfino nella versione disneyana del paese a stelle e strisce, se e quando si cominciano a inserire forse un po' troppi elementi riconducibili a una realtà effettivamente esistita/esistente. Certo, storicamente ci sono stati dei casi limite delicatissimi come la corrotta Chicago stretta nella morsa criminale di Al Capone, un esempio ormai letterario e paradigmatico, ma non paragonabili a una "città stato" o "micronazione" come da tua interpretazione - e anche lì, comunque, il governo di Washington intervenne con forza proprio negli anni della presidenza di Herbert Hoover: il parallelismo con la Paperopoli controllata da Famedoro sarebbe stato ancor più forte rispettando, anche solo en passant, il contesto storico e geografico sospeso tra fantasia ed elemento realistico.

Per chiudere, la creatività e la fantasia sono la chiave di volta per scrivere e leggere questi fumetti, è chiarissimo e va rivendicato sempre. Altrettanto chiaro è il fatto per cui un autore debba e possa spaziare senza particolari limiti e qui, del resto, non si vuole assolutamente inchiodare a sua volta Marco Gervasio a ciò che ha ripreso dall'opera di Don Rosa e che tiene comunque ben presente (il ritorno di Paperone in città nel '30, per dirne una), né pretendere una visione altrettanto dogmatica e in qualche modo limitante della materia paperopolese. Però se qualcosa non torna in virtù proprio di quei riferimenti chiave che si è programmaticamente deciso di utilizzare stipulando un patto non scritto con i fruitori di queste storie, beh, io lettore non acritico mi pongo delle domande: questi "elementi fissi" servono soltanto a stuzzicare l'interesse del nerd di turno attento alle continuity strettissime e vincolanti? Oppure a contribuire in maniera coerente alla lunga, complessa e stratificata storia del fumetto Disney prendendosi, però, delle responsabilità maggiori? Io credo che si tratti più della seconda ipotesi e - con questo - faccio anche i miei auguri all'autore, sperando di poter leggere trame sempre più intriganti ma meno, a parer mio, problematiche da un punto di vista concettuale.


(*) In passato Gervasio ed io abbiamo avuto una querelle tra gentiluomini sui castelli calisotiani.  :))
(**) Discorso diverso se cominciassimo a parlare di tutte quelle pionieristiche storie italiane degli anni Cinquanta in cui topi e paperi vivono palesemente in una Pseudoamerica in provincia di Milano, o delle situazioni in cui la valuta corrente nel Calisota rispecchia quella del paese di produzione o diffusione delle storie stesse, specie in Nord Europa, e così via.


Io però ho un'altra domanda: com'è possibile che in Paperino e il torneo monetario Paperone non avesse mai sentito nominare Cuordipietra, se questo era stato addirittura sindaco di Paperopoli? Va bene che all'epoca era altrove ma... non ha mai letto un giornale? Quando è arrivato, solo pochi mesi dopo, il ricordo era ancora fresco. Non gli è mai capitato di sentirne parlare? Va bene che ha vissuto per molto tempo in solitudine, ma che addirittura non gliene fosse arrivata notizia...

Ecco. Questo è l'altro - enorme - "elephant in the room", insieme allo spaesamento nel vedere un boero nei panni del sindaco di una città americana.
A meno che la spiegazione non si regga su una cosa tipo "nel 1956 Paperone era rimbambito" (che di per sé non sarebbe una motivazione del tutto azzardata, lo abbiamo visto più che smemorato nella Stella del Polo, per dire).

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Topolino / Re:Topolino 3402
« il: Venerdì 5 Feb 2021, 16:32:04 »
Fantomius - La Fine e l'Inizio   (episodio 4)
Marco Gervasio - Marco Gervasio
Non intervengo praticamente mai da queste parti, ma un interrogativo che mi arrovella da un po' dopo la lettura dell'ultima storia di Fantomius ce l'ho e sarebbe interessante avere una risposta, magari proprio dall'autore.

Marco Gervasio si rifà, come da sue dichiarazioni, alla periodizzazione donrosiana di vari eventi tra cui, come si è già visto, il ritorno definitivo di Paperone a Paperopoli nel 1930.
Però, in virtù di questa indicazione cronologica così precisa e della cura per le ambientazioni storiche propria della serie, c'è qualcosa che non mi torna.

Nel 1902 tre ragazzetti "a piedi scarzi" riescono - grazie al necessario tramite delle autorità locali, via telegrafo - a informare Roosevelt della presunta invasione di Forte Paperopoli. Il vecchio Teddy a quel punto esplode di rabbia e si precipita con l'esercito in Calisota per difendere l'onore delle Giovani Marmotte e per sbaragliare "i tre pericoli sui quali ho maggiormente insistito nella mia campagna elettorale: i grandi affari, le interferenze straniere e le minacce militari alle nostre coste", riassunti nella figura di Paperone.
Sappiamo tutti com'è andata a finire.

Siamo adesso nel 1930. Il mondo, la tecnologia e i mezzi di comunicazione sono andati avanti. Paperopoli non è più un minuscolo, dimenticato e ininfluente borgo rurale come tanti altri negli USA, ma una città pienamente sviluppata e sempre più florida man mano che la ricchezza di Paperone aumenta, con tanto di altissima ed influente borghesia (che non definirei "nobiltà", a proposito). La città in cui uno degli uomini più facoltosi del mondo, un affarista rampante indurito dalla vita e - direi - per nulla fesso, ha stabilito la sede dei suoi affari, gestiti localmente dalle sorelle, da suo cognato e da tutto uno staff che si presume composto da persone molto competenti e di sua fiducia.

Bene.

Com'è possibile che tutto questo sistema sia collassato così facilmente, stabilizzandosi per circa un anno in una condizione di paradittatura istituita da un tizio sudafricano, senza che in un batter d'occhio il governo di Washington prendesse delle adeguate contromisure? E questo a prescindere dalla presenza di Paperone in persona, togliendo a quest'ultimo l'eventuale ruolo di deus ex machina.
Sarà una domanda banale, ma a me sembra un proverbiale "elephant in the room".

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Commenti sugli autori / Re:Guido Scala
« il: Mercoledì 6 Gen 2021, 16:43:59 »
Salve a tutti.

Sul sito abbiamo appena pubblicato un articolo, molto sentito, sull'opera di Guido Scala nel ventennale della scomparsa.
Grazie al nostro New_AMZ!

http://www.papersera.net/wp/2021/01/06/guido-scala-da-bottaro-al-barocco-disneyano/

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Testate Regolari / Re:I Grandi Classici Disney n. 59 - Novembre 2020
« il: Martedì 15 Dic 2020, 11:56:41 »
Forse la storia degli extraterrestri rimatori con Gilberto, pur non essendo un capolavoro, va messa in evidenza non foss'altro per lo sforzo di Martina nel comporre i dialoghi in rima.
Come ho scritto, basandomi su questo post più che affidabile del 2014, non è di Martina: http://www.papersera.net/forum/index.php/topic,5811.msg277168.html#msg277168

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Testate Regolari / I Grandi Classici Disney 59
« il: Lunedì 14 Dic 2020, 18:51:00 »
Recensione I Grandi Classici Disney 59


 Archeologia del fumetto Disney: così potremmo definire l’interessante sezione Superstar dei Grandi Classici 59, un florilegio di piccole perle del passato più remoto delle storie di Topi e Paperi. Raramente nel mensile, quantomeno negli ultimi anni, compare il nome di Floyd Gottfredson, ma è sempre una festa poter rileggere su queste pagine le sue opere al servizio del Mickey Mouse più autentico. Stavolta, complice il filo conduttore della sezione monografica dedicata (più o meno interamente) alla nobile professione dei vigili del fuoco, abbiamo l’occasione di rivedere una delle primissime avventure di Topolino in cui il nostro è ancora l’adorabile ragazzetto della sconfinata campagna statunitense, la periferia esistenziale del Midwest composta di fattorie e piccoli insediamenti rurali dalla quale proveniva lo stesso Walt Disney.

 È evidente – e del resto risiede proprio in questo l’eterno fascino di storie come Topolino arciere: i principali personaggi disneyani dei primissimi anni Trenta sono ancora in rodaggio e il loro mondo non è certo ben definito o “canonico”. Piccole vicissitudini di vita quotidiana un po’ naif, in cui il piccolo protagonista si ingegna per far fidanzare ufficialmente gli amici di sempre, Orazio e Clarabella. Ed è proprio un incendio in casa di quest’ultima, tra varie gag che riecheggiano corti di quel periodo come The Fire Fighters o Mickey’s Fire Brigade, a portare alla lieta unione tra i due.

 La lettura di una storia così antica rispetto agli standard che lo stesso Gottfredson avrebbe fissato solo pochi anni dopo ha il giusto sapore rétro che dovrebbe far capolino un po’ più spesso sulle pagine dei Grandi Classici, magari rispolverando versioni come quella qui riproposta di Topolino arciere: strisce rimontate provenienti dal diciannovesimo albo di Nel regno di Topolino del 1936, con la caratteristica colorazione rosata di quel periodico, che non si vedevano in ristampa dal prestigioso Topolino 70 anni di carta del 2002.

 
Le origini del fidanzamento combinato di Orazio e Clarabella

 Una simile aria di piacevole vetustà si respira anche nelle altre storie riproposte in coda all’albo: la sublime arte comica del Carl Barks degli anni Quaranta, periodo in cui l’Uomo dei Paperi non sbagliava un colpo né nelle fulminanti ten-pager né nelle avventure di più ampio respiro per Four Color, pervade le due disavventure paperiniane in questione. Paperino e l’incendiario è un capolavoro puro concentrato in sole tredici pagine: piromania, un mistero da risolvere, un protagonista pazzo e scalmanato da domare. Fondamentalmente un piccolo manuale di sceneggiatura che, ahinoi, subì una censura già all’epoca della sua prima pubblicazione per via di un finale non convenzionale. Lo stacco, causato da un ben poco originale risveglio da un incubo, è abbastanza evidente ma non rovina la bellezza delle tavole precedenti in cui vengono apparecchiate le gesta dei paperi, più o meno assennati, e di “Benzina” Banzoni.

 
Fiamme e distruzione!

Più classica è invece l’altra storia barksiana, Paperino capopompiere. Ciò che la avvicina alle vicende dell’Incendiario, riferimenti infiammabili a parte, è la caratteristica principale del papero che, con il passare dei decenni fino alla stretta attualità, è andata desolatamente affievolendosi. Paperino di base è intraprendente, in una maniera però così folle e autodistruttiva da portarlo – in totale buona fede – a risultati basati su un ribaltamento delle aspettative: un disastro tira l’altro e, in questo caso, si assiste alla sua degradazione a ruoli sempre più marginali nel fondamentale corpo dei pompieri di Paperopoli. Che il numero 13 sul suo casco fosse già un malaugurato avvertimento? In una storia di cui si respira a pieni polmoni una certa americanità di fondo, il meccanismo della malasorte applicato a quella cifra è funzionale: Paperino è sì sfortunato, ma davanti alle difficoltà non si rifugia in una confortante e autoassolutoria pigrizia da amaca.

 Allo stesso modo una caratterizzazione simile, pur spogliata della verve di Barks, compare in Paperino pompiere, di poco successiva. Qui l’ambientazione è un generico e proletario sobborgo in cui i paperi, Pippo e Gambadilegno vivono l’uno accanto all’altro; la distinzione netta tra Paperopoli e Topolinia, evidentemente, è ancora di là da venire. Anche il ritmo non è quello proprio del fumetto, dato che sembra di assistere a un corto d’animazione, con logiche che tuttavia funzionano anche su carta. Il ruolo dei pompieri nelle piccole comunità americane è, si sarà capito, fondamentale e i paperi ne sono del tutto consapevoli. La particolarità di questa storia risiede semmai nel rapporto conflittuale tra Paperino e un acerbo Zio Paperone, qui ritratto come un vecchietto maligno che vive in una stamberga, con l’insolita “capigliatura” che avrebbe ritrovato cinque decenni dopo in due rare apparizioni in Mickey Mouse Works e nella coppia di film natalizi del 1999 e del 2004 con gli standard characters. Nulla di trascendentale, ma questa abbozzata versione della “Paperopoli” di Paul Murry merita una certa attenzione, essendo peraltro assente dal 1997 nelle testate Disney italiane.

 
Basette d’antan e malefici sogghigni

Ottimo l’inserimento, sempre in questo recupero dell’antico, di una storia poco nota di Gil Turner con Ezechiele, Lupetto e i Tre Porcellini, perfettamente in tema con le altre. Cosa che non si può dire, invece, di Topolino contro la banda elettrica di Bruno Concina e Sergio Asteriti: una serie di furti inspiegabili si scatena a Topolinia, “la Polizia brancola nel buio”, Pippo sembra essere coinvolto in prima persona, Topolino risolve il caso. Tutto è assai classico, a partire da un buon utilizzo di Basettoni e Manetta che a tratti ricordano le proprie versioni originali delle strisce sindacate, ma sembra stonare rispetto alla scelta perfettamente calibrata delle Superstar di novembre 2020 data l’assenza di qualsivoglia elemento riconducibile ai vigili del fuoco. Lodevole, comunque, come riproposizione di un buon giallo urbano, perché di questo stiamo parlando, a tredici anni dall’ultima ristampa sulle Imperdibili. Come già avvenuto nel passato più recente, tuttavia, è di nuovo il caso di una storia il cui legame con le altre “perle rare” è decisamente labile se non addirittura inspiegabile.

 Poco male, comunque, rispetto a una prima parte dell’indice che non brilla particolarmente neanche questo mese. L’albo si apre, in continuità con il numero 49 dello scorso gennaio, con le vicende della cometa Teta. Sul “ciclo delle comete” firmato da Fabio Michelini sono poche le cose da dire, in verità: stilemi cari all’autore partenopeo, a partire da uno spiccato e personalissimo gusto per il fiabesco applicato ai personaggi Disney, si rincorrono nei due tempi di questa avventura in cui Topolino e Eta Beta fronteggiano i dispetti di Teta, in un tourbillon che porta alla comparsa di un “bruco nero” divoratore di mondi. Nonostante un sottinteso appiattimento dell’uomo del 2000 sulla sua versione “extraterrestre”, è tuttavia degno di nota il tentativo di trovare un compromesso con la caratterizzazione walshiana di Eta Beta, riprendendo ad esempio il traduttore universale già apparso nella storia d’esordio di questo peculiare comprimario. Notevoli, invece, i disegni di Massimo De Vita, che tra gli anni Ottanta e i Novanta aveva raggiunto probabilmente la vetta apicale della sua carriera di disegnatore di Topolino.

 
Qualsiasi lingua, inclusa quella interrogativa delle comete

 Il resto è ordinaria amministrazione, con una serie di riempitive che, nel bene e nel male, mostrano le varie potenzialità dei personaggi Disney. Se infatti abbiamo una buona commedia con lo strampalato 01 Paperbond proveniente dall’ampio corpus autoriale di Dick Kinney e Al Hubbard, storie come Gilberto e i poeti spaziali (attribuita a Martina, ma in realtà scritta dai Barosso; disegni di Perego) e Qui, Quo, Qua e il richiamo radiocomandato (Lockman e Strobl, per l’ineluttabile “quota Newton” del mese) fanno invece parte di quel vastissimo sottobosco di “avventure” minori che – purtroppo – appesantiscono la lettura di un albo complessivamente di buona fattura.

 Esulano da questo discorso la simpatica Paperino e la caccia all’amuleto di Chendi e Capitanio e, soprattutto, Zio Paperone e il grande “party”: in questo caso Dalmasso riesce a scrivere un Paperone simil-barksiano, disposto a tutto pur di imbucarsi a un fastoso ricevimento del notabilato paperopolese, rendendo così interessante una storia che di primo acchito potrebbe sembrare quasi banale.

 Notizie dall’edicola disneyana Piccola postilla, un extra che ci fa piacere segnalare in calce a questa recensione. Da tempo I Grandi Classici escono in edicola accompagnati da una sorta di “scudiero editoriale” che, forte del potente nome del titolare della testata, sembra riscuotere un buon successo: Zio Paperone. Pur non essendo una collana che il Papersera recensisce, stavolta è cosa buona e giusta fare una piccola eccezione.

 Differentemente dal solito trend, vale a dire la ristampa un po’ casuale di avventure paperoniane di produzione italiana degli ultimi vent’anni, Zio Paperone 29 sfoggia un indice insolito. Presentate da Francesco Gerbaldo, curatore di Cronache dal Papersera, in apertura vengono proposte una classica scarpiana e il suo sequel danese. Paperino e la farfalla di Colombo e Zio Paperone e il popolo delle farfalle sono strettamente collegate tra loro per motivi forse poco noti ai lettori italiani: la prima, risalente al periodo autoriale più felice di Scarpa, è un’avventura molto amata in Germania in quanto presente sul primo, storico numero di Lustiges Taschenbuch, periodico di lungo corso tedesco; la seconda, invece, è un deferente omaggio all’autore veneziano in occasione dei cinquant’anni della testata teutonica. A prescindere dalle altre storie proposte, è un albo da recuperare.



Voto del recensore: 3/5
Per accedere alla pagina originale della recensione e mettere il tuo voto:
http://www.papersera.net/wp/2020/12/14/i-grandi-classici-disney-59/

14
Testate Regolari / Re:Topolino Gold 1: Le storie di Natale
« il: Venerdì 11 Dic 2020, 12:42:32 »
Gladstone innanzitutto complimenti per l'articolo/recensione.
Però penso che l'ultimo pensiero di chi ha confezionato questo Albo (e della Panini in generale) sia quello di donarci volumi "definitivi" di qualsivoglia storia  :(
Eh, caro Lucio... Uno ci spera sempre.
Per il resto, grazie anche a te per l'apprezzamento!

15
Testate Regolari / Re:Topolino Gold 1: Le storie di Natale
« il: Giovedì 10 Dic 2020, 12:52:24 »
(immagino le due stelle siano d'incoraggiamento)
Intanto grazie per l'apprezzamento, ma il pezzo si è praticamente scritto da solo subito dopo la lettura.  :D
Comunque sì, una stellina in più vale come incoraggiamento: come ho scritto nella recensione l'idea di Topolino Gold è più che ottima e spero continui in futuro... ma senza errori e, come minimo, con una correzione di bozze adeguata (Guida Martina è una roba da matti, dai).

Uno dei motivi potrebbe essere banalmente quello della foliazione... sarebbe stato filologicamente corretto, ma avrebbe reso il volumetto ancora più striminzito di quello che è...
Per questo infatti ho parlato di una eventuale riproposizione anche della versione originale in appendice, così da avere subito una dietro l'altra sia l'edizione rimontata del 2002 sia quella francese del 1998. A quel punto avremmo avuto davvero un volumetto "definitivo" per le Dolcezze.

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