A me ha colpito molto questa presa di posizione, molto netta, di Bertani, riportata da Fumettologica:
"Posso passare sopra ad altro ma su una cosa non transigo: i lettori vanno rispettati. A prescindere. Perché per fortuna viviamo in un paese libero. Dove se acquisti un magazine per leggerti delle storie hai tutto il diritto di commentare, dissentire e criticare. Anche aspramente. I lettori vanno rispettati anche quando ci appaiono intransigenti o pieni di pregiudizi. Perché è un loro diritto esserlo e perché alla fine nessuno ha la verità in tasca."
A mio parere però, il passaggio fondamentale dell'intervento di Bertani è questo:
"Tutti coloro che lavorano per Topolino, quando si esprimono pubblicamente, vengono inevitabilmente percepiti come rappresentanti di un gruppo, di una redazione e di una sensibilità condivisa e non voglio in nessun modo che determinati modi o atteggiamenti possano essere associati, neppure indirettamente, a una realtà che da sempre promuove dialogo, rispetto e inclusività."
Questa presa di posizione risponde a queste affermazioni di Gagnor:
«Lo dirò ancora e sempre: sono irrilevanti, anche quando ottengono ciò che vogliono. E lo saranno sempre. Perché non sono autori, non sono creativi. Sono persone inconcludenti, frustrate, che si aggrappano disperatamente a una concezione tutta loro del fumetto e del fumetto Disney, superata dal mondo e dal tempo. Per fortuna, sono sempre meno.»
Non credo che esista, nel mondo del lavoro, un idraulico, un avvocato, un notaio, un elettricista, o chiunque vogliate, che si permetta di apostrofare così un suo cliente, nè che ci siano clienti di un idraulico, di un avvocato, di un notaio o di un elettricista, che accettino di sentirsi chiamare frustrati o inconcludenti.
Ciò posto, mi sembra non rispondente alla realtà attribuire a dei lettori la responsabilità di un licenziamento. Per come si esprime Bertani, la ragione sta nella violazione da parte dell'autore di precise linee direttive del datore di lavoro: dice sempre Bertani nel suo commento su Fumettologica: "Da sempre anche di fronte alle critiche più aspre, ho chiesto ai miei collaboratori di limitarsi a chiarimenti e spiegazioni, senza entrare nel clima di perenne zuffa tipico di alcuni social media." Nel mio settore lavorativo, queste direttive sarebbero chiamate Circolari, e noi dipendenti sappiamo benissimo che sono vincolanti e fonte di responsabilità nel nostro operato. Poi, potrebbero esserci anche altre ragioni di questo licenziamento, che comunque non ci riguardano, riguardano solo il lavoratore e il datore di lavoro in questione.
Detto questo, non nego che sul piano umano mi dispiaccia leggere del licenziamento di una persona che probabilmente potrebbe essere un padre di famiglia. La lezione vera da questa vicenda è che sui social tutti dovrebbero attenersi alla semplice regola che, come si deve pensare prima di parlare, così si deve pensare prima di scrivere.