Topolino 3458

07 MAR 2022
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Topolino 3458

Alla fine, è successo: il fumetto Disney italiano ha sdoganato i racconti di Lovecraft.

Mai avrei creduto, infatti, che sulle pagine di Topolino avremmo avuto così dei riferimenti al ciclo cthulhiano o in generale all’arte del cosiddetto “Solitario di Providence”; e ciò accade, vedi alle volte il caso, in quella che per me è la storia migliore fra tutte quelle prodotte da Marco Nucci, in Disney o altrove. Sto parlando ovviamente di Zio Paperone e la maledizione delle maledizioni, disegnata da un incredibile Giorgio Cavazzano e sceneggiata dal già citato Nucci, che condivide la firma del soggetto con Giulio Antonio Gualtieri. Con Gualtieri, autore Bonelli, Eura e Cosmo, Nucci ha già firmato una storia di ispirazione lovecraftiana, Il richiamo delle tenebre.

La trama vede Paperone acquistare a un’asta di miliardari, per pura incoscienza, un grimorio notoriamente maledetto, il Tetronomiduck, vergato da un esperto e appassionato di occultismo, Mortimer Hatequack. Attivata per errore la maledizione che innesca tutte le maledizioni del mondo, a Paperone, coadiuvato da Battista, Pico e una new entry, il Professor Kinsgsport, spetterà il compito di riportare tutto alla normalità.

Chi ha avuto modo di accostarsi all’opera di Lovecraft avrà notato alcuni riferimenti: innanzitutto la città di Kingsport, immaginario borgo del Massachusetts a sud della più celebre Arkham, citata in racconti come Il terribile vecchio, La ricorrenza, La casa misteriosa lassù nella nebbia, Il caso di Charles Dexter Ward, La cosa sulla soglia, La maschera di Innsmouth, nonché nei racconti del ciclo di Randolph Carter; Hatequack è una ovvia paperizzazione dello stesso Lovecraft; inoltre, il Tetronomiduck è un richiamo al testo maledetto Necronomicon, che ricorre praticamente in tutte le opere di Lovecraft e che rappresenta la vera pietra angolare su cui si fonda la sua poetica.

Niente è più pericoloso di un libro contenente una conoscenza perduta per chi a suo tempo scrisse: «Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura».

Non è papero ciò che in eterno può attendere

Poco conta che nella storia di Nucci e Gualtieri il grimorio si stato scritto da Hatequack in persona, e che non si citi la figura dell’arabo pazzo Abdul Alhazred. Si tratta chiaramente di una ispirazione molto vaga, suggestiva ma innocua. Non abbiamo quindi Paperone al cospetto di Yog-Sothoth o Battista decervellato dai Funghi di Yuggoth – “purtroppo”. Il plot estremamente semplice è sorretto da una sceneggiatura briosa, con un Cavazzano in grado di far recitare i personaggi in modo magistrale. Anche le da me odiatissime didascalie (espediente antifumettistico per eccellenza), come sempre abbondanti, qui trovano un proprio senso e contribuiscono a dare un’atmosfera brillante alla storia.

Dopo un redazionale non particolarmente approfondito (avrei preferito, anche se so che è molto difficile considerato il bacino d’utenza della rivista, qualche riga in più sul Necronimocon giacché è citato nella storia di apertura) su libri più o meno famosi, abbiamo la conclusione della castyana Topolino e le Sgambascarpe Smart, per i disegni di un eccellente Alessandro Perina.

Un bel calcione

Antipolitica

Da amante delle storie di medio respiro di Casty ho trovato questa seconda parte molto divertente, anche più della prima (impagabile il cattivissimo Gambadilegno che bullizza Topolino grazie alle scarpe telecomandate, meravigliosa Clarabella che prende a calci il sindaco), e pienamente in linea con le mie aspettative.

Dopo la necessaria introduzione dell’argomento, avvenuta nel numero precedente, qui la storia prende decisamente il volo regalando al lettore più sequenze memorabili. In una avventura che ondeggia costantemente fra il demenziale e lo zombie-movie (le Sgambascarpe sono inarrestabili, invincibili, implacabili) c’è anche spazio per Minni, una volta tanto parte integrante della risoluzione della vicenda. Per chi ama questo genere di cose, è anche presente un riferimento alla nuova teledipendenza di Pippo, elemento di continuità tra varie storie.

A seguire troviamo due storie sceneggiate da Marco Bosco. La prima è una breve, molto simpatica, appartenente al ciclo Pillole di Pico, intitolata La matematica. Evidentemente il tema ispirava l’autore, perché la storia è molto piacevole e divertente, al netto della ridotta estensione; molto interessanti anche i disegni di Giulia La Torre. La seconda, anch’essa gradevole, vede ai disegni il ritorno di un autore da me molto amato, Lucio Leoni, che dona a Clarabella e lo chef personalissimo il giusto brio grafico. Questa avventura, di stampo molto classico, è una gustosa commedia degli equivoci che vede il povero Orazio come sempre succube delle borghesissime ambizioni della propria compagna – con un Bosco sempre più deciso a mettere alla berlina le nuove mode legate alla raffinata cucina moderna.

Se queste storie lasciano poco spazio ai colpi di scena, la successiva Zio Paperone e la contesa burocratica acrobatica di Riccardo Pesce e Mario Ferracina riesce a regalare qualche sussulto in più grazie alle vibes ciminiane e l’inedito tandem con il sindaco di Paperopoli. Perdendosi nei meandri della burocrazia, Paperone e il primo cittadino si ritroveranno a navigare (letteralmente) in un mare di carta bollata, tra riferimenti a Escher e citazioni più o meno esplicite alle burocrazie asterixiane e dylandoghiane.

Escher, è lei?

La casa che rende folli

Alla fine di questa lettura mi sono ritrovato piuttosto soddisfatto, come in realtà non mi capitava da tempo, e credo di poter chiudere con questa nota di positiva sorpresa la disamina sul numero di questa settimana, su cui penso di essermi speso a sufficienza. Vorrei dedicare queste ultime righe alla memoria di un caro amico che seguiva il mondo di Topolino con una forza e una purezza che non ho conosciuto in altri.

Francesco Gerbaldo, per noi che lo sentivamo quotidianamente aggirarsi per le losche camere virtuali in cui si costruiscono i contenuti del Papersera, era semplicemente Gerba.

Quella di Gerba era molto di più della passione che agita il petto di qualunque fan, era amore. Incondizionato e senza riserve. Sempre il primo a voler parlare di, e perché no, a difendere Topolino, anche quando forse questo meritava più di una tirata d’orecchie. Gerba era serissimo nel proteggere il complicato mondo di cui era divenuto uno dei divulgatori, ma al contempo sempre pronto allo scherzo, alla battuta. Mi rammarico delle conversazioni che non avremo, ma mi rallegro del suo fecondo passaggio nel mondo Disney, dove la morte è bandita e ogni sofferenza è destinata a sciogliersi in risata. Lì, sulle pagine dei fumetti che amava, le sue parole e la sua gentilezza saranno in eterno.



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Autore dell'articolo: Manuel Crispo

Medico con la passione per la scrittura, pker di vecchia data, come tanti ho iniziato a leggere con Topolino. Col tempo ho divorato voracemente manga, manhwa, historietas, BD e tutto ciò che è targato Sergio Bonelli, ma l'incredibile mondo Disney resta il mio primo amore.