Topolino 3497

05 DIC 2022
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Topolino 3497

E sotto gli inevitabili colpi di cucchiaio sul magico “piatto di Natale” (o vettore dimensionale) è tornata a splendere la mitica Spada di Ghiaccio. O meglio, per ora la Spada giace dimenticata chissà dove, ma un nuovo, giovanissimo personaggio, determinato a rinverdire i fasti del “cugino di Alf”, è riuscito a rimettere in moto il meccanismo che, per la prima volta quarant’anni fa, aveva chiamato Pippo e Topolino nelle terre dell’Argaar.

Il revival è affidato a Marco Nucci (testi) e Cristian Canfailla (disegni), due degli autori di punta del settimanale. Non ci si fraintenda, Canfailla è al lavoro da pochissimo tempo ma, a parere di chi scrive, è uno dei migliori acquisti recenti e ha portato uno stile chiaro e fresco, già autoriale, sulle pagine di Topolino: qualcosa di cui si sentiva davvero la mancanza, in un momento in cui molti nuovi autori accusano la continua e ritardata ricerca dell’affrancamento dai modelli e gli autori affermati sono spostati su storie-evento o copertine (uno fra tutti Andrea Freccero).

Canfailla va alla prova del confronto con De Vita con un pizzico (inevitabile) di emulazione, ma in fin dei conti soprattutto con le sue proprie armi. Ed ecco che il suo fantasy più asciutto, meno spazioso, più fiabesco che paesaggistico si distacca da quello del veterano milanese e va ad assomigliare paradossalmente più al De Vita di vent’anni fa che a quello di quaranta.

Nucci dal canto suo è chiamato all’ennesima prova di giocoleria, che porta avanti con il consueto piglio da birbone, fra una didascalia e l’altra: resuscitare dalla meritata gloria una trama che aveva già sofferto il dramma della plurima riorchestrazione. Se uno spunto genuinamente nuovo dovrà uscire da questo nuovo ciclo, ancora non è chiaro: ma non sia detto con acrimonia. In fondo, per un giovane lettore di oggi, importa così tanto che la nuova storia sia solo una valida rimodulazione di una cosa scritta quarant’anni fa? Difficile.

Ad ogni modo, questo primo episodio è il classico momento in cui si dispongono le pedine sulla scacchiera: il nuovo giovane e coraggioso personaggio, che grazie alla propria curiosità mette in moto la vicenda; il mago Atro, potentissimo invasore della martoriata Argaar che ha imposto un incantesimo dimenticante su tutta la popolazione; i due orecchiuti campioni: Topolino e Pippo.

Arriva una nuova minaccia

Se qualche appunto si deve fare, piuttosto, riguarda la coerenza: a Pippo, lanciato da subito nel suo inaspettato revival, si contrappone in maniera insolita un Topolino tra il pauroso e lo sprovveduto; laddove a Pippo spettano e il momento eroico e quello razionale. Questa rotazione, sebbene per il momento un poco interlocutoria, calata nel contesto dell’Argaar è interessante, dato che già l’impersonare il cugino di Alf nella prima storia aveva portato Pippo ai limiti del suo personaggio, senza mai trascenderli.

Inoltre, tutta la storia dell’invasione, e quindi di ciò che è accaduto dalla prima apparizione di Pippo e Topolino nell’Argaar sino ad oggi, è narrata da una specie di menestrello onnisciente, la cui relazione con l’incantesimo di Atro appare per ora poco chiara. E infine, l’accento cade in maniera apparentemente innaturale sul ruolo della Spada, che aveva già perso centralità in passato e che era pure finita perduta in un salutare dimenticatoio.

In ogni caso, storia e disegni filano, e l’eliminazione (totale o provvisoria non si sa) dei comprimari classici apre la porta a nuovi e intriganti sviluppi.

Per una saga che (ri)comincia, un’altra si avvia verso la conclusione: Fridonia’s World Cup 2022, di Nucci e Stefano Intini (la miglior coppia in circolazione su Topolino). L’episodio di questa settimana è di rara fattura, specie rispetto agli altri del ciclo. Una curva narrativa azzeccata, che accoglie uno spunto semplice quanto elegante e lo porta alla conclusione con tutto il brio di cui ha bisogno. Un po’ spiace veder protratto lo stereotipo che oppone il musicista classico (altero e intollerante) a quello rock (creativo e vincente), ma tant’è.

La nascita della rete dallo spirito della musica

Segue Gli allegri mestieri di Paperino: Telefonia immobile, di Tito Faraci ed Enrico Faccini. Una coppia non abituale, che opera uno strano sortilegio: la vicenda parte nell’usuale cornice di clichés e saturazione ormai tipica delle sceneggiature faraciane (“Chissà quanto poco vi paga!” “Pensate a una cifra qualsiasi, da uno in giù!” “Mumble…” “Meno!”), ma verso metà storia la musica sottilmente cambia: una tavola, la nona, fa scattare quel clic comico di cui Faraci era imbattibile maestro: ed è quasi commovente – ci si passi l’espressione, ma riportiamo la genuina impressione della lettura – riconoscere nuovamente quell’estro e quell’immediatezza, liberati da layers e controlayers.

E non solo questa storia, ma persino l’usualmente agghiacciante “Gulp!” in chiusura d’albo, questa settimana a firma Faraci/Virzì, strappa una vigorosa quanto semplice risata; e tutto per un dettaglio: l’autore rifugge dallo schema che vuole indirizzare il lettore verso il colpo in banca ma lo spiazza (con effetto ben modesto) conducendo Gambadilegno in pasticceria; viceversa, Gambadilegno finisce effettivamente in banca, ma si dispera per aver sbagliato strada e non aver centrato la pasticceria. Una semplice quanto efficace finezza comica degna del Faraci che conosciamo.

Di nuovo Enrico Faccini, stavolta autore completo, ci porta nel mondo privato di Malachia, con una prova dimenticabile fatto salvo per il momento, debitamente straniante, in cui il gatto si immagina di parlare il linguaggio dei suoi padroni e scopre che questi in realtà starnazzano e pigolano. Peculiare china, questa tutta felina di Faccini, iniziata in combutta con Giorgio Salati e Roberto Gagnor e proseguita con caparbietà oltre i limiti del divertissement.

Call center importuni

Conclude l’albo Amelia e l’insolito Deposito, di Marco Meloni (un inatteso ritorno, ma stavolta nelle impreviste vesti di sceneggiatore) e Mattia Surroz. Surroz che dà il meglio di sé nelle bizzarrie e nelle storture indotte dall’uso vizioso della magia. Ma la trama, purtroppo, offre timida sponda a questa ispirazione, pur rimanendo ammirevolmente a galla nel saturo specchio d’acqua narrativo che sono le storie basate sugli attacchi di Amelia al Deposito.

Una nota conclusiva: ci aspetta, fra due settimane, Il destino di Paperone, storia celebrativa dei 75 anni del personaggio. La premessa è il celeberrimo e finissimo momento conclusivo di Paperino e le lenticchie di Babilonia di Romano Scarpa. Ma la premessa più intrigante è l’identità dell’autore: Fabio Celoni al suo esordio come autore completo. Si tratta di una notizia comunicataci mesi fa in un’intervista che ci riempie di curiosità e aspettative. Prepariamoci a godercelo e, nell’attesa, buona lettura!



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Autore dell'articolo: Guglielmo Nocera

Studente di dottorato in matematica (e incallito lettore di tutto il resto), mi sono formato su I Grandi Classici Disney, che acquisto tuttora, e Topolino Story prima serie. Venero la scuola Disney classica, dagli ineguagliabili vertici come Carl Barks e Guido Martina ai suoi meandri più riposti come Attilio Mazzanti e Roberto Catalano (l'inventore della macchina talassaurigena). Dallo sconfinato affetto per le storie di Casty sin dagli esordi (quando lo confondevo con Giorgio Pezzin) deriva il mio antico nome d'arte, Dominatore delle Nuvole. Scarso fan della rete, resto però affezionato al mondo del Papersera, nella convinzione che la distinzione tra esegesi e nerdismo sia salutare e perseguibile. Attendo sempre con imperterrita fiducia la nomina di Andrea Fanton a senatore a vita.