Topolino 3673

22 APR 2026
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Topolino 3673

Topolino 3673 si apre con la bella copertina di Paolo Mottura, con colori di Mario Perrotta, che introduce la storia portante del numero: Il meraviglioso mago di Oz – La lunga strada gialla, prima parte di una vicenda in tre atti sceneggiata da Francesco Artibani e disegnata dallo stesso Mottura, che ha anche curato la supervisione della colorazione di Irene Fornari.

Per la seconda volta, dopo la storia Paperina nel fantastico mondo di Ot, i personaggi disneyani tornano nel “regno verde-azzurro color smeraldo”, come recitava la sigla del cartone animato che, nella seconda metà degli anni Ottanta, ha permesso a molti della mia generazione di conoscere il mondo nato dalla fantasia di Lyman Frank Baum più ancora, per paradosso, dell’iconico immortale capolavoro cinematografico del 1939, che poi ho/abbiamo imparato ad amare negli anni successivi.

Stavolta, a cimentarsi con la narrativa di Baum (a proposito: davvero interessante e meritevole di lettura l’approfondimento di Francesco Pelosi che segue la storia a fumetti), sono due pezzi da novanta quali Artibani e Mottura. L’esito è graficamente mirabile: Mottura dà vita alla sceneggiatura esaltando le proprie capacità pittoriche e sembra davvero a suo agio con le atmosfere fantastiche del mondo di Oz.

La forza dell’uragano

Artibani, in questo primo episodio, non si discosta molto dagli stilemi della storia che siamo abituati a conoscere, ma si distingue per alcune scelte narrative molto delicate, come l’edulcorazione dell’involontaria uccisione della strega dell’Est, non più travolta dalla casa di Minny/Dorothy ma, semplicemente, colpita dolorosissimamente su un callo del piede e messa in fuga.

Attendiamo le prossime due puntate per conoscere, ad esempio, quale character disneyano interpreterà il mago di Oz e per capire come la scrittura di Artibani sarà riuscita a fondere originalmente le caratteristiche originarie delle storie di Baum con gli stilemi della narrativa disneyana. Per chi avrà modo di visitare il Salone del Libro di Torino – anticipa il direttore Alex Bertani nel proprio editoriale – ci sarà l’opportunità di apprezzare la storia in un volume da collezione che verrà presentato nell’occasione.

Di Topolino 3673 ho personalmente molto apprezzato anche la storia di chiusura, Zio Paperone e il robot autodidatta, scritta da Giovanni Eccher e disegnata da Paolo De Lorenzi. Caratterizzata da un impianto narrativo canonico, la vicenda prende le mosse dalle dimissioni di Battista, deluso dal mancato accoglimento delle sue richieste di aumento, e vedrà zio Paperone rivolgersi ad Archimede per una sostituzione a buon mercato. Il geniale inventore darà una risposta non solo rapida ma anche ecologica, dando vita a un robot tuttofare con materiali di recupero. La soluzione, sulle prime, si affermerà con efficacia sconcertante, arrivando a sostituire persino Paperino quale lucidatore di monete. L’abilità del robot, tuttavia, creerà più di quale problema ai paperopolesi, Zione in primis, e alla fine la soluzione arriverà in maniera insperata e al contempo originale, “valorizzando” un vizio che si dimostrerà letteralmente salvifico per Paperopoli.

Una progettazione ‘in economia’

Come premesso, la storia si colloca in una cornice narrativa consolidata e che vede uno sviluppo noto e immancabile. Anche alcuni peculiari elementi narrativi della storia, come il tema della tecnologia robotica che finisce con il ribellarsi all’uomo, sono tutto fuorché inediti. Eppure, la capacità di scrittura di Eccher e il piacevole tratto di De Lorenzi, del quale ho ad esempio apprezzato l’accuratezza dei dettagli nelle scene ambientate nel giardino della casa di Paperino, la rendono sempre interessante, pur a fronte di un respiro decisamente ampio dato da ben 38 tavole.

Tanta permalosità, su Sushettibil III…

Nel numero si apre – oltre a quella del mondo di Oz, che proseguirà sui numeri 3674 e 3675 – un’altra mini-serie in quattro puntate, scritta da Roberto Gagnor e disegnata da Marco Palazzi, incentrata sulle (dis)avventure di Pippo e Minni alle prese con le incredibili potenzialità del baule galattico di un bis-bis. Il primo episodio, L’invasione di Sushettibil III, i protagonisti della vicenda si troveranno catapultati su un assurdo pianeta dove regna una ostile permalosità e costretti a confrontarsi con un antico nemico terrestre, per giunta ‘moltiplicato’. In venti tavole, all’insegna di una esilarante e surreale scrittura, si dipana una vicenda dinamica e ricca di spunti ironici, decisamente godibile.

Più convenzionale, nella scrittura, è la storia Qui, Quo, Qua e la scalata al successo, di produzione danese, sceneggiata da Gorm Transgaard e disegnata da Andrea Ferraris, che prende le mosse dalle (sciocche) rivalità di due zii, tra cui Paperino, che si intromettono nei divertimenti dei più piccoli, desiderosi di competere, ma divertendosi, per prevalere nella scalata di una parete artificiale del centro commerciale.

Infine, la storia più breve dell’albo, sviluppata in sei tavole: Paperino bravo a parole, scritta da Tito Faraci e disegnata da Francesco D’Ippolito, ci mette in guardia dai rischi in cui si può incorrere affidandosi troppo alla tecnologia, a maggior ragione quando si ha un pessimo carattere.

In conclusione, la presenza della storia sul mondo di Oz, unita alla piacevolezza di quasi tutte le altre storie del numero, rendono Topolino 3673 decisamente interessante e mi inducono ad assegnare 4 stelle piene.



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Autore dell'articolo: Francesco Di Marco

Leggo fumetti Disney da oltre 40 anni: tutto cominciò con il Super Almanacco Paperino. La fascinazione del grande formato durò un annetto ma poi, complice la più allettante frequenza settimanale, fui conquistato da Topolino. Una delle primissime storie che lessi sul Topolino e che mi è rimasta impressa aveva come protagonista “il diabolico dottor Talos”. Trovo affascinante la possibilità di raccontare, utilizzando paperi e topi, storie che, pur riconducibili in genere a pochi codificati schemi narrativi, riescono sempre a rinnovarsi, grazie a una costellazione di personaggi che hanno spessore e profondità umana e che, in fondo, non si discostano poi molto dalle ‘maschere’ dell’antica commedia dell’arte.