Intervista a Casty
Iniziamo la pubblicazione delle interviste realizzate con i vincitori del TopoOscar 2025 partendo dal mattatore di questa edizione, ovvero Casty. L’autore goriziano, Premio Papersera 2014, ci regala interessanti approfondimenti sulle storie che hanno visto la luce lo scorso anno trascinandolo verso questo meritato successo, illustrandoci il suo modo di lavorare e dandoci anche una piccola anticipazione sul futuro del ciclo di Atlantide.
TopoOscar 2025 – Miglior sceneggiatore, miglior disegnatore, miglior autore completo, migliore storia fra 16 e 50 pagine, migliore storia oltre le 50 pagine
Ciao Casty, intanto volevamo ringraziarti per questa intervista. Congratulazioni per i riconoscimenti!
Grazie a voi, è sempre un piacere fare due chiacchiere in libertà con gli amici del Papersera.

Quest’anno al TopoOscar hai sbancato come non avveniva da qualche anno. Non possiamo non partire col domandarti di Topolino e le Vestigia di Zeta, miglior “storia lunga” del 2025 secondo il Papersera. Ti aspettavi di ottenere questo riconoscimento?
Sincero? Assolutamente no. La concorrenza quest’anno era altissima e c’erano tante storie di valore in gara. Anzi, a dir la verità, nelle settimane dell’uscita di Z percepivo più scetticismo che entusiasmo; alcuni… fattori esterni hanno poi forse un po’ penalizzato il lancio, ma credo che con una rilettura “a freddo” – libera da pregiudizi, aspettative distorte o dal fioccare degli spoiler – la storia sia riuscita finalmente a esprimere il suo potenziale e a entrare nel cuore dei lettori.
E’ stata davvero una incredibile sorpresa e una bella ricompensa, perché ho molto amato realizzare questa avventura.
Quanto tempo era che avevi nel cassetto questa storia? E’ riuscita proprio come te l’aspettavi?
Come tutti i capitoli del ciclo di Atlantide, anche Z era in “sonno criogenico” da anni nel mio cassetto, ovviamente in una forma ancora embrionale. Al momento di rimetterci mano ho dovuto inevitabilmente confrontarmi con l’evoluzione tecnologica e con i nuovi parametri editoriali in vigore. Si è trattato comunque di piccoli accorgimenti: il cuore della narrazione è rimasto intatto.
Alla fine ne sono rimasto ampiamente soddisfatto, tanto da considerarla tra le mie opere più riuscite; unico rammarico è quello di aver dovuto “svicolare” un po’ sulla critica sociale, ma i tempi oggigiorno sono decisamente cambiati.

Miti, leggende precolombiane, incredibile sincretismo: quanta ricerca c’è dietro una storia del genere?
Come per gli altri capitoli del ciclo, alla base c’è un’approfondita e costante ricerca che spazia tra fatti storici e leggende, che poi amalgamo per dare massima credibilità al contesto. La stragrande maggioranza di questo materiale non finisce poi direttamente nelle tavole: cerco infatti di evitare il tono didascalico, convinto che se un lettore resta affascinato da un tema sarà egli stesso a voler approfondire per conto proprio.
Inoltre, alcuni aspetti storici oggi non più narrabili vengono necessariamente filtrati.

Vi faccio comunque qualche esempio di “assurdità” presenti nella storia che però hanno un qualche bel fondamento: i Picchistrelli “esistono” davvero (anche se con un altro nome) e si rifanno alla leggenda del Kakadlu, un uccello che si diceva potesse sciogliere la pietra usando il succo di una pianta per costruire il nido.
Il “Fiore dell’Apocalisse” è invece un antico simbolo geometrico: quattro cerchi intrecciati che richiamano i quattro elementi (aria, terra, acqua e fuoco) spesso ricorrenti in questa avventura. Il Fiore caratterizza questa colonia particolare di Atlantide, la quale fu allestita per preservare la flora e di conseguenza il prosieguo della vita sul pianeta dopo la catastrofe.
Per quanto riguarda la fauna… beh, lì bisognerebbe chiamare in causa la nota Arca, ma sono argomenti che oggi si tende ad evitare.
Le tue storie anche in questi anni si caratterizzano per una grande quantità di avvenimenti, colpi di scena e personaggi. Quanto è difficile mettere in scena tutti questi aspetti mantenendo comunque il filo del discorso?
Da sempre mi autoimpongo un tassativo “patto con il lettore”: io ti chiedo di seguire la vicenda e di credere a ciò che racconto – per quanto ti possa talvolta apparire assurdo – perché tutto, e sottolineo tutto, alla fine troverà una spiegazione logica, razionale e plausibile.

Sono consapevole che seguire certi intrecci richiede un impegno notevole ed è proprio per questo che desidero che il lettore, una volta arrivato all’ultima pagina, si senta pienamente ripagato.
Mettere in scena Le vestigia di Zeta, nella sua forma definitiva, ha richiesto un laborioso processo: c’era una sottotrama fondamentale — quella legata a Bo — e ci tenevo moltissimo a far sì che anche quel tassello si componesse in una sorta di “giustizia etica”.
Ah, se poi mi chiedi di quantificare esattamente il tempo: ci si mette un mesetto, per scriverla per bene.
Non…”un anno”?
Decisamente no 🙂
Dal punto di vista grafico la storia ha aspetti da vero e proprio kolossal: che tipo di difficoltà hai incontrato?
Venendo da questi ultimi anni di storie caratterizzate da un taglio molto realistico, la prima sfida è stata recuperare la mia “mimica” abituale: mi preme dare ai personaggi un aspetto un po’… buffacchiotto e ben caratterizzato, anche quando si tratta di villain temibili e carogne come i due Lord viola.
C’era poi la necessità di visualizzare sequenze prettamente epiche: dal Tetram che precipita nell’abisso all’ingresso a Zeta, fino all’Arca dei Semi e alla scena finale in cui le Lepri Viola schiatt… ehm, subiscono il loro destino.

A questo si è aggiunto il consueto, ma fondamentale, lavoro di design: la progettazione del Tetram, lo studio degli abiti dei Lord, l’estetica contrapposta delle città di Indolencia e Zeta. Sono dettagli che il lettore quasi non coglie, e che però richiedono un bell’impegno per garantire coerenza al mondo narrativo che si va a esporre.
Infine, ho voluto colorare personalmente molte tavole, supervisionando poi l’intero processo di colorazione, in modo da assicurarmi che le atmosfere fossero rese al meglio.
La domanda te la dobbiamo fare, a che punto del ciclo di Atlantide siamo arrivati, secondo la tua progettazione iniziale?

Con il prossimo capitolo — che spero sarà Topolino e il Codice Elision — l’idea è di tirare le fila di una trama complessa e articolata, il cui obiettivo finale resta il ritrovamento di Atlantide. Molti elementi che (leggendo qua e là sul web) sembravano non far progredire la linea narrativa principale si riveleranno in realtà fondamentali: tutto troverà il suo posto. E’ il solito “patto”, no?
Premesso che, come sempre, le tempistiche di pubblicazione non dipendono da me, direi che siamo all’incirca… a metà strada.
Ovviamente, il mio auspicio è che non debbano passare ere tra un episodio e l’altro.
Miglior sceneggiatore: a distanza di più di 20 anni, nonostante diversi direttori e un mondo (anche quello del fumetto e dell’intrattenimento) in perenne evoluzione, hai uno stile che possiamo considerare “atemporale”. Ti ritieni un “classico”?
Il mio obiettivo costante è creare storie “che restino”. Mi sono formato leggendo maestri come Verne e Salgari, ho amato e amo la fantascienza classica e il grande cinema d’avventura: opere che possiedono quell’originalità senza tempo che cerco di infondere in ogni mio lavoro.
Ammetto di non gradire particolarmente la scrittura di sequel, spin-off o parodie: sento che mi sottraggono tempo prezioso, quando ho ancora moltissime idee originali e inedite che scalpitano per essere realizzate. Oh, se in futuro qualcuno vorrà espandere i miei universi ne sarò felice, ma la mia priorità oggi è dare vita a concetti nuovi. Non avendo più trent’anni, sento l’urgenza e il desiderio di lasciare ai lettori una produzione che sia il più vasta e significativa possibile.
In questo senso, sì: la mia ambizione è, sottovoce, quella di diventare, un giorno, un “classico”.
Quanto è importante la sceneggiatura al di là della trama per una storia a fumetti? E quanto la trama al di là della sceneggiatura? Quale delle due ti porta via più tempo e impegno e quali per te sono le caratteristiche più importanti che deve avere una sceneggiatura Disney?

Bella domanda! Distinguere trama da sceneggiatura è fondamentale: con la medesima storia puoi ottenere Guerre Stellari oppure… Balle Spaziali. E sono belli entrambi.
La sfida principale resta sempre l’idea di base.
Il ciclo di Atlantide, ad esempio, poggia su un canovaccio classico, ovvero la ricerca di una città perduta. E Z è, in teoria, la “solita” spedizione archeologica: ma ecco che sono l’articolazione della trama e la scelta del tono a renderla un’esperienza completamente diversa dalle precedenti.
Per me è vitale che, in una storia Disney, emergano i valori in cui credo: la redenzione di Bo, che nel finale trova una impensabile ma meritata “ricompensa”, contrapposta al destino di Lord Ominous, che invece fa la brutta fine che si merita.
Una volta definita l’idea, il lavoro più faticoso si sposta sulla sceneggiatura: bisogna incastonare ogni tassello con precisione, tagliando anche a malincuore le parti ridondanti. Il mio obiettivo è che il lettore arrivi all’ultima pagina esclamando: “Nooo, è già finita?!“, per poi magari ricominciare subito a rileggerla dall’inizio.
Miglior disegnatore: pensi di essere ormai giunto a una sintesi grafica ottimale per il tuo stile? Che rilevanza ha il disegno per te all’interno del mondo fumetto? Rispetto alla parte di sceneggiatura è subordinato, preponderante o egualitario? Un bel disegno riesce a tirare su una brutta storia o, al contrario, un brutto disegno può rovinare una bella sceneggiatura?
No, non credo affatto di essere “arrivato” come disegnatore.
Al contrario, cerco di mantenermi il più malleabile possibile per adattarmi a registri diversi: negli ultimi tempi sono passato dal taglio realistico richiesto dal ciclo di Macchia Nera a uno stile “scarpiano” anni Settanta per storie come Zio Paperone e la maschera di Sberleff.

In futuro, mi piacerebbe potermi concedere di semplificare nuovamente il segno, magari per tornare a quel tipo di storie più “semplici” che mi sono divertito a realizzare con Enrico Faccini.
Per quanto riguarda il rapporto tra le parti, credo che un bel disegno possa agevolare enormemente la fruibilità di una sceneggiatura. E’ un po’ come quando in un film c’è Scarlett Johansson: lo guardi lo stesso perché, mal che vada, c’è comunque lei che è un bel vedere 🙂
Di contro, un disegno magari non brutto ma semplicemente non adatto al tono del racconto, può davvero penalizzare una storia.
Ecco perché sono un grande sostenitore della varietà degli stili: dal classicismo di Gatto al barocco di Mottura, ogni artista dà il meglio di sé — e sprigiona le potenzialità della storia — solo se viene coinvolto sulla sceneggiatura più adatta alla sua sensibilità.
Miglior Autore Completo: è il tuo ruolo preferito essere il disegnatore delle tue stesse storie? Quanto è importante per uno sceneggiatore avere un disegnatore di cui si fidi ciecamente: se stesso?
Se ci penso, sono ormai cinquant’anni che faccio… “l’autore completo”: ho iniziato a dieci anni, riempiendo di storie quaderni che poi facevo girare tra i banchi di scuola. Non ho mai smesso di scrivere e disegnare, nemmeno durante il servizio militare o negli anni in cui lavoravo in fabbrica. E non smetterò mai. Per questo, sì: credo che il collega con cui ho la maggiore affinità elettiva sia indubbiamente me stesso.
Questo però non significa che la convivenza sia sempre pacifica. A volte “me le suono” da solo: capita che il Casty sceneggiatore imbastisca una doppia sestupla come in Z, e che il Casty disegnatore si ritrovi poi a dover faticare non poco per realizzarla concretamente sulla carta!

E’ più semplice la sceneggiatura quando sai che sarai tu stesso a disegnarla?
Mettiamola così: sapendo di essere io stesso il destinatario della sceneggiatura, posso concedermi una libertà diversa.
La differenza principale sta nelle gag visive: posso permettermi soluzioni basate sulla mimica o su tempi comici che sarebbe complicatissimo spiegare a un altro disegnatore, a meno di non potergliele mimare di persona (cosa che ovviamente non è quasi mai possibile).
C’è poi un innegabile vantaggio pratico: so di poter intervenire su una scena o modificare un’inquadratura in corso d’opera senza il rischio che lo sceneggiatore si arrabbi 🙂
Infine, Zio Paperone e la maschera di Sberleff: in compagnia di Vito Stabile ai testi hai dato vita alla migliore “storia standard” dell’anno. Lo stile è volutamente retro, ci puoi dire a chi ti sei ispirato? Com’è stato lavorare con Vito? Pensi che sia una collaborazione che potrà continuare? La colorazione è davvero particolare, ci puoi raccontare se ci hai messo mano e che tipo di effetto hai voluto ricreare?
Questo è l’esempio perfetto di come dovrebbe essere, idealmente, il metodo di lavoro standard.
Mi era già capitato in passato con Faccini, Pastrovicchio e spesso con Cavazzano: avere la possibilità concreta di costruire una storia insieme, e quindi confrontandosi prima, permette di decidere di concerto i toni da usare, le svolte narrative e le gag più appropriate. In questo clima di fiducia reciproca tra sceneggiatore e disegnatore si può intervenire sulla struttura in corso d’opera per rendere tutto più snello ed efficace.
Con Vito siamo arrivati persino a concordare il tipo di colorazione — volutamente vintage — curando dettagli come la tonalità della palandrana o dei guanti. In questo è stato fondamentale il supporto del reparto colore, che ci ha assecondati con entusiasmo nonostante non fosse un atto dovuto. Volevamo che la storia avesse il sapore di quelle che io e Vito leggevamo da bambini; abbiamo parlato a lungo di autori “particolari” che entrambi amiamo, come Siegel e Fanton, cercando di richiamare quel gusto e aggiungendoci infine quel tocco di modernità necessario per un’opera del 2025. Un applauso e congratulazioni a Vito!

Mi auguro davvero che questa collaborazione prosegua: so che è al lavoro su un soggetto simile e io stesso, sulla scia dell’entusiasmo per Sberleff, ne ho scritta una. Magari ne viene fuori una “trilogia vintage”, chissà…
Non ti chiedo “progetti per il futuro?” perché so che è una domanda che ormai detesti…
Hai ragione, anche perché “…sempre in movimento è il futuro”.
Mi auguro semplicemente di riuscire a realizzare, e nel migliore dei modi possibile, tutto ciò che mi sono ripromesso di fare, cercando di ricambiare sempre la fiducia e la stima dei lettori. Molti di loro mi seguono da quando erano piccoli, vent’anni fa, e questo mi fa riflettere su quanto siano stati fondamentali per la mia crescita autori come Cimino, De Vita, Cavazzano e Scarpa. Raccontare belle storie è una grande responsabilità, ma l’affetto che ne ricevi in cambio è qualcosa di veramente impagabile.
Grazie a tutti, ciao!
07 MAG 2026
