Recensione Disney Collection 21 – Mickey e il Re dei Pirati
Dopo oltre 90 anni di storie a fumetti Disney, non è affatto facile realizzare vicende inedite, in cui le relazioni tra i personaggi ci raccontano qualcosa di nuovo o dove i meccanismi narrativi regalano emozioni fresche.
Mickey e il Re dei Pirati rientra appieno nella categoria, dato che le ben 78 tavole in formato francese (quattro strisce per tavola)
sono un’esplosione di sapiente narrazione e di disegno funambolico, grazie anche ad una sinergia totale tra testi e matite.
La storia ci scaraventa nella Londra di metà Ottocento
in medias res, in cui il fumo di aziende dickensiane che vanno a carbone avviluppa tutta la città, fin quasi ad ottenebrare le menti della popolazione. Quelli che vediamo, infatti, sono tutti cittadini mogi e cupi, che procedono per inerzia. Già questa ambientazione risulta realistica e, per certi versi,
una potenziale metafora del nostro presente, stretto tra lenta transizione ecologica e peggioramento della salute mentale.
Ma andiamo oltre.
Joris Chamblain, autore anche del
Drago di Glasgow oltre ad altre storie Disney, scrive una storia corale, in cui quasi tutto il parco personaggi disneyani,
standard characters e personaggi d’animazione (come vedremo dopo), si cala in un’opera in costume, che mischia scenari urbani e ambientazioni marinaresche (un classico disneyano fin dai tempi de
L'isola del tesoro del 1950, oltre all’
attrazione dei Pirati dei Caraibi, citata esplicitamente in una scena).

Relazioni credibili tra personaggi
La scelta di posizionare i personaggi in un contesto diverso da quello contemporaneo risulta a volte un escamotage per gestirli con maggior libertà, e anche questa vicenda lo dimostra. Infatti, tra un Mickey giornalista coraggioso ma fino ad un certo punto, un Pippo maggiordomo dei miliardari e un Donald profondamente amareggiato dalla vita e dal suo rapporto con lo zio, oltre a non avere nipotini,
abbiamo dei personaggi non diversi ma con qualche caratteristica differente.
A balzare all’occhio risulta senz’altro il rapporto interno al trio (cui si aggiunge un dinamico Pluto). Se infatti nei cortometraggi
classici i tre sono amici da sempre, e lo stesso vale per i
fumetti,
in questa storia si conoscono di vista e costruiscono la loro intesa nel corso della vicenda, pur avendo obiettivi divergenti.

Tutti insieme appassionatamente
A legare la trama è la presenza di Paperone,
magnate assoluto la cui esistenza controlla tutta Londra, in una relazione quanto mai tossica (e, anche in questo caso, non possiamo non pensare a certi discutibili
tycoon contemporanei), dato che da lui dipendono le sorti, lavorative e non, di tutti gli abitanti. A questo si aggiungono la scomparsa della Numero Uno e la minacciosa e pericolosa presenza della nave di fuoco, un mostro di lava interpretato da un temibile, e muto, Macchia Nera.
Non manca una riflessione sul potere della fantasia e della magia, spirituale e pratica, in totale crisi di identità per colpa di un approccio mercantilistico sempre più diffuso, oltre che per una innovazione sempre più spinta. Il discorso non risulta affatto retorico, e risulta coerente a quanto si vede in questi giorni al cinema con
Toy Story 5, oltre a tutta la riflessione, e la paura, che le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, stanno facendo emergere. In tal senso, Amelia assume un profilo decisamente più approfondito e sfaccettato.

La versione originale francese omaggia Claude Marin
Nella storia il materiale narrativo risulta davvero ricco, per risultare a volte persino un poco affrettato. Inoltre, in alcuni casi, ci sono delle situazioni risolte in maniera un poco estemporanea, con un effetto
deus ex machina non sempre credibile.
Ma si tratta di sfumature, dato che la vicenda, lunga e arzigogolata, cattura il lettore e lo incuriosisce con una serie di misteri e di enigmi affascinanti e sorprendenti. Al talento di Chamblain ai testi, si affianca quello di
David Augereau ai disegni.
Non nuovo alle storie Disney, l’autore si abbevera alla sua fonte primaria, ovvero all’animazione.
Il suo stile risulta morbido, preciso nei dettagli, rigoglioso negli sfondi e nelle ambientazioni, pulito e sempre chiaro nella struttura di ogni vignetta. Il suo
layout è regolare, senza particolari sconvolgimenti nella tavola, con la scansione a quattro strisce e otto vignette, in media, per tavola.

L’immagine promozionale cita Dickens e i Pirati dei Caraibi
Inoltre, l’autore guarda a classici come
Robin Hood o
Zootropolis, in cui gli animali antropomorfi la fanno da padroni (senza dimenticare la lezione extra Disney di
Blacksad).
A questo si aggiunge una vera sagra del cameo, che aggiunge una nota di divertimento alla lettura. Infatti, ogni pagina rigurgita di personaggio secondari o di semplici comparse che arrivano tutti dall’animazione disneyana. Dai noti Josè Carioca e Panchito Pistoles ai personaggi
one shot come Ben Buzzard e
Flaversham, fino ai caratteristi del
Disney Afternoon come
Don Karnage (con qualche strizzata d’occhio a
Ducktales). Non manca anche la presenza dell’amatissimo, per il pubblico francese,
Claude Marin, ma purtroppo nella traduzione italiana l’omaggio si perde, dato che il personaggio diventa ‘Claudio, il marinaio’.
In sintesi, un volume ricco di amore per la cultura disneyana e di rispetto per il lettore.
Si tratta di una lettura fresca, viva e che apre un mondo nuovo, in cui avremmo voglia di tornare presto. Visto il finale aperto, speriamo proprio di fare rotta di nuovo verso Tortuga e questa Londra disneyana di metà Ottocento.
Voto del recensore:
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