Paperino, Zio Paperone e il ventino fatale

14 DIC 2021

Nel 1951 Carl Barks ha dato ormai al suo teatro dei Paperi l’aspetto con cui è rimasto indelebile nell’immaginario collettivo: non solo Paperino, Qui, Quo e Qua e Paperina hanno la loro caratterizzazione definitiva, ma a loro si sono aggiunti altri personaggi, come Gastone e soprattutto Paperon de’ Paperoni, che si muovono in una città ben caratterizzata e realistica, Paperopoli, costruita, pagina su pagina, sui periodici Walt Disney’s Comics and Stories e Four Color.

Proprio su Four Color, rivista della casa editrice Western che offre al pubblico avventure di ampio respiro con protagonisti del mondo dell’animazione (anche extra Disney), viene pubblicata Paperino, Zio Paperone e il ventino fatale, che si aggiunge al novero delle strenne donateci da Barks nel periodo natalizio – ed è forse la migliore.

La prima tavola della storia mostra un quartiere paperopolese che vive nel degrado e nell’indifferenza generale, dove gli abitanti attendono le festività natalizie con rassegnazione e mestizia. I tristi volti dei bambini del sobborgo colpiscono Qui, Quo e Qua che decidono di organizzare una festa per rallegrarli almeno quel giorno, coinvolgendo anche i loro parenti. Inizia così una delle più esilaranti ed emozionanti storie del Maestro dell’Oregon.

Il cast paperopolese si riunisce per regalare al lettore una storia dalle atmosfere ottimistiche ma intrisa di crudo realismo: il quartiere Agonia (Shacktown in originale) viene rappresentato come un vero slum afflitto da disagio sociale, senza aggiustamenti o edulcorazioni di sorta.

Le relazioni tra i personaggi pur se finalizzati ad un effetto comico, sono costruite in maniera credibile. Degno di nota è poi il conflitto tra Paperino e Paperone, che, oltre ad essere fonte di gag memorabili è anche definito da interessanti e maturi toni chiaroscuri: il papero più ricco del mondo non si nega ad un gesto di solidarietà fintantoché l’oggetto dello stesso non sia ritenuto futile dall’arcigno magnate. Una variazione non da poco rispetto ai ricorrenti nemici delle storie di Natale interessati a rovinare la festa e basta.

La storia poi prende la direzione di una deliziosa parabola sull’ingordigia umana, in cui le scorrettezze e i comportamenti abietti la fanno da padrone. In conclusione, arriverà un lieto fine per tutti… o quasi. Chi sarà travolto dalla sua stessa avidità finirà per espiare le sue colpe con una beffarda e paradossale punizione, che regalerà al lettore un’ultima risata, pregna di commozione natalizia.

Piccola curiosità: nella versione originale il ventino è in realtà un decino, come la Numero Uno!

Autore dell'articolo: Leo Sorrentino