Dall’Eta Beta di Gottfredson all’Atomino di Scarpa
Eta Beta e Atomino Bip Bip sono due storiche spalle di Topolino che hanno alcuni elementi in comune: le analizziamo in questo articolo per comprenderne le caratteristiche

Amici di Topolino e vicini di tavola!
Come quasi ogni eroe d’azione della narrativa popolare, anche Topolino nel corso delle sue avventure a fumetti ha avuto delle spalle ad affiancarlo: questa figura ha solitamente lo scopo di fungere da assistente del protagonista oppure di “utile ignaro”, una persona cioè non propriamente brillante che può creare momenti umoristici e far spiccare maggiormente le qualità del vero eroe, dotato comunque di buona volontà e dunque capace di inaspettati colpi gobbi.
Nella carriera di Mickey Mouse questo ruolo è stato ricoperto inizialmente da Orazio Cavezza e poi da Pippo, che viene riconosciuto ormai ufficialmente come il migliore amico di Topolino e sua spalla privilegiata nelle indagini e nelle sfide che si trova ad affrontare. In misura minore anche Gancio il Dritto e il suo figlioccio Gancetto hanno svolto questo compito.
Ci sono però due comprimari che esulano da tali caratteristiche perché, pur assistendo Topolino in diverse avventure a lui intitolate, sono dotati di poteri che li rendono degli esseri potenziati, in grado di fare la differenza in momenti complicati e ben diversi quindi dalle serafiche e “umane, troppo umane” caratteristiche di personaggi come Pippo o Orazio.
Stiamo parlando di Eta Beta (Eega Beeva in originale), introdotto da Floyd Gottfredson e Bill Walsh nel 1947 all’interno delle strisce per i quotidiani statunitensi raccolte sotto il cappello di Topolino e Eta Beta, l’uomo del 2000, e di Atomino Bip Bip, creato da Romano Scarpa nel 1959 nella storia Topolino e la Dimensione Delta, pubblicata su Topolino nn. 206-207.
Similitudini e differenze
I due sono accomunati proprio dalle mirabolanti possibilità insite nella loro natura: il primo è un uomo del 2447, abitante in una zona del sottosuolo nella quale il tempo scorre molto più velocemente che sulla superficie, il secondo è un atomo ingrandito un birillione di volte da un futuristico macchinario ideato dal geniale scienziato Dottor Enigm.
Questi spunti fantascientifici permettono ai loro creatori di mettere in campo tutta una serie di capacità eccezionali che sono giustificate in maniera immediata dalla loro natura “altra”: la fantasia in questi casi può dunque procedere a briglia sciolta, alzando la posta di quello che i nuovi arrivati possono compiere e creando parallelamente gag efficaci che giocano proprio sull’assurdità di alcune idee volutamente esagerate o dissonanti.

Per brevità chiamato Eta
Eta Beta – dall’improbabile nome completo di Luigi Salomone Calibano Sallustio De Semiramidis – si dimostra per esempio un formidabile inventore, creando diversi congegni e in particolare l’atombrello, un prodigioso strumento che a dispetto di un’apparenza buffa può proteggere dagli effetti della bomba atomica (nonché da qualunque altro pericolo); rivela strane abitudini alimentari, nutrendosi dapprima di piume di piccione e poi di kumquat, i mandarini giapponesi, in Italia diventati palline di naftalina a partire dal fantasioso adattamento di chi tradusse tale consuetudine per la prima volta; è letteralmente allergico al denaro, al quale non riconosce nessun valore pratico; dorme in bilico sul pomo del letto; in alcune sequenze dimostra di saper prevedere l’immediato futuro e dal gonnellino che indossa come unico indumento può estrarre un numero pressoché infinito di oggetti.
Atomino Bip Bip ha invece il potere di plasmare la materia a proprio piacimento grazie alla sua stessa natura di atomo: dalla bocca può far partire degli effetti disgreganti, capaci di tramutare ad esempio una pistola in cioccolato o in sapone, e con i mesoni che può emettere ha addirittura modo di risalire all’età di un qualunque oggetto, anche vecchio di secoli, oppure di avere un effetto simil-ipnotico in grado di fare regredire la memoria del soggetto colpito fino a ricordi rimossi.

E non abbiamo ancora visto niente!
Questa sua connessione con la fisica dell’essere umano lo rende potenzialmente invincibile, nonostante l’aspetto da ragazzino, i buffi atomi che gli vorticano sulla testa e la sua dieta a base di batterie ad alto voltaggio.
I due “tipini” sono quindi avvicinabili in primis dal loro essere dei veri e propri fenomeni, quasi dei supereroi, spesso talmente risolutivi da mettere in ombra lo stesso Topolino.
Non a caso, sia Walsh/Gottfredson sia Scarpa chiuderanno a un certo punto le rispettive epopee narrative in modo simile, facendo cioè tornare questi comprimari di lusso dal luogo in cui provenivano (la caverna che conduce al mondo sotterraneo per Eta Beta, la Dimensione Delta di Enigm per Atomino).
Anche la fisicità particolare ma tutto sommato “pucciosa” rappresenta un elemento in comune tra i due, ma ne parleremo meglio nel prossimo paragrafo.
Infine, entrambi condividono dei pervicaci equivoci che li hanno perseguitati nella loro carriera futura per mano di altri fumettisti. Per l’uomo del 2000 si tratta della sua natura, che è stata successivamente mutata in quella di un alieno invece che identificarlo come terrestre del futuro, mentre per la creatura del Dottor Enigm il problema risiede un due aspetti: nel suo colorito, azzurro nelle prime due avventure come da indicazioni di Scarpa ma reso erroneamente rosa dalla terza storia, svista ereditata anche in alcune delle opere gestite in anni successivi da autori diversi; e nelle orecchie, in originale assomiglianti a pomoli e nelle opere di altri autori trasformati inopinatamente in bizzarre trombette.
Quello che invece distingue Eta da Atomino è il modo, soprattutto all’inizio, con cui vengono utilizzati e intesi i due personaggi.
Le prime strisce in cui appare Eta Beta sono scanzonate e i primi archi narrativi che lo vedono protagonista insieme al titolare della strip sono leggere trame urbane nelle quali venivano perlopiù esaltate le stranezze di cui questa nuova figura è portatrice, divertendosi a immergerle per contrasto nella realtà americana del periodo.
Passano diverse settimane prima che l’uomo del futuro sia impiegato in storie avventurose, dopo un lungo rodaggio nel quale ha potuto farsi conoscere dai lettori. Un approccio derivato in primis proprio dal ritmo narrativo tipico delle strisce giornaliere, che vivevano anche e soprattutto del meccanismo della gag ogni quattro vignette e che avevano una gestione degli spazi e dei tempi di racconto ben diversi da quelli delle storie realizzate per i comic book.

Tutto da imparare su di una nuova realtà
La cosa appare chiara guardando, per contrasto, alle prime avventure di Atomino: pur essendo evidentemente mutuato dal concetto “etabetiano”, l’approccio al personaggio parte subito all’interno di una grande avventura di stampo thriller e fantascientifico, rendendo la sua presenza motore e cardine della trama stessa in cui esordisce, prima ancora che un nuovo comprimario, e svelando le sue straordinarie abilità in funzione di quanto accade nel racconto, invece che trattandole come elementi centrali in sé e per sé.
Altra riflessione da farsi è il palese debito di Atomino nei confronti di Eta Beta: Romano Scarpa si è evidentemente ispirato all’Uomo del Futuro come figura e come ruolo all’interno del panorama topolinesco, ennesima conferma di quanto il fumettista veneziano guardasse alla produzione di Gottfredson per il proprio lavoro con Topolino. Pur con le dovute differenze, dovute esclusivamente all’inventiva dell’autore, gli elementi ricorrenti sono tanti e fin troppo chiari per ignorarli.
La relazione tra i due personaggi è quindi più che semplice frutto di somiglianze: difficilmente avrebbe potuto esserci un Atomino – perlomeno così caratterizzato e con tali funzioni narrative – se non fosse esistito l’Eta Beta delle strisce.
Questione di fisico
L’aspetto fisico di Eta Beta e Atomino Bip Bip è tutt’altro che secondario, all’interno di un discorso articolato su questi due personaggi.
Per sottolineare la sua estraneità al mondo contemporaneo, Eta appare con un corpicino molto esile, sovrastato però da una testa semi-triangolare o comunque che si sviluppa particolarmente in lunghezza e con un cucuzzolo appuntito; è anche dotato di un nasone e di due piedoni con il solo primo dito, esattamente come per le mani.
Tutto fa quindi pensare a una sorta di mutazione nella corporatura umana avvenuta nel corso dei secoli, oppure dovuta alle pressioni operate dalla gravità terrestre a numerosi strati di profondità sotto la crosta. In ogni caso queste fattezze sono proprio quelle teorizzate con sorprendente precisione dagli scienziati che incrociano il proprio cammino con Eta Beta, e che decidono di analizzarlo come prezioso oggetto di studio.

La buona scienza è in grado di prevedere il futuro
Unendo queste caratteristiche fisiche “impossibili” al vestiario del personaggio, che si limita a un succinto gonnellino nero e occasionalmente a un piccolo cappello sulla zucca, ne risulta un ometto piuttosto atipico che il segno di Gottfredson ci fa percepire immediatamente come “altro da noi”, esaltando quindi graficamente la sua eccezionalità e il suo essere umano solo alla lontana.
Infine è degna di nota l’aria di svagatezza che il disegnatore riesce a imprimere al personaggio grazie a semplici accorgimenti come le pose assunte dalle mani e dalla sua postura ma soprattutto tramite gli occhi e la bocca, tratteggiati in modo tale da suggerire un distacco quasi poetico dalle facezie del mondo.
Considerazioni simili valgono anche per Bip Bip: la sua corporatura è meno rachitica e più normale, ma resta il fatto che Scarpa decide di ritrarlo come un ragazzino.
Le sue proporzioni, anche rispetto a quelle di Topolino – che non è certo una pertica! – risultano essere ridotte, tant’è vero che in Topolino e il Bip Bip-15 lo vediamo agire “alla pari” insieme a Tap, con i due che appaiono alti pressoché uguali.
Come già per Eta Beta, la sproporzione si ritrova però nella testa: in questo caso ha una forma tondeggiante più usuale, ma la dimensione è sicuramente incoerente rispetto al resto del corpo, una scelta voluta da parte dell’autore per sottolineare immediatamente il grande cervello e le potenzialità insite in questo apparente ragazzino.
I due pomoli che spuntano ai lati della faccia a mo’ di orecchie e soprattutto gli elettroni che gli vorticano costantemente sopra la testa completano il quadro di un esserino certamente singolare.

Anche gli atomi amano giocare
Per quanto riguarda l’abbigliamento, al suo esordio Atomino condivide l’approccio minimal dell’Uomo del 2000, dato che ne La Dimensione Delta indossa infatti solo un paio di pantaloncini dal colore simile a quello della sua pigmentazione; in realtà, però, fin dalla seconda avventura dimostra di non essere allergico ad abiti maggiormente coprenti, soprattutto se deve recarsi in zone particolarmente fredde, a dimostrazione del fatto che questo atomo ingrandito non è immune alla differenza di temperatura.
Interessante anche l’accorgimento grafico utilizzato per mostrarlo “scarico”, disegnando gli elettroni vorticare in maniera più lenta e scomposta sopra la sua testa.
Tanto per Eta Beta quanto per Atomino la codifica estetica sembra pertanto essere un mix tra stramberia e inoffensività: celare dietro delle figure all’apparenza innocue, risibili, sottovalutabili e “weird” degli esseri in realtà dotati di proprietà sorprendenti, metafisiche o comunque fuori dall’ordinario che, a dispetto di atteggiamenti e caratteristiche fisiche che la società giudica strambe e pericolose, possono essere di grande aiuto e fare la differenza.
Sicuramente hanno cambiato la vita a Topolino, aiutandolo in diverse vicende e coinvolgendolo occasionalmente in avventure al limite dell’impossibile, sconvolgendogli l’esistenza ma contribuendo a regalare ai lettori storie entrate nella leggenda.
Le storie di Eta Beta fra thriller e fantascienza
Fin dai suoi albori, il fumetto Disney si è contraddistinto per una grande versatilità. I personaggi, infatti, pur rimanendo sempre riconoscibili, sono capaci di muoversi con disinvoltura in contesti molto eterogenei. Tutto ciò è evidente anche al lettore delle saghe di Eta Beta ed Atomino: i due cicli potrebbero essere visti come una sorta di laboratorio della Nona Arte, in cui Gottfredson e Scarpa si divertono a calare le loro creature in generi narrativi molto differenti.
La prima parte del ciclo, come sottolineato in precedenza, è costituita da un pugno di avventure urbane, in cui lo strampalato Uomo del Futuro tenta di integrarsi nell’America borghese dell’immediato Dopoguerra, purtroppo senza successo. Fin dalla sua storia d’esordio, la già citata Topolino e Eta Beta, l’uomo del 2000, viene evidenziato al lettore delle strisce il grande divario esistente tra il personaggio e la società contemporanea. Eta Beta fatica a comprenderne le convenzioni e sviluppa, addirittura, una vera e propria avversione per il denaro (memorabile una striscia de L’uomo del 2000 in cui, dopo che Topolino gli spiega che i soldi non possono comprare né una ragazza né un uccellino, arriva alla conclusione che non servono a nulla: al netto della messa in scena che può far inarcare il sopracciglio per il dettaglio quanto meno datato, una lezione morale anche per il lettore).
Man mano che il ciclo procede, Walsh e Gottfredson caratterizzano in modo sempre più definito il loro personaggio, che potrebbe essere visto come una sorta di idealista puro. Ad esempio, nella bella Topolino, Eta Beta e lo scassinatore fantasma arriva a depositare i soldi di Topolino nelle banche, in modo da liberarsene agevolmente.

Una difficile accettazione sociale
Insomma, Eta Beta è un “diverso” e, nel primo spezzone della saga, le sceneggiature di Bill Walsh costituiscono anche un’occasione per mettere alla berlina alcuni atteggiamenti del tessuto sociale a lui ben conosciuto. L’esempio più emblematico è la spassosa Topolino e il processo di Eta Beta, in cui la sua eccentricità si trova a dover fare i conti con la giustizia perché non inquadrabile né, in certa misura, accettabile dalla società civile.
Striscia dopo striscia, Walsh e Gottfredson limano molti dettagli e fissano con precisione il carattere della nuova spalla di Topolino, ormai pronta per valicare i rassicuranti confini urbani. L’avventura che rappresenta un ideale anello di congiunzione tra le due fasi del ciclo di Eta Beta è il corposo thriller Eta Beta e la spia, immediatamente precedente al Processo e caratterizzato anche da una singolare storia editoriale. Composto da ben 140 strisce, dipanatesi sui quotidiani americani tra l’aprile e l’ottobre del 1948, è a sua volta suddiviso in due macro trame molto differenti. Per questo motivo, nelle ristampe nostrane spesso esse sono state disgiunte.
La prima parte, Eta Beta e l’atombrello, in effetti gode di un tono più scanzonato: Topolino suggerisce all’amico di provare a inventare qualcosa che possa favorire il bene dell’umanità. Il risultato è il fantomatico atombrello del titolo, che ha il potere di proteggere dalla bomba atomica (la striscia di Mickey Mouse è sempre stata un’efficace specchio del Novecento e all’epoca si era già in clima da Guerra Fredda).
Il vero punto di svolta è il secondo “pacchetto” di strisce, in Italia da sempre conosciuto come Eta Beta e la spia. La minacciosa Spia Poeta (The Rhyming Man in originale), uno dei cattivi più crudeli dell’intero universo disneyano, vuole mettere le sue grinfie sull’atombrello. Qualcosa è cambiato nella vita di Eta Beta: i suoi problemi non sono più l’integrazione nella società o le schermaglie con i cittadini. Ora la priorità è salvare il mondo dal disastro nucleare (la Guerra Fredda, pertanto, in modo più o meno esplicito agisce sempre sullo sfondo della vicenda).
Eta Beta e la spia è un’avventura leggendaria, ricordata dagli appassionati Disney come una delle prove più geniali della coppia Walsh/Gottfredson. Il pathos è palpabile e il ritmo della vicenda si fa sempre più serrato man mano che avanza. Il tratto di Gottfredson, ormai molto maturo, raffigura con precisione e nitidezza personaggi e situazioni. Proprio queste strisce rappresentano sostanzialmente l’inizio di una nuova primavera artistica per il Maestro dello Utah, che ha la possibilità di tornare a lavorare su complesse trame avventurose, marchio di fabbrica dell’epico Mickey Mouse dell’anteguerra.

L’entrata in scena di un personaggio che non si dimentica
Il pericolo incombe, peraltro, anche dopo il ritorno nella conosciuta Topolinia, questa volta sotto forma di un altro truce nemico di Topolino: Pietro Gambadilegno, assente da quasi due anni dalle strisce quotidiane e che, nella grottesca Topolino e lo strano potere di Flip, arriva a drogare l’Uomo del Futuro per portare a termine la sua vendetta. In questo caso, quando si tratta di raffigurare l’Eta Beta alienato, Gottfredson gli conferisce un minaccioso ghigno satanico e la stessa espressione facciale appare molto più tetra. Naturalmente tutto si risolve nel migliore dei modi ma, in occasione di questa sequenza di strisce, si raggiungono vette di inquietudine raramente toccate dal fumetto Disney.
È a questo punto che la coppia di autori opta, per l’avventura successiva, per uno scenario fantascientifico, più disteso, in cui naturalmente Eta Beta si trova completamente a suo agio.
La bella Topolino ed Eta Beta nel pianeta “minorenne” ha origine dall’ennesima, bislacca invenzione dell’amico di Topolino: un razzo interplanetario che trasporta i nostri eroi (insieme al gangarone Flip, l’assurdo animale domestico di Eta Beta) sulla Luna. Tuttavia, il trio finirà per atterrare su un corpo celeste non meglio identificato, simile alla Terra e popolato da singolari autoctoni senza volto.
In questa storia sono ravvisabili molti stilemi della poetica walshiana, basata su un forte senso dell’inquietudine e del surreale, e il tratto gottfredsoniano è come sempre sintetico e guizzante.
La felice parentesi fantascientifica si conclude dopo una serie di avvincenti peripezie. Giusto il tempo di riprendere fiato che il visionario Bill Walsh architetta un’incursione nel genere western.

Amici che si conoscono per davvero
Dietro un titolo forse non particolarmente evocativo come Topolino ed Eta Beta nel Texas si cela un’altra chicca. L’ormai rodata coppia pensa bene di concedersi una vacanza in un ranch per turisti, salvo poi rendersi conto di come l’esperienza sia poco realistica e molto patinata. Il selvaggio West, teatro di molte delle prime avventure del Mickey Mouse degli albori, è ormai un’illusione, il simbolo di un passato che non tornerà più. Tuttavia, per Topolino ed Eta Beta l’avventura è sempre dietro l’angolo, dal momento che le loro strade si incroceranno con quelle di una banda di malviventi residente in una città fantasma.
Se, dal punto di vista narrativo, la sequenza non fa altro che confermare il raro affiatamento della coppia Walsh/Gottfredson, occorre specificare che non è forse il contesto in cui la personalità di Eta Beta emerge in modo più efficace. Ad uno sguardo complessivo, appare infatti più preponderante Topolino.
Il nostro Luigi Salomone, insomma, ricarica le batterie per un pezzo da novanta: Topolino e la banda della morte, penultima storia del ciclo, in cui il gangarone Flip torna a rivestire un ruolo di prim’ordine. L’inquietante thriller è l’occasione per introdurre un nuovo cattivo, lo spietato Lucio Agnello (Angelo Agnello nella prima traduzione italiana), che, dietro il rassicurante nome, cela una diabolica personalità: è infatti il coordinatore di una pericolosissima organizzazione criminale. Il pathos che caratterizza il thriller si pone a livelli altissimi e la vicenda è davvero complessa e molto “adulta”, probabilmente ardua da vedere per il Topolino contemporaneo.
Il canto del cigno del ciclo di Eta Beta è rappresentato dall’onirica Eta Beta e il tesoro di Mook. La storia viene pubblicata nel 1950: la Guerra Fredda è iniziata, la tensione tra il blocco statunitense e quello sovietico è ormai conclamata e, se nel thriller intitolato alla Spia Poeta era presente ma in modo tutto sommato velato, qui invece trasuda da ogni striscia.
Tutto inizia da un sinistro libro acquistato da Topolino in un negozio di antiquariato, che spiega come trovare il misterioso tesoro di Mook. È l’inizio di un frenetico viaggio tra numerose località, dall’Irlanda patria di Bill Walsh fino ad arrivare alla cupa Mosca staliniana in cui opera Pietro Gambadilegno.
A consolidare il clima da Guerra Fredda, la Cortina di Ferro viene addirittura rappresentata fisicamente in una vignetta e Cirilla, la spia che rapisce Topolino ed Eta Beta, viene abbozzata da Gottfredson con fattezze che propongono in salsa Disney il cinematograficamente fortunatissimo connubio di fascino femminile e mentalità crudele, evidenziata da alcune espressioni facciali al limite del demoniaco.

La realtà, per quanto stemperata, irrompe nel fumetto
Abbiamo già ricordato come il fantastico fosse il “terreno di caccia” prediletto da Bill Walsh, e Il tesoro di Mook è un’avventura infarcita di reminiscenze surreali, a tratti mistiche. Leggerla nel 2025 potrebbe a prima vista risultare un po’ spiazzante, ma, calandola nel contesto dell’epoca, risulta una conclusione davvero degna per questo ciclo che aveva accompagnato i lettori della striscia quotidiana di Topolino per quasi tre anni.
All’inizio della successiva Topolino e il buffone del re, con la scusa della nostalgia di casa, Eta Beta si congeda dalla quotidianità di Topolino. La causa, è molto verosimile, non sta nell’esaurimento della vena creativa di Walsh e Gottfredson, bensì nel fatto che l’Uomo del futuro rischia di mettere in ombra la popolarità di Topolino. Certo, il personaggio verrà poi ripreso da molti autori, anche italiani, ma nella maggior parte dei casi, pur dando vita a storie piacevoli, la sua personalità verrà stravolta o ammorbidita. È l’ideale fine di un’epoca e per la strip di Mickey Mouse è l’inizio di una nuova fase, forse più sfilacciata ma non priva di interesse. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.
L’epopea di Atomino Bip Bip
Dopo aver presentato in modo (almeno ci auguriamo) abbastanza esaustivo i differenti generi narrativi in cui Walsh e Gottfredson hanno fatto agire il loro personaggio, è il momento di passare ad analizzare in quest’ottica anche l’epopea dell’Atomino scarpiano, rilevando analogie e differenze. Come vedremo, tra i due cicli esistono alcuni punti di contatto, ma Scarpa riesce anche a introdurre numerosi elementi di originalità e a dare vita ad una saga che, come quella di Eta Beta, si contende i primissimi posti nel gradimento dei lettori.
Come abbiamo già avuto modo di ricordare, alla base della produzione di Romano Scarpa sono ravvisabili specifiche suggestioni gottfredsoniane e pertanto non deve stupire il fatto che il suo Atomino Bip Bip sia strettamente legato ad un iconico personaggio delle strisce dell’anteguerra: si tratta del Dottor Enigm (Einmug in originale), stravagante caricatura disneyana dello scienziato Albert Einstein e protagonista della leggendaria Topolino e il mistero dell’uomo nuvola, centellinata sui quotidiani statunitensi tra il 1936 e il 1937.
Come altri eroi usciti dalla matita del Maestro dello Utah, Enigm è destinato ad una sola apparizione nelle strisce giornaliere, ma il suo fascino ha colpito talmente tanto il giovane autore veneziano che il simpatico erudito ritorna in Topolino e la Dimensione Delta, pubblicata sull’allora quindicinale nel 1959 e articolata in due puntate.

Un ritorno in grande stile
Dopo aver compreso che l’umanità non era ancora pronta per le sue invenzioni, Enigm si è da tempo trasferito nell’eterea dimensione del titolo, un luogo fuori dallo spazio e dal tempo in cui poter condurre indisturbato i suoi esperimenti. Arriva così a creare Atomino Bip Bip, un atomo ingrandito “due birilliardi di volte”.
Come sottolineato nella prima parte di questo articolo, se il ciclo di Eta Beta aveva avuto bisogno di un rodaggio piuttosto lungo prima di avventurarsi in trame più complesse ed articolate, l’avventura d’esordio di Atomino è invece già molto elaborata. Progettata da Scarpa nel periodo d’oro della sua produzione, viene ricordata come una delle storie Disney più apprezzate di tutti i tempi, grazie ad un intreccio complesso e ad altissimi livelli di intensità emotiva, comunque controbilanciata da deliziose gag.
Dal punto di vista dei generi narrativi, oggetto principale della nostra analisi, data la sua ambientazione la Dimensione Delta gode di un chiaro impianto fantascientifico, già visto nel Pianeta Minorenne, ma lo snodo della vicenda ruota in realtà attorno ad un complesso giallo: Topolinia, infatti, è colpita da strane nevicate allo zucchero filato in pieno agosto. Per non seminare il panico tra la popolazione, si decide di far passare il tutto per una trovata pubblicitaria un po’ sopra le righe, ma la verità è ben più seria e, senza rivelare troppo della trama, Topolino dovrà mettere a dura prova le sue capacità deduttive. Al netto di ciò, seppur meno evidenti, nella storia sono ravvisabili anche alcuni stilemi del genere thriller (il ricatto in primis), presenti soprattutto nella parte finale, carica di tensione e suspense. Insomma, una prova complessa per Scarpa, già maturo artisticamente a dispetto della giovane età anagrafica e capace di fondere topoi appartenenti a differenti generi narrativi, sviluppando il tutto alla luce di un’elaborazione creativa assolutamente personale e riconoscibile, pur non priva di influenze gottfredsoniane. I motivi per cui La Dimensione Delta è diventata un classico, insomma, sono evidenti.
Il ruolo di Atomino è molto simile a quello che ricopriva Eta Beta: dotato di una capacità sovrumana per combattere i pericoli, è fin da subito parte attiva della vicenda e si dimostra una fedele “spalla” per Topolino: al lettore non può non ricordare l’Uomo del Futuro.

Un’alimentazione molto particolare
Pochi mesi dopo La Dimensione Delta, scarpa sceneggia e disegna un altro tassello fondamentale del ciclo, l’apprezzata Topolino e Bip Bip alle Sorgenti Mongole, che gode di un’accurata ricostruzione storica ed è caratterizzata da un’elaborazione formale se possibile ancora più complessa della storia precedente (nella lunga vicenda, infatti, sono percepibili numerosissime sotto-trame che, alla fine, si intrecciano alla perfezione). Non ci soffermeremo ulteriormente su questo meraviglioso episodio, sia per non risultare prolissi, sia perché il genere narrativo preponderante è l’avventura, che non ci consente agganci diretti con quanto analizzato dell’epopea a strisce di Eta Beta, ma ne raccomandiamo caldamente il recupero a chi ancora non la dovesse conoscere.
Possiamo solo aggiungere che le componenti action, comedy e fantastiche si legano insieme con rara maestria, portando a un intreccio ricchissimo di suggestioni che, per come viene articolato, può ricordare l’ampiezza narrativa delle storie di Walsh e Gottfredson.
Inquietudine, invece, è forse questa una delle parole chiave che potrebbero sintetizzare più efficacemente il sentimento prevalente in Topolino e la collana Chirikawa, terza storia appartenente al ciclo, che ci consente di fare qualche collegamento più pertinente alla saga di Eta Beta. Oltre a godere di molte reminiscenze hitchcockiane e a testimoniare la passione di Scarpa per l’animazione (specialmente per alcuni escamotages tecnici), contrae anche un grosso debito verso Topolino e la banda della morte: come nel macabro thriller walshiano, infatti, anche qui Topolino dovrà fare i conti con la malavita organizzata. Inoltre, così come all’epoca il ruolo di Eta Beta era stato decisivo, anche in questa complessa storia Atomino consolida la sua positiva influenza sull’amico. È al suo fianco quando deve combattere dei demoni del passato e lo accompagna in un percorso complesso. A parere di chi scrive, La collana Chirikawa potrebbe assomigliare ad un piccolo romanzo di formazione, in cui peraltro è fortissima l’impronta lasciata dalla psicoanalisi di matrice freudiana. Scarpa attinge a formule del genere giallo, senza però lasciare in secondo piano il thriller e la dose di inquietudine che caratterizzava le sceneggiature di Bill Walsh, in modo particolare la già citata Banda della Morte.

Un aiuto provvidenziale in più di una circostanza
Il ciclo di Atomino prosegue con un’avventura forse meno celebrata, ma densa di echi gottfredsoniani: Topolino e il Bip Bip-15. Avvincente vicenda realizzata verso la metà del 1960, risente pesantemente del clima da Guerra Fredda e della competizione spaziale tra Russia e Stati Uniti che, appena un anno dopo, avrebbe portato il russo Jurij Gagarin a diventare il primo uomo nello spazio. Il lettore attento avrà già colto l’aggancio storico con Eta Beta e la spia, ma Scarpa attinge anche ad altri elementi di quella corposa sequenza di strisce, tant’è vero che in entrambi i racconti risulta fondamentale il ruolo di una spia intenzionata a rubare un’invenzione, questa volta brevettata dall’outsider di colore azzurro. Il Bip Bip-15, un razzo capace di far galleggiare gli oggetti a mezz’aria, viene inventato da Atomino per caso durante un momento di svago ma rivela presto potenzialità molto simili a quelle dell’atombrello; pur virando inevitabilmente su toni thriller, nel lungo intreccio sono dunque naturalmente impliciti motivi fantascientifici. Il tratto di Scarpa, in quest’occasione forse caratterizzato da una linea un po’ più grezza e meno tondeggiante rispetto alle storie precedenti, contribuisce a consolidare il clima di tensione.
Una grande differenza tra l’epopea di Atomino e quella di Eta Beta è la rispettiva lunghezza: se il secondo monopolizza la striscia di Topolino per quasi tre anni, la saga dell’atomo scarpiano è destinata ad esaurirsi nel 1961 con un altro memorabile thriller, Topolino imperatore della Calidornia, che appare filologicamente importante poiché modella la geografia dell’immaginario stato della Calidornia, corrispettivo del Calisota di barksiana memoria. L’autore veneziano, in quest’occasione, si diverte a spiazzare il lettore iniziando la narrazione con un lungo flashback di ben dodici pagine, ambientato in un arido deserto nel lontano 1880 e che introduce un personaggio fondamentale nell’intreccio della trama. Si tratta del fuorilegge Topo The Kid. Un momento… non ci ricorda qualcuno? Ebbene sì, ecco un ennesimo omaggio a Walsh e Gottfredson: Scarpa intende infatti richiamare Billy il Topo, protagonista dell’omonima storia a strisce del 1945. Inoltre, L’Imperatore della Calidornia gioca attorno al tema del doppio, che permette di creare una serie di improbabili e originali situazioni, proprio come avveniva in Topolino contro Topolino, altro tassello fondamentale della poetica walshiana.
Come sempre, i fili che Scarpa dipana a partire dalla prima pagina si ricongiungono alla perfezione in fase di svolgimento, anche grazie al fondamentale ruolo di Atomino. Proprio come Eta Beta, infatti, l’atomo antropomorfo dimostra di avere dei solidi principi morali quando rifiuta di mentire alla polizia invece di coprire le spalle a Topolino. L’ambientazione western, raffigurata con efficacia anche grazie a un tratto più armonioso rispetto a Topolino e il Bip Bip-15, si rifà a quanto già visto in Topolino ed Eta Beta nel Texas. La conclusione del ciclo di Atomino potrebbe rappresentare un efficace manifesto programmatico della produzione scarpiana: Gottfredson, sullo sfondo, è sempre presente e ad ogni rilettura è possibile ravvisare nuovi rimandi e suggestioni, ma gli spunti e le sfaccettature proposti sono assolutamente originali.

Quando un topo con la pistola incontro un atomo con i mesoni…
Atomino non si congeda da Topolino alla fine di questa storia, bensì nelle prime tavole della successiva Topolino nel favoloso regno di Shan Grillà, in cui fa ritorno alla Dimensione Delta. La fedele spalla di Topolino viene “messa in pensione” prematuramente: anche qui, probabilmente, considerati i suoi poteri potenzialmente illimitati, stava diventando ormai difficile congegnare delle situazioni in cui potesse trovarsi in difficoltà, senza dover scadere nel banale.
Conclusione
In questo excursus abbiamo analizzato i generi narrativi in cui gli autori hanno fatto agire i rispettivi personaggi, cercando di cogliere, dove possibile e senza forzature, le affinità più evidenti. In sintesi, attraverso questa carrellata il nostro scopo è dimostrare come il ciclo di Atomino debba molto a quello di Eta Beta, ma anche come esso possa essere considerato completamente originale e indipendente, perfetta espressione della volontà di Scarpa di proseguire le gesta del Mickey Mouse gottfredsoniano, proprio negli anni in cui la striscia quotidiana, a causa dell’affermazione di nuovi mezzi di intrattenimento (su tutti la televisione) stava virando su toni più umoristici e meno avventurosi. Laddove oltreoceano un’epoca stava tramontando, in terra nostrana c’è stato il riuscito tentativo di portarla avanti, con esiti che, a distanza di diversi decenni, sono ancora riconosciuti come alcune tra le più felici espressioni del fumetto Disney.


