Topolino 3309

24 APR 2019
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“Topolino e il mistero di Acquadombra” è una storia di Casty in tutto e per tutto. Ci sono tutti gli elementi più tipici della sua produzione, una serie di eventi apparentemente inspiegabili, un nemico misterioso, la protagonista femminile… In più le consuete e gradevoli strizzate d’occhio, l’umorismo a volte leggero, a volte disarmante e qualche sana frecciatina verso la nostra società e i suoi (apparenti) paradossi. C’è anche qualcosa che non va? Sì, qualcosa è mancato alla fine, perché il cattivo non viene raccontato completamente, non capiamo come è diventato ciò che è. Anche la protagonista femminile lascia parzialmente insoddisfatti: sembra quasi una “quota rosa”, deve esserci perchè sì, una presenza che richiama le molte altre eroine create dall’autore ma senza averne lo stesso carisma, la stessa importanza. E anche la sua controfigura acquatica, che nella prima parte sembrava dovesse assurgere a ruolo di vera antagonista, arrivati alla resa dei conti scivola via senza lasciare traccia, proprio come il liquido di cui è composta. Insomma, sembra che a Casty sia mancata qualche pagina per definire meglio quella che resta comunque una storia più che buona e che ha un grande merito: ci restituisce l’Eta Beta più vero e genuino, quello originale di Walsh, lontano anni luce dalla caratterizzazione che poi gli è stata cucita addosso soprattutto in Italia. Ottima anche l’idea di “neutralizzare” parzialmente lo stesso Eta Beta e il suo gonnellino, con un espediente talmente semplice che passa quasi inosservato: permette alla storia di non essere troppo schiava del simpatico uomo del futuro e regala anche uno dei tanti momenti di ilarità.

La storia di apertura del numero è invece dedicata a Paperino, in una delle ormai frequenti sedute di psicanalisi operate dagli autori su di lui. Evidentemente c’è il bisogno ciclico di ripetere ai lettori e allo stesso protagonista, che non è lo sfortunato, svogliato combina-guai che tutti pensano, ma un individuo tenace, pieno di risorse, etc… Solo che lo si fa sempre nello stesso modo, in maniera scolastica, con i concetti che vengono esplicitati senza tanti giri di parole: “Sei coraggioso, sai tirarti fuori dai guai… Coloro che ti circondano lo sanno, etc…”

C’era (c’è) un altro personaggio che soffriva (e in parte ancora soffre?) di crisi d’identità, un personaggio visto come antipatico, saputello, etc… Beh, ci credereste? Un pugno di autori (tra cui lo stesso Faraci che ha scritto questa avventura) si sono messi al lavoro e hanno scritto storie dove finalmente tornava ad avere una dimensione diversa, in cui si riappropriava delle sue caratteristiche originarie e le approfondiva ulteriormente. Se Topolino oggi ha superato quel periodo di scarsa celebrità lo deve appunto all’opera di autori come Faraci, Casty e altri che hanno mostrato per lui quel rispetto che gli era negato da anni.

Perché non è possibile fare un’operazione simile con Paperino? Perché dobbiamo accontentarci di storie come questa, divertenti sì (Faraci non ha perso la vena umoristica), ma dove ci viene spiegato chi è Paperino anziché mostrarcelo? E’ così difficile scrivere buone storie con quello che era il personaggio più universale della famiglia disneyana?

Blasco Pisapia torna in veste di autore completo cogliendo l’occasione della mostra dedicata a Canova nella città di Napoli. E la città di cui lui stesso è originario è la vera protagonista dell’avventura, con angoli, paesaggi e caratteristiche che evidentemente l’autore conosce molto bene e sa rendere in maniera altrettanto felice sulla tavola. Questo, accompagnato alla gradevolezza della trama, fa chiudere un occhio sulla resa non sempre ottimale nella rappresentazione di alcuni dei protagonisti.

Sul resto delle storie non c’è molto da dire.

Non so se avete presente Nonna Papera e le torte galattiche: io purtroppo sì. E il fatto che quella storia fosse firmata da Pavese e Chierchini, cioè due colonne della Disney italiana, mi impedisce di infierire come potrei e vorrei su quella di Secchi, di cui però voglio almeno riscrivere il titolo, così, per non dimenticare: “Nonna Papera e la minaccia di Pasticcino 03”

Non mi sovvengono invece storie simili a quella di Deninotti il che potrebbe dare il via libera alla messa per iscritto del mio pensiero. Ma ormai sono arrivato alla fine senza scrivere una sola vera cattiveria, perché rovinare la media di questo numero? E poi gli efficacissimi disegni di Baccinelli, di grande effetto, emendano una trama sconclusionata e con passaggi logici alquanto frettolosi.

Oltre le storie, spazio a una serie di interessanti contenuti: un articolo sugli esperimenti robotici del CNR, una intervista a Blasco Pisapia e il backstage dello spot ideato per festeggiare i 70 anni di Topolino libretto

Autore dell'articolo: Gianni Santarelli

Abruzzese, ingegnere elettronico riconvertito in quel che serve al momento. Il mio rapporto con i fumetti segue tutta la trafila: comincio a cinque anni con le buste risparmio della Bianconi (sovvenzionato da mia zia), poi Disney, i supereroi Corno, i Bonelli (praticamente tutti, anche se abbandonati man mano). Verso i 18 anni scopro le riviste della Comic Art, leggo "Stray toaster" di Sienkiewicz e inizio un giro del mondo fumettistico che ancora non termina. Fumetto franco-belga, argentino, americano, autori celebri e sconosciuti, tutto finisce nella mia biblioteca, molto aspetta ancora di essere letto, nel frattempo dilapido una fortuna. Su due cose sono profondamente ignorante: il fumetto supereroistico "classico" (ad eccezione di Batman, per cui ho una venerazione, non leggo una storia dell'uomo ragno & c. dagli anni 80) e il fumetto giapponese. Per il Papersera, collaboro all'annuale premio, scrivo qualche articolo quando necessario e mi occupo, con puntuale ritardo, del settimanale "Topolino"