Topolino 3489

10 OTT 2022
Voti del fascicolo: Recensore: Medio: (30 voti) Esegui il login per votare!

Correva l’anno 2012 quando, dopo alcune avventure preparatorie, usciva la prima storia della serie Le strabilianti imprese di Fantomius, ladro gentiluomo: nemmeno il suo autore Marco Gervasio si sarebbe aspettato che quasi dieci anni dopo saremmo stati ancora qui a parlare del “suo” personaggio.

Virgolette d’obbligo poiché pur essendo il personaggio nato dalla fantasia di Guido Martina e graficamente dall’abilità di Romano Scarpa, in origine non era mai comparso “in becco e piume” ma solo come modello per la nascita di Paperinik, attraverso il suo diario, o come costume carnevalizio indossato da Gastone. Quindi possiamo considerare come la sua caratterizzazione sia stata tutta farina del sacco di Gervasio, che è stato in grado di assicurargli un successo tale da essere ancora sulla breccia dopo circa due lustri.

Con una intuizione dello stesso Gervasio di oramai tre anni fa, poi, si è dato vita anche uno spin-off della serie principale in cui l’autore è andato a raccontare gli anni della scuola del giovane Lord, e le varie vicissitudini che hanno portato John Quackett a diventare l’adulto che abbiamo imparato a conoscere nelle avventure della serie regolare.

È nato così Paperbridge (un ponte di carta), dimostrandosi subito un grande successo per il settimanale: la struttura in cinque episodi che sembravano essere parte di una “prima stagione” a modello delle serie TV che oggigiorno godono di grande successo, ha contribuito a consegnargli i favori del pubblico. Non solo, anche la commistione tra mistero e dramma adolescenziale ha provveduto a far sì che gli utenti del Papersera la valutassero “miglior storia di Paperi” del 2020 e consegnassero così al suo autore il primo TopoOscar della sua carriera.

Per certi versi, la struttura sembrava ripercorrere quella dei romanzi di Harry Potter, in cui il protagonista e i suoi amici procedono verso un percorso di crescita personale ma allo stesso tempo si trovano ad avere a che fare con misteri e pericoli che per ogni libro (o “stagione”) hanno circa la durata di un anno scolastico.

La seconda stagione, che ha visto l’ingresso nel cast di un Cuordipietra Famedoro un po’ fuori ruolo, era stata in generale meno apprezzata rispetto alla prima, con un finale che era apparso lievemente affrettato (sole tre puntate, invece di cinque) e in un primo momento si era paventato che potesse essere la “stagione di chiusura” della serie, che però, utilizzando un gergo prettamente televisivo, è stata rinnovata per una terza stagione.

L’originalità del non lieto fine

Terza stagione che abbiamo potuto leggere interamente su questo numero del settimanale, essendo stata compressa in due soli episodi. I testi e i disegni sono dello stesso Gervasio che ha optato per dare un titolo diverso, o per meglio dire un “sottotitolo” a ciascuna delle due parti: La notte del vandalo e Il sogno di Beth.

Lo scopo evidente di questa terza stagione è sembrato quello di mettere da parte complotti e misteri più accattivanti per concentrarsi maggiormente sullo sviluppo dei vari personaggi: era necessario districare quel “triangolo amoroso” venutosi a creare nella stagione precedente, tra Quackett, un altro giovane “nobilpapero” e la risoluta Beth.

La soluzione ideata dall’autore consiste nel togliere di mezzo entrambi i comprimari dalla scena: il primo in quanto colpevole di un efferato crimine (vabbè, si fa per dire), la seconda in procinto di trasferirsi per coronare il suo sogno di divenire pittrice di successo. D’altronde, Gervasio sapeva bene di dover fare in modo che Quackett rimanesse solo in futuro per poi legarsi a quella che diventerà la sua partner in crime, Dolly Paprika. La storia si dipana con uno sviluppo lineare e coerente e il finale in stile “non vissero felici e contenti” è senz’altro originale e inusuale nella tradizione del fumetto Disney.

D’altra parte chi scrive questa recensione non ha mai nascosto, e di persona nemmeno allo stesso Gervasio, di non apprezzare particolarmente lo stile un po’ retorico e didascalico che in questo episodio di Paperbridge è sicuramente grande protagonista. In più, il mistero sul quale è basata la stagione non è risultato essere particolarmente coinvolgente: è passato sicuramente in secondo piano rispetto alle varie implicazioni che avrebbe potuto avere nei confronti dei vari personaggi (l’espulsione di Tommy e tutto ciò che poteva conseguirne). Continua poi ad essere un fil rouge di tutta l’epopea quackettiana una fin troppo marcata retorica anti-ricchi e anti-nobiltà che inizia un po’ a segnare il passo.

Zoooooom

Zooooooooooooommmmmm

Sul lato visivo lo stile di Gervasio è sempre il medesimo: semplice, decifrabile, ricco di particolari e povero di orpelli e decorazioni non necessarie. Il lavoro eseguito sui disegni è quindi coerente con le ben note capacità grafiche dell’autore romano pur presentando talvolta delle perplessità. Una punta di delusione, in questo senso, è stata generata nello scrivente dalla quadrupla che rappresenta forse il fulcro della narrazione e della vicenda.

In questa, Quackett spiega finalmente al fratello le conclusioni e i cambiamenti che l’amore per Beth, l’amicizia per Tommy e in generale l’esperienza a Paperbridge hanno suscitato nel suo animo. La soluzione stilistica adottata, tuttavia, non sembra essere andata di pari passo con l’importanza del racconto e la presenza di una semplice visuale zoomata dei personaggi, senza guizzi grafici di sorta, manca di arricchire quella che poteva essere a tutti gli effetti una scena cardine della mitologia di Fantomius.

Rimane il fatto che schiere di lettori di Topolino sono entusiaste di leggere queste storie ed è giusto che il settimanale e Gervasio continuino a riproporle secondo taluni canoni che hanno già portato l’autore a numerosi riconoscimenti e a un inequivocabile successo editoriale.

Nota di colore: il cameo della Bella addormentata nell’aula di pittura. Ormai non c’è storia di Gervasio in cui il dipinto non sia presente. A mo’ di boutade potremmo pensare che ormai sia una forma di scaramanzia.

Il numero prosegue con la terza puntata di Scacco matto a Topolino (Di Gregorio e O. Panaro): in attesa della conclusione della prossima settimana la sfida scacchistica continua ma non coinvolge. Il tratto del buon Ottavio Panaro non sembra essere poi adatto a questo tipo di narrazione: al di là delle considerazioni stilistiche sembra mancare completamente quel plus di pathos che sarebbe necessario in una storia del genere.

Una strana accoppiata troviamo all’opera su Pioggia, pioggia che cadi: Enrico Faccini scrive il soggetto e lo disegna, Gaja Arrighini gli dà una mano in fase di sceneggiatura. La storia non fa gridare al miracolo, ma se nei disegni e nello svolgimento, classico, ha un suo perché, le didascalie con la poesiola non aggiungono nulla e anzi l’impressione è che tolgano (più di) qualcosa al risultato complessivo.

Troppe didascalie, ce n’era bisogno?

Ad esclusione della didascalia presente in ultima pagina, che fornisce una chiosa necessaria, avrebbe probabilmente giovato alla storia se, come spesso accade con Faccini, si fosse lasciato l’intento descrittivo e poetico alla sensibilità dei disegni.

Chiude il numero la seconda ed ultima puntata di Viaggio nella Luna: Bruno Enna e il più giovane dei fratelli Pastrovicchio portano a compimento l’adattamento di ciò che a tutti gli effetti è considerato il primo film di fantascienza della storia.

L’artista parigino Georges Méliès, il cui lavoro mi sono convinto a recuperare leggendo questa storia, è considerato l’inventore degli effetti speciali cinematografici e ne fa grande uso nel “film” (che dura circa 15 minuti) da lui diretto e interpretato. Nella pellicola abbondano stramberie varie (si pensi alla faccia della luna, agli abitanti della stessa, all’ignorare ogni singola legge della fisica e le nozioni di astronomia allora note) ma nel complesso il risultato è incredibilmente intrattenente, per un prodotto cinematografico che risale a 120 anni fa e agli albori del cinema. La soluzione adottata da Enna e Pastrovicchio consiste nel cercare di “razionalizzare” tutte le assurdità e i “buchi di trama”, se così vogliamo definirli, del film naïf di Méliès.

Zio Paperone sulla Luna

Così facendo la storia torna maggiormente su canoni di disneyanità, e dubito in effetti che Zio Paperone (al modo del protagonista del film) avrebbe potuto decimare metà della popolazione lunare a colpi di ombrello, ma perde parte di quella stralunata stravaganza che rende così peculiare la pellicola. Ne consegue una storia paradossale ma non troppo che vuole stupire e allo stesso tempo prendersi sul serio. Si perde dunque un poco di quella trasognata assurdità che ben era presente nella prima puntata. Qualche critica va mossa al personaggio di Brigitta che forse monopolizza troppo la seconda parte di questo ultimo episodio.

Nel complesso comunque un buon lavoro, che ha il merito di far riscoprire un gioiello che ha fatto la storia della cinematografia. Alessandro Pastrovicchio si supera nelle ambientazioni fantascientifiche e nella rappresentazione di personaggi vivaci e vitali.

In conclusione un numero che vorrebbe essere ottimo ma che per un motivo o per l’altro non raggiunge mai quel livello, andandosi a posizionare nella media.



Autenticati per poter votare le storie del Topolino!

Autore dell'articolo: Matteo Gumiero

Costretto a scrivere qualcosa in questo spazio, sono ingegnere, non amo scrivere ma in compenso mi piace leggere. Fumetti, soprattutto.