Topolino 3557

20 FEB 2024
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Abbiamo già avuto modo di valutare come quello del recensore sia dopotutto un ruolo infame. Fino a che punto l’acquisto di un prodotto dà la possibilità da parte del lettore (o del “critico”) di valutare pubblicamente, o di infierire su un processo produttivo di cui vede solo il risultato finale? Cosa sa di tutte le motivazioni che hanno portato a quell’output, dell’impegno, dei diktat, della professionalità di chi ci si è dedicato?

Si tratta insomma di una questione spinosa che da sempre accompagna recensori e chi è sottoposto a critica. Chi scrive queste righe non ama dare giudizi negativi, in quanto si ritiene che se una cosa non è di gradimento è inutile spendere tempo a parlarne male, valutando molto più adeguato utilizzare i propri momenti liberi per dedicarsi a ciò che appaga e che fa stare bene. Ma il ruolo del recensore è anche quello di sottolineare dove ci sono mancanze e dove è possibile fare meglio, critiche costruttive, insomma. E consigli per chi segue il nostro sito su quali volumi e quali storie sia assolutamente necessario recuperare.

Sia ben definito però che i giudizi, soprattutto quelli più critici, sono e saranno sempre rivolti unicamente al risultato del lavoro coordinato delle persone che vi ci sono dedicate. Fermo restando che, indipendentemente dalla bravura, gli errori son sempre possibili e possono capitare. Ovviamente il discorso non si estende ai complimenti: sempre bello elargirne, e sempre bello riceverne.

Ed è molto volentieri che ne elargiamo per la storia di apertura di Topolino 3557. Topolino in: rumori nel silenzio di Pietro Zemelo ai testi e Mattia Surroz alle matite è una storia in due puntate che intrattiene in maniera molto piacevole. 

Il mistero s’infittisce

Classicheggiante ma non banale, la storia ha il giusto merito di prendersi tutto il tempo disponibile per permettersi di costruire la tensione. Per nulla forzato risulta l’espediente per fare in modo che Topolino si ritrovi lontano da tutto e tutti in una baita isolata e irraggiungibile. La sua prima preoccupazione e poi paura è anche la nostra nel momento in cui ci dovessimo trovare in una situazione simile. Certo, non si tratta di una storia perturbante o ‘horror’ come ultimamente è capitato di vedere, ma (e non per questo ne risulta penalizzata) un mistero garbato e coerente in cui tutto viene spiegato.

Unica critica che si può fare è che, probabilmente per motivi di opportunità nella gestione della sceneggiatura, non si è provveduto a inserire un numero maggiore di possibili sospetti: di fatto per un lettore esperto la risoluzione finale poteva essere indovinata, ma è pur vero che non tutti i lettori sono esperti e che comunque la costruzione della tensione ripaga della lettura. Così come le belle vignette di Mattia Surroz che in passato non aveva sempre convinto chi scrive queste righe ma che in questa occasione si è dimostrato più che meritevole di disegnare questa interessante sceneggiatura di Pietro Zemelo. 

Sempre apprezzata poi la soluzione redazionale delle storie suddivise in due puntate, ma con entrambe le puntate presenti nello stesso numero. Ciò permette all’autore di prendersi tutto lo spazio necessario per la gestione della sceneggiatura, ma allo stesso tempo consente al lettore di godere della storia per intero, senza spezzettare troppo i volumi con un numero eccessivo di storie a puntate (visto che in finale di numero ce n’è un’altra… ci arriviamo). A parere nostro la soluzione ideale. 

Il numero prosegue poi con due storie abbastanza standard. 

Archimede e l’incomparabile Vanny di Francesco Vacca e Giovanni Preziosi introduce un nuovo personaggio che subito si trova ad interagire con il cast paperopolese al (quasi) completo. Amico di vecchia data di Archimede, ha sempre sostenuto che avrebbe fatto grandi cose nella vita. Ma la realtà non è la fantasia e le fanfaronate non sempre vanno a segno e il buon Vanny torna da Archimede per chiedergli, ingannandolo, una invenzione in grado di nutrire il proprio ego dimostrandosi finalmente migliore di tutti gli altri. 

Sarà un Paperoga più assennato del solito a fargli capire che l’avere buoni amici vale molto di più dell’essere invidiati e ammirati. 

Una bella morale al servizio di una storia semplice ma efficace e disegnata più che discretamente.

Per quanto riguarda invece Amelia e la rosa olezzante, per la sceneggiatura di Giovanni de Feo e i disegni di Federico Franzò, ci troviamo di fronte a una di quelle storie in cui si mischiano vari classici del genere stregonesco (Amelia ha problemi con l’aglio, Amelia perde i “poteri magici”, Amelia si trasferisce a Paperopoli) in un piatto in salsa (di pomodoro) partenopea. La fattucchiera che ammalia infatti, sconfitta per l’ennesima volta dall’orrido bulbo appartenente alla famiglia delle liliacee, decide di volersi liberare una volta per tutte di quel suo punto debole. Come? lavorando in un ristorante che ne fa uso sistemico e spasmodico, la “rosa olezzante”, per l’appunto, in modo da assuefarsi. 

L’aglio non piace nemmeno a me

Ma si viene a scoprire che trattasi di pizzeria wannabe napoletana di scarso successo: sarà come prevedibile Amelia a ritirare su il locale e a dargli l’agognato successo in nome di quel senso di appartenenza e dì comunità tipicamente circumvesuviano.

Poi ovviamente il piano per liberarsi dell’aglio sarà un completo insuccesso. 

Conclude il numero l’ultima puntata della saga a puntate che ci ha tenuto compagnia nell’ultimo mese. Come detto all’inizio criticare non sempre è piacevole, ma non vuole essere una bocciatura affermare che Le giovani marmotte e la pietra della fortuna non passerà alla storia come uno dei capolavori di Bruno Enna. Rimane una storia leggera, a tratti avvincente, che tuttavia è penalizzata da presupposti un poco deboli: primo fra tutti le giovani marmotte stesse. 

Il gruppo di paperotti alle prese con le sfide del nostro mondo e impegnati alla difesa della natura trova la sua origine con Carl Barks e spesso si trovavano ad avere a che fare con perfidi affaristi (tra cui lo stesso Zio Paperone, talvolta) e minacce agli ecosistemi del nostro pianeta.

Perduta quella prerogativa, perché l’ecologia è diventato un tema che su Topolino viene trattato con le pinze, il gruppo delle Giovani Marmotte sembra aver perso la sua ragion d’essere. Diversi bravi autori (da ultimo Bruno Enna, ma anche Francesco Vacca vi si è dedicato a lungo negli ultimi anni) hanno provato a rivitalizzarle con risultati altalenanti. Il reintegro nel cast di Newton Pitagorico poi, ha permesso di aprirsi a sbocchi narrativi più variegati, ma spesso è diventato egli stesso il fulcro della vicenda dal punto di vista dell’intreccio. 

Non li fanno più i miliardari di una volta

In questo caso la storia non è nemmeno brutta, anche se chi scrive queste righe non apprezza molto il ricorso troppo frequente ai viaggi del tempo e il fatto che, a differenza della loro natura originaria le Giovani Marmotte si trovino ad aiutare un miliardario in difficoltà (pur nella simpatia, semplicità e apprezzabilità del personaggio in questione). Ma per quanto persona integerrima e GM onoraria, Bob Tycoon, introdotto dallo stesso Enna in “Megaricchi”, resta il presidente del club dei Miliardari. 

Alessandro Perina è una soluzione di continuità ideale tra questa storia e le altre storie a puntate del “ciclo italiano” portate avanti dallo stesso Enna e da Sisti. D’altronde vi è accomunata anche dall’utilizzo dei retrocchiali che sono veri protagonisti della vicenda in quanto permettono ai nostri il viaggio temporale di cui più sopra si accennava. 

Conclusione a lieto fine che ci lascia a mo’ di insegnamento che spesso il tesoro che andiamo cercando in giro per il mondo (e negli anfratti del tempo) è già presente dentro di noi solo che eravamo troppo occupati per accorgercene.



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Autore dell'articolo: Matteo Gumiero

Costretto a scrivere qualcosa in questo spazio, sono ingegnere, non amo scrivere ma in compenso mi piace leggere. Fumetti, soprattutto.