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Le interviste del Papersera - Massimo Marconi

Una caricatura di Massimo Marconi eseguita da G.B. CarpiIn occasione della saga olimpica recentemente pubblicata su Topolino, abbiamo raggiunto telefonicamente Massimo Marconi, una delle figure "storiche" della redazione Mondadori (allora editore di Topolino) a partire dagli anni settanta. Il lungo lavoro di "sbobinatura" (si dirà ancora così anche se la registrazione è digitale?) ha fruttato questa lunga ed interessante intervista, che per comodità di lettura è stata divisa in tre pagine.

Indice delle storie sceneggiate da Massimo Marconi

Paolo: Raccontaci dei tuoi inizi, come sei arrivato a Topolino?
Massimo Marconi: Era verso la fine del 1968, ed io avevo appena finito gli esami della laurea in Giurisprudenza, e mentre ero in attesa di discutere la tesi, dato che allora c'erano molte offerte reali di lavoro reali ed affidabili sui giornali, io avevo risposto ad una ventina di queste, tra le quali una che mi aveva fatto notare mia mamma, relativa ad un giornale sportivo. Mi hanno risposto in tanti, ma io ho scelto il giornale sportivo, era dedicato allo sci e si chiamava "NeveSport", oggi non esce più, ma è uscito per parecchi anni, era settimanale da Ottobre a Marzo durante la stagione invernale, e mensile negli altri mesi.
Ho cominciato lì anche con un certo successo, si trattava di un buon giornale, dove sono "passate" parecchie persone, mi ricordo di Claudio Sabelli Fioretti e Walter Tobagi; è stato un po' una palestra di talenti.
Da lì, nel 1970, sono passato a "Bolero", uno dei periodici Mondadori che all'epoca vendeva milioni di copie, e il cui direttore, oltretutto, era Luciano Pedrocchi, fratello di Federico, il grande autore Disney degli esordi.
Nel marzo dell'anno dopo, sempre nell'ambito della Mondadori, si era aperta la possibilità di un "passaggio interno", di uno scambio, così una redattrice è passata a Bolero ed io sono andato a "Topolino", e con molto entusiasmo: dopo lo sport la mia grande passione è sempre stata quella dei fumetti, e lì ho potuto occuparmene fin da subito, e anche della parte redazionale.
Tra l'altro, avendo avuto una famiglia numerosa con quattro figli, ho comunque continuato a collaborare sia con "NeveSport" che con altri giornali, anche perché a Topolino quello che mi interessava di più fare erano le storie, ma non c'era molto spazio, in quanto il grosso delle storie era realizzato Guido Martina e Gian Giacomo Dalmasso, che alora era il responsabile delle sceneggiature, e a me non restavano che 2-3 storie l'anno...

P: Eri un appassionato del fumetto Disney? Quali sono i tuoi autori preferiti?
Sin da piccoli, io e mia sorella ci divertivamo a riconoscere i disegnatori che apparivano sulle pagine di Topolino, ovviamente senza poter dar loro un nome. Carpi e Scarpa partecipano a Canzonissima nel 1969Quello che ci piaceva di più era Barks, che si capiva essere americano, e subito dopo Scarpa, che avevo capito, pur avendo una mano felicissima, essere italiano dall'argomento di certe storie. Poi negli anni sessanta ho assistito ad un programma (Canzonissima, N.d.R.) dove venivano presentati Scarpa e Carpi, non riuscii a capire chi fosse l'uno e chi l'altro, anche perché i nomi erano abbastanza simili, però ho visto benissimo chi era quello più alto, che disegnava i paperi che mi piacevano tantissimo, quelli che con mia sorella chiamavamo "i paperi coi becchi lunghi", così io per anni quei disegni li ho chiamati di "Scarpacarpi"...
Devo dire che ero abbastanza bravo, riuscivo ad individuare gli autori Disney anche su altre pubblicazioni: Bottaro che faceva Pepito, le storie di Nonna Abelarda di Cucciolo, e tutte le altre fatte da Carpi e Chierchini, però dar loro un nome era praticamente impossibile. Poi li ho conosciuti personalmente ed è stata una grande emozione, anche se devo dire che poi non erano quei personaggi che mi immaginavo, erano gente molto alla mano, molto modesta... e sì... anche abbastanza simpatica tutto sommato(ride)!

P: Certo, il tuo ruolo di redattore ti ha portato a lavorare con tutti i grossi nomi della Disney di allora...
MMa: Quando nel 1971 sono arrivato io, era Dalmasso che si occupava del controllo delle sceneggiature, e la produzione italiana non era altissima: erano circa 2 a numero su Topolino, più qualche cosa sull'Almanacco AT, di queste molte le faceva Martina, che logicamente non passava per il controllo di Dalmasso, altre le faceva Dalmasso stesso, al quale, quindi, non ne rimanevano molte da controllare, forse solo quelle dei più giovani come me e Pezzin.
Poi, quando la Mondadori si trasferì a Segrate, Dalmasso lasciò il suo ruolo, e la gestione delle sceneggiature è stata un po' anarchica finché nel 1980 non ha preso in mano il settore Franco Fossati, facendo un po' di necessario repulisti, e mettendo ordine.
Siccome avevo una certa esperienza di "cucina redazionale", la prima cosa che Capelli, allora caposervizio, mi diede in mano fu una boccetta di china, un pennino e mi disse di controllare tutte le storie disegnate per verificare se le code di Topolino e di Minni fossero state sempre disegnate! Era una cosa che mi spaventava: se la coda c'era ok, ma se non c'era, l'avevano dimenticata o semplicemente non si vedeva? E poi non è che io avessi una mano molto felice nel disegno, e quindi per fortuna quella cosa decadde e il direttore mi ha passato alla revisione delle sceneggiature, e lì cominciai a fare delle correzioni più massicce: ad esempio Martina era bravissimo, ma era di un prolisso che non finiva mai, mentre Dalmasso faceva un sacco di incisi, si è cercato di togliere quello che si capiva già dal disegno. E poi c'erano sceneggiature facili da controllare ed altre che invece erano disastrose (come succede anche adesso e come è sempre successo), non avevano un senso logico, e dovevi cercare di salvarle in qualche modo...

P: Ma non c'erano solo le storie italiane, in quegli anni Topolino pubblicava un buon numero di storie straniere.
MMa: Esatto, infatti un altro lavoro molto impegnativo era quello di correggere le traduzioni delle storie straniere, e spesso si trattava di storie già molto scadenti nell'originale: storie degli studi Disney, qualcosa che cominciava ad arrivare dal Brasile... Venivano tradotte in genere da gente che sapeva molto bene l'inglese ma che non aveva alcun "frasario" fumettistico, ed anche quel compito fu una buona palestra, perché riuscire a dare un senso logico, o riuscire ad accorciare queste storie si è rivelato un buon esercizio.

P: Era Gentilini la persona che prendeva sempre l'ultima decisione su cosa pubblicare?
MMa: Sai, tutto quello che ti ho raccontato finora avveniva negli anni settanta, nell'ultimo periodo di Gentilini. Io ho avuto la sfortuna di conoscerlo quando già era in fase calante ed oltretutto già non più in buoni rapporti con la direzione Mondadori: le cose non andavano molto bene, tanto è vero che alla fine degli anni 70 Topolino aveva perso un po' tutti i migliori disegnatori, perché era riuscito a litigare un po' con tutti: o perché non dava gli aumenti, non dava particolari risconoscimenti, e Topolino aveva preso una china un po' in calando: pur essendo una testata molto forte andava giù in un momento in cui tutti gli altri giornali tipo Lanciostory, L'Intrepido ed altri incontravano una sorta di rinascimento del fumetto.
Topolino 1302, il primo "targato" Capelli Nel 1980 Gaudenzio Capelli diventò direttore, e le cose cambiarono radicalmente: fu data più visibilità agli autori, si intensificarono i contatti, ci furono più gratificazioni a disegnatori e sceneggiatori, ed anch'io ho avuto un ruolo più sostanzioso con la possibilità di operare anche a monte: per dire, invece di limitarmi a correggere una traduzione, potevo finalmente parlare direttamente col traduttore
Un altro esempio è Marco Rota: nonostante fosse Art Director nella gestione Gentilini, era arrivato al punto di non controllare più le tavole che gli davano da correggere, perché tanto non poteva fare niente: alla prima correzione che faceva, il disegnatore andava da Gentilini "a piangere", ed otteneva l'annullamento della correzione.

P: ...il disegnatore ha sempre ragione...
MMa: Erano altri tempi, e comunque bisognava fare i conti con la permalosità dei collaboratori, dato che servivano sempre più storie, e non è che allora ci fosse moltissimo da poter scegliere. In quegli anni un disegnatore appena appena meno che scadente avrebbe trovato subito lavoro... e comunque non ce n'erano. Oggi che ci sono dei disegnatori bravissimi, sono a spasso, per mille motivi...
E non solo Topolino: Bonelli negli anni 80 non poteva far decollare nuove serie perché non aveva a disposizione abbastanza disegnatori bravi, e quei pochi che aveva lavoravano già a tempo pieno su testate "protette" tipo Tex... Ma ora anche lui deve mandar via dei disegnatori.

P: Di certo la gestione Capelli fece degli ottimi risultati, inanellando molti record di vendite, specialmente in concomitanza con il gadget estivo allegato al fascicolo. Furono i gadget il traino principale di queste vendite record o individui qualche altra causa?
Uno dei tanti numeri di Topolino "da record"MMa: Credo che molto fosse dovuto al momento: c'era un fascino Disney molto forte, ricominciavano ad uscire i cartoni animati, poi, certo, anche i gadget hanno avuto il loro ruolo. Comunque il milione di copie si raggiungeva anche negli anni 70 con la Mondadori, ed anche allora con i gadget, in particolar modo con le monete, che erano molto appetibili.
Ma considera che comunque un risultato "normale" era la vendita di 800.000 copie, e con un prodotto che a dire la verità negli ultimi anni 70 era piuttosto scadente! Tu sai che i lettori non scrivono mai per dire questa storia è bella, questa è brutta... adesso magari succede su internet (e noi ne sappiamo qualcosa... N.d.R.), ma direttamente a Topolino è rarissimo che scrivano. In quel periodo, poi, scrivevano cose tipo "non posso comprare topolino, me lo mandi gratis?" oppure "chi sono i genitori di Qui, Quo e Qua?". Be', ci furono momenti in cui scrivevano anche per dire "questa storia è brutta", "non comprerò più Topolino", eppure si vendevano 8-900.000 copie!
Oggi che è fatto decisamente meglio che in altri anni... i numeri non sono più gli stessi: io non credo sia legato alla qualità.
L'obiettivo, anche allora, è sempre stato quello di fare delle storie "da sei" perché sai benissimo che non puoi fare troppi capolavori, è impossibile. L'importante è non fare delle belle schifezze, perché quelle puoi evitare di farle! Ne può scappare qualcuna, e devo dire che negli anni 80, 90 e anche adesso la media ha tenuto, anche se ogni tanto c'è qualcosa che la fa calare... però è sempre stato così...

P: Riguardo le storie "da sei" non sono molto d'accordo: forse la media allora come adesso era intorno al sei, ma perché prima c'erano dei "capolavori" da 9-10, accompagnati da molte storielle parecchio sotto il 6, oggi non ci sono più storie così scadenti, ma nemmeno capolavori, o per lo meno, sono molto più rari...
MMa: Forse c'è anche meno personalità... Io vedo qualche volta dei disegnatori che sono veramente bravi, a livello di "genio", ma poi di fatto non sanno raccontare: andrebbero benissimo per l'illustrazione, e infatti se vedi i libri illustrati Disney sono tutti dei capolavori, però poi i personaggi non recitano, non fanno niente, le storie hanno un taglio televisivo...
Una tipica scena di interni realizzata da ChierchiniLe storie una volta erano dei film, adesso sono diventate un po' troppo un prodotto televisivo, e spesso non riescono a farti sognare, mancano di un qualche cosa. Prendi ad esempio le storie di Chierchini, che forse è l'unico disegnatore che non si è mai evoluto, nel senso che è sempre rimasto uguale, con tutti i difetti che possono avere qelle storie, i muri che sono quelli della Genova periferica, i personaggi che sono chiaramente italioti, però ha una "personalità": ti fanno ridere, ti danno qualche cosa in più.
Riguardo, poi, alla qualità di certi autori, da lettore io sapevo che prima o poi, tipo una volta al mese, una storia di Scarpa mi sarebbe capitata, sapevo che prima o poi una storia di Barks sarebbe uscita. Però se eri sfigato usciva un numero con due storie di Perego, e comunque lo sopportavi perché tanto sapevi che era così e perdonavi: per tutti i prodotti seriali c'è molta più indulgenza da parte del pubblico.
Comunque, per tornare alle vendite degli anni passati, bisogna tener conto anche del fatto che la generazione degli anni 90 è necessariamente diversa dalla mia che sono nato nel 1945. Noi al cinema quando c'erano le pubblicità dei film Disney che sarebbero usciti - e già ne usciva uno ogni sei anni - non avevamo neanche la possibilità di vedere il titolo completo, al massimo ci mostravano il logo del titolo, senza alcuna immagine Disney, perciò leggere Topolino era l'unico modo per essere in "contatto" col mondo Disney.

P: Un "contatto" che era una vera e propria istituzione, diffuso ovunque e letto da fasce di pubblico molto ampie ed eterogenee...
MMa: Io ricordo che una volta, prima di partire per le ferie ho perso un numero perché non era ancora uscito a Milano: quando sono arrivato sulla riviera adriatica lì era già finito, ed ho perso quel numero (infatti una delle prime cose che ho fatto quando ho iniziato a lavorare a Topolino è stato leggere quel numero perso). Non ero un ragazzino, avrò avuto 15 o 16 anni, ma non ero l'unico aficionado, Topolino era allora come negli anni 70 e 80, il settimanale italiano in assoluto con il più alto tasso di fedeltà di lettori. Mi pare di ricordare da una ricerca dell'epoca che sui lettori degli ultimi 30 giorni, i lettori di Topolino leggevano 3 numeri su 4: una fedeltà eccezionale, una cosa che sicuramente non avevano né i giornali femminili né Panorama e né altri; forse La Settimana Enigmistica aveva una fedeltà come quella lì.
Oggi cosa vuoi... Topolino, almeno la storia principale, lo riesci a leggere su internet se sai un poco come andare a smanettare...

P: Ma questa tanto chiacchierata "crisi" di Topolino c'è davvero?
MMa: Non lo so, a quanto sento, se Topolino non avesse gli abbonati sarebbe quasi sparito dall'edicola: ti ricordi come si faceva una volta, quando usciva il sabato? Andavi in edicola e c'era il mucchio di Topolino e quello de La Settimana Enigmistica.
Mi ricordo che avrò avuto 19-20 anni, e non volevo più comprare Topolino, nè La Settimana Enigmistica, però andavo giù in edicola, a comprare la Gazzetta dello Sport, li vedevo e mi dicevo "Vabbè, è l'ultima volta...". Era come smettere di fumare, si facevano pubblicità da soli. Oggi non lo noti neanche più, non c'è più quel bel pacco che c'era una volta: lo vedevi e "...ah si, è uscito Topolino".
Però... sai, a Milano ad inizio novecento c'erano 7-8 piste di pattinaggio, ed ora non ce n'è più neanche una... cambiano le mode... spero che Topolino possa riprendere in qualche maniera, magari sotto altre forme. E comunque è un discorso per tutto il fumetto in generale, che meriterebbe di essere conservato come fanno in Francia, ed anche protetto, cosa che qui in Italia non succede, perché comunque è un'introduzione alla lettura, perché comunque è qualche cosa di più che non fare niente.

P: Però è tutto il settore del fumetto ad essere in fase decisamente calante: una volta l'edicola era piena di testate dedicate al fumetto comico: Tiramolla, Cucciolo, Nonna Abelarda, Trottolino, Braccio di Ferro, il Corriere dei Piccoli e tantissimi altri...
Il numero 1520 di Topolino, dove furono distribuiti i dati sull'eta' media dei lettoriMMa: Certo! Ed erano tutte più o meno dignitose, e poi c'era una certa regola di mercato: quelle che non erano fatte bene cadevano, quelle che erano fatte bene duravano, non per niente Tex che è un prodotto completamente fuori target e fuori mercato, continua ad andare...
Io ricordo quando un fascicolo di Topolino aveva 7 milioni di lettori, di cui 4 milioni al di sopra dei 15 anni, e quindi considerati adulti; allora si diceva "Topolino lo leggono tutti", ma non era esatto: Topolino lo leggevano, e lo leggono, tutti quelli che hanno qualcosa in più, non dico che necessariamente fossero più intelligenti, ma più orientati alla lettura, e poi considera che era un giornale un po' più da fighetti, non ti facevi vedere in giro a leggere Topolino se avevi 14 o 15 anni. Ed infatti il merchandising Disney non è mai andato bene in quegli anni, stranamente va di più adesso che il fumetto vende di meno: in quegli anni c'era il boom economico, ma ci si sarebbe vergognati ad avere qualcosa col marchio Disney, solamente i collezionisti acquistavano cose del genere.
Credo che comunque sia cambiato tutto il pubblico: se prendi un Topolino degli anni 50, ti chiedi "ma come faceva un bambino a capire queste storie? a capire questi servizi?"... ed invece si interessavano evidentemente viste le vendite; poi magari qualcuno saltava i redazionali, però in molti li leggevano. Era un po' quello che succedeva nel cinema: se la nostra generazione fosse andarta a vedere solamente film per ragazzi avremmo visto si e no 10 film in una vita, invece noi li vedevamo tutti, vedevamo qualsiasi cosa: io mi ricordo di aver visto "Rebecca", cosa avrò capito a 7-8 anni di quel film? Comunque lo guardavo, e qualche cosa in testa mi sarà rimasto forse.

P: Oggi si tende a dare il prodotto più facile, che possa essere fruito senza alcuno sforzo da parte dei bambini, sottovalutandone le capacità.
MMa: Infatti, non credo si possano applicare le regole del marketing ad un prodotto come Topolino, era un vero e proprio fenomeno, un po' come Carosello: si diceva che Carosello era uno schifo che non poteva funzionare, contrario ad ogni regola, con sketches pubblicitari di due minuti... però poi Carosello ha segnato un'epoca, a dispetto di tutti: era un "prodotto" che non sarebbe mai dovuto uscire se si fossero seguite le regole delle ricerche di mercato.
Topolino allo stesso modo non sarebbe mai stato pubblicato, perché non aveva un target di riferimento, perché non aveva un pubblico di riferimento, anche la scelta del formato tascabile fu casuale: nessuno voleva farlo in quel modo: Gentilini, questo me l'ha detto Ambrogio Vergani, quando fu deciso il formato "Selezione", era contrario, e non mancò di farlo sapere alla direzione Mondadori, poi però si vantava di averlo inventato lui...
Il fatto è che nessuno credeva in questo prodotto ed invece andò bene sin da subito, e fortunatamente hanno capito che valeva la pena di non toccare mai niente, solo dei minimi cambiamenti, per mantenere quest'alchimia forse un po' casuale ma vincente.
Poi, invece, fu come per le automobili: supponiamo di avere un'automobile di successo, che usano tutti: quelli che vogliono la macchina grande, quelli che vogliono l'utilitaria e quelli che vogliono la macchina sportiva. Bene, compito del marketing è quello di sostituirla con altre tre vetture: una grande, un'utilitaria ed una sportiva...
Così già quando si è iniziato a creare Cip & Ciop, e tutto il segmento del pre-school, un po' ci si è danneggiati il prodotto principale: Topolino era un fenomeno, senza che nessuno si fosse messo a studiarlo, funzionava e funziona, è irripetibile, un "monstrum".
Tu pensa a Guido Martina, aveva un'intelligenza e una cultra eccezionali, veniva dal cabaret, aveva scritto delle commedie musicali, era completamente al di fuori di questo genere, le sue battute erano pesanti, di difficile comprensione eppure funzionavano. Ed è stato lui quello che praticamente ha determinato il fenomeno del Topolino italiano. Indubbiamente l'apporto di Barks e Gottfredson ha contribuito, ma il grosso del Topolino Libretto sono state le storie italiane. Eppure a Martina oggi non faresti fare nemmeno due tavole di sceneggiatura, purtroppo. E sono molti i casi simili del passato: cose in cui nessuno credeva e che hanno poi avuto un grande successo.

P: Qualche cambiamento deciso, comunque, c'è stato negli ultimi anni, mi riferisco in particolare alle testate di PK e del Mistery Magazine di Topolino. Tu che opinione hai di questi filoni?
MMa: Devo dire che sono state ottime iniziative. Io ero già fuori, ho giusto vissuto l'avvio di PK, ma borderline perché non me ne occupavo. Però non ho mai capito perché quelle iniziative non sono partite sul Topolino...

P: Immagino per il formato delle tavole innanzitutto...
MMa: Be', le puoi far partire su Topolino, e se poi hanno successo le tiri fuori. L'Almanacco Topolino vendeva bene, Mondadori l'ha chiuso perché vendeva "solo" 120.000 copie, adesso farebbero i salti mortali, e secondo me riusciva a vendere così bene perché c'era Topolino alle spalle. I classici vendevano 400.000 copie quando Topolino ne vendeva 800.000, e quando ne vendeva un milione, i classici ne vendevano 500.000.
In pratica, era come se Topolino fosse la corrazzata, e si portava dietro tutta la flotta.
Quindi, si può fare Anderville su Topolino, certo la storia sarà un po' mortificata dal formato, però considera che abbiamo conosciuto anche "L'Inferno di Topolino" sul libretto, abbiamo conosciuto il meglio su quel formato, ed anche quando erano stampati piuttosto male.
Un'innovativa tavola dalla prima serie di PKPoi c'è sempre tempo per farli uscire in testate proprie, ma intanto tieni il meglio su Topolino. Quello è stato secondo me un errore: creare delle testate (che poi infatti non sono durate) che non potevano avere una vita autonoma. Lo stesso Paperinik (non PK, quello classico), se pensi bene ha fatto una cinquantina di storie in 10-15 anni e poi fatalmente è dovuto scendere a dei compromessi, cioè diventare anche lui un po' una macchietta. La stessa cosa ha rischiato PK perché avevano messo in piedi delle cose talmente complicate, aperto talmente tante sotto trame, tante possibilità che alla fine si perde anche lo sceneggiatore, ma soprattutto si perde il lettore, che ha troppe cose da seguire, da ricordare, da fare...
E poi, per tornare al discorso del formato, è importante mantenere una propria identità: Bonelli fa il formato "bonelliano", non si sognerebbe mai di mettere in piedi un formato Topolino, e allora Topolino soprattutto deve fare il formato Topolino! Se avessero fatto delle belle storie di PK, di MMMM o anche di X-Mickey, avrebbero funzionato molto bene sul Libretto, e poi avrebbero dato luogo ad altre testate specialistiche e comunque avrebbero "costretto" la gente a continuare a dipendere da Topolino: se negli anni della mia gioventù avessero messo le storie dei disegnatori migliori sull'almanacco, col cavolo che avrei comprato Topolino, rischiando di prender dentro storie di Ezechiele Lupo, o certi orrori che venivano fuori da non so dove, o storie di Perego, o di De Vita padre che, mi dispiace, ma non mi piaceva. Avrei comprato soltanto l'Almanacco, non ti pare?
Ma Topolino è sempre stato un po' trascurato, tutto sommato. Negli anni che sono stato in redazione ho sempre notato un po' di "puzza sotto il naso" nei riguardi delle storie, sembrava quasi che le storie fossero una cosa marginale, e ci si dedicava di più ai redazionali, ai giochi agli inserti... forse perché era più vicino al nostro spirito giornalistico non essendo noi autori e soprattutto non essendo disegnatori: mi ci metto dentro anch'io pur avendo io sempre preferito di gran lunga i fumetti ed infatti devo dire che sono l'unico della redazione che in tutti questi anni ha fatto anche l'autore, perciò ho sempre rispettato molto gli autori, anche quelli che mi stavano antipatici.


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