Topolino 3695

Il patto narrativo è l’accordo tacito tra autore e lettore, in cui quest’ultimo accetta di credere alla storia narrata come se fosse vera per tutta la durata dell’opera. È una promessa da parte dell’autore al lettore per “convincerlo” a fidarsi di quello che sta raccontando, sospendendo la propria incredulità, mettendo da parte la voglia di confrontare ciò che legge con le leggi del mondo reale, di immedesimarsi nel personaggio, per arrivare poi a una ricompensa rappresentata dallo scioglimento dell’intreccio, dalla conclusione della trama che dovrebbe ripagare l’atto di fiducia del lettore. Ma, nel caso della storia “top” di Topolino 3695, La notte bianca dell’uomo in nero, è stato così? La fiducia data a Marco Nucci per la sceneggiatura e a Casty per i disegni è stata ripagata?
Personalmente ero rimasto molto deluso dalla precedente avventura, quando mi ero entusiasmato alla lettura delle prime due parti, per poi ritrovarmi con una conclusione della storia che non solo non mi aveva soddisfatto, ma che mi era sembrata sbrigativa e priva di eventi degni di essere raccontati.
Come è andata stavolta? Di certo c’è stata una grande attenzione al coinvolgimento del lettore, alla volontà di portarlo all’interno dello svolgimento degli eventi, di renderlo partecipe dell’ansia di Topolino; ma altrettanto certamente, alla fine della storia – e ancora di più se pensiamo che questa rappresenta anche la conclusione della saga – rimane la forte sensazione che la promessa immaginata all’inizio della lettura non sia stata mantenuta.

Anche il nostro eroe si fa suggestionare dalle atmosfere notturne (e complimenti per il “bubolare”!)
Sono convinto che la creazione dell’atmosfera e il coinvolgimento del lettore siano elementi molto importanti, addirittura determinanti per la creazione di ricordi che possano persistere, specialmente nei lettori più giovani, come è stato per il sottoscritto (troppi) anni fa con storie come Zio Paperone e la scorribanda nei secoli: una trama con notevoli buchi, approssimazioni e soluzioni “perché sì”, ma che è rimasta impressa a molti sia per i contenuti sia per alcune tavole particolarmente suggestive.
Stavolta, oltre alla sensazione di un’attesa costruita in maniera decisamente coinvolgente, c’è stata però la scoperta di una soluzione degli eventi che – personalmente – mi ha lasciato con un grosso punto interrogativo sull’effettiva “eccezionalità” della storia. E questo “tradimento” del patto narrativo mi ha portato inevitabilmente a rivalutare l’esperienza della lettura, abbandonando l’accordo di complicità tra autore e lettore e andando quindi ad analizzare il tutto con un occhio più critico, più attento a ciò che viene risolto in maniera semplicistica o incoerente.
Non intendo però mettermi a stigmatizzare qui di seguito questi aspetti: molti lo hanno già fatto sul forum, che forse è il luogo più adatto per questo tipo di discussioni, mentre nella recensione mi piace mantenere l’analisi a un livello più generale. Almeno gli aspetti più citazionistici, però, come le assonanze dei nomi con i luoghi di H. P. Lovecraft o il parallelo tra il dottor Piuma e il personaggio di Hamlin di Dylan Dog, meritano una considerazione: di certo sono utili per la costruzione dell’atmosfera, ma finiscono per forzare la direzione del racconto verso una soluzione che prevede l’intervento di un deus ex machina per sbrogliare una matassa intricata, soprattutto dal punto di vista di ciò che ci si sarebbe aspettati di vedere spiegato. Perché il mantello, di fronte all’originale, “svanisce”? Come fa Topolino a sapere che il mantello è “uno spettro che si nutre di oscurità”? Insomma, se si passa ad analizzare la storia, spogliata dalle atmosfere e dalle ambientazioni, forse quello che rimane è un po’ poco.
Però le vignette con Topolino armato di coltello mi piace pensare siano un omaggio a Topolino e il doppio segreto di Macchia Nera…
Rimane evidente, però, come questa storia sia l’evento principale di Topolino 3695, anche a giudicare dalla percentuale di spazio che le è stato dedicato in questa recensione, per un numero che, per il resto, si snoda tra storie brevi irritanti (I Bassotti e la fuga acquatica), storie che sembrano gag tirate troppo per le lunghe (Zio Paperone e il punto di rottura) o storie incentrate su un pretesto troppo esile per coinvolgere (Paperino, Paperoga e la minaccia da Marte).

Anche io sono curioso di saperlo… ma temo la fine che ha fatto “Tranquillo”…
In chiusura al settimanale rimane Topolino e l’isola delle folgori, la cui seconda parte inizia a spiegare i fili della trama tessuta nelle pagine precedenti, ma ancora non ho ben capito dove andrà a parare. Di certo non sarà semplice, per gli autori, il confronto con due dei massimi capolavori del fumetto Disney (L’Uomo Nuvola e La Dimensione Delta), e l’introduzione di nuovi personaggi e dimensioni potrebbe risultare fastidiosa a chi è affezionato a quello “stato di cose”. Ma le carte di Francesco Artibani e Alessandro Pastrovicchio sono ancora tutte da scoprire: sono davvero curioso di vedere come andrà a finire!
Sintetizzare tutte le sensazioni contrastanti che mi ha provocato la prima storia in un voto da 1 a 5 non è certo facile: da una parte, il “bambino” che legge la storia di Macchia Nera ne resta positivamente colpito e magari si può appassionare alla lettura di storie del genere; dall’altra, ho la sensazione di essere stato invitato a pranzo in un ristorante stellato e di ritrovarmi invece con un panino dell’Autogrill…

