Uno, nessuno e centomila Paperino

09 GIU 2024

Paperino compie 90 anni: è l’occasione per riflettere sul modo di intendere il personaggio nel corso delle decadi.

Paperino compie 90 anni - L'esordio

L’esordio con Meo Porcello

Era il 9 giugno 1934 quando debuttò nel neonato universo disneyano – peraltro non ancora definibile in maniera così identitaria – e nel mondo dell’intrattenimento in generale, un personaggio destinato a diventare una delle figure più iconiche dell’immaginario del ventesimo secolo: Donald Duck, meglio noto in Italia come Paolino Paperino.

Nel cortometraggio animato La gallinella saggia (The Wise Little Hen), facente parte della serie delle Silly Symphony, questa figura anatrina sembrava essere destinata a un’unica comparsata all’interno di una favoletta dal sapore morale, come uso di questi corti, mentre invece fu solo il primo passo di una carriera sfolgorante.

Paperino compie 90 anni

Già in quella prima storia emergevano alcuni tratti caratteriali tipici di Paperino, che tutt’oggi riconduciamo almeno in parte facilmente a lui: la pigrizia, innanzitutto, la volontà in prima battuta di oziare scansando per quanto possibile il lavoro, un lato menzognero se non proprio meschino che lo rendevano vagamente ambiguo a livello morale e una certa propensione a subire i risvolti negativi della propria condotta.

Nel corso degli anni successivi, a questi fattori se ne sarebbero aggiunti altri, tanto in campo animato quanto nei fumetti, connotando il papero in innumerevoli versioni ed evolvendolo di volta in volta.

In questo pezzo – pensato in occasione dei 90 anni dalla sua creazione – più che celebrare Donald Duck, vogliamo provare a seguire il sentiero da lui percorso, passando di mano in mano a diversi autori e osservando il servizio che questi hanno reso al personaggio, tra approfondimento di elementi coerenti, introduzione di nuove sfaccettature più o meno calzanti e varie deviazioni o appiattimenti.

I ruggenti anni Trenta e Quaranta

Occorre sempre ricordare che la prima caratteristica di Paperino è quella di essere divertente. Un discorso che naturalmente vale per ogni personaggio della scuderia Disney, ma che nel caso di Paperino esiste forse in maniera più marcata.

Questo perché, rispetto a Topolino e a Pippo, la comicità di Donald si afferma in maniera più dirompente, decisamente fisica e giocata in massima parte sul carattere bizzoso che gli viene presto assegnato.

Lo slapstick e lo squash-and-stretch sono principi dell’animazione condivisi anche dagli altri standard characters, ma mentre Topolino e Pippo mantengono tutto sommato un atteggiamento più serafico nei confronti delle avversità che sceneggiatori e animatori prospettano loro, Paperino reagisce invece infervorandosi, mulinando le braccia, saltando in aria e lanciando sonori e ripetuti sbaraquack (lo starnazzare semi-incomprensibile, elemento primigenio del papero, è merito del vulcanico doppiatore Clarence Nash che per decenni ha prestato voce e anima a Donald Duck), scatenando così la risata del pubblico.

A quel punto era chiaro che una delle chiavi interpretative del personaggio sul grande schermo avrebbe potuto essere quella di contrapporlo a vari disagi quotidiani e, in un lungo filone, a piccole creature fastidiose che riuscissero ad avere la meglio su di lui, nonostante sulla carta avrebbe tutte le possibilità di soverchiarli: Cip&Ciop, l’ape Buzz-Buzz, anonime formiche che mettono a repentaglio picnic, passerotti che gli rovinano l’automobile fresca di vernice, scoiattoli volanti che lo intralciano nel suo lavoro di venditore di noccioline… un allegro serraglio capace di innervosirlo, magari a partire da comportamenti innocui o che perlomeno si sarebbero potuti arginare nell’immediato senza bisogno di ingaggiare un confronto aperto, che invece è esattamente la risposta messa in campo dal  protagonista in una spirale di tiri mancini dai quali non esce mai vincitore.

Degni di nota anche episodi in cui l’animale di turno è tutt’altro che di piccole dimensioni: l’orso Onofrio, che compare in diversi cortometraggi e anche nei coevi comics USA, è un buon esempio in tal senso, al netto della sua indole bonacciona, così come lo scimmione di Paperino e il gorilla (1941), nel quale la pericolosa belva invade la casa del protagonista mettendo in moto una serie di gag piuttosto riuscite.

In altre occasioni lo scontro è con i nipotini Qui, Quo, Qua, fin dal loro turbolento esordio, veri discoli pronti a organizzare i peggiori dispetti al loro zietto, o a farlo innervosire nel dimostrarsi fastidiosamente più furbi o assennati di lui.

Oppure nell’ambito del lavoro: da attacchino a musicista, da pulitore di orologi a operaio, da rivettatore a taglialegna, gli imprevisti sono costantemente dietro l’angolo e il povero Paperino reagisce sempre nella maniera peggiore, entrando in una spirale nella quale difficilmente riesce ad avere la meglio.

Il comportamento nevrotico di Paperino, oltre ad essere specchio dell’uomo comune della coeva società americana, è la molla della comicità delle trame animate che lo vedono al centro e ha portato in breve tempo a un’altra caratteristica fondante: la sfortuna, in fondo una mera conseguenza di quanto appena descritto. La sorte sembra accanirsi su Donald Duck attraverso numerosi elementi esterni e disturbatori che hanno sempre conseguenze negative per il papero… certo è, però, che in molte occasioni un diverso atteggiamento di fronte a tali avversità avrebbe potuto portare a esiti meno disastrosi.

Sia come sia, la sfortuna è diventata in questa maniera il principale fattore distintivo del personaggio, che per molti anni ha schiacciato qualunque altro elemento di personalizzazione – soprattutto nei fumetti, in particolare in quelli italiani – arrivando forse a una visione eccessiva.

Paperino compie 90 anni

La carriera cinematografica di Paperino è terminata nel 1961, anche se in futuro sarebbe tornato a recitare in opere animate, benché destinate soprattutto al piccolo schermo (fatta eccezione per due piccoli capolavori come Il Canto di Natale di Topolino del 1983 e Il Principe e il Povero del 1990): Mickey Mouseworks, House of Mouse – Il Topoclub, I tre moschettieri, alcuni direct-to-video speciali in occasione del Natale e le recenti Mickey Mouse di Paul Rudish e DuckTales del 2017, reboot dell’omonimo prodotto del 1987 nel quale Donald trova maggiore spazio d’azione rispetto alla serie originale.

In tutte queste opere, in ogni caso, al di là del passare dei tempi e di qualche elemento più post-moderno nella gestione delle gag, sono rimaste invariate le caratteristiche appena riportate, in particolare quell’indole bellicosa da una parte e genuina dall’altra, che lo porta ad essere una brava persona quando le circostanze glielo permettono.

Carl Barks e l’avventura americana a fumetti

Quello che i cartoni animati non potevano dare a Paperino erano delle trame articolate, che non sono mai state appannaggio di quel format.

Il passaggio alla carta stampata ha ovviato a tale mancanza e, dopo un periodo iniziale nel quale le storie a fumetti non erano che la riproposizione di quegli schemi narrativi, in particolare nelle strisce giornaliere per i quotidiani e nelle primissime storie per i neonati comic books, ben presto ci si rese conto che anche Paperino, come già Topolino, poteva essere protagonista di avventure di maggior respiro e ambizione.

Il Paperino degli esordi di Barks.

Il Paperino degli esordi di Barks.

L’autore che si occupò di traghettare il personaggio in questa fase cruciale della sua carriera è stato Carl Barks, che prima di inventare la stragrande maggioranza dell’universo narrativo di Donald Duck – da Zio Paperone ad Archimede, da Gastone alle Giovani Marmotte passando per il concetto stesso di Paperopoli – reinventò di fatto lo stesso Paperino, mantenendone le caratteristiche costruite fino ad allora ma mettendole al servizio di una figura più completa e facendone quindi, se non un eroe in senso stretto, perlomeno un personaggio d’azione.

A latere, con le gloriose e cosiddette ten-pager, l’autore approfondì la quotidianità di Paperino attraverso brevi racconti briosi e anche complessi, per quanto ristretti in un numero contenuto di pagine. In questi episodi, peraltro, non di rado il protagonista eccelleva in un lavoro, dimostrando quindi di sapersi anche mettere in gioco con impegno e profitto nonostante l’atavica pigrizia, fino a che però le cose non precipitavano a causa di imprevisti o della tendenza a strafare.

Donald Duck rimaneva essenzialmente un personaggio buffo e divertente, inviso alla buona sorte e incline a comici scatti d’ira, ma al contempo finiva invischiato in esotiche avventure lontano da casa, a caccia di tesori o alle prese con mostri, oppure impiegato in vari lavori che celavano risvolti pericolosi e inconvenienti da affrontare.

Paperino alle prese con un'avventura in Australia.

Paperino alle prese con un’avventura in Australia.

Una vera epopea che, naturalmente, avrebbe conosciuto un punto di svolta fondamentale dal 1947 in poi, quando nella commedia papera sarebbe stato introdotto quello Scrooge McDuck che avrebbe coinvolto il nipote e i pronipoti in viaggi nei vari angoli del globo alla ricerca di mitologiche ricchezze nascoste.

Con Zio Paperone e con il resto del parentado che presto si sarebbe aggiunto nei fumetti disneyani made in USA dei ruggenti anni Quaranta e Cinquanta, per mano di Barks ma non solo, si moltiplicarono inoltre gli spunti per le trame da far vivere a Paperino, creando un macrocosmo sempre più ampio e con una vasta varietà di temi.

Grazie alla presenza-motore di Zio Paperone i confini dell'avventura di allargano

Grazie alla presenza-motore di Zio Paperone, i confini dell’avventura si allargano!

A tal proposito, tra gli altri fumettisti americani che lavorarono su Paperino, epigoni dell’Uomo dei Paperi, ricordiamo almeno Carl Fallberg, Tony Strobl, Don Christensen e Del Connell.

Paperino compie 90 anni

Con Paperoga non ci si annoia mai!

Capitolo a parte per quanto riguarda la coppia formata da Dick Kinney e Al Hubbard, responsabili della creazione del cugino Paperoga che ha rappresenta una fonte di gag, trovate e idee tale da caratterizzare in maniera peculiare una delle molteplici sfaccettature di Paperino: tra assurde imprese nelle quali si sono imbarcati, disastri assortiti, la carriera tra le scrivanie del Papersera e le missioni della P.I.A. – Paperon Intelligence Agency, l’accoppiata con Paperoga ha decisamente movimentato la vita del nostro papero vestito alla marinara.

In Italia, in particolare, una certa attenzione a questa coppia sarebbe stata data dallo sceneggiatore Giorgio Pezzin, in una breve sequenza di spassose avventure degli anni Settanta mirabilmente disegnate da uno scatenato Giorgio Cavazzano e nelle quali il catastrofico Paperoga avrebbe funto da perfetto catalizzatore di contrattempi in grado di scatenare il meglio dalla roboante personalità di Paperino.

La scuola italiana: Martina, Scarpa, Cimino

Come noto, da un certo punto in poi l’Italia è diventata il principale centro di produzione dei fumetti Disney, distribuiti anche in tutto il resto del mondo.

La nascita di una scuola italiana ha fatto sì che gli autori che si sono occupati per la rivista Topolino dei vari personaggi impostassero delle caratteristiche che, pur affondando le proprie radici in quelle originarie, presero strade spesso inedite e peculiari, grazie alla sensibilità dei tanti sceneggiatori all’opera.

Con la grande quantità di storie realizzate, del resto, far attecchire una determinata visione di queste figure, e nello specifico del mattatore Paperino, era una conseguenza ovvia e inevitabile.

Un discorso del genere non può che partire da Guido Martina, decano degli sceneggiatori Disney italiani e attivo fin dal 1948.

Una sfuriata di Paperino nel classico stile di Guido Martina.

Il suo Paperino è certamente quello che maggiormente si è imposto nell’immaginario italiano degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, complice una certa diffusione intergenerazionale del libretto nelle famiglie: un personaggio bistrattato dalla società e dagli affetti, che reagisce in maniera bizzosa e violenta attirando su di sé l’avversa fortuna.

È una visione che parte in effetti da quanto già osservato nella produzione animata, capace di divertire ma portata qui all’eccesso nel suo essere sanguigna e istintiva, e che paradossalmente – nonostante gli evidenti risvolti negativi, o forse anche per quelli – ha contribuito fortemente a rendere il personaggio simpatico in maniera istintiva ad un pubblico che amava rispecchiarcisi vittimisticamente, ma che al contempo esacerbava l’equilibrata connotazione originaria.

Sfortuna

Vittima della sfortuna e del suo essere istintivo.

Il Paperino di Martina non può essere un eroe, è l’uomo comune spesso fiero della propria ignoranza e arroganza e che, anche quando indossa costume e mascherina di Paperinik, lo fa per un riscatto personale e in maniera illegale.

Funzionava e aveva degli innegabili pregi, considerando l’impagabile carica comica di cui era portatore e la funzione all’interno del cast disneyano di quel periodo, ma era comunque una versione parziale del personaggio, che spesso tralasciava alcuni elementi non trascurabili dell’indole del personaggio.

La versione martiniana aveva però dettato il passo e buona parte degli sceneggiatori coevi seguirono questo imprinting, pur alleggerendo certi estremi in taluni casi: sceneggiatori come Michele Gazzarri, Giangiacomo Dalmasso, Osvaldo Pavese e Jerry Siegel hanno contribuito a portare avanti la versione italiana, ormai codificata in quei decenni, tramite una folta produzione caratterizzata da fisiologici alti e bassi.

Contemporaneamente però altri autori hanno orchestrato una visione parzialmente differente, per certi versi più vicina alla poetica barksiana.

Il Paperino di Romano Scarpa, determinato, spavaldo e ...confuso!

Il Paperino di Romano Scarpa, determinato, spavaldo e …confuso!

Romano Scarpa, per esempio, ha scritto e disegnato un Paperino meno “negativo” e più sfaccettato, che riusciva a mantenere un eccellente equilibrio tra i suoi lati caratteriali più insofferenti e la forza di volontà e l’impegno, che era proprio delle già citate ten-pager dell’Uomo dei Paperi.

Paperino e l’uomo di Ula-Ula, Paperino agente dell’FBI, Paperino e l’amuleto di Amundsen, Paperino e il colosso del Nilo e Paperino intelligentone a ondate sono solo alcuni tra i tanti titoli di Scarpa che ci fanno comprendere l’ottica in cui l’artista di Cannaregio inquadrava il personaggio: un individuo volitivo, comune ma al contempo desideroso di dimostrare le proprie qualità, ingenuo ma senza andarne fiero, nervoso ma non collerico, ostinato, capace di affetto sincero e genuinamente simpatico… in poche parole, spontaneo e in alcuni frangenti con interessanti eco dei ritmi dei cartoni animati.

Altri nomi da citare in questo solco sono Carlo Chendi, Luciano Bottaro e, qualche anno dopo, Massimo De Vita.

I primi due, spesso in coppia, hanno firmato diverse avventure di stampo prettamente comico, nelle quali il Donald che vi recita si avvicina molto alla sua controparte animata: episodi come Paperino e il pranzo di lusso, Paperino e il razzo interplanetario, Paperino e il week-end sulla neve (disegni di Giorgio Rebuffi)e Paperino missione Bob Fingher (disegni di Giovan Battista Carpi) ne sono un valido esempio e divertono con efficacia e semplicità, oltre a restituire un Donald inquadrato in maniera peculiare, a tratti serafico e la cui comicità scaturisce proprio dall’atteggiamento apparentemente imperturbabile con cui affronta ciò che gli capita.

Gambe!

Gambeeeee!

Per quanto riguarda De Vita, nella manciata di storie che ha firmato da autore completo con Paperino protagonista ha dimostrato di saper inquadrare molto lucidamente il personaggio: episodi come Paperino e l’eredità di Babe, Paperino e la ricerca del Kikiby e Paperino e le vacanze in cartolina sono validi esempi in tal senso: una figura che fa fronte alle difficoltà delle vite con un approccio positivo e che, pur arrabbiandosi contro la malasorte, non si tira indietro dal rimboccarsi le maniche per tentare di avere la meglio sulla sfortuna.

Una menzione la merita anche Carlo Gentina che, con una spiccata sensibilità barksiana che lo avrebbe successivamente portato a lavorare con soddisfazione per la casa editrice nordeuropea Egmont, è riuscito a restituire dagli anni Ottanta fino ai primi Duemila un Paperino fresco, sfaccettato e molto riuscito sul settimanale disneyano.

Infine non ci si può dimenticare di Rodolfo Cimino: per quanto lo si ricordi principalmente per la sua appassionata interpretazione di Zio Paperone, la presenza di Paperino nella sua produzione è costante, importante e curata, che fosse comprimario nelle avventure dello Zione o che fosse al centro delle vicende raccontate.

Come spesso accadeva nella sua produzione, anche Donald Duck beneficiava della poetica delicata che lo sceneggiatore iniettava nelle proprie avventure: ne risultava un personaggio che, pur senza sacrificare la propria carica umoristica e i propri difetti – pigrizia e viltà, in particolare -, appariva umano e concreto. Il suo rapporto paterno con i nipotini, le schermaglie con lo Zione, l’insofferenza e al contempo la rassegnazione con cui si piegava alle richieste del ricco parente, il suo modo di porsi con la sfortuna sono diametralmente opposti e complementari all’approccio di Guido Martina, e ne offrono quindi una versione alternativa che ha saputo coesistere per decenni con quella martiniana e con i suoi derivati.

Tipica situazione ciminiana

Tipica situazione ciminiana.

E tutto questo senza scomodare per forza la saga di Reginella, nella quale Cimino mette al centro il personaggio in una love story problematica e contrastata dagli eventi con un’avvenente sovrana aliena dalle fattezze di una pulcina. Pur rappresentando forse il progetto nel quale l’autore si è maggiormente concentrato su Paperino e sui suoi sentimenti, e senza dubbio quello più ricordato dagli appassionati, non è certo un unicum e storie come Paperino e la fortuna sfortunata e Paperino e l’errore del Paperzucum stanno lì a dimostrare come Rodolfo Cimino abbia saputo lavorare di fino sul papero anche senza la presenza di Zio Paperone.

Gli ultimi trent’anni: cosa non ha funzionato

È difficile individuare un momento preciso in cui tutte queste istanze sono diventate stanca consuetudine, routine ciclica all’interno della quale far vivere a Paperino un “eterno ritorno” di quei temi descritti nei precedenti paragrafi e spesso ridotti a blando rimasticamento di spunti e trame.

Certamente, come accade sovente, con l’aumentare della distanza temporale dalla matrice originaria aumenta anche il rischio di perdere di vista quello che era nuovo e funzionale all’epoca, tramutandolo in un vuoto cliché.

È quello che, a parere di chi scrive, è successo negli ultimi decenni a Topolino, a Zio Paperone e anche a Paperino.

Sceneggiatori molto prolifici dalla fine degli anni Ottanta a oggi hanno cristallizzato determinate situazioni e, forse inconsciamente, le hanno riproposte col pilota automatico inserendo giusto delle minime variazioni.

Il risultato è stato quello di avere troppe volte, su Topolino come sul mensile a lui dedicato, un uso ripetitivo di Paperino e del suo ruolo nell’universo di appartenenza, figlio di una produzione massiva e un tanto al chilo spesso poco ispirata o appena passabile.

Lo smussamento degli aspetti più spigolosi del carattere paperinesco visto nei decenni precedenti, anche in osservanza delle mutate condizioni narrative, non è stato sostituito da qualcosa di altrettanto incisivo rendendo il personaggio un po’ “sperso”.

Non sono mancate storie più che godibili o riuscite in questo panorama, anche numerose per la legge dei grandi numeri, ma con un Donald spesso svuotato della sua essenza o perlomeno impoverito; anche veterani come Carlo Panaro e Fabio Michelini, entrambi in forza a Topolino dalla seconda metà degli anni Ottanta e che nel decennio successivo hanno inquadrato piuttosto bene il personaggio, con il passare del tempo hanno un po’ “peccato” in tal senso.

L’ennesima sfida con Gastone, i soliti danni subiti dalle incursioni di Paperoga, un altro scontro con Zio Paperone, i sempiterni problemi di coppia con Paperina, le innumerevoli bizze della 313, la sfortuna che incombe a piè sospinto e l’incontenibile crogiolarsi sull’amaca mentre Qui, Quo, Qua giocano rumorosamente in giardino… certo, sono tutti elementi fondanti per Paperino, ma davvero c’è solo questo? Il reiterare quello specifico starter-pack di formule narrative?

Paperino siamo noi!

Paperino siamo noi!”, recitava uno slogan del marketing anni Novanta, ed è un concetto ripreso recentemente da diversi articoli generalisti apparsi in occasione del novantennale, ma dietro all’aura apparentemente inclusiva del motto si cela un serpeggiante qualunquismo che rende il nostro Donald un piatto stereotipo, una figura buona per tutte le stagioni.

Con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, l’approccio di Guido Martina aveva perlomeno dalla sua una visione peculiare e forte, che lo faceva spiccare e gli dava un’identità precisa, al contrario di quel sapore indistinto che sembrava iniziare a farsi strada.

A un certo punto si è arrivati fisiologicamente a una saturazione, ma la cura messa in atto ha rischiato di essere peggiore del male: perché la risposta di contrasto è stata quella di fare scelte diversissime dalla norma, finendo all’estremo opposto e comunque problematico perché ha portato quasi sempre a uno snaturamento del personaggio, che a volte è talmente ingabbiato dalle istanze autoriali da non riuscire nemmeno più a far ridere.

Allora si ricorre alle parodie, alle storie in costume; iniziano a moltiplicarsi le versioni alternative, un modo semplice per uscire dall’impasse del non sapere bene cosa farci, con questo personaggio.

DoubleDuck

Paperino calato nei panni dell’agente segreto DoubleDuck.

È arrivato DoubleDuck, l’esempio più “ingombrante” per il successo che ha avuto e per la longevità del progetto: al di là del valore dell’idea iniziale e della qualità delle singole storie che lo formano, per esempio, è legittimo chiedersi quale uso di Paperino sia stato fatto in questa versione.

Nemmeno la gestione targata Alex Bertani sembra essere riuscita a correggere il tiro.

Si è pensato di rivitalizzare comprimari come Gastone e Rockerduck, di ridare spessore ad avversari come Amelia e Macchia Nera e di ripescare personaggi minori come Ok Quack per dar loro una chiosa, ignorando però che anche Paperino necessiterebbe di una “cura ricostituente”.

Invece il personaggio è quasi dimenticato, o comunque lasciato in disparte: nelle copertine celebrative non di rado è rimpiazzato da Topolino e/o Zio Paperone (basti pensare alle cover di Topolino #3500 o a quella de I Grandi Classici Disney #100) e in generale le storie-evento a puntate su cui il magazine ha puntato difficilmente vedevano Paperino protagonista.

In questo contesto si salvano alcuni sceneggiatori: nominiamo a titolo d’esempio Francesco Artibani, Enrico Faccini, Bruno Enna, Tito Faraci, in parte Vito Stabile, Alessandro Sisti e pochi altri, che si sono dimostrati in grado di salvaguardare la “fiamma originaria” sapendo adattarla all’attualità ma senza appoggiarsi su soluzioni formulaiche e prive di guizzi.

Disastro in arrivo...

Disastro in arrivo…

Guardando fuori dall’Italia, l’unico altro bacino con cui potersi confrontare è quello della casa editrice nordeuropea Egmont, che ha intrapreso un percorso molto peculiare: una linea di condotta convintamente barksiana, soprattutto dal punto di vista estetico ma anche per quanto riguarda il passo narrativo.

Il Paperino Egmont

Da Paperino eroe pasquale di Sone Troelstrup e César Ferioli pubblicata sull’Almanacco n. 7

Chiaramente non c’è nessun nuovo Carl Barks all’orizzonte, tra Danimarca e Norvegia, e perciò anche in queste lande le ripetitività la fa da padrona, per quanto il modello dal quale si ricalca ossessivamente sia diverso da quello formalizzato dalla scuola italiana.

Si è creato un microcosmo coerente ma poco ambizioso, chiuso in una bolla mono-riferita che lascia effettivamente poco spazio a novità o evoluzioni di sorta, complici anche la lunghezza mediamente contenuta delle opere prodotte in Egmont.

Le storie migliori di questa produzione, però, riescono a racchiudere una certa “purezza” di fondo, per quanto magari artefatta, capace di restituire un Paperino che al lettore italiano potrebbe sembrare “esotico” ma che in diversi casi – più di quelli che si potrebbe pensare – è risultato più in parte, più genuino, più simpatico e più divertente della maggioranza di avventure nostrane uscite nell’ultimo trentennio.

Discorso a parte per Don Rosa.

L’autore che più di tutti ha cambiato il volto del fumetto Disney nell’era moderna, pubblicato per buona parte della sua carriera proprio da Egmont e che con i dettami dell’editore condivide la stella polare di Carl Barks, ha lavorato tanto bene su Zio Paperone quanto in maniera distorta su Paperino.

La sua visione del “nipotastro” è nel migliore dei casi condiscendente, trattandolo come un fallito debosciato e rendendolo vittima degli eventi.

A una manciata di brevi piuttosto divertenti – su tutte è obbligatorio citare le ottime Accadde al grattacielo de’ Paperoni e Paperino maestro giardiniere – fanno purtroppo eco una vasta messe di sceneggiature nelle quali Donald Duck viene visto come l’americano medio, rimbambito dalla televisione, avido consumatore di bevande gassate e poco interessato a qualunque stimolo che esuli dalla sua pigra quotidianità.

Il Paperino di Don Rosa

Il Paperino di Don Rosa

È come se l’ottica assunta dal fumettista coincidesse con quella del suo Paperone, che pur dimostrando affetto sincero per il nipote non manca di sfotterlo e trattarlo con sufficienza in diverse occasioni.

Tra i pochi momenti di gloria che gli vengono riservati si possono ricordare l’epica scena eroica verso la fine di Ritorno a Xanadu e le due storie in cui Don Rosa lo ricongiunge con José Carioca e Panchito Pistoles in omaggio al lungometraggio a scrittura mista del 1944 I tre caballeros; è però da sottolineare che per introdurre questi exploit l’autore insista particolarmente nel mostrare il protagonista come uno zerbino vivente e senza nerbo nell’ambito della realtà paperopolese, per poi ritrovare la verve e la centralità solo insieme ai due vecchi amici.

Tutto ciò ci porta a pensare che Don Rosa non abbia avuto un vero occhio di riguardo verso il papero vestito alla marinara, sminuendolo in più frangenti in nome delle gag e della volontà di far risplendere per contrasto la figura dell’amato Paperon de’ Paperoni.

E quindi buon compleanno, Paperino!

In chiusura di questo lungo excursus non resta che fare gli auguri al nostro amico in penne e piume: auguri di buon compleanno, certo, ma anche di poter presto tornare ad avere un ruolo e uno sviluppo che reggano il confronto con la sua fama, senza pensare di poter vivere di rendita sul suo nome ma tornando a riflettere e interrogarsi sulla sua figura, a investire con attenzione e convinzione su un personaggio che ha bisogno di essere riscoperto nella sua essenza, senza essere banalizzato o frainteso. Dai lettori, ma prima ancora dagli autori.

Uno, nessuno e centomila Paperino

Autore dell'articolo: Andrea Bramini

Andrea Bramini, detto Bramo, nasce a Codogno nel 1988. Dopo avere frequentato un istituto tecnico ed essersi diplomato come perito informatico decide di iscriversi a Scienze Umane e Filosofiche all'Università Cattolica del Sacro Cuore, dove a inizio 2011 si laurea con una tesi su Watchmen. Ha avuto esperienze professionali nell'ambito delle pubbliche relazioni e come segretario. Appassionato da sempre di fumetti e animazione Disney, ha presto ampliato i propri orizzonti imparando ad apprezzare il fumetto comico in generale, i supereroi americani, le graphic novel autoriali e alcune serie Bonelli e affini. Scrive di queste passioni su alcuni forum tematici e principalmente per il sito di critica fumettistica Lo Spazio Bianco, nel quale ricopre la carica di caporedattore.

1 commento su “Uno, nessuno e centomila Paperino

I commenti sono chiusi