Topolino 3439

26 OTT 2021
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Topolino 3439

È un dato di fatto che uno degli effetti della gestione Bertani sul settimanale sia stato quello di intensificare la presenza di storie lunghe. O, forse, di “allungare” le storie.

Riuscire a concentrare ottime idee in pochissime pagine infatti è una qualità per pochi: il re indiscusso di questa pratica era Barks che in sole 10 pagine (seppur con quattro strisce invece che tre), le cosiddette ten pager, riusciva a dare vita a piccoli capolavori.

In tutti gli altri casi invece la dilatazione dello spazio della vicenda può aiutare nel racconto. Certo, il pericolo opposto è quello di annoiare il lettore, se non si riesce a narrare in maniera efficace, ricorrendo all’umorismo, all’atmosfera, ai trucchi di sceneggiatura che sempre più spesso vengono messi da parte in favore di sviluppi lineari nella forma e nella sostanza.

Ed è secondo questi canoni di semplicità e di efficacia narrativa che può essere incasellata, perlomeno per ciò che riguarda le sue “produzioni” più ambiziose, l’opera recente di Marco Nucci.

In queste storie svetta sempre di più la tendenza ad una narrazione rilassata e decompressa, in cui la trama si sviluppa secondo pochissimi snodi fondamentali, ma raccordati con una scrittura coinvolgente che permette l’immedesimazione del lettore con i personaggi e con la pur semplice vicenda.

Spesso i suoi protagonisti, come nel caso de La ballata di John D. Rockerduck sono gli sconfitti, seppur di successo. Sono personaggi creati appositamente per perdere, ma che possono, in alcuni casi diventare protagonisti. Un’operazione simile nei mesi scorsi era stata effettuata anche con Gastone e Macchia Nera.

Ode agli sconfitti

Queste tre storie partono tuttavia, oltre che da un presupposto comune (l’infelicità dello sconfitto), anche da una medesima base di trama in cui il protagonista per risollevarsi deve allontanarsi dalla fonte dei suoi dispiaceri. Questo allontanamento lo porterà a una nuova consapevolezza di sé.

Quindi, pur partendo da un presupposto a questo punto tendenzialmente ripetitivo, l’autore riesce a declinarlo in modalità differenti. La narrazione è accompagnata da racconti, didascalie (forse troppe), ricordi, riflessioni, silenzi e vignette di impatto, oltre che gag, che fanno sì che la pur esile trama non venga a costituirsi come un elemento prettamente negativo ma funzionale al tipo di racconto che si è scelto di portare avanti.

Depressione

Lo scorrere del tempo

Certamente vi è nel corpo dei lettori chi preferisce un diverso tipo di narrazione, più pregna di eventi e di situazioni. Tuttavia, la strada intrapresa da Topolino, che sembra riscuotere un certo successo, è proprio quella rappresentata da La ballata di John D. Rockerduck, che incorona sempre più, se mai ce ne fosse stato bisogno, il suo autore come “faro” a tutti gli effetti di questa gestione, sia per la costante presenza che per la rilevanza nelle storie pubblicate.

Particolarmente riuscita la serie di vignette in cui, per raffigurare il tempo che passa, Rockerduck viene raffigurato esattamente nella stessa posizione, nei diversi ambienti della villa, associando alle necessità di trama anche un effetto comico davvero apprezzabile.

Nucci è aiutato in questo dagli splendidi disegni di Giorgio Cavazzano, che fa un lavoro straordinario soprattutto nelle tavole ambientate nella villa del buen ritiro dell’infelice multimiliardario. Meno buona è la resa del personaggio di Rockerduck, spesso troppo simile a un Paperino con gli occhiali, e soprattutto non convince la raffigurazione di papà Howard, la cui classica iconografia è molto differente da quella che il maestro veneziano ha riportato in questa avventura.

Un’ultima osservazione occorre farla sull’insistente rimando all’interno della storia al nome di battesimo di Rockerduck, John. Nome quasi assente nella pluridecennale vita editoriale del personaggio e che in questa avventura sembra essere (fin troppo) utilizzato: è chiaro che la sua ripetizione avvicina ancora di più i lettori al personaggio, ma l’effetto di vederlo usato finanche da Paperon de’ Paperoni, risulta per certi versi straniante.

Chissà se, anche in questo caso, non si tratti di un’usanza che prenderà sempre più piede come è stato nel caso di Nonna Papera, il cui nome, Elvira, fino a qualche anno fa non era mai stato preso in considerazione e che invece ora sembra essere imprescindibile per identificare la decana dell’universo di Paperopoli e dintorni.

Papà

È lui o non è lui? Certo che è lui

Il resto del numero è invece abbastanza deludente.

Le Giovani Marmotte in L’arcipelago delle tartarughe (Vacca/Ferracina) è una storia in due parti che prosegue l’ormai consolidato filone delle GM. Particolarmente apprezzabile la scelta di pubblicare entrambe le parti nello stesso numero, consentendo ai lettori di ottenere sì le storie lunghe di cui si è discusso, ma senza troppi frazionamenti su numeri diversi. L’auspicio è che questa scelta possa essere utilizzata spesso all’interno del settimanale.

La storia è in stretta continuità con le avventure precedenti, con ampio uso di comprimari che assurgono al livello di protagonisti e che presentano caratterizzazioni e problemi che non è sempre semplice seguire se non si ha ben presente tutto il pregresso.

Peculiare in questo senso la scelta di esordire nella storia con uno di questi nuovi personaggi, Beth, assoluta protagonista delle prime tavole. L’intento ecologista e didattico della storia è evidente, ma in alcuni passaggi risulta forse un pochino pedante. Ferracina mi è sembrato a suo agio nei disegni, in particolare nella doppia tavola delle pagine 54 e 55 e nelle belle ambientazioni sottomarine.

Pippo Blog & Tales: Equivoci e guantoni non passerà certamente alla storia per la trama. Si tratta infatti di una gag allungata che si ricollega per certi versi ai Mercoledì di Pippo, narrazioni improbabili di quest’ultimo che, magnificando sé stesso attraverso i suoi alter ego, finisce per ridicolizzare i vari contraltari di Topolino.

L’ultimo gatto

La trama in questo caso, non solo per la brevità, non riesce ad avvicinarsi minimamente ai livelli di delirante comicità della fortunata serie inaugurata da Salvagnini e Gorlero. Il motivo per cui questa storia potrà invece essere citata negli annali è dovuto al fatto che costituisce, in tutta probabilità, l’ultima storia di Luciano Gatto. Un saluto va al disegnatore veneziano che per tanti anni è stato protagonista delle letture di diverse generazioni di giovani lettori.

Il numero prosegue con una nuova puntata di Calisota Social Media, Pico e gli hashtag su misura, di Alessandro Sisti e Federico Franzò, su soggetto di Giorgio Simeoni e dello stesso Sisti.

Gli hashtag del titolo infatti sono poco più che un pretesto per mostrarci due parole poco conosciute e desuete: sono infatti i termini “arfasatto” e “cialabardone”, a lungo conservati dall’autore in attesa della giusta occasione, gli assoluti protagonisti di questa storia.

Conclude infine un numero non esaltante Topolino e l’ingombrante sgombero dove la new entry Davide Aicardi e Marco Mazzarello danno vita a una avventura di stampo classico, in cui l’imprevedibile logica “laterale” di Pippo, come già in passato, riesce a mostrarci come è sempre possibile dare una seconda vita a ciò che viene considerato uno scarto o un rifiuto.



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Autore dell'articolo: Matteo Gumiero

Costretto a scrivere qualcosa in questo spazio, sono ingegnere, non amo scrivere ma in compenso mi piace leggere. Fumetti, soprattutto.