Intervista a Vittorio Giardino

23 DIC 2019

Non di soli autori Disney vive il Papersera! A Lucca Comics 2019 i nostri validi redattori Amedeo Badini e Matteo Gumiero hanno avuto modo di chiacchierare con uno dei più grandi Maestri italiani: Vittorio Giardino. Di seguito l’interessantissima intervista che è venuta fuori da quell’incontro. Buona lettura!

Buonasera, Maestro. Grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Innanzitutto, che rapporto ha con il fumetto Disney?

Ho letto fumetti Disney… da prima di saper leggere. E rapidamente, dopo la seconda lettura, al massimo la terza, li imparavo a memoria. Per cui, quando mia madre per la fretta saltava qualche battuta, io la fermavo e dicevo: “No no no! Dimmela tutta per bene, non è così!”. Quello che ho imparato a quell’età non l’ho dimenticato più e anche adesso so alcune battute a memoria. Sono totalmente legato ai fumetti che ho amato, che mi hanno formato, che fanno parte della mia formazione culturale in tutti i sensi.

Tanto per dire un esempio, molti anni dopo, quando facevo già l’ingegnere ma prima di fare i fumetti, ritrovai in una cassa dei residui, diciamo così, di vecchi numeri di Topolino che avevo negli anni ’50 e che erano per la maggior parte sfasciati perché li avevo letti e riletti. E allora, dato che guadagnavo bene, feci questa cosa pazzesca a pensarci adesso: presi questi frammenti e selezionai quelli che erano i racconti che mi piacevano di più; allora ero ignorante e non sapevo ancora chi fosse Carl Barks. Andai da un rilegatore pazzo che mi sistemò questi frammenti in una decina di volumi, rilegati in finta pelle rossa.

In A Nord Est di Bamba Issa Giardino inserisce numerosi omaggi diretti a vignette tratte da storie di Barks. La prima è relativa a Paperino contro l’Uomo d’Oro

Mi sono accorto in seguito, quando ho cominciato a fare fumetti, chi ci fosse dietro Disney, chi fossero i veri creatori di quei racconti. Io avevo selezionato senza saperlo solo storie di Barks e di Gottfredson, li distinguevo perfettamente senza conoscere la mano e lo stile dell’autore. Ancora oggi trovo che alcune di queste storie siano assolutamente perfette, non hanno una sbavatura, c’è un montaggio perfetto, un intreccio perfetto, un disegno straordinario.

Ulteriori riferimenti barksiani: Zio Paperone e la corona perduta di Gengis Khan, Zio Paperone e le sette città di Cibola, Zio Paperone e le miniere di Re Salomone, Paperino e il fantasma della grotta.

A proposito del disegno ho detto spesso, e qui lo confermo, che se c’è un archetipo del fumetto, cioè qualcosa che non può essere altro, la sua quintessenza, è proprio il fumetto Disney: Paperino non può essere altro che un fumetto. E per chi avesse dei dubbi sul fatto che quello Disney, chiamiamolo così, che chiaramente ha a seconda degli autori mani diverse e anche livelli diversi, sia un disegno semplice, per bambini… Beh, vorrei che si riflettesse sul fatto che sono dei personaggi che assomigliano in modo vaghissimo a un papero perché nella realtà i paperi non sono fatti così: non hanno naso, hanno due occhi enormi ma non hanno orecchie, hanno sì e no delle sopracciglia… Voglio dire, ci sono alcuni caratteri del viso che sono importanti per definire le espressioni e quindi, apparentemente, uno può dire che con quei personaggi la possibilità di espressioni, di emozioni sfumate è molto ridotta.

Guarda caso, però, Paperino nelle mani di un grande disegnatore esprime qualunque sentimento. Se io penso a certe storie di Barks, certe espressioni così complesse, ambigue… Facile fare una persona che ride a crepapelle, molto più difficile fare una persona che è leggermente malinconica ma che ha quel sorriso che considera sé stesso con ironia eccetera eccetera, cioè i sentimenti complessi e contraddittori di cui i grandi disegnatori Disney sono capaci, esprimendo delle cose straordinarie con una faccia che non è una faccia. Allora, questo dimostra che veramente il fumetto Disney è IL fumetto, quello che non può essere altro che fumetto. Dopo questa sparata elogiativa di cui però davvero sono convinto (e non è una captatio benevolentiae al Papersera), se vuoi passiamo a episodi concreti.

La ministoria si conclude con riferimenti a Paperino e il cimiero vichingo, Zio Paperone e l’oro di Pizarro e Zio Paperone e il vascello fantasma.

Secondo lei, quali sono le caratteristiche peculiari dei vari personaggi? Ha mai pensato di scrivere una storia con loro?

Dunque, io ho scritto una storia, non di Paperino ma su Paperino ed è una delle mie più belle storie: A Nord Est di Bamba Issa.

Che è un omaggio all’opera di Carl Barks.

Sì, però fatta solo per i veri intenditori perché se uno non sa molte cose di Paperino non riesce nemmeno a capire che si tratta di lui. Però, io ogni tanto – li ho nel cassetto, nessuno li ha mai visti – ho fatto dei disegni sia di Paperino sia di Topolino e sono bravino. Alcuni sono degli omaggi per il compleanno dei miei nipoti, come una Minni per una mia nipotina di nove anni, quindi sono un po’ speciali…

Allora, se vogliamo sono ancora un po’ vecchio stile, riferito a quei tempi dei grandi classici: io sono nato con Topolino che aveva i pantaloncini con i bottoni, è vero, ma forse preferivo il Topolino che a un certo punto ha avuto i pantaloni lunghi, quando è diventato più complesso. Comunque, ho avuto la tentazione di fare un racconto proprio di Topolino. Poi me l’ha proposto veramente il mio editore francese, Glénat, che sta facendo degli albi particolari: Loisel per esempio ha fatto una storia molto bella con Topolino reporter [Café Zombo, ndr]. Ma ecco, lì mi sono fermato perché un albo è troppo per me, cioè non ho tempo sufficiente per un albo.

Farei volentieri una storia breve, noir, un giallo con Topolino, ma non saprei dove pubblicarlo perché come libro sarebbe troppo breve. In Italia non sembra che ci sia interesse. Ho fatto un disegno, ma l’ho fatto per me, in occasione dei novant’anni di Topolino: ho disegnato Topolino che ha effettivamente novant’anni, che era secondo me molto carino, con la barba bianca, in poltrona mentre legge una sua vecchia storia e alla parete c’è una simpatica fotografia che illustra lui con i pantaloncini con i bottoni insieme a Minni. Una cosa carina, lui con gli occhiali da presbite.

L’omaggio di Giardino per i novant’anni di Topolino

En passant, se posso intromettermi, Gottfredson ha fatto un’illustrazione con un Topolino anziano con i pezzi della dama in mano…

Ma certo! Ma poi io voglio dire, penso che tutti ricordino che in Topolino e il mistero di Macchia Nera, che è una delle Bibbie, Topolino si traveste con una lunga barba bianca quindi non è che io abbia inventato granché, ho ripreso quel costume e l’ho messo in poltrona, seduto.

Però farei volentieri una storia di Topolino perché vorrei ristabilire una cosa che a me sembra una verità: siccome fin dai tempi di Linus è passata la vulgata secondo cui Paperino è il personaggio eversivo mentre Topolino è legge e ordine, a me vien da dire: “non l’avete mai letto!”. Perché Topolino, che poi ha avuto anche delle storie legge e ordine, naturalmente, nasce come un personaggio eversivo e in pochi si sono accorti secondo me che Minni, Pippo eccetera, sono tutti neri e sono abitanti di uno slum, sono dei proletari con dei lavori umili, con delle case scrostate, mentre se c’è uno piccoloborghese è Paperino, che vive nella villetta, in un quartiere residenziale.

Poi, è un personaggio straordinario, quindi lungi da me criticare Paperino, ma vorrei sfatare questa idea che Topolino è legge e ordine, perché non lo è. Poi è ovvio che non è un delinquente, e i racconti che io amo alla follia di Topolino sono quelli più gialli, più noir; ma a questo proposito ne parleremo dopo in dettaglio.

Una domanda su Gottfredson e su Barks: tra le sue preferite, quale storia sceglierebbe di entrambi?

Il surreale eremita appassionato di organi a vapore

Allora, io mi rifiuto di scegliere il mio preferito fra i due, tanto per cominciare. Tra le storie posso scegliere tenendo presente che sono però selezioni arbitrarie che non hanno a che fare col valore perché se vogliamo parlare di valore ne dovrei scegliere a decine.

Beh allora, Barks… Quante sono! Non vi dico la più bella, ma una che mi ha colpito. Non ricordo bene il titolo, è la storia in cui Paperino e i paperini fanno i piazzisti e si ritrovano a vendere organi a vapore [Paperino nel paese dei totem, ndr]. Questa per esempio è una storia straordinaria, piena di colpi di scena assurdi, tipo Paperino che si trucca prima di entrare nella caverna dove vive un eremita e viene cacciato via: l’eremita non si vede, è nel buio. Anche Qui, Quo e Qua vanno dentro, dopodiché l’eremita esce urlando il suo più grande desiderio: ricevere un organo a vapore! È una follia, surrealismo allo stato puro che però arriva a punti quasi di commozione quando suonano i totem nel finale della storia.

Ne voglio citare un’altra, anzi più di una. Paperino nel tempo che fu, per esempio, ma anche Paperino e il fantasma con il singhiozzo. In quest’ultima vanno in un paese del West abbandonato, abitato forse da fantasmi ed effettivamente sentono questo rumore simile a un singhiozzo. Alla fine scoprono che è lo sceriffo che ha questo disturbo da sempre e che proprio il singhiozzo lo ha bloccato nel tempo, quindi lui è rimasto esattamente com’era nel 1870 o giù di lì. Paperino fra l’altro è un fanatico del West, dice cose tipo: “Ecco, come John non-so-bene-come in quel film!”, con le sue pistole di latta, e alla fine c’è un duello fra lui e lo sceriffo, in fondo al quale quest’ultimo prende così tanta paura che gli passa il singhiozzo.

Lo sceriffo realistico della ghost town Ultimo Rantolo

Va bene, ma la cosa da notare è un’altra: è l’unico racconto a fumetti che io conosca dove un disegnatore ha avuto il coraggio di raffigurare gli sceriffi com’erano veramente, andando contro il mito. Quello sceriffo non ha il cappellone e i pantaloni di cuoio; ha la cravatta, la bombetta e il gilet perché gli sceriffi erano così, erano i tutori, l’autorità del paese, e come tali non andavano in giro vestiti da cowboy, da vaccari, perché i pantaloni di cuoio servono se tu vai a cavallo tutto il giorno e porti le vacche, e così il fazzoletto. Questo per dire che Barks ha avuto anche dei coraggi grafici. Una delle ragioni che io cito per cui non farò mai un Western è perché esso è diventato ormai talmente una struttura mitica che quando la realtà incontra la leggenda vince quest’ultima e la realtà non è rappresentabile perché diventerebbe ridicola: se io rappresentassi uno sceriffo con la bombetta si metterebbero a ridere. Barks ha avuto questo coraggio.

Il riferimento alla square dance nella versione originale di Paperino e il mistero degli Incas

Vi do un altro esempio che viene dal meraviglioso racconto delle uova quadre [Paperino e il mistero degli Incas, ndr]. Io l’ho letto a sette o otto anni. Come tutti sapranno, in questo paese dove tutto è quadrato, i paperi sono condannati a morte perché sono rotondi, ma si salvano perché insegnano a questi indigeni, discendenti degli Incas, il calipso. Per tutta la vita io mi sono chiesto perché diavolo li avessero lasciati andare dopo avergli insegnato il calipso. Poi ho incontrato Francesco Guccini, il quale è un grande cultore di Barks e ha molte versioni in varie lingue delle sue storie, che mi ha spiegato che nell’originale Paperino insegna agli indios la square dance, quella danza quadrata del West che aveva una fantastica parola italiana non ugualmente efficace: la quadriglia!

Ma perché non la quadriglia? Perché il calipso? Io per anni sono rimasto con questo rovello e finalmente Francesco me l’ha chiarito: il calipso era nato da un errore di traduzione. Voglio spezzare a questo punto una lancia a favore dei traduttori di fumetti che vengono pagati uno zero virgola e che quindi fanno anche errori tremendi, compresi i miei: c’è un tale, uno studente, che ha fatto una tesi di laurea sulle traduzioni dei miei fumetti in tre lingue (inglese, francese, spagnolo) scoprendo errori anche abbastanza notevoli.

Le inquietanti atmosfere di Topolino e la casa misteriosa

Del resto tante storie disneyane, per esempio quelle brasiliane, che sono arrivate in Italia sono state tradotte anche molto male.

In effetti sarebbe meglio se un traduttore sapesse entrambe le lingue, ma lasciamo andare. Passiamo invece a Gottfredson, perché ora vorrei parlare di una chicca: si tratta di Topolino e la casa misteriosa. Non è tra le storie più note, non è Topolino e il mistero di Macchia Nera, per dire. Prima di tutto io la vedrei addirittura proibita ai minori, perché è inquietante: quando lui gira il ritratto e c’è la stessa figura con un coltello piantato nella schiena… alcune scene sono indimenticabili. Ma soprattutto, questa ambiguissima figura femminile, molto perturbante…

E qui c’è una cosa che ancora non ho capito a tutt’oggi: il suo maggiordomo si chiamava Geremia e lei Drusilla. Secondo me Geremia, col cilindro, piccolino, barbuto, che quando scoppia l’incendio all’abitato si lancia dicendo “vengo a salvarla!”… Allora, tra questi due che rapporto c’è? Da bambino non l’ho capito. Da adolescente ho sospettato il peggio. Da uomo maturo m’è venuto in mente un riferimento culturale e io ve lo lancio lì, ma magari è sbagliatissimo: c’è un precedente filmico di qualcosa di vagamente simile, con una donna affascinante e perturbante e il suo maggiordomo… Beh, a me viene in mente Viale del tramonto di Billy Wilder del 1950.

La fine di Drusilla

Bisogna vedere se Billy Wilder ha letto questa storia di Gottfredson. È una cosa da verificare perché, non so se ricordate, Erich von Stroheim è il maggiordomo di Norma Desmond ma alla fine si scopre che era il suo ex marito ridotto a fare il maggiordomo e salvo quella scena finale, leggenda del cinema, quando lui prepara l’ultimo ciak e lei scende dalla scala… Per via di questo rapporto ambiguo insomma, che non ha niente di simile dal punto di vista dell’intreccio della trama, sarei pronto a scommettere che Billy Wilder abbia letto questa storia. Del resto voi sapete che Spielberg è un grande lettore di Barks e che i primi minuti di Indiana Jones sono una citazione continua, il globo roteante di pietra è quello lì, quando stacca l’idolo e viene giù questo famoso sassone…

Certo, da Zio Paperone e le sette città di Cibola.

Sì. Le altre trappole vengono invece da Zio Paperone e l’oro di Pizarro. Anch’io ho degli echi, nei miei libri, dei personaggi Disney ma non ne sono quasi mai conscio: lo scopro dopo oppure a volte lo scopre un lettore.

Ritiene che questi due grandissimi autori americani possano essere stati fonte di ispirazione per qualcuna delle sue opere?

Tantissimo. Intanto sono fonte di ammaestramento e studio: io spesso ho studiato i montaggi, non solo la sceneggiatura, ma proprio quali inquadrature si succedono per raccontare una certa storia. La sceneggiatura da sola non basta, si tratta di scegliere anche il punto di vista o un gesto che è particolarmente significativo. È stata veramente una scuola che ha prodotto alcuni tra i grandi testi sacri, insomma.

La professionalità dell’idraulico Slavĕk, per certi aspetti molto simile a quella del disneyano Giuseppe Tubi

Ma c’è stata anche qualche irruzione inconscia. Un lettore attento mi ha fatto notare che nella mia recente storia di Jonas Fink c’è un idraulico di nome Slavĕk che è in realtà un personaggio con un riferimento culturale conscio e preciso: è la mia versione del buon soldato Sc’vèik, e spero che questo riferimento venga colto dal massimo numero possibile di lettori. Ma non mi ero accorto che al contrario di Sc’vèik, che di mestiere fondamentalmente accompagna cani, il mio Slavĕk fa l’idraulico: ebbene, un lettore mi ha chiesto se mi fossi ispirato a Giuseppe Tubi. A quel punto ho detto di sì, ma non ne ero affatto conscio. Ho fatto in un certo senso una specie di cortocircuito tra Sc’vèik e Tubi ed è venuto fuori questo personaggio.

Il primo dialogo con cui Slavĕk si presenta sembra ripreso paro paro da Gottfredson, quando sono lì a lavorare e arriva Spinosetti che gli dice: “Ma qui c’è un casino!” e Tubi gli risponde che: “Comunque la proprietaria sarà contenta lo stesso!”.

Seconda cosa inconscia: è verissimo! Ogni tanto mi capita di accorgermene e siccome mi capita normalmente con i personaggi che ho più amato ci sono anche quelli Disney, non si scappa. Diciamo che è difficile che io faccia un riferimento consapevole e diretto a Topolino perché ha le orecchie troppo grandi, ecco… Però è chiaro che dentro Sam Pezzo c’è anche una parte di Topolino investigatore privato, è sicuro. Insomma, l’inizio di Topolino e il mistero di Macchia Nera, le prime due o tre pagine, quando lui parte in macchina sotto la pioggia sono veramente il paradigma: tutti i noir partono da lì.

Il paradigma del noir in Topolino e il mistero di Macchia Nera

A parte i due autori americani che abbiamo citato, ci sono altri autori preferiti? Ha avuto contatti con i Disney italiani come Scarpa, Carpi, Cavazzano?

Con Scarpa e Carpi no, quasi niente anche per ragioni temporali. Con Cavazzano siamo amici da un po’ di tempo, mettiamola così. Giorgio ha fatto una cosa secondo me straordinaria: si è reinventato in qualche modo un universo di Topolino che pur restando nel solco del classico di Gottfredson come tipo di personaggio, però contemporaneamente è suo.

Ora mi tirerò addosso l’inimicizia di un sacco di miei colleghi ma, che volete, io sono anziano e non sono così affascinato dalle modernizzazioni alla moda dei personaggi. Quando comincio a vedere certi personaggi – più nel mondo di Paperino, devo dire – che cominciano a proliferare seguendo gli ultimi stereotipi che vanno al cinema rimango un po’ perplesso, ma dipende dalla mia età.

In che senso? Parodie di personaggi reali o…

No, io parlo dell’invenzione di altri personaggi da Paperinik in poi: tutte le varianti di Paperino che in un certo senso riscattano i suoi difetti mi sembrano relativamente gratuite. Paperino è un personaggio che ha una sua fisionomia, non ha bisogno di essere riscattato da nessuna parte, non ha bisogno di diventare qualcun altro. Allora a quel punto perché non inventare un altro personaggio totalmente nuovo, che non ha neanche quella faccia lì?

Gli autori classici Disney a un certo punto hanno inventato direttamente nuovi personaggi, a partire da Gladstone che è il massimo dei massimi della perfidia, lo posso dire? L’invenzione di Gastone è una perfidia totale, è il modo di scaricare l’odio che tutti noi abbiamo per l’altra fila dell’ingorgo che va sempre più veloce della nostra. Ma hanno fatto anche altre operazioni più coraggiose, hanno creato per esempio José Carioca, che poi non ha avuto un gran futuro; e hanno inventato Eta Beta dall’altra parte, l’uomo del futuro, cose nettamente diverse. Perché fare le variazioni sul tema dello stesso personaggio se è già perfetto così?

Infatti questo proliferare di altre identità ha creato un problema, cioè che non si riescono a scrivere buone storie col Paperino classico. Un problema riscontrabile, se vogliamo, anche da prima: dato che non riusciamo a utilizzarlo per bene facciamolo pigro, sfigato… ma non è affatto pigro!

Una caratteristica fondamentale: basta averlo letto. È un grande personaggio perché è contraddittorio come Paperone, ad esempio, che è avarissimo, ma non sempre. E Paperino è vile, ma non sempre: a volte è anche molto coraggioso. Quindi, questa contraddizione del carattere è qualcosa che lo rende veramente un personaggio e non una macchietta, non una rappresentazione monodimensionale: è una persona, tant’è vero che io vorrei sapere quanti lettori si ricordano che Paperino è un animale. Paperino è una persona, non è la caricatura di un papero.

È lo stesso concetto che esprime Don Rosa, non so se lo conosce.

Ah sì? Beh, lo conoscerei volentieri. Rosa ad esempio ha fatto una cosa che io apprezzo da un lato ma che potrei anche criticare dall’altro: la Saga di Paperon de’ Paperoni. Che è bellissima, ma con la pretesa di sistematizzare tutto si corre il rischio di fornire delle chiusure. Cioè dopo che si fa? Ormai è stato detto tutto. Invece è meglio procedere per frammenti perché lasciano più aperture. Però chapeau, ecco!

Tornando al discorso di prima, Don Rosa dice di aver sempre trattato i paperi Disney come esseri umani.

Ci mancherebbe altro! Penso alla prima storia in cui compare Amelia [Zio Paperone e la fattucchiera, ndr]: anche lei in fondo è un personaggio che è una variazione di un papero, giusto? Ma quanto è diversa da tutti gli altri personaggi del mondo dei paperi? Cavolo, è importante!

Mi sembra insomma che di solito quelli che considero grandi autori, come lo stesso Cavazzano, quando fanno delle variazioni o citano direttamente (come in Casablanca) o creano nuovi personaggi. Cioè i personaggi standard sono quelli, con le loro caratteristiche. Al massimo, come accade nella famosa storia Topolino contro Topolino, puoi usare l’espediente del sosia cattivo. Ho l’impressione – Tito Faraci mi ammazza! – che ci vorrebbero più sceneggiatori bravi.

Di disegnatori ce ne sono tanti bravi secondo me, ma le storie… Ad esempio, un altro fatto fondamentale è che i fumetti Disney veramente grandi sono quelli d’avventura, non quelli comici. Tutt’al più mantengono l’ironia, ma sono fumetti avventurosi, come quello del famoso francobollo della Guyana [Paperino contro l’Uomo d’Oro, ndr].

Le storie più belle di Barks sono tutte d’avventura.

Ma anche quelle di Gottfredson, che fra l’altro non sempre sceneggiava lui, giusto?

Dal 1943 in poi ha sceneggiato sempre Walsh. Prima di allora Gottfredson di solito non sceneggiava ma scriveva sempre i soggetti e seguiva tutto lo svolgimento delle storie.

Resta il fatto che una delle capacità tecniche che io gli ho sempre invidiato – quindi più a Walsh – è quella di fare delle storie, delle strisce, con una certa vicenda, per poi passare a un’altra vicenda senza soluzione di continuità apparente buttando delle cose assurde. Ad esempio, Topolino e Pippo tornano da Hollywood e si dimenticano che hanno affittato la casa: questi trucchi di sceneggiatura sono una genialità assoluta. Io vorrei essere capace di fare queste cose. Legare tra loro in quel modo le storie di Sam Pezzo sarebbe stata la mia massima ambizione.

Tra parentesi, Walsh è stato lo sceneggiatore di Mary Poppins, che dà l’idea del suo approccio.

Walsh aveva un’abilità straordinaria. Non credo vi siano molti altri esempi simili nei fumetti, cioè di storie che in realtà sono largamente autosufficienti. Uno può fermarsi lì, tant’è vero che poi vengono ripubblicate separate quando in realtà si agganciano a quella successiva.

Copyright delle immagini agli aventi diritto (©Disney, ©Vittorio Giardino)

Autore dell'articolo: Amedeo Badini

Il fumetto è sempre stato una mia grande passione, sotto forma prima di un rassicurante Topolino a cadenza settimanale, per poi inoltrarsi nel terreno filologico-collezionistico. Questo aspetto critico mi ha permesso di apprezzare altri autori, da Alan Moore a Jeff Smith, e soprattutto di affinare la curiosità verso tutta la nona arte del fumetto. Disney è il mio primo campo, ma non disdegno sortite e passeggiate in territori vicini. Per il Papersera h0 scritto più di 100 recensioni, oltre ad aver curato una parte degli articoli sulle testate disney del passato. Inoltre, ho realizzato il Don Rosa Compendium, un'analisi dettagliata di tutte le storie del grande autore del Kentucky. Scrivo di fumetto e di cinema anche per il settimanale Tempi, per Lo Spazio Bianco e per la Tana del Sollazzo.