Topolino 3486

21 SET 2022
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Si conclude una delle saghe più lunghe degli ultimi anni su Topolino e il giudizio su Minaccia dallo spazio, pur non essendo negativo, non permette di gridare al capolavoro: le storie corali quasi mai riescono ad avere una trama che scorre in maniera fluida e credibile, e spesso soffrono di forzature e cambi di ritmo che ne disturbano la lettura.

La saga del Pianeta Ramingo non fa eccezione, sviluppando su un canovaccio di trama ispirato al film Don’t Look Up! una serie di eventi che portano in gioco – come abbiamo visto nelle settimane scorse – un gran numero di personaggi: per ovvi motivi di spazio e di struttura narrativa, molti di loro sono destinati ad un ruolo marginale, ed altri la cui presenza sembra un po’ forzata (esatto, sto pensando all’intervento delle streghe vulcaniche!).

Non mancano di contro gli spunti positivi: il coinvolgimento dell’intero pianeta nell’emergenza, la disperazione e la preoccupazione dei personaggi che già dall’inizio sapevano il rischio che si stava correndo, quindi un rischio reale che può essere percepito e magari condiviso dal lettore, non come le fruste imprese dei Bassotti o di Gambadilegno.

Di grande effetto l’utilizzo delle vignette mute raffiguranti l’orologio della catastrofe destinate a scandire il passare del tempo. Ripreso dal Nuclear Doomsday Clock di Watchmen (a sua volta citazione del simbolico Doomsday Clock nel mondo reale, che ha appunto il compito di indicare la vicinanza del genere umano all’Armageddon indicato dal raggiungimento della mezzanotte) l’orologio immaginato da Francesco Vacca ha un doppio registro di movimento: dilatato nella percezione di noi lettori destinati ad aspettare di settimana in settimana gli sviluppi degli eventi, veloce o addirittura frenetico nei tempi di narrazione della storia.

Oltre alla citazione esplicita di Watchmen, la coralità della storia non può non ricordare, pur con le difficoltà del caso, Crisis on Infinite Earths del recentemente scomparso George Pérez, con l’effetto di avvicinare il mondo dei fumetti Disney a quello DC, e i lettori a tematiche più adulte, abbandonando – si spera in maniera definitiva – il target dei “bambini svegli delle elementari.

Epica e retorica insieme per un maggior effetto di coinvolgimento del lettore

I disegni di Casty, che abbiamo scoperto essere a suo agio anche con i Paperi, fatta salva qualche espressione che non riesce ad avere la stessa forza di impatto di quelle che l’autore ci ha abituato a conoscere ed amare, svolgono egregiamente la funzione di coinvolgere emozionalmente il lettore grazie a spettacolari illustrazioni a tutta pagina (o comunque con vignette più ampie alternate a pagine con quattro righe di vignette per velocizzare ulteriormente l’azione) e a non appesantire la lettura, impegnativa per il numero di pagine che compone la storia, riuscendo a comunicarci le sensazioni dei personaggi senza abusare di primi piani.

Tornando al parallelo tra questa storia e il film di Adam McKay, ripetiamo la considerazione già fatta in occasione di altre recensioni, e cioè come si sia intrapresa in modo sempre più deciso la strada per collegare il contenuto del settimanale alle preferenze e tendenze dell’intrattenimento televisivo, in modo tale da non restare anacronisticamente legati a modelli di narrazione che evidentemente non hanno più il ritorno di pubblico desiderato.

Ma che davero?

Ma che davero?

Per questo forse stonano un po’ le storie seguenti, dove il “teatrino senza memoria” dei personaggi Disney torna ad essere quello disimpegnato e libero da vincoli di qualche anno fa, come nel caso della storia di Massimiliano Valentini e Andrea Malgeri Indiana Pipps e la legenda del tulipano nero.

Non so da quale anfratto sia spuntata fuori una storia del genere che sebbene parta da uno spunto storico interessante come la crisi dei tulipani, e da una trovata comica valida con Gambadilegno che tenta goffamente di farsi passare per il cugino di Indiana, si sviluppa come l’ennesima caccia al tesoro dagli enigmi risolti in quattro e quattr’otto.

Ma la spallata decisiva alla storia la fornisce “Kranz con la pistola”™, paradigma del finale scontato ed inutile; forse andrebbe bene come tormentone comico, ma né lo “spessore” del personaggio, né lo svolgimento degli eventi che hanno ripetutamente portato ad assistere a questa scena possono essere considerati tali, facendo sembrare anzi che l’autore possa ritenere che i lettori prendano sul serio la minaccia del sedicente avversario di Indiana.

Naviga tra alti e bassi Zio Paperone e la pace preistorica, storia scritta da Vito Stabile per celebrare l’ottantesimo compleanno di Marco Rota, presentando alcuni spunti interessanti, a partire dalla resa dei capelli dei tre nipotini dal taglio barksiano una volta tornati indietro nel tempo (si veda l’immagine da Paperino e la gara di nuoto) ed alcune vignette panoramiche che si alternano – ahimè – ad alcune un po’ più legnose; spunti piacevoli anche nella trama grazie all’ormai noto gusto della citazione di Stabile, che riesce ad inserire nella storia una citazione della tavola del potenziale esordio di Rota su Topolino, come descritto nell’interessante articolo che segue la storia.

Peccato relativamente all’articolo, l’aver dimenticato l’assegnazione del Premio Papersera all’autore avvenuta nel 2011, compensata però dalla possibilità di osservare – anche se un po’ di sbieco – le illustrazioni realizzate tra il 1978 e il 1980 per tre copertine de Gli Albi di Topolino (i numeri sono 1255, 1359 e 1360). Immancabile, infine, l’autocitazione del disegnatore milanese con il suo “Marks” (date un’occhiata a pagina 47 se non l’avete ancora trovato).

Capelli arruffati

Nel 1946 questo taglio era preistorico…

Arriviamo quindi a quelle che ritengo le storie più deboli dell’albo: con Zio Paperone e la ricerca a tempo (di Alberto Savini e Marco Mazzarello ed ottimamente colorata da Valeria de Sanctis) la considerazione che viene in mente è che è vero che Paperone è tale perché esagerato, testardo e contro ogni logica quando si mette in testa qualcosa (oddio, mi sembra di parlare di mia moglie…), ma il rischio di trasformarlo da castigamatti a una macchietta comica è sempre presente.

E in questa avventura dal ritmo veloce, ma dagli esiti forzati e prevedibili, vedere un Paperone che abbandona per una giornata intera i suoi affari per dedicarsi alla ricerca di un’oggetto “misterioso” (ma che qualunque lettore sa già non essere quello che immaginano Amelia e i Bassotti) non con la sua verve che ne fa un pericolo pubblico, ma con il sorriso sulle labbra, una lieta pedalata e un Paperino che passivamente lo segue senza nemmeno accennare un contrasto con lo Zione… beh, fa crescere il rimpianto per lo Zione esagerato anche nelle sue azioni!

Nettamente nella nuova direzione del settimanale Pico de Paperis e l’aggiornamento vocabolarico (di Davide Aicardi e Federico Maria Cugliari). Pensata per sostenere il ruolo e la presenza dei nuovi personaggi come Newton, non riesce però a replicare i successi delle precedenti vicende del duo Pico-Newton, risultando l’ennesimo tentativo di inquadrare/classificare il gergo giovanile, fenomeno che (ammesso lo si riesca a definire e circoscrivere) è in tale e costante mutazione da… sempre, che qualsiasi tentativo di venirne a patti finisce con l’esserne frustrato, a meno che non si tratti di Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini o dei personaggi di Carlo Verdone (si parva licet componere magnis).

Aggiungo – in coda alla recensione – come il voto finale, mai semplice da esprimere, sia stato arrotondato per eccesso grazie alla tavola conclusiva realizzata da Enrico Faccini con il suo illogico, inspiegabile, irrazionale ma splendido stile!

P.S.: nessun dubbio: in edicola va scelta la versione in abbinamento con il primo numero della grande collana Disney appena lanciata!



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Autore dell'articolo: Paolo Castagno

Sono appassionato lettore e collezionista di fumetti Disney sin da quando ho imparato a... guardare le figure. Il Papersera - sia il sito sia l'associazione - sono per me motivo d'orgoglio!