Le Grandi Parodie Disney

23 GEN 2018

Introduzione

Le Grandi Parodie Disney sono una tradizione fieramente italiana, iniziata dal geniale Guido Martina fin dal primo anno di Topolino libretto nel 1949, con l’immortale “Inferno di Topolino“. Fu soprattutto l’autore piemontese a scriverle nei primi tempi, a partire da “Don Chisciotte” (1956). A lui si affiancarono poi la coppia Bottaro – Chendi e Gian Giacomo Dalmasso, fino ad arrivare ai giorni nostri con classici moderni firmati da Bruno Enna e Francesco Artibani.

Storia

La copertina del primo numero dedicato a Paperin Meschino.

In questo articolo ci concentriamo sulla collana omonima, LGP abbreviato, e delle sue vite editoriali, durata dal 1992 al 2001, per complessivi 78 numeri.

Diciamo subito che la serie parte in maniera leggera, quasi in sordina, e come un grande riciclone di una semi-testata precedente. I primi quattro numeri riprendono infatti altrettanti volumi dei “Cartonati Disney“, nota anche come “I Grandi Classici Disney“, ed è proprio questa serie cui la Disney Italia si rifa quasi in toto. Si tratta di sette albi cartonati alla francese, di grande formato usciti tra il 1971 e il 1973, con copertine a tempera di Giovan Battista Carpi, eleganti risvolti interni in seconda e terza di copertina, sempre con illustrazioni dell’artista genovese, nessun articolo e rimontaggio delle tavole, in modo da far stare storie di 60 tavole in volumi da 48.

Proprio il rimontaggio sarà una caratteristica unica, nel bene e nel male, di questa serie. Inoltre, LGP si ispira anche a quest’altra piccola serie del 1988, da cui recupera alcune storie e il nome di grande parodia. I primi sette numeri di LGP recuperano gli antichi cartonati, e parte come serie mensile nel luglio 1992, sempre con copertine inedite di Carpi, una foliazione minore (44 pagine) e una presentazione piuttosto dimessa. L’albo, solo brossurato, contiene esclusivamente la storia, e utilizza i risvolti interni per ospitare stringate ma esaurienti informazioni sull’opera originale e sugli artisti coinvolti. Informazioni che diamo per scontate, comunque, allora non lo erano, in quanto pochi conoscevano gli antichi maestri del passato.

Il numero 16 presenta la prima variazione nell’impostazione della copertina.

Dal numero cinque, forse dovuto ad un buon riscontro, la foliazione aumenta a 52 pagine, potendo ospitare maggiori informazioni e un valido apparato iconografico. Il curatore è Alberto Becattini, che cura la parte di critica sia per la parodia che per l’opera originale, raggiungendo l’obiettivo che Martina si era sempre posto: insegnare divertendo con i personaggi disneyani.
A partire dal numero otto, esaurita la fonte primaria degli antichi cartonati, la testata prosegue il suo cammino, crescendo in autorevolezza. Il suo piano editoriale infatti ha determinato, volenti o nolenti, l’attribuzione dello stato di grande parodia ad una qualsivoglia storia. E sarà proprio la scelta editoriale, nel corso degli anni, a determinare la qualità e il successo della testata.
I primi tempi sono relativamente facili, in quanto Becattini, e Lidia Cannatella che compartecipava alla cura della collana, avevano parecchio materiale di pregio da pubblicare. Parliamo prevalentemente di parodie di Martina, servito spesso da validi maestri come Romano Scarpa, Luciano Bottaro e Pier Lorenzo De Vita. La testata oscilla tra le 52 e le 60 pagine, e si fa notare per i complessi rimontaggi delle tavole originali: infatti, per inserire gli originali pensati per il formato tascabile, era necessario muovere le vignette, allargarne alcune, restringerne altre, oppure aggiungerne di nuove. Un lavoro certo non filologico, a volte castrante, ma generalmente buono, anche se alcuni interventi posticci sono evidenti: un lavoraccio immane, che però permetteva un formato arioso, una nuova colorazione e un nuovo lettering, una sorta di restauro non proprio conservativo del materiale di partenza. Inoltre, la pubblicità era completamente assente.

La grafica di copertina, elegante e con la scritta “Fumetti da collezione” bene in vista, resterà tale fino al numero 16, in cui sarà realizzato un piccolo restyling, volto ad una ricerca più minimal. Scompaiono gli sfondi di Carpi, utilizzando personaggi che si muovono su di un colore neutro, e viene modificata radicalmente la testata, con un titolo molto più grande e una stella gigante di base. Uno stile d’impatto, molto anni ’90. La testata prosegue in questo modo fino al numero 30, pubblicando sia classici, che storie quasi contemporanee, azzardando e con molti numeri caratterizzati da una doppia storia, invece di una sola lunga. Sembra quasi una fase di sperimentazione, in cui vengono anche toccate parodie moderne tratte da opere cinematografiche, simbolo in fondo di una testata che voleva giocare il più possibile con il concetto di parodia, senza fossilizzarsi troppo.
Nel frattempo, la testata usciva sia come forma di raccolta a mesi di distanza – un modo economico per riciclare i resi appiccicandoli insieme – che in libreria, in una forma più lussuosa che anticipava la futura cartonatura e ristampava i primi dodici numeri, una strategia che anticipa quanto fatto per i futuri Maestri Disney Oro da libreria.

Con “Il Milione” di Martina e Scarpa, la testata passa ad un bel formato cartonato, sintomo di maggior cura editoriale.

Con il numero 30 si assiste invece ad una rivoluzione copernicana, con un approccio (quasi) inedito per Disney. Nel dicembre 1994 la testata passa da 5.900 a 8.000 lire, mantenendo il formato e con un numero di pagine stabile a 62, ma diventa cartonato. L’ispirazione arriva dal formato alla francese, e da certi esperimenti italiani che non hanno mai completamente sfondato, come Topolino Più o i già citati cartonati. L’aumento di prezzo portò un netto incremento nella qualità editoriale, facendo della testata un piccolo oggetto di pregio, un prodotto da libreria in edicola, approccio che sarà utilizzato di nuovo per una testata sfortunata come Tesori Disney. La stella della testata fu ridimensionata, e la costa e gli angoli vennero dotati di una coloritura effetto marmore che dava un effetto piuttosto elegante. Il resto rimase invariato: articoli interni, approfondimenti sugli autori, la storia editoriale della parodia e via dicendo. Anche la ricolorazione e gli interventi posticci restarono inalterati.
A questo proposito, almeno per la prima serie brossurata, veniva indicato come coinvolti nelle modifiche gli autori originali, come Carpi e Bottaro, o più vicini come Massimo De Vita per le storie del padre (pensiamo a Paperodissea), ma, a parte in alcuni casi, non ci sono mai sembrati dei buoni risultati, e lo stacco stilistico è più che evidente.

La serie proseguì senza particolari modifiche fino al dicembre 1999. Negli anni il prezzo aumentò fino a 12.000 lire, segno che l’operazione non stava funzionando benissimo: si trattava di un prezzo alto, non in linea con nient’altro che uscisse in contemporanea in edicola. In particolare, già con il numero 37 del luglio 1995 il prezzo salì a 10.000 lire: in appena sei mesi un aumento del 25% indica una probabile sopravvalutazione del target potenziale, oltre all’assenza di pubblicità che non permetteva introiti aggiuntivi. In ogni caso, la testata procedeva, diventando parte del trio di materiale per collezionisti insieme a Zio PaperoneI Maestri Disney, condividendo anche materiale promozionale.

Il testimone della copertina passò da Carpi a Marco Ghiglione, per poi proseguire con un giovane Lorenzo Pastrovicchio con il numero 56. Inoltre, le varie pubblicità per la testata erano molto presenti sulle altre collane in edicola, ed erano piuttosto innovative, cambiando numero per numero.

Con la parodia di “Twin Peaks” (peraltro molto poco aderente alla trama dell’opera originale, vista la distanza tra questa e gli standard del fumetto Disney) cambiano periodicità e prezzo.

Con il numero 52 dell’ottobre 1996 la testata diventa bimestrale, e il prezzo sale a 12.000 lire, come dicevamo. Un mix di segnali che non potevano annunciare nulla di buono. La serie continuava comunque a sfornare buone storie, alternando opere letterarie, materiale poco noto e trame da parodiare moderne e sorprendenti, come Twin Peaks, anche se, la scelta più particolare di tutte resta il revival dell’indipendenza, in cui la base di partenza è un fatto storico. Non mancava inoltre di coccolare il lettore, uscendo nel dicembre 1997 con il mistero dei candelabri, un regalo di natale con una foliazione extra di 78 pagine, a prezzo invariato.

Testata con una forte consapevolezza di sé, non perse occasione di autocelebrarsi, con uno dei numeri meglio confezionati, senz’altro il migliore da un punto di vista filologico. Parliamo del numero 65 del dicembre 1998, Dall’inferno a un papero bisbetico, sorta di strenna natalizia che celebrava i cinquant’anni di parodie disneyane. Fu occasione per uscire dal ristretto giro fumettistico, e stabilire l’importanza, anche sociale, di un fenomeno che travalicava le pagine del settimanale. Copertina speciale di Cavazzano, 128 pagine, doppia edizione (una da edicola, una speciale numerata e limitata da ordinare via posta con dorature e telature), una mostra a Padova a celebrare il tutto (chi scrive ebbe la fortuna di parteciparvi in diretta, e di comprare l’edizione di lusso): insomma, un trattamento imponente, per una testata il cui significato andava ben oltre la sua mera vita editoriale, ma andava dritta al contenuto. Il numero in questione conteneva l’Inferno di Topolino, prima parodia al mondo e pubblicata finalmente in maniera integrale come mai prima d’ora, e Paperon Bisbeticus Domato, ultima parodia in ordine di tempo, ambientata proprio a Padova. Insomma, un modo grandioso per celebrarsi, ma ultimo fuoco prima della chiusura della serie.

La versione cartonata da libreria del numero 65, dove venivano celebrati i 50 anni di parodie Disney italiane.

Il numero 71 del dicembre 1999 è l’ultimo tradizionale, Dick Pipp, solida trama che fa da ideale ponte con il progetto successivo. La redazione decide di cambiare le carte in tavole, e di proporre ancora parodie, non più italiane ma americane, facenti parte di un ciclo quasi inedito in Italia, in cui Pippo interpreta svariati personaggi storici, dal suo particolare punto di vista. Cominciarono così le Pippoparodie, nome buffo ma riuscito per indicare storie particolari da 44 tavole, imprevedibili, che puntavano molto sulla comicità in maniera spesso brillante, seppur distante dallo stile italiano. Vi erano stati già dei tentativi di stampa per questo materiale, un volume unico nel 1979, due prove nel 1981, e infine una collana di breve durata nel 1983. L’idea di riproporre il soggetto appariva dunque abbastanza velleitaria, e infatti durò solo sette numeri, e la testata chiuse i battenti nel febbraio 2001 con il numero 78.
Peccato, perché le Pippoparodie videro uno sforzo non indifferente: layout grafico interno ed esterno completamente nuovo, sempre molto elegante, nuova grafica di copertina, nuovo copertinista (il bravo Donald Soffritti), ma soprattutto nuove storie, completamente inedite (come affermato gloriosamente fin dalla copertina), con nuova colorazione e traduzione. Ma l’esperimento non trovò il riscontro del pubblico, in maniera forse prevedibile, e la testata completò il suo glorioso percorso editoriale.

Ultimo cambio di layout per la copertina, a 7 numeri dalla chiusura della collana.

Fu la prima testata per collezionisti a chiudere in maniera definitiva, dato che Maestri Disney divenne Oro, mentre Zio Paperone proseguiva con forza. Ma il frutto lanciato ha continuato a produrre, in maniera continuativa, epigoni su epigoni. Il brand era in fondo stato creato, e le parodie diventarono una buona fonte di reddito a costo zero. Due furono le collane allegate al Corriere della Sera dedicate all’argomento, una nel 2006 per complessive 30 uscite cartonate, e una ristampa uguale nel 2012, brossurata e con dieci numeri inediti in più (ristampata di nuovo nel 2020 con leggere modifiche).
Nel 2002 uscì con Gente una timida ristampa, per soli tre numeri.
Tutt’oggi la fame di parodie resiste. L’editore Giunti pubblica volumi in libreria, mentre Panini, nella sua riproposizione continua di vecchie glorie, ha rispolverato la vecchia stella, con una testata dall’ennesimo inglesismo Parodie Disney Collection, un’edizione molto spartana, che ricorda i primissimi numeri di venticinque anni prima, e che non ha superato le cinque uscite.

LGP è stata collana particolare nella storia editoriale Disney italiana, che ha generato buoni frutti in alcune impostazioni, riuscendo a sposare bene eleganza e cura. Nonostante la poca filologia, dietro ogni numero c’era un impegnativo lavoro dietro, a livello di colorazione, reimpaginazione e critico, con un imponente apparato iconografico. Proprio questo rigore, e la possibilità per il lettore di conoscere, spesso per la prima volta, opere culturali rinomate, a permesso ad una nuova generazione di apprendere e di usare il fumetto come trampolino di lancio verso nuove scoperte. Per chi scrive si è trattata di una palestra per affrontare poi autori come Hugo, Eco e Wells. Insomma, LGP ha fatto sua la guida di Martina, educare divertendo, e non ha sfigurato vicino a forme educative ben più istituzionali. Un risultato non da poco, e che, oggi, merita di essere riscoperto e seguito.

Statistiche

  • Come era lecito attendersi, essendo le parodie una “specialità” nata nel nostro Paese, la quasi totalità delle storie pubblicate (90 a fronte di un totale di 99) è italiana, sette sono prodotte dallo Studio Program (tutte le avventure di Pippo apparse nei numeri conclusivi della collana), una americana “Rip van Pippo”, pubblicata in appendice a “Paperino e il conte di Montecristo” ed ispirata alla storia di Rip Winkle, ed una direttamente prodotta dalla Disney Comics: “The Prince and the pauper”, disegnata peraltro dal nostro Sergio Asteriti.
  • Il disegnatore più frequentemente presentato – tra i 30 apparsi tra le pagine della testata – è Luciano Bottaro, con 14 titoli all’attivo (pari a 491 pagine), piazza d’onore per Giovan Battista Carpi (12 storie su 444 pagine) e terzo gradino del podio per Pier Lorenzo De Vita (10 storie in 313 pagine).
  • Più scontato l’esito del conteggio per gli sceneggiatori, dove Guido Martina si aggiudica ben 23 apparizioni (e 905 pagine), seguito a grande distanza da Luciano Bottaro e Carlo Chendi, entrambi con 7 storie, ma 263 pagine il primo e 213 il secondo); più variegato comunque il panorama degli sceneggiatori con 37 nomi in elenco, sebbene di questi ben 20 abbiano una sola apparizione all’attivo.
  • Le Grandi Parodie Disney hanno avuto diversi prezzi, come esposto nella tabella di seguito, mantenendo un posizionamento sempre superiore alla media degli altri fumetti da edicola:
    PrezzoNumero con nuovo prezzo
    5900lire 1
    8000lire 30 (nuovo formato cartonato)
    10000lire 37
    12000lire #52 (diventa bimestrale)
    15000lire #68 (numero speciale da 128 pagine, con un prezzo unico per questa sola occasione, tornando poi alle 12000lire)
  • Sono stati molti i copertinisti della collana, ma sempre in maniera omogenea. Qui di seguito le varie scansioni temporali:
    AutoreCopertine realizzate (numero)
    Giovan Battista Carpi #1-32
    Marco Ghiglione #33-55
    Lorenzo Pastrovicchio #56-71 (con l’esclusione del 68)
    Donald Soffritti #72-78
    Giorgio Cavazzano #68 (numero speciale con un copertinista speciale)
  • Visualizza le informazioni relative a Le Grandi Parodie Disney sull’INDUCKS

    Autore dell'articolo: Amedeo Badini

    Il fumetto è sempre stato una mia grande passione, sotto forma prima di un rassicurante Topolino a cadenza settimanale, per poi inoltrarsi nel terreno filologico-collezionistico. Questo aspetto critico mi ha permesso di apprezzare altri autori, da Alan Moore a Jeff Smith, e soprattutto di affinare la curiosità verso tutta la nona arte del fumetto. Disney è il mio primo campo, ma non disdegno sortite e passeggiate in territori vicini. Per il Papersera ho scritto più di 100 recensioni, oltre ad aver curato una parte degli articoli sulle testate disney del passato. Inoltre, ho realizzato il Don Rosa Compendium, un'analisi dettagliata di tutte le storie del grande autore del Kentucky. Scrivo di fumetto e di cinema anche per il settimanale Tempi, per Lo Spazio Bianco e per la Tana del Sollazzo.