Almanacco Topolino 1

30 APR 2021
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Da tempo tra amici amiamo definire I Grandi Classici Disney con un eloquente appellativo: Unica Testata Seria. In un insieme di pubblicazioni eterogeneo e variegato come quello Panini, infatti, lo storico mensile dedicato alle avventure del passato di Topi e Paperi occupa un posto d’onore grazie alla cura editoriale con cui, dal lontanissimo 2004, ha trovato un’identità precisa e una dimensione ideale. Possiamo parlare in tal senso di “Cura Boschi”.

All’epoca della sua trasformazione da semplice e disordinato contenitore di vecchie storie a stabile baluardo della tradizione a fumetti Disney, l’Unica Testata Seria era ancora felicemente affiancata da una serie di riviste di gran lunga più blasonate, dall’imprescindibile Zio Paperone ai ricercati Maestri Disney, senza contare tutta un’ampia batteria di ristampe che in alcuni casi erano di ragguardevole interesse. A tutto ciò, per una brevissima parentesi, si aggiunse nel 2006 quella che possiamo oggi contestualizzare come una piccola rivoluzione: la trasformazione del Mega 3000, già Mega 2000 e Mega Almanacco, in un contenitore più elegante e più simile come approccio e formato a Zio Paperone, il Mega. L’obiettivo di quel restyling fu quello di nobilitare in Italia quanto di meglio il resto del mondo avesse da offrire in quanto a fumetti Disney, migliorando sensibilmente la natura di fritto misto della sua versione precedente.

L’esperimento non durò che una manciata di numeri, arrivando a una mesta chiusura nel gennaio 2008. Pochi mesi dopo venne a chiudere lo stesso Zio Paperone, che da tempo aveva iniziato a vivacchiare in una sorta di declino una volta esauritesi le attese storie di Don Rosa e la ristampa stessa del corpus barksiano. Per quanto le chicche e le rarità di altri autori non mancassero, il favore dei lettori per Zio Paperone andò scemando, e la rivista concluse la sua avventura ventennale dopo 216 numeri.

Il Mega nella sua ultima incarnazione, tanto interessante ed encomiabile quanto sfortunata…

Il risultato fu una progressiva, inevitabile e generalizzata perdita di interesse per il materiale Disney non italiano da parte di lettori sempre più disabituati al sapore del pane altrui. Dal 2008 in poi, la produzione danese (delle altre se ne era persa nel frattempo ogni traccia) è stata somministrata col contagocce prevalentemente su Topolino limitandosi quasi del tutto a storie su tre strisce provenienti dal tedesco Lustiges Taschenbuch, dal danese Jumbobog o da altri tascabili della galassia Egmont sparsi per il Nord Europa. La percezione di meri “tappabuchi” per colmare gli indici del nostro settimanale di punta è tutto ciò che sembra essere rimasto nella memoria delle storie di autori comunque molto interessanti come Flemming Andersen o Massimo Fecchi, facendole sprofondare all’occorrenza in una visione stereotipata, senza suscitare un sentito interesse.

Nel corso degli anni sono poi nate e morte diverse testate “per collezionisti”, ma nessuna di queste è mai riuscita a porre un focus specifico sulla produzione estera contemporanea come il Mega o Zio Paperone: Disney Anni d’Oro, Tesori Disney, I migliori anni Disney e Tesori Made in Italy hanno goduto di una buona se non addirittura ottima cura editoriale, pur potendo attingere alla solita riserva di ristampe in un processo che si autoalimentava. Possiamo individuare due sole eccezioni alla regola: Tesori International che, tuttavia, ha proposto solo in un caso qualcosa di inedito su ben quindici corposi volumi, e soprattutto Uack! che con interesse filologico ha pubblicato vari inediti dal sapore barksiano.

Ed eccoci dunque al 2021, in un momento in cui il gusto dei lettori italiani per le storie straniere risulta probabilmente ancora compromesso da anni di rarefazione di quel tipo di materiale nella nostra lingua, specie dopo aver celebrato a più riprese, per contro, l’esportazione massiccia di avventure nostrane all’estero. Finalmente però, da questa primavera, I Grandi Classici dovranno cominciare a condividere il loro finora indiscusso status di Unica Testata Seria, che si vede a questo punto sdoppiato in una sorta di binomio editoriale di elevata qualità. Il nome dell’operazione ha il sapore dell’antico ma in una veste moderna: Almanacco Topolino.

La copertina di Almanacco Topolino 166 disegnata da Giuseppe Perego, della quale la versione di Emmanuele Baccinelli per il primo numero della nuova testata è una gradevolissima rivisitazione

Nonostante la lunga crisi del potenziale consenso verso le storie straniere, indubbiamente alcuni segnali hanno portato nel corso degli ultimi due anni a una rinnovata curiosità per ciò che accade al di là dei patri confini. Al netto delle sempre centellinate proposte danesi su Topolino, su Zio Paperone e Paperino, dal 2019 la pubblicazione e la tenuta nel tempo di una collana monografica come Papersera ha provocato una prima crepa. Successivamente, la riapparizione delle Giovani Marmotte in un mensile dedicato ha a sua volta contribuito all’abbattimento del muro. Oltre la breccia, depositatasi la polvere, abbiamo trovato l’Almanacco.

Uno degli imprescindibili messaggi dello storytelling disneyano si affida al meccanismo rodato dell’innovazione nel solco della tradizione, la ricetta di un successo planetario che dura da quasi un secolo. Con la riproposizione dell’Almanacco Topolino, dopo anni di nulla o di plateali fallimenti, è nella tradizione di una grande testata italiana del passato che si trova l’innovazione della formula individuata da Luca Boschi per rilanciare nel miglior modo possibile le storie di produzione estera nel nostro paese. Riviste come Papersera e Il Manuale delle Giovani Marmotte hanno infatti mostrato come la combo equilibrata di ristampe e inedite sia di nuovo un’idea vincente e su questa lezione sembrano poggiarsi i presupposti del nuovo e giustamente ambizioso Almanacco Topolino.

Boschi, già curatore dei Grandi Classici ed inesauribile motore dietro questa nuova testata fortemente voluta dal Direttore editoriale di Topolino Alex Bertani, tenta infatti l’esperimento miscelando sapientemente contenuti molto diversi tra loro. Dal primo numero dell’Almanacco possiamo già avere un’idea di quello che arriverà in futuro: accanto a un necessario ed esaustivo apparato redazionale, un terzo dell’albo è dedicato alle storie italiane in ristampa, un terzo alla riproposizione di storie americane del periodo classico dei comic book e, infine, un terzo alle storie inedite straniere contemporanee. Data questa ripartizione più che equa sembra quasi di assistere a una battuta cult del cinema italiano, con la speranza che in questo caso il binario porti effettivamente verso un futuro più stabile e luminoso possibile.

Per quanto riguarda la scelta delle storie per il numero inaugurale bisogna subito dire che la suddivisione di cui sopra è funzionale: su 132 pagine complessive, alla produzione straniera inedita ne sono dedicate 47, a loro volta bilanciate in quanto a varietà e qualità. Nomi come César Ferioli e Kari Korhonen rappresentano un ottimo biglietto da visita, coadiuvati da un lato dalla solidità di un autore classico come Marco Rota – che speriamo di vedere direzionato il più possibile in questa sede, per quanto riguarda la sua produzione danese recente – e dall’altro dall’estro dell’olandese Mau Heymans. Rota a parte, gli altri non sono nomi così noti a chi, specie con qualche anno in meno rispetto a chi scrive, non abbia conosciuto l’età aurea della “serie bianca” di Zio Paperone tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. È da questa considerazione che dovrà partire l’intento di formare il gusto dei nuovi lettori, più o meno giovani, che finora hanno ignorato ciò che accadeva altrove nel mondo.

A Topolinia c’è qualcosa di strano

La storia di Ferioli, su testi di un ottimo autore come l’americano Byron Erickson, è un perfetto esempio di scrittura di un Topolino calato in un contesto che richiama al contempo la fantascienza classica, il tema del doppio e ancora il legame tra le varie visioni del personaggio che, a seconda delle varie scuole di stile e di pensiero, sono state elaborate nel corso dei decenni. Complice l’arte raffinatissima del disegnatore spagnolo, ne Le terre parallele infatti non suona affatto stonata la compresenza di caratterizzazioni gottfredsoniane (Basettoni, Enigm e Manetta su tutti), di personaggi come Atomino e Doc Static, e di varie nature di Topolino stesso, da quella in braghette rosse a quella “in borghese” di Paul Murry. L’effetto è un cocktail di suggestioni molto diverse e variegate che tuttavia mostra un potenziale narrativo decisamente interessante. La trama è intelligente, ben congegnata e a suo modo abbastanza complessa, giocando su un canovaccio tutt’altro che innovativo come quello degli infiniti universi paralleli.

Destreggiarsi tra dotte citazioni e vignette dinamicissime in un perfetto chiasmo

Al finlandese Kari Korhonen spetta invece un compito assai più delicato, se vogliamo, se non altro per l’importanza simbolica che la giovinezza di Paperone ha assunto negli ultimi trent’anni dopo lo straordinario successo dell’influentissima Saga di Don Rosa: il primo capitolo dei McDuck Journals, ambientato nel gelido Klondike, comincia a inserire i primi tasselli mancanti al più ampio affresco biografico che l’autore del Kentucky ha dedicato alla principale creazione barksiana.

Rimanendo nell’ortodossia donrosiana ma senza finirne intrappolato, Korhonen rappresenta un Paperone energico e scattante nella disordinata e convulsa Skagway all’epoca della corsa all’oro. Il risultato è un susseguirsi di citazioni all’opera di Barks e alla Saga stessa senza però che il lettore subisca un carico eccessivo perdendosi in situazioni al limite del riferimento nerd. Ne emerge un episodio pilota che getta le basi per qualcosa di molto articolato e dottamente appassionato che darà ulteriori elementi alla configurazione della multiforme mitologia di Paperone.

La “quota classica” delle storie inedite spetta invece al rassicurante tratto di Marco Rota su testi di Lars Jensen. Paperino e i nipotini sono coinvolti in una disavventura di Panchito Pistoles, un personaggio che da noi ha avuto uno scarsissimo successo pur continuando invece a mantenere un certo ruolo iconico nei fumetti esteri e nell’animazione, come nel reboot di DuckTales e in Legend of the Three Caballeros.

Messico e ombre

Intrighi, pistole, señoritas, un po’ di folklore messicano e il gioco è fatto: Paperino, la spada e la rosa è ottima nella sua collocazione per riprendere fiato tra le ben più consistenti prove di Erickson, Ferioli e Korhonen. Altrettanto funzionale e interessante è la one page inedita di Mau Heymans, autore fin troppo sconosciuto da noi, che introduce in Italia il look “olandese” delle nipotine di Paperina.

Il resto dell’albo è diviso in altre due parti, come si diceva poc’anzi. Gli autori italiani riproposti già in questa occasione sono rappresentativi del meglio che l’Almanacco Topolino abbia mai sfornato nella sua lunga vicenda editoriale. Il delicato ruolo di apertura è demandato alla ristampa di una delle prime prove di Romano Scarpa come autore completo: per molti anni erroneamente attribuita a Guido Martina, Paperino e l’antidollaròssera è invece la settima storia realizzata interamente dal Maestro veneziano, perfettamente in linea con la sua visione dei Paperi, antitetica a quella del Professore e in continuità e complementarità con l’originale versione di Barks.

A dispetto del titolo, è Paperone il vero protagonista di questa avventura frizzante, messo in difficoltà dai Bassotti come già accaduto nelle storie pubblicate su Four Color e Uncle Scrooge; i richiami all’Isola del cavolo, ad esempio, sono abbastanza evidenti in alcune scelte narrative. Ulteriore nota a favore: la versione qui ristampata non è quella ricolorata per Zio Paperone 146, poi ripresa nel 2014 nella stessa omnia di Scarpa, ma l’originale con l’alternanza di pagine a colori e in bianco e nero, con l’opportunità di poter apprezzare la tecnica del retino.

Gli onirici cherubini scarpiani

In coda troviamo invece Zio Paperone e le cianfrusaglie vittoriose dei due Giorgi, Pezzin e Cavazzano, coppia di inossidabile valore attiva negli anni Settanta. Quel che si propone nel dittico con Scarpa è un assaggio sia delle origini dell’Almanacco nel 1957, sia di una sua fase molto più avanzata nel 1978, due approcci molto diversi alla medesima materia paperopolese. Questa storia, molto poco ristampata a dispetto della sua gradevolezza, chiude perfettamente l’assaggio del primo numero, con un Cavazzano scatenato al servizio della sempre divertente poetica pezziniana.

Il resto è infine occupato da ristampe di brevi americane con lo scopo specifico di dare la giusta ribalta al “carosello di vecchi amici” di cui si parla in un redazionale, cioè quei personaggi secondari capaci di godibili exploit narrativi. Dall’ottimo e insolito Archimede di Barks in coppia con Ciccio alla prima apparizione di Paperoga su un albo statunitense per le matite di Tony Strobl, la parte finale del nuovo Almanacco è ricca di spunti e le storie selezionate sono indubbiamente molto divertenti. L’effetto nella lettura è di un piacevole intermezzo comico tra le avventure di più ampio respiro, senza riscontrare un eccessivo saliscendi qualitativo: il meccanismo di questo primo albo è oliato alla perfezione.

La stranissima coppia

Il grande formato è poi come manna dal cielo per poter apprezzare maggiormente storie pensate per i comic book. Le stesse brevi americane classiche che al contempo continuano ad essere riproposte sui Grandi Classici, infatti, godono in questo caso del giusto spazio perché ne giovino la composizione della tavola e il ritmo della narrazione. Anche una vicenda solo all’apparenza semplice come Archimede Pitagorico nel paese dei sogni ritrova una sua dignità altrimenti sminuita da collocazioni potenzialmente non ideali, dove al massimo avrebbe potuto figurare come breve riempitivo cui non dare troppo peso. Figuriamoci poi il vantaggio di poter leggere una storia di Ferioli o di Korhonen su pagine di una grandezza simile a quelle del fu Zio Paperone. Tutto ciò non comporta altro che un’esperienza di lettura gratificante.

In conclusione, cosa dobbiamo dunque aspettarci dal nuovo Almanacco Topolino? E soprattutto, quale gravosa responsabilità ha questa testata?

Sperando in un eventuale aumento delle straniere inedite (magari in una ideale situazione di 50 e 50, sempre con le italiane in apertura e chiusura), il testimone raccolto dall’Almanacco è quello a suo tempo messo da parte dopo la chiusura delle vecchie testate di cui è stato necessario parlare all’inizio di questa recensione. È vero che la Storia non è maestra proprio di nulla, ma è altrettanto vero che i processi di vita di un qualsiasi prodotto vanno compresi il più possibile nel loro contesto e nelle loro evoluzioni per poter assicurare a nuovi tentativi una lunga prosecuzione e delle meritate soddisfazioni senza incappare in errori di valutazione, a volte fatali.

Il nuovo Almanacco arriva forse in un momento necessario: dopo anni di vuoto e di timidi tentativi sembra che il terreno sia ideale per lo sviluppo di una nuova testata con memorabili prospettive di crescita. L’obiettivo, tutt’altro che semplice, di reintrodurre con criterio nel vasto panorama Disney italiano delle sensibilità narrative e degli approcci diversi rispetto al nostro è finalmente capitato con il progetto giusto al posto giusto.

Autore dell'articolo: Davide Del Gusto

Sono cresciuto a pane, letteratura, storia e fumetti. Paperseriano dal remoto 2004, colleziono, leggo e recensisco. I miei indiscussi numi tutelari tra i fumettari sono Carl Barks, René Goscinny e Albert Uderzo, Floyd Gottfredson, Hergé, Vittorio Giardino, in rigoroso ordine sparso.

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