Le pubblicazioni Disney in Italia – Anteguerra e Mondadori 1932 – 1988
Nel 1932, Topolino era già conosciutissimo in tutto il mondo, ma la sua fama era legata quasi esclusivamente agli shorts animati. Del resto, lo stesso Walt Disney considerò sempre il fumetto alla stregua di uno dei tanti settori del merchandising; la striscia giornaliera di Mickey Mouse, apparsa sui quotidiani statunitensi all’inizio del 1930, vide il coinvolgimento diretto del papà di Topolino soltanto per i primissimi mesi. Alcune di quelle strisce furono pubblicate nell’estate 1930 su “L’Illustrazione del Popolo” di Torino, che può così vantarsi di essere la prima pubblicazione in Italia ad aver ospitato un fumetto Disney sulle sue pagine.
Si trattò comunque di un episodio sporadico e ben presto dimenticato, tanto che, quando l’editore fiorentino Nerbini pensò di dar vita ad un settimanale per bambini intitolato “Topolino“, si limitò a chiedere l’autorizzazione al distributore italiano degli short, e affidò a disegnatori italiani la produzione di storielle con didascalie in rima, seguendo il costume dell’epoca. Ne seguì una breve querelle col rappresentante ufficiale di Disney in Italia, che si risolse con piena soddisfazione di entrambe le parti: a partire dal numero 7 di “Topolino” le tavole domenicali americane fecero la loro comparsa sul giornale, inaugurando una storia a fumetti che dura ormai da 70 anni.

L’obiettivo del presente lavoro è quello di offrire una panoramica il più possibile esaustiva delle pubblicazioni italiane che hanno ospitato sulle loro pagine i personaggi Disney; per ogni serie si cercherà di fornire una descrizione di massima del contenuto. Errori ed omissioni saranno inevitabili, vista l’immensa mole del materiale apparso nell’arco di sette decenni; anche il criterio di classificazione per periodi è del tutto arbitrario, ma la sua introduzione è giustificata dall’esigenza di fornire un minimo di struttura a quello che altrimenti sarebbe diventato un chilometrico elenco di difficile leggibilità.
La speranza è che il risultato possa essere fruito a più livelli: dal collezionista già agguerrito, che vorrebbe inquadrare la propria collezione in una prospettiva “storica” ed eventualmente decidere come farla crescere, come dal neofita che si affaccia sul mondo Disney e non sa da che parte cominciare.
Chi volesse approfondire l’analisi dei contenuti di una particolare serie è invitato a ricorrere all’I.N.D.U.C.K.S., il database mondiale del fumetto Disney, reperibile su Internet all’indirizzo https://www.inducks.org. Consultando l’I.N.D.U.C.K.S. si potrà ottenere, per tutte le pubblicazioni italiane già indicizzate (la stragrande maggioranza), la lista delle storie contenute, con l’indicazione degli autori (quando noti) e degli altri dati rilevanti per ciascuna di esse.
1932-1943: “Giornali” ed albi

A partire dal 31 dicembre 1932, il “Topolino Giornale” – cosi’ denominato dagli appassionati per la scarsa foliazione ed il grande formato, tipici del periodo – esce ogni settimana per 564 numeri, fino al dicembre 1943, quando le pubblicazioni vengono interrotte per il precipitare degli eventi bellici.
Sulle sue pagine vengono pubblicate, a puntate, le più belle avventure dell’epopea del Mickey Mouse “giornaliero” di Floyd Gottfredson: storie indimenticabili come “Topolino e il mistero dell’uomo nuvola“, “Topolino sosia di re Sorcio“, “Topolino e il mistero di Macchia Nera“. Topolino ospita anche le tavole domenicali autoconclusive di Topolino e Paperino, nonchè diversi episodi delle tavole domenicali “Silly Symphonies” (ad iniziare dall’epopea dell’insetto Buci).

Va precisato che il settimanale dedica gran parte del suo spazio a serie a fumetti non Disneyane, sia italiane che statunitensi: Cino e Franco (Tim Tyler’s Luck), Giorgio Ventura (Brick Bradford), Audax (King of the Mounted Police), Kit Carson, Saturno contro la Terra, ed innumerevoli altre. Anzi, a partire dal numero 481 (3 marzo 1942), Topolino e company vengono banditi dalle pagine del giornale, in ossequio alle disposizioni autarchiche del regime fascista (che già avevano imposto l’eliminazione di tutte le altre serie di produzione straniera).
Sette altre testate affiancarono il “Topolino” nel periodo in esame (che gli studiosi definiscono convenzionalmente “Anteguerra”, benché giunga ben oltre lo scoppio della II Guerra Mondiale). Due di queste furono pubblicate da Nerbini, le rimanenti da Mondadori, che rilevò i diritti per tutto il materiale Disney nell’estate del 1935 (per la cronaca, il primo “Topolino” edito da Mondadori fu il numero 137) e li mantenne per più di 50 anni. Le serie ebbero vita più o meno breve: a quelle Nerbini fu fatale il cambio di editore, mentre quasi tutte quelle Mondadori dovettero soccombere all’emergenza della guerra.

Nel maggio 1933 esce il primo numero del “Supplemento al giornale Topolino“. Di periodicità irregolare e formato ancor più grande del settimanale, resta nelle edicole per 42 numeri, pubblicando il materiale sindacato Disney che non trova spazio su “Topolino” (Nerbini aveva una discreta quantità di “arretrati” d’oltre oceano da smaltire). Alcune storie non-Disney e racconti illustrati completano il menu.
Il “Supplemento” cessa le pubblicazioni nel settembre 1935, subito dopo il passaggio di consegne tra Nerbini e Mondadori (gli ultimi tre numeri, un po’ raffazzonati, sono “targati” Mondadori).
L’albo “Topolino contro Wolp il terribile brigante del West“, uscito nell’ottobre 1933 (e considerato uno dei più rari fumetti italiani), inaugura la serie degli “Albi Nerbini“. Ognuno di essi ristampa un’intera storia di Topolino, già apparsa (a puntate) su “Topolino” o sul “Supplemento” (fa eccezione appunto “Topolino contro Wolp“, precedentemente inedita). In tutto escono 9 numeri della serie, ristampati più volte con lievi modifiche alla veste editoriale; “La brigata Topolino al Lago Polveroso” è l’ultima uscita, nel luglio 1935.

Mondadori pubblica la sua prima testata disneyana a partire dal marzo 1935, alcuni mesi prima di acquistare “Topolino” da Nerbini. Si tratta de “I Tre Porcellini“: anch’esso in formato “giornale”, ospita materiale tratto da libri illustrati e riviste americane ed inglesi, assieme alle usuali serie non-Disney e alle storie a continuazione delle tavole domenicali “Silly Symphonies”. Mondadori aveva infatti acquisito da Disney i diritti su tale serie, probabilmente come primo passo verso la “scalata” alla licenza detenuta da Nerbini. “I Tre Porcellini” prosegue per 98 numeri, fino al febbraio 1937, quando la testata confluisce in “Topolino“.

L’esperienza degli “Albi Nerbini” viene proseguita da Mondadori con la serie “Nel Regno di Topolino“, principalmente costituita da ristampe in un unico albo di storie già apparse a puntate sul settimanale. In questa collana sono però pubblicate per la prima volta alcune delle primissime dailies di Mickey Mouse, antecedenti al 1933, che Nerbini non aveva ancora smaltito. Tra il marzo 1935 ed il febbraio 1940 escono 95 numeri, alcuni dei quali in grande formato orizzontale.
Nel gennaio 1937 appare invece il primo numero degli “Albi d’Oro“. Dal punto di vista dei contenuti, la serie non si discosta troppo da “Nel Regno di Topolino“: ristampe, qualche inedito del primo Mickey Mouse. Interessanti alcuni numeri con storie inedite di produzione italiana (“Paperino e la pietra filosofale“, n. 22) e britannica (“Topolino e il ratto dei tre“, n. 18; “Pippo e Tobia tra i cannibali“, n. 19).

La serie si esaurisce nell’agosto 1940, col numero 41. Ma il nome “Albi d’oro“, come vedremo, continuerà ad essere presente tra i titoli delle pubblicazioni Disney ancora per parecchi anni.
Tra il dicembre 1936 ed il dicembre 1939 escono poi 5 numeri dell'”Almanacco“. Si tratta di di costosi (per l’epoca) volumi-strenna, pubblicati in occasione delle festività natalizie (o delle vacanze estive, come nel caso di “Maremonti Topolino-Paperino“, del 1939). Il contenuto è eterogeneo, come si conviene ad un almanacco: giochi, storielle autoconclusive di Topolino e Paperino (sia tavole domenicali che brevi adattamenti di cortometraggi), rubriche e materiale non-Disney.

Chiude la panoramica dell’Anteguerra il giornale “Paperino“, prima testata al mondo dedicata all’emergente papero disneyano. Nei suoi 149 numeri, usciti tra il dicembre 1937 e l’ottobre 1940, vedono la luce le tavole domenicali di Donald Duck disegnate da Al Taliaferro, ma soprattutto le prime storie a fumetti Disney di produzione italiana, frutto dell’inventiva del geniale Federico Pedrocchi (vero factotum dei periodici Mondadori dell’epoca, poi prematuramente scomparso durante la II Guerra Mondiale): “Paperino e il mistero di Marte“,”Paperino inviato speciale” ed altre. Pedrocchi sceneggia anche due originali sequel di “Biancaneve e i Sette Nani“, affidati alle matite di Nino Pagot. Tra le serie non disneyane apparse su “Paperino“, vanno senz’altro ricordate “Zorro della metropoli” (di Cesare Zavattini), il “Popeye” di E.C. Segar, il “Tarzan” di Burne Hogarth (non accreditato) ed un paio di episodi di “Saturno contro la Terra“.

Riassumendo, si può dire che le serie pubblicate tra il 1932 ed il 1943 fornirono ai lettori italiani una traduzione quasi integrale (anche se, ad onor del vero, spesso tali ristampe si presentavano mutilate di qualche vignetta per motivi di spazio e con delle traduzioni abbastanza libere, anche per motivi legati alla situazione politica italiana) della prestigiosa produzione “sindacata” americana dell’epoca. E stiamo parlando del 99% di tutti i fumetti Disney prodotti in quel periodo: infatti i comic book (gli albi per le edicole) avrebbero visto il loro boom nei primi anni Quaranta, ed inizialmente avrebbero anch’essi vissuto di rendita sulle ristampe delle strisce di Gottfredson, Taliaferro e compagnia.
1945-1956: Arriva il “Libretto”
Nel dicembre 1945, il numero 565 di “Topolino Giornale” fa la sua comparsa nelle edicole di un Paese ancora profondamente ferito dal conflitto da poco terminato. La formula non è mutata: poche pagine di grande formato, con storie disneyane e non, in uno stillicidio di puntate.
Il materiale Disney a disposizione e’ aumentato: oltre alla provvista di strisce e tavole apparse sui quotidiani americani durante la guerra, ci sono le prime storie disegnate appositamente per i comic book, tra le quali spiccano le prove d’esordio di Carl Barks (“Paperino e l’anello maledetto“, sui numeri 629-632 del marzo 1947, è la prima storia del Maestro dell’Oregon ad apparire in Italia).
Nel maggio 1946, tornano in edicola anche gli “Albi d’Oro“. La numerazione riparte da 1, con periodicità settimanale, ed i numeri Disney si alternano a quelli dedicati ad altri personaggi. Fino alla fine del 1952, gli “Albi d’Oro” disneyani saranno 143 (su complessivi 352); a partire dal 1953, la numerazione verrà fatta ripartire ad ogni inizio anno. Altri 137 numeri Disney appariranno fino al dicembre 1956; nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta Mondadori procederà inoltre a ristampare alcuni degli albi di maggior successo (tali edizioni sono riconoscibili dalla dicitura “Prima Ristampa” o “Seconda Ristampa” in copertina; in esse, non di rado, storie autoconclusive vanno a sostituire pagine pubblicitarie presenti nell’edizione originale). Inizialmente, gli “Albi d’Oro” propongono ristampe di storie del Mickey Mouse anteguerra. Dopo circa un anno, però, la serie inizia ad ospitare storie inedite tratte dai comic book, tra cui diversi classici di Barks.

In occasione del Natale e delle vacanze estive, c’è la consuetudine di far uscire un “Albo d’Oro” speciale, intitolato “Almanacco di Topolino“. Ne usciranno complessivamente 18 numeri (molto ricercati dai collezionisti); si chiameranno “Almanacco di Topolino” anche gli ultimi tre numeri del 1956, usciti con periodicità mensile, prologo al cambiamento ufficiale della denominazione della testata.
Nell’immediato dopoguerra, la produzione statunitense è tale da permettere il varo di un’ulteriore serie: nel gennaio 1948 ecco gli “Albi Tascabili di Topolino“, nel formato a striscia che tanta fortuna ebbe in quel periodo. Il settimanale propone alcuni 10-pager di Barks, le mini-storie prodotte da Walsh e Gottfredson nell’immediato dopoguerra, le storie brevi di Buci e del Lupo Cattivo che apparivano su “Walt Disney’s Comics and Stories“, e le ristampe fedeli degli omologhi albetti a strisce che venivano offerti in omaggio al pubblico americano da alcune case produttrici di cereali. Usciranno 195 numeri, fino al marzo 1952; alcuni di essi verranno ristampati, singolarmente o in raccoltine, negli anni immediatamente successivi per essere offerti come omaggi allegati a prodotti come il detersivo Persil o i formaggini Prealpi.

I gusti del pubblico sono però cambiati. Nell’aprile 1949, Mondadori decide di procedere ad un cambiamento radicale: il “Giornale” chiude i battenti col numero 738, e la numerazione di “Topolino” riparte daccapo. La periodicità diventa mensile, il formato si riduce, le pagine aumentano considerevolmente: è nato il “Topolino Libretto“, che raggiungerà il numero 2500 alla fine del 2003. Oltre ai mutamenti di carattere tecnico, ce n’è uno – assai importante – relativo ai contenuti: il nuovo mensile ospita soltanto storie Disney, oltre a rubriche di vario genere (quasi tutte curate da Guido Martina).
C’è il ritorno delle lunghe storie a continuazione di Gottfredson (e dello sceneggiatore Bill Walsh), con la saga di Eta Beta; Carl Barks sta raggiungendo rapidissimamente la piena maturità espressiva, ed anche gli altri disegnatori americani producono storie di buon livello. Guido Martina e Angelo Bioletto contribuiscono al momento magico con tre storie di produzione italiana, la seconda delle quali – “L’Inferno di Topolino” – inaugura il filone nostrano delle “Grandi Parodie”.
Date tali premesse, non c’è da stupirsi che il successo sia clamoroso, tanto che nell’aprile 1952 la periodicità diventa quindicinale. Per coprire il raddoppiato fabbisogno, si procede alla chiusura della serie degli “Albi Tascabili“, ma soprattutto si dà l’avvio alla produzione italiana di storie Disney. “Topolino e il satellite artificiale” (“Topolino” n. 41-43), disegnata da Giuseppe Perego su testi probabilmente di Guido Martina, inaugura la lunghissima serie; presto le storie italiane iniziano ad apparire anche sugli “Albi d’Oro” (“Paperino e le onorificenze“, disegnata da Luciano Bottaro, n. 322 del luglio 1952). Poco dopo arriveranno Romano Scarpa e G.B. Carpi, e ci sarà il ritorno di Pier Lorenzo De Vita, che già aveva collaborato al “Topolino Giornale” con storie non-Disney.

Nel maggio 1954, le testate disneyane rimaste in edicola sono due, ed entrambe pubblicano soltanto storie nuove. I tempi sono quindi maturi per una serie dedicata alle ristampe, ed ecco gli “Albi della Rosa“. Inizialmente quindicinale, diventa ben presto settimanale, e ripropone le migliori storie apparse qualche anno prima, principalmente su “Topolino“.
Sommarizzando, il primo decennio del dopoguerra vede una decisa affermazione delle testate disneyane Mondadori, che ha le sue radici nell’indubbia abilità del team editoriale (il direttore Mario Gentilini, il “tuttofare” Guido Martina) e nell’elevatissimo livello della produzione fumettistica d’oltre oceano (questo è il periodo di massimo splendore di Carl Barks, e dello splendido canto del cigno del Floyd Gottfredson “avventuroso”).
1957-1966: Poker d’assi all’italiana

Nel gennaio 1957 esce quello che è convenzionalmente considerato il numero 1 dell'”Almanacco Topolino“. Ha periodicità mensile e formato leggermente più grande del “Topolino Libretto“, il che permette ad ogni pagina di ospitare 4 righe di 2 vignette, anziché le 3 righe del quindicinale. Il formato è quindi identico a quello dei comic book, e si evitano così i “rimontaggi” da sempre necessari su “Topolino“. La numerazione della serie – che manterrà per lungo tempo il logo “Albi d’Oro” in copertina – inizialmente non è progressiva, ma riparte ad ogni gennaio fino al 1970, quando si iniziano a numerare i fascicoli in maniera progressiva tenendo conto delle uscite effettuate sino a quel momento (l’Almanacco del gennaio 1970 riporta così il numero 157). In generale, ogni numero è aperto da una storia lunga di produzione italiana, e completato con materiale americano.

Con l’uscita, nel dicembre 1957, di un volumetto dal titolo “I Classici di Walt Disney“, si viene a comporre un quartetto di testate (“Topolino“, “Albi della Rosa“, “Almanacco” e “Classici“) che accompagnerà i ragazzi italiani con assoluta regolarità per un intero decennio. Fino al 1967, infatti, nessuna altra serie apparirà in edicola: un periodo di stabilità che non ha uguali nel settantennio di vita dei fumetti Disney in Italia.
In realtà, i “Classici” non erano stati concepiti come una serie regolare. Il numero del dicembre 1957 era così intitolato non perché presentasse storie degne di essere considerate “classici del fumetto”, ma perché ristampava alcune parodie di classici della letteratura apparse negli anni precedenti su “Topolino“. Le storie erano collegate tra loro da un’esile trama, con tanto di prologo ed epilogo; Gian Giacomo Dalmasso (testi) e Giuseppe Perego (disegni) si occuparono di questo caratteristico lavoro per quasi tutti i “Classici“.
Il successo del primo volume fa sì che ne sia preparato un secondo nel dicembre dell’anno successivo (“I Classici Moderni di Walt Disney“), ed un terzo per il Natale 1959 (“Le Grandi Parodie di Walt Disney“); tali numeri verranno ristampati negli anni immediatamente successivi. Del numero uno si contano ben due ristampe, mentre per il numero tre esiste anche una ristampa effettuata per conto dei grandi magazzini Standa.

Nel 1960 le uscite sono due, visto che, in occasione delle Olimpiadi di Roma, esce il primo dei cosiddetti “Classici Sportivi“, intitolato “Paperino alle Olimpiadi“. Ormai il solco è tracciato: due uscite anche nel 1961, tre negli anni seguenti fino al 1967 (con l’extra “Topolino alle Olimpiadi” nel 1964). Si tratta sempre di ristampe, di solito relative alle storie apparse in più puntate su “Topolino” qualche anno prima; Perego si occupa anche di raccordare le puntate tra di loro, eliminando usualmente la prima pagina della seconda parte e ridisegnando alcune vignette, con risultati grafici francamente non troppo apprezzabili.
Delle altre due testate che compongono il “poker”, gli “Albi della Rosa” continuano ad uscire senza cambiamenti degni di nota; va comunque segnalata l’apparizione, in appendice ai numeri tra il 213 ed il 291, delle storie non-disney di Mopsi, Giso e Leo, disegnate da Pier Lorenzo De Vita.
“Topolino“, invece, diventa settimanale col numero 236 del giugno 1960. Questa volta, l’aumento del fabbisogno di storie viene coperto con l’incremento della produzione italiana: negli Stati Uniti, infatti, i comic book hanno imboccato la via del declino, dopo aver toccato l’apice nella prima metà degli anni Cinquanta (quando “Walt Disney’s Comics and Stories” vendeva 2-3 milioni di copie ogni mese).

E, purtroppo, il calo non è limitato alla quantità: nel 1955 il syndicate di distribuzione delle strisce ai quotidiani ha imposto a Gottfredson di limitarsi alle gag autoconclusive, e lo stesso Barks è entrato nella fase calante della sua splendida carriera. Per fortuna, almeno nella seconda metà degli anni Cinquanta, gli artisti italiani raggiungono livelli di assoluto valore: Romano Scarpa, in particolare, riesce nell’impresa di non far notare uno stacco apprezzabile tra le proprie storie e quelle di Gottfredson. Ma anche Guido Martina e Carlo Chendi producono una serie di sceneggiature indimenticabili, che i vari Carpi, De Vita e Bottaro (quest’ultimo anche capace sceneggiatore) interpretano da par loro. Il “Topolino” di questo periodo presenta quasi in ogni numero una storia “italiana” lunga, solitamente in due o tre puntate: è la sorgente da cui attingeranno a piene mani i “Classici” di qualche anno dopo, e che permetterà ad una nuova generazione di lettori di appassionarsi al fumetto Disney.
E’ innegabile però che, con l’avanzare degli anni Sessanta, anche le storie italiane inizino a segnare il passo. Romano Scarpa, deluso dalla scarsa gratificazione (economica e non) che gli procurano i suoi capolavori, decide di limitarsi a disegnare sceneggiature altrui; i nuovi sceneggiatori che affiancano Martina (anch’egli in fase calante) e Chendi non sono all’altezza della situazione, pur con lodevoli eccezioni, tra le quali annoveriamo i fratelli Barosso e Rodolfo Cimino.
Barks è sempre più vicino alla pensione, e si vede; la crisi dei comic book si fa sempre più nera, tanto da costringere la Disney a varare lo “Studio Program” per rifornire di storie il mercato europeo, col risultato di avviare una produzione in serie che incoraggia sceneggiatori e disegnatori a guadagnarsi lo stipendio col minimo sforzo, cadendo sempre più in stilemi ripetitivi.
Una situazione preoccupante, ma destinata a peggiorare ulteriormente nel decennio successivo.
1967-1976: Declino e nostalgia
Il “poker d’assi” del periodo precedente continua a costituire la spina dorsale delle pubblicazioni Mondadori – una spina dorsale che però tende ad afflosciarsi sempre più.
Barks si gode il sole della California e l’inaspettata notorietà, che nel trentennio successivo lo renderà un mito vivente (e meritatamente ricco, grazie ai dipinti ad olio ispirati alle sue storie). I comic book tirano avanti con ristampe e storielle sempre più infantili; artisti di qualità come Tony Strobl, Paul Murry e Jack Bradbury vivacchiano di routine in attesa della pensione.
L’approccio italiano alla psicologia dei personaggi, inaugurato da Guido Martina, va degenerando: per fare l’esempio più eclatante, Zio Paperone è quasi sempre rappresentato come un insopportabile avaro, pronto ad agire oltre i limiti della legge e della decenza per il proprio profitto. La cura per le sceneggiature decresce sempre più, ed alcuni dei nuovi disegnatori non sono affatto all’altezza della situazione.
Ovviamente, ci sono anche le note positive: Giorgio Cavazzano, giovanissimo inchiostratore di Scarpa, diventa un autore completo, introducendo soluzioni innovative per la tradizione Disney (soprattutto su sceneggiature di Pezzin); Massimo De Vita e Marco Rota iniziano a produrre storie di ottima fattura; Scarpa e Carpi restano sempre su livelli grafici di assoluto valore. Nasce il personaggio di Paperinik, di grande impatto sul pubblico dei ragazzi; serials come “Storia e Gloria della Dinastia dei Paperi” sono tuttora ricordati con grande affetto dai lettori.
Il bilancio complessivo è però sicuramente in rosso. Tra l’altro, i “Classici” (che diventano nel frattempo trimestrali, ed infine bimestrali) e gli “Albi della Rosa” (il cui nome muta in “Albi di Topolino” nel gennaio 1967, mantenendo però la numerazione progressiva, giunta al 635), che pubblicano storie di 4/5 anni prima, affrontano fatalmente anch’essi l’onda lunga del declino. Ed ecco che, per soddisfare la richiesta di storie di qualità – nonché la nostalgia dei lettori adulti – l’attenzione della Mondadori si rivolge alle storie “classiche”. Non va del resto dimenticato che siamo in un periodo di rivalutazione del medium fumetto, grazie a riviste come la neonata “Linus” (che, nelle sue prime annate, dedica articoli anche a Disney).
A fine 1966, viene offerto in regalo a chi si abbona a “Topolino” un volume cartonato dal titolo “Le nostre prime leggendarie imprese“, che contiene 5 storie del Topolino anteguerra di Gottfredson. E’ il primo numero della pseudo-serie “Omaggio abbonati“, che vedrà negli anni successivi la pubblicazione di altri volumi dedicati a Gottfredson e Taliaferro. Usciranno una dozzina di titoli, abbastanza eterogenei per formato e contenuto, fino alla metà degli anni Ottanta, per poi riprendere brevemente e con formati diversi all’inizio degli anni Novanta.
Sempre sotto il marchio Disney, dal 1966 al 1971 vengono presentati in edicola una serie di fascicoli con le avventure di Zorro, in parte realizzate in Italia (da Pier Lorenzo de Vita che ritorna, dopo molti anni, al fumetto “dal vero”) ed in parte dallo Studio Program.
All’inizio del 1967, compare in edicola il primo fascicolo (grande formato, orizzontale) della serie “Le Grandi Storie“. Anche qui, si tratta del Mickey Mouse degli anni Trenta; sono ristampe quasi anastatiche (con doppia copertina rimovibile) di numeri scelti di “Nel Regno di Topolino” e degli “Albi Nerbini“. Usciranno altri undici numeri, tutti nel 1967, e la serie si fermerà lì.
Nell’agosto 1968, i fumetti Disney approdano nella prestigiosa collana degli “Oscar Mondadori“. E’ Luciano Bottaro, pare, a suggerire a Gentilini di raccogliere in un volumetto alcune tra le più belle storie di Carl Barks, il cui nome viene citato nell’introduzione (forse per la prima volta nel mondo in una pubblicazione “ufficiale”). Nel decennio successivo, altre uscite – a volte in cofanetto di due o tre volumi – riproporranno il Topolino di Gottfredson (“Gli anni ruggenti di Topolino“, “Le follie di Eta Beta“, “I pensieri di Pippo“, “Trilogia di Topolino“, “Topolinissimo 1930-31-32“), il Paperino di Barks (“Noi Paperi“), ed antologie varie (“Le disavventure di Paperino“, “L’imprevedibile Eta Beta“, “Storia e gloria della dinastia dei Paperi“).
Nel 1970 fanno la loro comparsa ben due collane: “Il Topolino d’Oro” e i cosiddetti “cartonatoni“. La prima riprende il discorso accennato tre anni prima da “Le Grandi Storie“, ma in maniera più organica: si tratta infatti della ristampa cronologica, in 33 albi orizzontali di grande formato, di quasi tutto il Mickey Mouse “giornaliero” dal 1930 al 1945, con l’aggiunta di qualche “continuity” tratta dalle tavole domenicali e dalle “Silly Symphonies”. L’intento è lodevole, ma l’approccio non soddisfa appieno i filologi, visto che le storie sono riproposte nelle versioni rimontate e censurate dell’anteguerra, con nuove traduzioni spesso discutibili. L’ultimo numero della serie esce nel 1974.
Il primo dei “cartonatoni” è il famosissimo “Io, Topolino“. Si tratta di volumi di grande formato e prezzo considerevole (8.000 lire dell’epoca), che usciranno con regolarità nell’imminenza delle feste di Natale fino al 1997. La serie attraversa tre periodi principali, coincidenti con l’avvicendarsi dei curatori: Mario Gentilini privilegia i “classici” (Gottfredson, Barks, Taliaferro); Gaudenzio Capelli produce antologie piuttosto eterogenee di materiale relativamente recente, la cui qualità lascia assai delusi gli appassionati; Ernesto Traverso si fa promotore di una sterzata filologica, grazie alla quale la collana ristampa gran parte della produzione sindacata degli anni Quaranta e Cinquanta (dal Paperino di Taliaferro al Topolino di Walsh e Gottfredson, passando per le “Silly Symphonies” e le domenicali di Fratel Coniglietto). Purtroppo, a fine 1997, problemi di licensing tra Disney Italia e Mondadori pongono fine ad una serie che avrebbe avuto ancora moltissimo da dire.
Infine, tra il 1971 ed il 1973, Mondadori prova a sfruttare la popolarita’ del formato cartonato “alla francese” (quello di Asterix, per intenderci), e pubblica 7 volumi che ristampano alcune delle “Grandi Parodie” italiane degli anni Cinquanta. La serie e’ denominata “I Grandi Classici di Walt Disney“. In uno dei volumi (“Paperino e i Tre Moschettieri“, del gennaio 1972) compare anche una breve storia inedita, prodotta per l’occasione da Chendi e Bottaro.
Un numero limitato di lettori, nel 1976, riceve anche un’altra rivista con i fumetti Disney: sono gli iscritti al “Club delle Giovani Marmotte” che ricevono come omaggio mensile l’omonima rivista ufficiale del club, contenente principalmente storie di produzione italiana realizzate in maniera mediocre.
1977-1988: Ristampe a profusione
L’ultimo decennio della gestione Mondadori non vede particolari miglioramenti nella qualità della produzione originale (peggiorare sarebbe stato comunque non facile…), e segna la chiusura di due delle testate più longeve.

Semplice immagine promozionale per Paperino & C.
L’ultimo numero dell'”Almanacco” e’ il 336, del dicembre 1984. Già da alcuni anni, la maggior parte delle storie di produzione italiana erano affidate a disegnatori stranieri, principalmente spagnoli (lo Studio Bargadà faceva la parte del leone); sulla qualità delle sceneggiature è opportuno sorvolare. Nel gennaio 1985 esce quindi il primo “Mega Almanacco“: la numerazione dell'”Almanacco” viene mantenuta, ma il contenuto è affatto diverso, consistendo esclusivamente di ristampe di storie prodotte in Brasile e in Danimarca.
Anche gli “Albi di Topolino” si fermano al numero 1430, nell’aprile 1982. Ma gli appassionati di ristampe non hanno di che lamentarsi: la chiusura della testata è dovuta probabilmente alla mancanza di “materia prima”, dirottata su altre, più corpose, pubblicazioni.
Infatti, già dal gennaio 1977 i “Classici di Walt Disney” sono diventati una serie regolare, con numerazione che ricomincia da 1 (dopo le 71 uscite della prima serie) e periodicità mensile anziché bimestrale. Fino all’estate del 1982, questo non comporta un aumento nel fabbisogno di ristampe di storie “recenti”, dato che i numeri dispari sono ristampe fedeli dei Classici della prima serie: iniziativa lodevolissima (visti i prezzi raggiunti dalle edizioni originali sul mercato dell’usato), ma che purtroppo si limita ad una trentina di uscite (l’ultima ristampa e’ quella di “Topolino Estate“, nel numero 67 della seconda serie). Col numero 56 scompaiono anche i “Prologhi” e le storielle di collegamento, nella realizzazione delle quali negli ultimi anni Giancarlo Gatti si era alternato a Giuseppe Perego. Col progredire della serie, la connotazione originaria – ristampa delle storie italiane apparse su “Topolino” 4-5 anni prima – è andata parzialmente perduta: le storie sono sempre italiane (tranne rare eccezioni), ma vengono scelte più o meno casualmente su tutto l’arco temporale di “Topolino” (escludendo gli anni Cinquanta, ritenuti probabilmente troppo “arcaici”).
Nel giugno 1980, compare in edicola il primo dei “Grandi Classici di Walt Disney“. Il formato è quello di “Topolino” e dei “Classici“, ma il numero di pagine – e quindi di storie – è assai superiore: si andrà dalle circa 450 dei primi numeri alle 356 attuali. Il successo del primo numero, concepito probabilmente come uno one-shot estivo, fece sì che l’esperimento fosse ripetuto nel giugno dell’anno seguente; per il numero 3 si dovettero attendere soltanto 6 mesi, e già nel 1982 la periodicità divenne trimestrale (non a caso, proprio a questo periodo risale la chiusura degli “Albi di Topolino“). Il mix delle ristampe segue le stesse (blande) regole dei “Classici“: storie di produzione italiana, apparse su “Topolino“.
Ma l’ardore ristampista (benemerito, sia ben chiaro!) non poteva certo limitarsi alle storie in formato “libretto” (3 righe di 2 vignette per pagina). Serve quindi una testata che possa accogliere le storie degli “Albi d’Oro” e dell'”Almanacco“, senza costringere i grafici a faticosi lavori di rimontaggio (come era già accaduto in passato per alcune ristampe apparse sugli “Albi della Rosa“). Ed ecco apparire, nel dicembre 1976, il “Super Almanacco Paperino“. Anche qui abbiamo due serie: la prima (circa bimestrale) consta di 17 numeri, e propone storie validissime, per la maggior parte tratte dagli “Albi d’Oro” (numerosi classici di Barks ricompaiono qui dopo moltissimi anni dalla prima pubblicazione italiana). La seconda è mensile, riparte dal numero 1 (luglio 1980), ed è principalmente dedicata a ristampe da “Almanacco Topolino“. Le copertine di entrambe le serie, bellissime, sono opera di Marco Rota.
Oltre alle storie classiche di importazione statunitense, la collana ristampa anche storie “arcaiche” di produzione italiana che non venivano riproposte da più di vent’anni e che in alcuni casi costituivano delle vere e proprie “prove d’esordio” dei più importanti autori di casa nostra.
A partire dal numero 55 della seconda serie, il “Super Almanacco” ospita anche storie originali. Siamo nel gennaio 1985: si tratta della produzione (principalmente) italo-spagnola che fino al mese precedente appariva sul defunto “Almanacco“. Con il numero 67 (gennaio 1986), la testata cambia nome, e diventa “Paperino Mese“. Il contenuto resta però invariato (e lo resterà anche a fine 1987, quando il formato verrà ridotto a quello di un pocket).
Le storie prodotte in Danimarca dal gruppo Gutenberghus (poi Egmont), prima di approdare sul “Mega Almanacco“, erano state presentate al pubblico italiano in una testata dedicata quasi esclusivamente ad esse: “Paperino & Co.” (diventata poi semplicemente “Paperino” a partire dal numero 57). La serie esce tra il luglio 1981 e l’ottobre 1983, con cadenza dapprima settimanale, poi quindicinale; negli ultimi numeri ospita anche le ristampe delle storie dell’orsetto Winnie the Pooh, tratte dall’omonimo comic book americano e le storie dell’insetto Buci riprese da numeri di “Walt Disney Comics and Stories” pubblicati negli USA nella seconda metà degli anni Quaranta. Tra le storie danesi, sono particolarmente degne di essere ricordate quelle disegnate dal cileno Vicar e dall’argentino Daniel Branca.
Altre due mini-serie di materiale straniero vengono pubblicate tra il 1983 e il 1985: si tratta di “Pippo il grande” (5 numeri usciti) e “Pippo &…“. La prima propone storie lunghe (44 tavole) della serie “Goofy Classics”, disegnate in Argentina su sceneggiature del Disney Studio; la seconda (3 soli numeri) traduce la serie “A Goofy look at…”, sempre targata Disney Studio.
Il 1987 vede la comparsa di due testate (sempre di ristampe) molto apprezzate dai “filologi”. Il “Tascabilone“, nei suoi 9 numeri (l’ultimo è del giugno 1989), ripropone 193 delle 195 storie pubblicate a fine anni Quaranta negli “Albi Tascabili di Topolino“.
Ma è soprattutto “Zio Paperone” (il cui primo numero esce a dicembre) ad aver conquistato il pubblico degli appassionati. Iniziato da Mondadori come ristampa integrale delle storie di Carl Barks apparse sul comic book “Uncle Scrooge“, è poi diventata la “Carl Barks Library” ufficiale italiana: i primi 69 numeri, più i tre “Speciale Paperino“, contengono infatti l’intero corpus barksiano. I numeri dal 70 in poi (quelli con copertina a sfondo bianco), oltre a riproporre le storie di Barks apparse sui primissimi numeri e sui tre “Speciali“, ospitano i lavori degli “eredi” di Barks: Branca, Vicar, Milton, Jippes, Rota, Scarpa, ma soprattutto Don Rosa (il cartoonist americano autore tra l’altro della monumentale “Life of Scrooge“, apparsa in 12 puntate sui numeri dal 70 all’81).
Unico neo di questa importantissima collana (coordinata da Lidia Cannatella, ed arricchita tra l’altro di preziosi articoli, firmati solitamente da Alberto Becattini e Luca Boschi) è la quotazione sul mercato dell’usato: non ci sono problemi di reperibilità (come è lecito attendersi, visto che si tratta di una serie recente e ad alta tiratura), ma i prezzi sono relativamente elevati, soprattutto per i primi numeri e gli Speciali. Fortunatamente, la Disney Italia sembra essersi accorta del problema, ed ha recentemente ristampato i primi 24 numeri, mettendoli in vendita all’attuale prezzo di copertina di “Zio Paperone“.
Pochi mesi prima dell’uscita del primo numero di “Zio Paperone” la Mondadori aveva proposto al pubblico dei collezionisti un’altra ottima pubblicazione: “Le Grandi Storie di Walt Disney“, dove venivano riproposte in albi dal grande formato orizzontale le storie classiche di Gottfredson in una veste filologicamente corretta e di grande fascino. Questa collana riprendeva e completava quella iniziata da Mondadori e Traverso destinata alle librerie e composta da copie numerate ben più costose. Probabilmente a causa del passaggio di licenza dalla Mondadori alla Disney la serie ebbe vita breve: solamente 19 numeri, più due supplementi pubblicati frettolosamente poco prima della chiusura della testata.
Va comunque ricordato un precedente sfortunato tentativo di dar vita ad una “Barks Library“: tra il 1979 ed il 1980 escono 15 album de “Il Paperino d’Oro“, con cadenza mensile. La serie è la riproposizione di un’analoga iniziativa olandese, ma non ha evidentemente il successo sperato.
Nel 1987-1988, Mondadori fa un secondo tentativo di proporre una serie dedicata a “Le Grandi Parodie“: dopo i cartonati di inizio anni Settanta, stavolta il formato è quello dei fortunati “Manuali“. La collana si ferma però dopo soli 4 numeri: “Storia e gloria della dinastia dei paperi” (del quale esiste anche una versione data come omaggio agli abbonati), “Le grandi parodie della banda dei paperi“, “Le grandi parodie della famiglia dei paperi“, “Le grandi parodie del clan dei paperi“, forse per esaurimento di sinonimi di “famiglia”…
Infine, in un decennio particolarmente prodigo di ristampe, è degna di menzione la breve serie “Topolino Più“. Si tratta di 10 albi cartonati di grande formato, usciti mensilmente nel 1983-1984, ognuno dei quali contiene una lunga storia originale; i disegnatori prescelti furono Scarpa, Carpi, Massimo De Vita, Cavazzano, Gatto, Chierchini, Asteriti, Scala, Rota e Bargadà. Alcuni dei volumi vengono ristampati in tutta Europa nella versione tradotta in Latino (collana “Disney Lingua Latina“).
E “Topolino“? Come già accennato, la qualità media resta bassa, sia per la produzione italiana che per le ristampe di materiale americano (il declino dei comic book è giunto alla stretta finale, e nel 1984 le pubblicazioni negli U.S.A. vengono sospese: riprenderanno nel 1986 sotto l’egida della casa editrice Gladstone, ma con una limitatissima produzione di storie originali). Va segnalato comunque un ritorno di Romano Scarpa alla sceneggiatura di storie lunghe (da ricordare soprattutto le cosiddette “Storie a strisce”); Carpi disegna magistralmente alcune lunghe parodie di un sempre più torrenziale Guido Martina, e a partire dal 1984 ne realizza alcune in proprio, con ottimi risultati; Cavazzano continua a contribuire con regolarità; ma soprattutto Massimo De Vita raggiunge la piena maturità artistica, affiancando alle storie di Paperinik (di cui è il principale disegnatore) una serie di avventure sceneggiate “in proprio” che spaziano dall’archeologia al fantasy (memorabile è soprattutto la trilogia della “Spada di Ghiaccio”, che ha avuto l’onore della ristampa su Classico speciale). A parte i “mostri sacri”, però, non si intravvede all’orizzonte un ricambio generazionale, soprattutto tra gli sceneggiatori – il che getta ombre minacciose sul futuro…
Conclusione
Come già accennato, non abbiamo certo la presunzione di aver trattato esaurientemente lo sterminato campo delle pubblicazioni Disney in Italia. Sono state tralasciate, ad esempio, le numerose serie della linea “pre-school“, mirate ai bambini in età prescolare: Amici di Zampa, Cip&Ciop, La Sirenetta, Principesse, Winnie the Pooh, Collezione Star Dance. Non si è toccato l’argomento degli “allegati”, dei quali diversi quotidiani e settimanali (Grazia, Repubblica, Messaggero, La Voce, Sorrisi&Canzoni, Il Sole 24 Ore, Il Corriere dello Sport) hanno fatto omaggio ai lettori, con risultati a volte eccezionali (pensiamo in particolare al Gottfredson degli anni d’oro, reperibile nella sua quasi totalità sui supplementi del Messaggero); e neppure quello degli albetti regalati agli acquirenti di prodotti alimentari delle linee Pavesi, Fruttolo, Accornero, Elah (gli introvabili “Suco Frio“, contenenti – pare – storie originali disegnate tra gli altri da G.B. Carpi) o assieme a giocattoli come nel caso dei “Fumetti in Scatola“.
In compenso, proseguiamo la storia delle testate disney con il periodo 1988 – 2013 edito da Disney Italia in questo articolo.

Non vanno poi dimenticati i titoli estemporanei usciti in concomitanza di particolari eventi come “Topolino allo Zecchino d’Oro“, pubblicato a fine anni Sessanta, o “Avventure a Eurodisney“, edito in occasione dell’inaugurazione del parco a tema di Parigi.
Ci sono stati inoltre una miriade di fascicoletti pubblicati assieme al Topolino settimanale come supplementi, la cui situazione sembra essere abbastanza complessa anche per la diversa distribuzione che hanno avuto sul territorio nazionale: molti di essi all’inizio degli anni Settanta vennero pubblicati nella sola Lombardia.
Nelle edicole si trovano infine pubblicazioni Disney prive di storie a fumetti e mirate ad uno specifico target, come “Disney a punto croce“, le varie “Disney Enigmistica“, e la recente (e vendutissima) “Art Attack“.
Ci sarà tempo e modo di rimediare in una prossima revisione del presente lavoro, che dovrà sicuramente includere le interessantissime (e numerosissime) pubblicazioni per il mercato amatoriale, comparse a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, quando l’esclusiva Mondadori sul materiale Disney è divenuta un po’ meno rigida.
Per il momento… buona lettura!
22 GIU 2004
